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17 aprile 2016: 4a
tappa del Gruppo “In Difesa dei Beni Archeologici”
a
cura di Fabrizio Paladinelli, Vittorio Del Duca e Ignazio Romano
Dalla
Sedia del Papa a Ceriara, lungo l’antico tratturo della Fossa dell’Abbenda
La
visita alla Fossa dell'Abbenda ha un interesse di tipo ambientale/geologico
ma anche storico, e si svolge su un percorso con difficoltà media di circa 4 Km per la durata
di 4 ore su Piana della Quartara. L'appuntamento è a Sezze alle ore
9.00 nei pressi della chiesa
nuova di Santa Lucia.
Descrizione percorso
Luogo di Partenza: Sezze (LT) Via Sedia del Papa
Orario di partenza: 9:00
Orario di arrivo previsto: 13:00 (Ceriara di Sezze)
Lunghezza percorso 4.2 Km (discesa)
Dislivello: 325 m (discesa)
Difficoltà: T/E (Turistico/Escursionistico)
Tempo di percorrenza: 4 ore circa (solo andata). Il sentiero verrà percorso solo in discesa, per il ritorno verranno utilizzate le auto precedentemente lasciate al punto di
arrivo dagli organizzatori.
Raccomandazioni: Calzature da trekking, Kway antipioggia, acqua al seguito.
Note: Questo sentiero è stato tracciato in forma digitale utilizzando i rilievi cartografici degli anni 20 (il tratturo non è più segnato nella cartografia moderna) e sistemi di rilevamento
GPS.
Il percorso della Fossa dell’Abbenda
è uno dei tratturi più lunghi che collegavano Sezze alla Pianura Pontina (4,2Km).
È stato utilizzato fino agli anni 50 dai contadini setini che si recavano in pianura per
lavorare la terra. Proprio in quegli anni gli stessi contadini con lo sciopero
detto alla ruerza (rovescia) come forma di protesta realizzarono una
nuova strada (Stocca Coglio) oggi Via Sorana che collegava la contrada dei Colli a Ceriara di Sezze e che di fatto soppiantò l’antico sentiero.
Il nostro percorso ha inizio da un posto panoramico e ricco di
storia, la Sedia del Papa il cui toponimo deriva, secondo
la tradizione, dal fatto che Papa Sisto V (1585-1590) durante la bonifica dell’Agro
Pontino,
risalito la costa delle Mole a dorso di mulo, amava osservare i lavori seduto su di una grossa roccia. In
seguito anche Pio VI (1775-1799) si recò sulla stessa
altura per osservare i lavori della bonifica. Il momento è bene immortalato
dalla stampa "Les Marais Pontains" di Raphael Morghen la cui
matrice è conservata presso il British Museum di Londra.
Il percorso
continua tagliando in diagonale il versante Sud di Monte Trevi. In questa zona sono presenti dei ruderi di una villa rustica di epoca romana, mentre sulla vetta
del monte si vedono ancora i resti dell’antico castello di Trevi
fondato nel 1313 e completamente distrutto nel XV sec.
il
luogo preciso detto "La Sedia del Papa" in una foto del 1982
di Luigi Zaccheo
"La Sedia del Papa"
nel 2012 dopo il lavoro di pulizia per renderla di nuovo visibile
"La Sedia del Papa"
ripresa durante l'escursione del maggio 2015
"La Sedia del Papa"
ripresa durante l'escursione di oggi
I
lavori della oramai famigerata SR 156 che si accaniscono sempre di più
sulla zona
delle
Sardellane dove si trova la risorsa idrica principale della provincia di
Latina
particolare
architettonico dei resti della villa romana sotto Monte Trevi (foto
2012)
Ecco
i ruderi di epoca romana per secoli rimasti senza nome. Ma oggi la villa
è abitata da questi due alberi che noi abbiamo sorpreso teneramente
abbracciati, e abbiamo chiamato il sito "la villa degli
amanti"
Ecco
la dolina più grande dell'Appennino centrale, 230 metri di diametro e
70 metri di profondità
Il percorso è molto panoramico ed il tipo di vegetazione che si incontra è tipica della macchia mediterranea. Non è raro osservare falchi, poiane, tracce del passaggio di mustelidi, volpi, istrici e cinghiali. Questa zona è un corridoio naturale che collega la Pianura Pontina al massiccio del
Semprevisa. Il tratturo continua verso la Piana della Quartara, un ampio ripiano con numerose forme carsiche. Sono presenti 3 doline. La più estesa raggiunge i 230m di diametro ed un’altezza massima di 70m. E’ una delle doline di crollo più estese di tutto l’Appennino Centrale (I Beni Culturali a carattere geologico del Lazio. I Monti
Lepini, Ausoni ed Aurunci di Lucrezia Casto).
