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ambiente & storia 2021 - 2023 |
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a cura di Vittorio Del Duca |
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Sezze, 22 dicembre 2023 Fondazione dell'Accademia degli Abbozzati e sua affiliazione all'Arcadia Romana >>> Tratto dal libro di Arianna Bernasconi Con
il trascorrere del tempo, l’istruzione superiore impartita a Sezze dai
Padri Gesuiti dà frutti sempre più efficaci e sfocia nella fondazione
dell’Accademia locale detta degli Addormentati e poi Abbozzati.
Abbiamo quindi notizie riguardanti la fondazione di questa Accademia. Nel
Seicento infatti c’era nel centro della città e in pieno splendore il
Collegio setino della Compagnia di Gesù, dove ventiquattro Padri
Gesuiti curavano l’istruzione elementare e media con le seguenti
materie: Umanità. Retorica, Fisica e e Scienze nel Ginnasio Liceo;
Filosofia e Teologia nei corsi superiori. L’Accademia
aveva ripreso il suo cammino, ma quel titolo di “Addormentati” non
andava più bene e allora la rifiorita Accademia, presieduta dal setino P.
M. Corradini di recente nominato Cardinale nell’anno 1712, gli
Addormentati divennero gli Accademici
Abbozzati con il motto Informia
formo. L’ Accademia degli Abbozzati era ormai al suo culmine. Per
gli studenti del Ginnasio – Liceo, infatti fu scritta e stampata una Sintassi per apprendere in breve tempo la lingua latina, uscita in
Roma l’anno 1747 con i tipi di Salvioni per cura dell’Accademico
abate Stefano Zucchini[3]
Fu
allora che lo stesso abate fece uscire poco dopo un accurato commento,
pure in italiano, ai primi libri dell’Eneide di Virgilio.[4]
L’ Arcadia di Roma non restò insensibile di fronte a queste opere e
l’anno 1747 la setina Accademia veniva unita all’ Arcadia, con parità
di diritti,, e mantenendo una sua autonomia culturale. Vi si iscrissero
allora studiosi come Zurla,
Lambruschini, i Vizzardelli e, in tempi a noi più vicini, il Brunelli. Per
opera della stessa Nobildonna fu costituita anche l’Accademia
Filarmonica Setina, e nel teatro comunale vennero rappresentate
opere come “Lucia” del Donizzetti ed il melodramma “ Antonio il
Masnadiero” del setino drammaturgo Conte Cesare Cerroni, noto nello
stesso ambiente di Roma, dove morì appena trentenne. Questa
Accademia fu molto importante sia per essere stata tra le prime in
Europa e sia per aver accolto persone illustri ed essersi aggregata
all’Arcadia di Roma pur mantenendo la sua autonomia. Nel
1690 essa risorse a nuova vita come attesta un’orazione in detto anno
data in luce dal P. Filippo Ciammarucone Setino, Minore Conventuale,
scritta in lode di Alessandro III degli Ottoboni in occasione del suo
innalzamento al pontificato ed accompagnata da vari componimenti latini
ed italiani di altri Accademici. Con
il nome degli Addormentati si mantenne l’adunanza sino fino al 1744,
quando prese il titolo degli Abbozzati e la Impresa d’un orsa coi suoi
parti informi col motto Informia formo donec perfecta come si rileva dalle “Memorie
istoriche dell’adunanza degli Arcadi” del Custode Generale Michel
Giuseppe Morei (Roma 1761) ove a pag. 208 si menziona dell’Accademia
Colonia Setina presieduta dal Vicecustode Stefano Zucchino Stefani, fra
gli Arcadi. Sin
dal 1744 gli Abbozzati avevano fatto costruire un proprio teatro ed
ancora nel 1853 fioriva e godeva buon nome la loro adunanza. Il Dott.