Dopo aver attraversato la zona delle Doline si continua costeggiando Colle Quartara fino a raggiungere la pianura (punto di arrivo). Questa zona detta Portaduro è una striscia di terreno pianeggiante di circa 600m (oggi attraversata dalla SS156) anticamente un’aera di rilevante importanza strategica perché era il punto obbligato di accesso al territorio dei
Volsci.
Poco distante dalla fine del percorso (circa 500m) c’è il sito preistorico detto
Arnalo dei Bufali dove
nel 1939 l’archeologo Alberto Carlo Blanc (scopritore della grotta Guattari
con l’uomo del Circeo) rinvenne una pittura rupestre preistorica antropomorfa detta
Uomo a Phi oggi conservata presso il museo Picorini di Roma ma non più esposta al pubblico.
L’area interessata da questo percorso ha anche un grosso valore per tutto il territorio del sistema
Lepino-Pontino, è una zona ricchissima di acqua. Qui è stato realizzato l’acquedotto regionale delle Sardellane che serve molti comuni della provincia di Latina:
Latina (510 l/s) -Pontinia (55 l/s) -Sabaudia (60 l/s) -S. Felice Circeo (110 l/s)
-Terracina (35 l/s)
Priverno (35 l/s) -Sezze -Sonnino (20 l/s) mentre il lago delle Mole Muti rifornisce l’acquedotto di
Sezze. Inoltre sono presenti anche numerose sorgenti naturali di notevole portata.
Anche Benedetto XIII percorse la via dei
Papi
a
cura di Vittorio Del Duca
Un'altro
Papa percorse la Via dei Papi, Benedetto XIII. Non fu un bonificatore ma
venne a Sezze per trovare l'amico Corradini, che invece era rimasto a
Roma malato e vi sostò per cinque giorni. Alla sua morte, avvenuta nel
1730, l'anno dopo aver visitato Sezze, gli sarebbe dovuto succedere il
Corradini se non fosse stato per l'opposizione dell'Austria. Da quel
conclave nacque a Sezze il detto "Non
annotta che Corradini è papa"
Benedetto
XIII, al secolo Pietro Francesco Orsini, fu il papa che forse visitò Sezze più degli altri. Nel 1727 vi si trattenne per ben 5 giorni. Ce ne rende memoria Gaetano Moroni che nel Dizionario di Erudizione storico ecclesiastica descrive dettagliatamente della visita del Papa, secondo quanto riportato dal Diario di Roma del 1727. Il Papa, aveva promesso al cardinale
Corradini, cui era legato da sincera amicizia di fare visita a Sezze. Così, reduce da Benevento e
Prossedi, e “accompagnato dal marchese De Carolis (di Pofi), ai confini con Piperno trovò Mons. Oldo, vescovo di tre diocesi
(Sezze, Priverno e Terracina); indi giunse venerdì 23 maggio alle Case nuove, due miglia lungi da
Sezze. Allora ricordandosi Benedetto XIII di aver fatto 27 anni addietro una via scorciatoia che conduceva alla città (quella che oggi chiamiamo via dei Papi), disceso dalla carrozza, montò sul proprio cavallo, seguito dal marchese, da alcuni suoi cappellani prelati,
aiutanti di camera, e cavalleggeri, e dalla guardia svizzera a piedi.