Marcotulli ce lo attesta dicendo come da
ogni canto d’Italia non solo, ma dalla Capitale del mondo civilizzato
della istessa Parigi cioè e da altre città principali della Francia,
dalla Spagna, e finalmente dalla rispettabilissima Atene, che fu cuna
dello umano sapere, continue istanze lor pervenivano, onde esservi
aggregati da distinti personaggi. Da
ciò che segue possiamo trarre alcune notizie che riguardano
l’affiliazione dell’Accademia degli Abbozzati all’Arcadia Romana e
alcune sue pubblicazioni. Ciò
fu soltanto possibile dopo la sua morte (1743) quando l’Accademia
setina cominciò a fregiarsi di interessanti pubblicazioni filologiche
di cui sono ancora reperibili nelle biblioteche la “Sintassi della
lingua latina” dell’abate Stefano Zucchini, tanto fortunata da
essere persino adottata dal Collegio Romano (1747) e un “commento sul
libro I e II dell’Eneide. Ora,
la lettura attenta di queste lettere non solo conferma esplicitamente la
data di fondazione della Colnia Arcadica in Sezze, ma evidentemente
suppone una continuità di scambio culturale mai interrotto, altrimenti
non si comprenderebbe il contenuto delle stesse lettere. [1]
VINCENZO VENDITTI Un’antica
Accademia Lepina in Strenna Ciociara 1968, pp 110- 114 [2]
VINCENZO VENDITTI Un’antica
Accademia Lepina, op. cit. p. 50 [3]
SALVIONI, Sintassi Latina, 1747 [4]
Dialoghi sul libro dell’Eneide, presso Antonio De Rossi, Roma,
1748 [5]
VINCENZO VENDITTI, Strenna
Ciociara, op. cit., p.50 [6]
M. MAYLANDER, Storia delle Accademie d’Italia, Sezze, Accademia degli Addormentati,
vol. I, ediz. Cappelli, Bologna 1926, pp.67- 68 [7]
VINCENZO VENDITTI, L’Arcadia,
in Bollettino Diocesano, Anno III, num. 2, Aprile – Giugno 1970,
pp 44-45 [8]
VINCENZO VENDITTI, L’Arcadia,
in Bollettino Diocesano, Anno III, num. 2, Aprile – Giugno 1970,
pp 44-45
Sezze, 15 dicembre 2023 I primi albori della scuola Setina
La venuta dei padri
Gesuiti A
Sezze non mancarono i maestri e le scuole, come dimostra l’esistenza
di documenti scritti in loco, tuttavia non sappiamo nulla della loro
struttura prima della venuta dei Padri Gesuiti (1580) Di
questi tempi, come corpo insegnante emergevano i Gesuiti, ai quali i
Setini si rivolsero per averli come maestri nelle loro scuole. Da un
documento riguardante la fondazione del Collegio Gesuitico, conservato
nella Curia Generale dei Gesuiti di Roma, apprendiamo che fu di
fondamentale importanza per la fioritura della scuola setina la presenza
della Compagnia Di Gesù. La
fondazione del Collegio di San Pietro I
Setini, tramite la raccomandazione della sorella del Pontefice Sisto V,
Camilla Peretti, riuscirono ad avere nel loro paese la venuta dei
Gesuiti, che imposero alla cittadinanza gravose condizioni, tra cui la
costruzione del Collegio e della chiesa di San Pietro: nonostante tutto,
esse vennero accettate nell’adunanza popolare del 6 febbraio 1589. A
conclusione dei lavori, le spese sostenute dal Comune di Sezze per la
costruzione del Collegio furono di scudi 49.528 che, rapportati in lire
dopo l’Unità d’Italia corrispondevano alla cifra di lire 266.293,
oggi all’incirca 5 milioni di euro. I
primi insegnamenti dei Padri Gesuiti Intanto
i padri Gesuiti, in attesa della fondazione del Collegio, abitarono
nella casa dell’Arciprete setino Rossi, dando inizio
all’insegnamento. Iniziarono con due scuole, senza la Logica e la
Filosofia, non avendole richieste la comunità, che pagò un maestro per
gli abbecedari e i principianti, conforme alle costituzioni della
Compagnia. Con
la soppressione dell’ordine dei Gesuiti venne “sgominato il locale
di San Pietro e benché il Comune avesse nominato due Deputati per
l’amministrazione dei beni, il Vescovo si intromise e vi portò il
Seminario della Diocesi, nominando Economo ed Amministratore un certo
canonico Tito Berti. I Setini allora mossero querela alla Congregazione
Speciale dei Cardinali[3] La
Congregazione accolse l’istanza stabilendo il 30 agosto 1773 che Mons.
Alfani prenda duri provvedimenti necessari, a ciò che il Vescovo di
Sezze eseguisca scrupolosamente gli ordini di Nostra Santità, enunciati
nel breve che Mons. Tesoriere, deposto ogni soggetto e Amministratore
creato dal Vescovo sui beni del Collegio di Sezze, deputi un nuovo
Amministratore il quale coll’intelligenza della Comunità e Deputati
della medesima eletti, regoli il temporale economico di detto Collegio. I
rimanenti beni dati in dotazione ai Gesuiti, furono concessi in affitto
a privati. In seguito anche questi beni, con il pretesto della cattiva
conduzione, passarono in enfiteusi al Seminario con un canone annuo di
scudi 600. Nella
stipula dell’atto fu posta una postilla la quale diceva: In
qualunque futuro tempo venisse ripristinato nell’antico sistema il
Collegio dei Padri Gesuiti in Sezze per l’educazione della gioventù,
debba allora intendersi sciolta e risoluta l’enfiteusi, e sia il
Seminario tenuto a restituire il Collegio, ripristinati tutti i suddetti
beni ricevuti in enfiteusi. Il
Papa fu costretto ad allontanarsi dalla città ed i Giacobini
proclamarono la Repubblica Romana e la fine del Potere Temporale [1]
Intervento del consigliere comunale Lombardini nella seduta del 2
sett. 1873, delibera n. 42 vol I [2]
Archivio notarile di Latina, vol III, atto 35 [3]
Archivio del Comune di Sezze, delibera n. 42, volume I
Sezze, 21 ottobre 2023 Museo Archeologico - ore 17,30 Presentazione del libro di Vittorio Del Duca il servizio >>> Sezze, dalle orme dei dinosauri all'avvento del cristianesimo
Sezze, 21 maggio 2022 Le
sorgenti e le terme romane dell'Acquevive Racconta
il Venerabile Cardinal Corradini nel Vetus
Latium Sacrum et Prophanum (anno 1734 Liber II, Caput XIX, pag.157 )
che ai suoi tempi furono rinvenuti presso le sorgenti dell’Acquaviva
alcuni tubi di rame e altri resti che fecero pensare all’esistenza in
loco di antiche terme romane, appartenute alla villa di Mecenate. Sapendosi
che una villa di Mecenate era nel pontino ed essendo noto che le ville
di costui di solito erano accanto a quelle dell’imperatore, il
Corradini colloca tale villa, che comprendeva nella sua estensione le
sorgenti dell’Acquaviva, non lontano dagli avanzi del Palatium
dell’imperatore Augusto. A
testimoniare la villa dell’imperatore Augusto nel setino restano lungo
la vecchia S.S.156 alcuni ruderi del suo antico Palatium, chiamato oggi
volgarmente Le Grotte e se è
vero che la toponomastica è il luogo dove si conservano meglio i
ricordi, tutta la fertile campagna prospiciente tali ruderi viene
chiamata anche ora dalla tradizione popolare Quarto
Palazzo, a memoria del maestoso palazzo dell’imperatore. Che
il Palatium sia la residenza di un imperatore non vi è dubbio alcuno,
perché con tale termine i Romani intendevano solo ed esclusivamente la
residenza dell’imperatore, mentre chiamavano le altre dimore
“domus” o “villae”, come ben descritto da Varrone,
Vitruvio e Columella.