Le due mute di cavalli delle carrozze, i calessi col resto della comitiva proseguirono il viaggio per la via ordinaria (la via pedemontana
volsca), e cambiati i cavalli all’osteria dell’Acquaviva per fare la salita, questa trovarono allargata e resa meno ripida. Il Papa, sempre secondo il racconto del
Moroni, fece la sua prima tappa al Convento dei Francescani Riformati di S. Maria delle Grazie, nell’attuale cimitero, dove “volle pernottarvi. Fu ricevuto dal vescovo di Segni, da Carlo Rezzonico poi Clemente XIII , che per parte del cardinal Barberini lo pregò nel ritorno a onorare
Velletri, e dal prelato Marcello Crescenzi, poi cardinale, in rappresentanza del cardinal Corradini caduto infermo (a Roma), che avea preparato convenevole alloggio, pei prelati una cella per cadauno, il resto della corte venendo nobilmente ospitati nell’episcopio (il Vescovado), nel collegio de’ Gesuiti, e dai primari della città. Il prelato (Marcello
Crescenzi) a spese del cardinale Corradini fece nel refettorio uno splendido trattamento, e per tutto il tempo che restò il Papa nel luogo, di tutto punto trattò la corte; di più il
cardinale in ossequio avea a sue spese fatto vestire una compagnia di milizie per servizio del Papa. Nella seguente mattina recatosi il Papa in chiesa, ascoltò e celebrò la messa nell’altare della B. Vergine, e ad ore 20 da una finestra del convento benedì la giubilante moltitudine, indi s’avviò per Sezze col solito corteggio.
Non è a dire la letizia dei riconoscenti e divoti
sezzesi, che per gli applausi e dimostrazioni di riverenza commossero il Papa e la corte: alla porta fece l’omaggio delle chiavi la municipale magistratura, con parole di fedele sudditanza e venerazione. All’ingresso un maestoso arco trionfale dipinto col pontificio stemma sorretto da due fame, era decorato da ornati e dalla figure della Fede e Speranza, con epigrafe che celebrava la reintegrazione elargita alla città. Lungo la strada che conduce al Duomo, tutto era messo a festa; e
la facciata di detta cattedrale con tele dipinte formanti un colonnato, ne’ superiori pilastri
sovrastavano le
figure della Temperanza e Prudenza, ed un’iscrizione analoga esaltava
il nuovo beneficio: l’interno della chiesa era parato di damaschi
trinati d’oro.
Venerato il S.S. Sagramento, il Papa si recò a visitare il nuovo altare
di s. Filippo, ove in un’urna era stato collocato il corpo di s.
Leonzio martire, riccamente vestito. Per la nota particolare divozione
del Papa a San Filippo, volendone consagrar l’altare, vi fece
l’esposizione delle reliquie de’ ss. Gaudenzio e Onorato martiri.
Indi si trasferì al monastero delle monache Clarisse, nel Seminario, al
Collegio de’ Gesuiti, ove nella chiesa baciò la reliquia del beato
Gio. Francesco Regis gesuita, presentata dal padre Luigi Corradini,
gesuita e fratello del cardinale; dipoi il Papa tornò al convento de’
Riformati.
Nella
mattina del 25 maggio Benedetto XIII a ore10 si portò alla Cattedrale,
ove ascoltata la messa dell’arcidiacono…. consagrò l’altare di s.