Augusto
aveva dunque edificato ai piedi del colle di Setia una delle sue
residenze, in quanto il vino cecubo prodotto in questa parte del
territorio setino gli avrebbe alleviato le sofferenze dello stomaco (
Vinum setinum Divus Augustus cunctis praetulit,.Plinio lib 14 cap 6 n°5.) Giuseppe
Ciammarucone, dottor di legge, nella sua
Descrittione
della ctità di Sezza , anno 1641, pag 63, ci
ha lasciato una magnifico e dettagliato ricordo delle sorgenti
dell’Acquaviva del suo tempo: “E
acciò questo felice paese non avesse a desiderare cosa alcuna, produsse
la Natura in mezzo della sua fertile campagna un limpidissimo fonte da
noi detto Acquaviva, commodo e grato agli uomini e agli armenti,
ristorato ultimamente d’ordine di Monsignor Coti, Governatore di
Campagna; presso il quale si scorge picciola Chiesa di tavole, principio
di grossa fabbrica in honore della Beatissima Vergine, che stando già
dipinta sopra d’un pezzo di ruinosa conicella, si compiace di far
mille gratie à noi mortali, come ben l’attestano li voti d’ogni
intorno al sacro Tempio appesi; quindi poco discosto vedonsi alcune mura
guaste, vestigio di loco abitato, ma di quelle non se n’è potuto
hauere altra notitia, se non che si stima essere una delle Città della
Palude Pontina.” Accanto
a queste sorgenti, fu costruito nel 1933, durante la bonifica idraulica
delle paludi pontine, un magnifico fontanile con abbeveratoio, unico
rimasto nel campo setino, grazie alle cure del sottoscritto per trovarsi
prospiciente alla propria azienda agricola. In vicinanza del fontanile,
a protezione dalla temibile zanzara anofele, portatrice della malaria,
venne piantumato nello stesso anno un albero di eucaliptus che, con gli
anni, è diventato un monumento naturale dalle proporzioni gigantesche,
forse il più grande dell agro pontino. Le
sorgenti dell’Acquaviva disseccarono negli anni “50, in seguito
all’indiscriminato scavo di pozzi per le mutate esigenze idriche
dell’agricoltura, che scopriva la sua naturale vocazione alle nuove
colture intensive di insalate e di vari ortaggi. Resterà
sempre vivo nei miei ricordi quando, da bambino, bevvi l’acqua limpida
e fresca di queste sorgenti dalle mani mia madre. Imparai un modo di
bere “alla campagnola”, ma allora le mie mani erano troppo piccole
per riuscirci e mai avrei immaginato che da grande non avrei potuto più
farlo. Non perché le sorgenti dell’Acquaviva erano sparite, ma perché
l’uomo aveva iniziato a distruggere la grande bellezza del paradiso
terrestre che il Signore ci aveva donato. Sezze, 31 marzo 2022 Ricordando Toto Esiste una categoria di persone che non dovrebbe
morire mai e quando scompaiono ti resteranno sempre nel cuore. Possiamo
perdere la loro presenza e la loro voce, ma ciò che hai imparato dagli
insegnamenti e dai racconti che ti hanno lasciato, non lo perderemo mai
e vivranno per sempre nei nostri pensieri e nei nostri ricordi. Salvatore Santucci,
chiamato affettuosamente Toto, è stato tutto questo per quanti
lo hanno conosciuto. Nato a Sezze il 26 ottobre 1930 e
scomparso il 1 gennaio di quest’anno all’età di 91 anni è
stato l’ultimo rappresentante della categoria dei “bovari”,
come egli stesso amava definirsi, un mestiere appreso sin da
bambino dal padre e dal nonno, antichi bovari della masseria
Pietrosanti - Boffi, presso le quali anche lui prestò attività
lavorativa negli anni giovanili. Profondo conoscitore delle tradizioni, degli usi
e dei costumi della passata civiltà contadina, che ha vissuto sino al
tramonto e che spesso confrontava con la nostra epoca, era prodigo di
racconti a quanti ne manifestavano interesse. È stato amico e collaboratore nella coltivazione
dei carciofi della mia azienda, un “carcioffolaro” per eccellenza.
Voglio ricordarlo con una sua narrazione che pubblicai nel 2019 in
occasione della 50esima Sagra del Carciofo nel mio libro “Il Carciofo
di Sezze - Usi, Costumi e Tradizioni”:
Si
era nel mese di Aprile1942, la Pasqua era passata e cominciava a
fare caldo. Ero stato con mio padre, Antonio, al mercato dei carciofi
perché nell’osteria di ‘Mbertina, davanti il piazzale della
Stazione, si vendevano oltre ai vini, le gassose e le aranciate che a me
piacevano tanto e papà mi
aveva promesso di comprarmele. Avevo
dodici anni –
continua Salvatore - ero sempre
stato un bambino terribile e allo stesso tempo curioso. Da piccolo
scappavo spesso dall’asilo di via Annia, insieme ad altri bambini
terribili, approfittando dell’attimo di distrazione delle suore. Ci
mettevamo l’uno sulle spalle dell’altro in modo da poter
afferrare il catenaccio del portone, che avevano messo apposta in
alto per non farcelo prendere e scappavamo correndo
all’impazzata. Con
noi scappavano pure i “mammòcci ntuntìchi[1]”. Li chiamavamo così perché dopo una
brevissima corsa, giunti in piazza dei Leoni non sapevano più quello
che dovevano fare e si facevano subito acciuffare dai Carabinieri, che
avendo la caserma in piazza, li riportavano all’asilo a calci nel
sedere. Noi
invece, figli di bovari, correvamo come pazzi per il paese, inseguivamo
il camion di Meschini[2],
un Fiat Biella[3]
(Fiat
BL18) carico di “sciuscelle”[4], le sfilavamo e ce le
mangiavamo, andavamo fuori porta a fare le scampagnate a Suso e quando
era la stagione andavamo “pe cerasa”[5]
ci riportavamo le “uottacòle”[6] e ci veniva pure la
cacarella. Qualche
volta siamo andati per le “coste” a
“scafe”[7] e pure a “carcioffoligni”[8]
e ritornavamo con le labbra tutte“ntente”[9]. Insomma sapevamo bene come
trascorrere la giornata, eravamo figli di bovari, svegli, non ci
facevamo certo prendere dai Carabinieri noi, ma sapevamo pure che la
sera, a casa, ci aspettavano le mazzate dei nostri genitori e dei
fratelli pù grandi. Per fortuna che io ero il più grande della
famiglia, ma un mio amico che era il più piccolo di sette fratelli e
quattro sorelle, potete immaginare quanti schiaffi e calci si prese,
poverino!- Così
quel giorno di Aprile 1942, al mercato, fui incuriosito dagli autocarri
dei commercianti di carciofi. Erano
simili a quelli che già conoscevo di Meschini e di Cirulli[10], ma le targhe erano diverse,
provenivano da fuori provincia. Buona parte
di questi erano i Fiat Biella (BL
18),
quelli usati dall’esercito italiano durante la prima guerra mondiale,
avevano i cerchi di ferro e le ruote ripiene di gomma, senza camera
d’aria, si mettevano in moto con la manovella in dotazione ed i fari
si accendevano con i
prosperi[11].
La loro portata era di 50 quintali. Incuriosito
mi misi a leggere le province delle varie targhe, Milano, Pescara,
Reggio Emilia, Firenze, Perugia, Roma, Forlì, ed alcuni erano targati
LT; erano circa una quindicina di mezzi, oltre ad alcune Balilla
trasformate in autocarro e provenienti dai Castelli Romani . Una
di queste Balilla, ricordo, apparteneva ad una signora di nome Marisa,
veniva dai Castelli romani e tutti la salutavano con simpatia e rispetto
facendole gli auguri; la ragione era, che oltre ad essere una donna
molto bella e simpatica, ogni anno si presentava al mercato con il
pancione di una nuova gravidanza, pertanto riceveva doppi auguri, sia
per l’ultimo nato che
per quello che doveva nascere. Aveva già sette figli e stava
all’ottava gravidanza. Quel
giorno, avevo contato, si
stavano caricando 42 vagoni merci di
“Tuppitto. Siccome cominciava a fare caldo, per farli viaggiare
freschi si faceva sul vagone una prima stipa di carciofi alta un metro,
poi vi si ponevano sopra tre travature di ghiaccio e si continuava a
riempire sino al soffitto. Il
ghiaccio lo faceva Eleonora Fanelli sopra a Sezze, erano blocchi di
forma parallelepipeda, lunghi più di
un metro e con una sezione di circa cinquanta centimetri per
cinquanta e anche più, erano pesanti e per scaricarli dal camion e
posizionarli sui vagoni occorreva
la forza di due uomini. In
tempi più antichi i contadini portavano i carciofi al mercato
dentro grossi sacchi di iuta, erano già tutti contati, tanti a
sacco e comprensivi della “conta” del 6%,
cioè ogni cento carciofi se ne regalavano sei all’acquirente,
come da usanza. Durante