Filippo, indi vi celebrò la messa bassa…. Nel
pomeriggio portatosi in carrozza nella città, visitò le fabbriche del nuovo monastero e chiesa delle religiose del
S.S.. Bambin Gesù, e nel ritorno la chiesa di S.Bartolomeo de’ conventuali, onorando di sua presenza anche i Cappuccini. Lunedì 26 maggio, festa di s. Filippo, che il Papa in Roma avea dichiarato di precetto con cappella papale, volle solennemente celebrarla nel Duomo e con pontificale. Il Papa cantò la messa alla presenza di 10 prelati tra arcivescovi e vescovi, del generale francescano, del segretario dell’indice, del p. Caravita teologo della
penitenzieria, del magistrato della città in abito, e di una folla immensa di ogni ceto di persone…. Il Papa donò al capitolo, in urnetta di madreperla ornata d’oro, un dente di S.Lidano
abbate, e delle reliquie de’ SS. Pietro e Marcellino protettori della città, entro scatola di velluto rosso . Invece il Papa ricevè da Mons. Crescenzi in nome del cardinal Corradini un reliquiario d’argento col cilizio di s. Domenico, fondatore dell’ordine cui apparteneva Benedetto
XIII; e dalla città
altro simile reliquiario con un grano di quell’incenso offerto dai ss. Magi a Gesù bambino” Sappiamo anche che il Papa donò alla Cattedrale di Sezze la sua mitria, ancora oggi custodita nel museo del Capitolo della Cattedrale.
“Martedì 27 maggio, Benedetto XIII tra le più vive e sonore acclamazioni si avviò per
Sermoneta, accompagnato dal vescovo Oldo e da Mons. Crescenzi, dopo aver accordato a molti grazie spirituali, meravigliandosi che niun povero gli domandò soccorso, ciò che mai eragli avvenuto, onde lodò la ricchezza del suolo, e lasciò tutti con indelebile esultante
gratidutine. A perpetuarla, i canonici eressero una lapide nella cappella di S. Filippo, il municipio altra a cornu
evangelii, in cui si legge come il Papa avendo ricusato la statua che la città voleva innalzargli nel foro, la stabilita somma fu impiegata nell’ornamento di tale altare. I Riformati pure posero una iscrizione marmorea sopra la camera abitata dal Papa. Benedetto XIII aveva concepito l’idea d’intraprendere la bonificazione
Pontina, ma non potè effettuarla, e desiderio pure fu in Clemente XIII, finchè Pio VI ebbe la gloria di eseguirla,..”
Papa Benedetto XIII morì l’anno dopo aver visitato
Sezze. Il nostro Pietro Marcellino Corradini, era il cardinale favorito a succedergli. Il famoso detto “ancora non annotta che Corradini è papa” ricorrente anche oggi a
Sezze, fu coniato per il nostro concittadino in occasione del conclave del 1730 per la successione a Benedetto
XIII, dove il Corradini non fu eletto Papa per le illegittime e indebite opposizioni di alcuni regnanti, in particolare dell’imperatore d’Austria Carlo VI.
Monte
Trevi, il Castello e la "Sedia del Papa"
a
cura di Vittorio Del Duca
Monte Trevi è situato ad est della collina di Sezze ed è alto 505 metri. Alle sue pendici, dalla parte verso Priverno corre l’antico “vallum”, una sorta di fortificazione naturale che separava il territorio dei Volsci da quello dei Latini. Di questo monte ce ne dà notizia Dionisio già nel 40 a.C. quando pone alle pendici che guardano la contrada dei Colli di Suso l’antica città di
Apiole, una delle “viginti trium urbium” citate da Plinio nella Naturalis Historia (libro III capo V). Questa città fu assalita e presa da Tarquinio Prisco e malgrado l’eroica resistenza degli assediati, le mura furono rase al suolo, gli abitanti in gran parte uccisi e altri venduti come schiavi (V. Tufo – Storia antica di Sezze – pag 175)- (P.M. Corradini – Vetus Latium
..lib II, caput IX - pag 87)
Sulla sommità del monte fu costruito in epoca imprecisata un castello, che per la sua ubicazione costituiva una roccaforte naturale e strategica , perché oltre a sovrastare la città di Sezze e la conca di
Suso, dominava l’antica via consolare pedemontana volsca, l’unica che conduceva a Priverno e Terracina quando le acque della palude invadevano l’Appia. Era il classico castello feudale: accanto all’abitazione del signore vi erano quelle dei sudditi, i granai, le cisterne per l’acqua e persino un monastero delle Clarisse di San Francesco, istituito da Clemente V con bolla del 1313 inviata da Avignone. Le prime notizie certe di questo castello risalgono al 1205, quando papa Innocenzo III lo tolse a Sezze per concederlo in feudo ai Conti di
Ceccano, ma già dopo pochi anni, nel 1248, sappiamo da una lettera di Innocenzo IV indirizzata a tutti i fedeli di Campagna e Marittima, che i Setini assalirono e distrussero il castello di Trevi facendo prigionieri i figli di Guido di
Trevi.
La distruzione del castello non fu però definitiva perché lo ritroviamo successivamente come proprietà di un ramo della nobile famiglia dei Pagano, che assunse il cognome “De Trebis”, per passare poi ai Caetani e all’occupazione di Ladislao re di Napoli, e nel XIV secolo pervenne in proprietà della famiglia di Tuccio
Normesini, come dote del suo matrimonio con Tancia, utima erede della stirpe dei Signori di
Trevi, che lo mantenne tra alterne vicende fino a quando non fu definitivamente distrutto sul finire del XV secolo dagli abitanti di
Sezze, pur se il Comune vantava sul castello dei diritti ”pro indiviso”con i
Normesini, come risulta da un inventario dei beni del Comune redatto nel 1495.
Le motivazioni ufficiali della distruzione furono da ravvisarsi nella tracotanza dei castellani che compivano rapine e furti di bestiame nel territorio di Sezze oltre al fatto di far rotolare enormi massi di pietra su quanti transitavano nei sottostanti viottoli delle “coste delle Mole “e delle “coste del Rosacco” per recarsi in campagna. La verità storica della distruzione risiede però nel fatto che i Signori di Trevi avevano cercato di mettere le mani sul territorio di Sezze (Giannetto, figlio di Tuccio Normisini era sindaco di
Sezze) ed i sezzesi, che mal sopportavano le angherie e le gabelle di signori e feudatari, alle quali non erano avvezzi per essere sempre stati sotto il dominio diretto della Chiesa, cancellarono per sempre il castello di Trevi dalla faccia della terra. La lotta fu spietata, i Trevigiani furono assediati e costretti ad uscire dal castello per aver terminato le riserve di acqua e di cibo; furono fatti prigionieri e in gran parte uccisi, Il castello incendiato e raso al suolo. La famiglia Normesini riuscì ad avere salva la vita e, seppure malvista dai sezzesi , tornò ad abitare nel vecchio palazzo di Porta Romana. Qui, dopo un po’ di tempo, i Normisini ospitarono Papa Sisto V, che giunse a Sezze per ammirare dall’alto i lavori di prosciugamento della palude pontina che lui stesso aveva ordinato.
La Bonifica delle paludi di Sisto V e la
"Sedia del Papa"
a
cura di Vittorio Del Duca
Da Gaetano Moroni in “Dizionario di erudizione storico- ecclesiastica” - 1854 - vol 65 pag 76 leggiamo:
“Racconta il cardinal
Corradini, che Sisto V che da religioso conventuale aveva dimorato nel convento di
Sezze,”( Padri Conventuali di S. Bartolomeo) “e che andava dicendo pubblicamente che a lui era riservato di rimettere que’ campi a coltura, divenuto Papa si portò tosto a
Sezze, passò una notte nel luogo della palude, poi detto Padiglione di Sisto, girò ed osservò tutti que’siti, e con consiglio affatto sorprendente diè principio all’asciugamento delle Paludi
Pontine, scavando il nuovo canale che dal suo nome fu detto fiume Sisto. Non conviene il Nicolai “ - (De Bonificamenti delle terre pontine - 1800) - “ che Sisto V si portasse subito a Sezze e girasse i siti, perché vi si condusse senza corteggio molto tempo dopo ch’erano cominciati i lavori, cioè agli 11 ottobre 1589 dormì in
Velletri, nel dì seguente andò in Sezze, ove alloggiò presso i
Normesini, la cui casa fu convertita nel suddetto monatero” – (Bambin
Gesù) – “ dal cardinal Corradini. E’ fama che dalla cima di un colle rimpetto alla città e presso il monte Trevi si mettesse a riguardare la palude, che resta tutta esposta alla vista; ed un sasso, sopra cui dicesi che il Papa si ponesse a sedere, porta anche al presente il nome di Pietra di Sisto, dal volgo altresì detta Sedia del Papa”.