la conta in campagna, le carciòffole[12] venivano prese
dal mucchio a cinque
a cinque, tre con una mano e due con l’altra, e si contava per ventuno
volte, o come si diceva per “ventuno mani” (cioè 105 carciofi ), si
metteva un carciòfo da parte a indicare il primo centinaio e si
ricominciava daccapo, da uno sino a ventuno più il carciofo da parte
come conta e così per più volte sino ad esaurimento del mucchio. Il
numero dei carciofi messi da parte, la cosiddetta “conta” ricordava
quante centinaia di carciofi erano state contate. [1]
E’ una forma dialettale per indicare bambini poco vivaci [2]
La famiglia Meschini era titolare di un
magazzino di generi alimentari ed era il principale rifornitore
delle botteghe di generi alimentari e dei forni del luogo [3]
Fiat BL
18 [4]
Forma
dialettale per indicare le carrube, chiamate in loco anche pacche
secche, [5]
Si andava a ciliege [6]I
ragazzi non disponendo di un recipiente per portare a casa le
ciliegie ne facevano una composizione, detta in dialetto uottacòla,
intrecciandole tra di loro attorno ad un ramoscello e gareggiando in
abilità a chi riusciva a farla più grande. Non poche volte e
diplomaticamente, si regalavano alle maestre per farsi perdonare
l’ assenza dalla scuola. [7]
Fave fresche [8]
Carciofini [9]
I carciofini, mangiati crudi, in virtù dei loro contenuti di
cinarina ed inulina, hanno il potere di tingere le labbra di un
colore viola scuro. [10]
Amedeo Cirulli, prima di aprire a Sezze Scalo un negozio di prodotti
e carburanti per l’agricoltura, aveva un’attività di trasporto
merci, svolta con uno dei primi autocarri della Fiat, l’autocarro
BL 18. [11]
Erano fari a carburo e si accendevano con i fiammiferi [12] I carciofi
Sezze, 17 gennaio 2021 Traduciamo il Corradini
Nel Vetus Latium Profanum et Sacrum del 1705 al Tomus Secundus, 240 pagine e 23 capitoli, è descritta la storia antica di Sezze
Molto
è stato scritto sul Cardinale Corradini, sulla sua vita e sulle opere,
in particolare sull’Istituto della Sacra Famiglia da lui fondato.
Nondimeno si è parlato del suo grande patrimonio di scritti a carattere
giuridico ed archeologico che ci ha lasciato in eredità. Questi libri furono scritti dal Corradini interamente in latino, lingua che oggi non viene più usata come mezzo di comunicazione e quindi appannaggio di pochi eruditi di civiltà classica.
È
la seconda storia del nostro paese, dopo quella di 71 pagine, scritta
nel 1641 da Giuseppe Ciammarucone dottor
di legge e zio di Porzia Ciammarucone, madre del Corradini, ovvero Descrittione
della Città di Sezza Colonia Latina di Romani. Il
testo del Vetus Latium Profanum et Sacrum fu inserito dal Corradini nel
1718 anche nella sua opera più vasta
De Primis Antiqui Latii Populis, nel secondo dei dieci tomi di cui
è composta (Setina et Circejensis Historia) senza alcuna revisione. Nel
Vetus Latium Profanum et Sacrum
il Cardinale, dopo un’introduttiva visuale panoramica sulle antiche
memorie latine e romane, passa a descrivere analiticamente i monumenti
della sua Sezze e del Circeo (liber tertium) corredati di alcune
illustrazioni. È un lavoro di erudizione immenso, che consacrò
l’autore principe degli archeologi del Lazio; una miniera di
informazioni da cui hanno attinto tutti gli autori di storia locale e
che rappresenta anche oggi un punto di riferimento per nuove ricerche
sul territorio. Io
stesso, me ne sono avvalso per la ricerca sul cecubo, ma ho dovuto
rispolverare le mie reminiscenze di latino, insieme al vecchio ed
immortale vocabolario Angelini. In
tutta sincerità debbo riconoscere che per me, che non mi occupo di
latino dai tempi della scuola, è stato un lavoro difficile e penso di
non sbagliare se dico che lo sarà ancora di più, se non addirittura
impossibile, alle nuove e future generazioni perché gran parte di loro
non hanno fatto gli studi classici. Da queste considerazioni sarebbe auspicabile per la nostra storia, che il Vetus Latium profanum et Sacrum, tomus secundus, venga tradotto in italiano da qualche nostro erudito e volenteroso concittadino o magari, perché no, dagli studenti del liceo classico Pacifici e De Magistris di Sezze, perché possa rappresentare e restare beneficio e patrimonio dell’intera comunità. Riproduzione del Corradini dei Ruderi della villa di Mecenate e di Augusto in località Quarto Palazzo
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