Antica carta del Lazio del 1693: La selva di Terracina e il Circeo. La freccia rossa indica Torre del Padiglione dove nel 1585 alloggiò papa Sisto V - Nella parte destra si nota la foce del fiume Sisto presso Torre Olevola ripiena dalla duna marina dopo appena un secolo dallo scavo del canale.
Contrariamente al racconto (interessato) del Nicolai , e secondo invece quanto riporta il cardinale Corradini
(Vetus Latium.. liber II, capXVII, pag 142) Sisto V si recò più volte di persona nei luoghi più selvaggi della Palude per rendersi conto dapprima dell’ambiente da bonificare e successivamente dell’andamento dei lavori e degli effetti prodotti da quei lavori. E’ da notare che in quel tempo gli spostamenti costituivano un notevole sacrificio, specie per una persona anziana: da Roma il Papa si spostava in lettiga a Velletri e da qui, attraverso la via pedemontana Volsca a
Sezze, perché la Via Appia era allagata per buona parte dell’anno.
Da Sezze il papa scendeva in palude a dorso di mulo, attraverso la costa delle Mole, soffermandosi spesso sullo sperone di roccia chiamato in seguito Sedia del papa. Lo sperone di roccia è stato semidistrutto per far posto all’urbanizzazione, ma il nome è rimasto ad indicare tutta la località. Le frequenti visite in palude furono fatali al Santo Padre, nell’ultima compiuta nel 1589, contrasse le febbri malariche che lo condussero a morte nel giro di un anno. Il suo pontificato durò solo cinque anni.
Sisto
V
a
cura di Vittorio Del Duca
Figlio di contadini, Felice Peretti (qualcuno dice che il vero cognome fosse Ricci) al secolo Sisto
V, nacque a Grottammare (Ascoli Piceno) nel 1520
. Di temperamento ardito e risoluto, salito al soglio pontificio nel 1585 si accinse immediatamente ai lavori di bonifica della palude
pontina, diramando ai collaboratori ordini drastici e decisi per portare a compimento l’opera nel più breve tempo possibile. Uno dei maggiori ostacoli che si dovettero affrontare era rappresentato dalla presenza briganti che infestavano la palude e che trovavano riparo nella fitta macchia; gli ordini del papa furono tassativi: gli alberi di alto fusto dovevano essere sfruttati per impiccarvi tutti i banditi che mano a mano venivano catturati.
A dimostrazione della fedele esecuzione delle direttive fu persino recapitato a Roma, al Papa, un cesto di teste mozzate ai briganti.
Se la morte, avvenuta nel 1590, interruppe l’opera del grande Pontefice, i lavori che egli era riuscito a portare avanti, cioè il fiume Sisto con la foce a Torre
Olevola, gli assicurarono per sempre la gratitudine di quanti, nei secoli successivi, si dedicarono alla bonifica delle paludi
pontine.
Pio
VI alla "Sedia del Papa" prima dell'esilio
a
cura di Vittorio Del Duca
Il cardinale Giovanni Angelo Braschi salì al soglio pontificio nel 1775 assumendo il nome di
Pio VI. Nacque a Cesena il 27 dicembre 1717 e morì a Valence (Francia) il 29 agosto 1799. Come Sisto V, appena eletto ebbe in animo di studiare a fondo le possibilità di bonificare radicalmente le
Paludi Pontine. Dopo due anni di studi, le opere di bonifica furono intraprese nel 1777 a cominciare da Terracina e durarono ben 21 anni, fino al 1798, con una spesa dieci volte maggiore di quella prevista inizialmente. Quando il Papa si accinse ad effettuare i lavori, i sezzesi , che pur non avevano mai visto di buon occhio la bonifica del territorio, perché dalla palude derivava loro una discreta economia (pesca, legname, carbone,
etc) non protestarono affatto, ma fecero sapere alla Reverenda Camera Apostolica di mirare all’attribuzione delle terre redente e soprattutto di non tollerare una eventuale assegnazione ai forestieri, in loro luogo.
Il Papa nominò direttore dei lavori l’ingegnere idraulico bolognese
Gaetano Rappini e gli affiancò nell’opera altri due ingegneri : Gerolamo Scaccia e Gaetano
Astolfi. La manodopera disponibile nello Stato Pontificio non era sufficiente, furono così incaricati diversi caporali di reperirla nel limitrofo Regno di Napoli e finanche nelle patrie galere, in cambio di amnistia o di sconti sulla pena. Il Papa, da bonificatore autentico si recò per un ventennio a rendersi conto personalmente dei lavori da lui voluti e sono innumerevoli le permanenze a Terracina dove iniziarono i lavori, ma anche le visite a
Sezze, per ammirare dall’alto della
“Sedia del Papa” le terre redente, come già aveva fatto il suo
predecessore Sisto V e come ci attesta una stampa di Raphael Morghen
"Les Marais Pontains" la cui matrice è conservata presso il British Museum di Londra.
Qui sopra la stampa di Raphael
Morghen, “Le Marais Pontains” del 1798, rappresenta un momento all’inizio della breve vita dell’occupazione francese con la Repubblica Romana, e vede Pio VI avviarsi all’esilio scortato dai soldati francesi, ma vuole osservare per l’ultima volta la sua opera dall’alto di Sezze alla “Sedia del Papa”
Quando nel 1798 gli avvenimenti politici portarono il Direttorio della Repubblica francese ad ordinare al generale Berthier di arrestare Pio VI e condurlo in Francia, la bonifica era quasi ultimata ed i territori di
Sezze, Priverno e Terracina risentivano degli effetti benefici dell’opera del Papa. Pio VI si avviò così prigioniero in terra straniera, dove l’anno dopo morì, non prima però di aver espresso il desiderio di ammirare per l’ultima volta la sua opera dall’alto, e come si è detto non molto lontaqno della “Sedia del Papa”.
Nel territorio di
Sezze, allora molto più vasto, e su quello di Terracina e Priverno furono scavate le fosse
miliarie, parallele tra loro e distanziate un miglio romano l’una dall’altra, che confluirono ortogonalmente nel nuovo canale lungo la Via
Appia, chiamato Linea Pio in onore del Papa. Lungo le fosse miliarie furono costruite le strade “migliare”, i lunghi rettilinei che ancora oggi si percorrono per imboccare l’Appia. Tra le migliare furono messi a coltura i nuovi campi redenti, ma non però dai poveri contadini che fino all’ultimo sperarono, ma non più di tanto, di diventare se non proprietari, almeno enfiteuti. Per loro si verificò (nulla di nuovo sotto il sole) proprio quello che avevano paventato: i forestieri diventarono gli unici beneficiari del territorio bonificato.
Rappini infatti, venne nominato marchese e gli si concesse buona parte del terreno bonificato al di qua dell’Appia in enfiteusi perpetua ereditaria, i terreni al di là
dell’Appia furono parimenti concessi a Luigi Braschi - Onesti figlio di Giulia sorella di Pio VI, mentre 400 ettari furono assegnati alla Mensa Vescovile (cioè al clero). Così la bonifica di Pio VI, che si era presentata come una vera e propria riforma agraria, fallì il suo scopo. Degli 80.000 ettari ne furono bonificati solamente non più di 12.000 ma le opere fatte furono durature e consentirono alla bonifica integrale di Mussolini di operare nel “Circondario interno” di Pio VI, vale a dire nelle campagne di
Sezze, Priverno e Terracina, partendo da un certo grado di evoluzione modesto sotto il profilo economico e sociale, ma di gran lunga superiore allo stato selvaggio della rimanente parte di territorio da bonificare, cioè il “Circondario esterno” degli ingegneri bonificatori di Pio VI.
Primi tentativi di bonifica:
da San Lidano a Pio VI
A tentare opere di bonifica parziale dall’epoca medievale furono i religiosi. Alcuni monaci, seguaci di
San Lidano ci provarono ai piedi dei Monti Lepini, sotto Sezze. Più tardi saranno i cluniacensi a realizzare altre canalizzazioni parziali, più o meno nella stessa zona. I cistercensi, nelle opere di canalizzazione diedero vita al Fosso Nuovo, che ha dato il nome alla contrada di Fossanova, in cui sorge la storica Abbazia e che oggi è uno dei borghi più belli dell’intera provincia.
Con il consolidamento del possesso della Chiesa sull’Agro, molti pontefici si dedicarono a tentativi di liberare tanto territorio dalle acque per estendere ancora di più i loro domini: Bonifacio VIII nel 1294, Martino V dal 1417, e poi Alessandro VII, Innocenzo XI e Clemente XI. Alcuni di questi Papi riuscirono a far realizzare opere sul territorio, mentre altri si limitarono a far preparare studi da esperti di alto livello, anche da ingegneri idraulici stranieri. Papa Sisto V fu quello che più di tutti si distinse facendo un’opera che è rimasta ancora oggi: l’omonimo fiume Sisto.
C’è un altro pontefice che ha lasciato nella storia della bonifica ampia traccia di sé, Pio VI Braschi, che fece esaminare tutti i progetti sulle paludi e sui tentativi di prosciugarle. Chiese al Cardinal Boncompagni, dell’Azienda delle Acque della provincia di Bologna, di ingaggiare il migliore degli idraulici per poter completare finalmente la bonifica tentata ripetute volte dai suoi predecessori ma riuscita solo in maniera molto parziale. La scelta del cardinale cadde sul bolognese Gaetano Rappini, che, ricevuto l’incarico, volle visitare subito le paludi sia per accertare le cause delle inondazioni, sia per studiarne i mezzi per il risanamento e calcolare quanto sarebbe venuta a costare l’intera operazione. Papa Pio VI, in previsione delle eventuali complicazioni di ordine amministrativo, nominò quale commissario legale l’avvocato Giulio Sperandini, con facoltà altissime compresa quella di procedere anche contro ecclesiastici.
Allo Sperandini vennero associati, il notaio Gaspare Torriani, il geometra Angelo Sani e il perito Benedetto Talani. Gli ampi e costosi lavori hanno impegnato per svariati anni oltre tremila operai. La bonifica di Pio VI iniziò nell’autunno del 1777 ottenendo come risultato il recupero della possibilità di transito sulla via Appia e realizzò un’altra opera rimasta fino a oggi e base degli appoderamenti novecenteschi: le migliare. Si tratta di un sistema di strade e canali ortogonali all’Appia che consente e facilita l’antropizzazione. L’opera continuò con la messa a dimora di pini e di pioppi in serie per ombreggiare e consolidare le banchine del rettifilo e così si cominciò a ripopolare la zona.
Oltre alla riscoperta e alla riattivazione dell’Appia, abbandonata per essere intransitabile dall’VIII secolo, il nome di Papa Angelo Braschi è legato anche al canale, a cui fu dato il nome di Linea Pio, che fiancheggia la fettuccia. Iniziato nell’estate del 1778 fu completato dopo oltre tre anni, per una lunghezza complessiva di 21.539 metri. Nonostante tutte le precauzioni prese, anche dal punto di vista legale, l’opera di Pio VI non ebbe il consenso dei Comuni e dei privati: questi traevano laute fonti di guadagno dalle peschiere costruite sui canali, che impedivano il regolare storia della città deflusso delle acque, provocando allagamenti nei campi.
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