ambiente & storia 

2021 - 2023

a cura di Vittorio Del Duca

Sezze, 22 dicembre 2023

Fondazione dell'Accademia degli Abbozzati e sua affiliazione all'Arcadia Romana

>>> Tratto dal libro di Arianna Bernasconi

Con il trascorrere del tempo, l’istruzione superiore impartita a Sezze dai Padri Gesuiti dà frutti sempre più efficaci e sfocia nella fondazione dell’Accademia locale detta degli Addormentati e poi Abbozzati. Abbiamo quindi notizie riguardanti la fondazione di questa Accademia. Intorno al Seicento nacque a Sezze un’Accademia culturale, di interesse tutt’altro che irrisorio, sia per essere stata tra le prime che fiorirono un Europa, sia per i nomi illustri che raccolse. Un primo cenno dell’Accademia setina l’abbiamo nel volume scritto dal dott. Giuseppe Ciammarucone Descrittione della città di Sezza nell’anno 1641. In questo volume sono riportate in appendice alcune composizioni greche, latine ed italiane tra le quali si cita un elegante epigramma latino ed un bel sonetto di Francesco Della Valle. Leggendo questi sonetti seicenteschi si può vedere quanta schiettezza di ispirazione e agilità ritmica sia in essi. 

Nel Seicento infatti c’era nel centro della città e in pieno splendore il Collegio setino della Compagnia di Gesù, dove ventiquattro Padri Gesuiti curavano l’istruzione elementare e media con le seguenti materie: Umanità. Retorica, Fisica e e Scienze nel Ginnasio Liceo; Filosofia e Teologia nei corsi superiori. Il Collegio attingeva la vitalità dal Collegio Romano al quale era unito. Poiché intorno al Seicento molte persone erano dedite agli studi e si dilettavano nel fare composizioni è naturale che si pensasse ad un’Accademia. Con la peste scoppiata nel 1656 ci fu un periodo di stasi della feconda attività.[1] ma passata la peste ripresero gli studi e nell’anno 1690, l’Accademia detta in un primo tempo degli “Addormentati” risorse a nuova vita, come dimostra  un opuscolo stampato dal Minore Conventuale P. Filippo Ciammarucone, setino, edito nello stesso anno 1690 e dedicato al Papa Alessandro VIII della famiglia Ottoboni: Per le glorie immortali di Alessandro VIII- Orazione accademica recitata nella città di Sezze nell’Accademia degli Addormentati nuovamente eretta nel Palazzo del Rev.mo Sig.re Abate Pontini Francesco, Arcidiacono, Protonotario Apostolico, Auditore e  Commissario della Rev.ma Fabbrica di San Pietro di Roma, alla presenza dell’Ill.mo Sig.re D. Lorenzo Gherardi Governatore di Marittima e Campagna.[2]

L’Accademia aveva ripreso il suo cammino, ma quel titolo di “Addormentati” non andava più bene e allora la rifiorita Accademia, presieduta dal setino P. M. Corradini di recente nominato Cardinale nell’anno 1712, gli Addormentati divennero gli Accademici Abbozzati con il motto Informia formo. L’ Accademia degli Abbozzati era ormai al suo culmine. Per gli studenti del Ginnasio – Liceo, infatti fu scritta e stampata una Sintassi per apprendere in breve tempo la lingua latina, uscita in Roma l’anno 1747 con i tipi di Salvioni per cura dell’Accademico abate Stefano Zucchini[3] L’originalità dell’impostazione è nel fatto che fu per la prima volta scritto in lingua italiana un libro del genere, per fare una strada più spedita, e più aperta alla lingua latina, mentre si conosce dall’uso che porre in mano Grammatica Latina ai giovani principianti non è altro, che mettere alla tortura i loro intelletti per anco teneri ed incapaci, e sarebbe lo stesso, che ad uno cui si volesse insegnare la lingua turchesca, gli si parlasse da turco, e gli si ponesse davanti agli occhi una grammatica del medesimo idioma, del quale ne fosse ignorante. La grammatica così concepita fece fortuna, fino a pervenire al Collegio Romano. 

Fu allora che lo stesso abate fece uscire poco dopo un accurato commento, pure in italiano, ai primi libri dell’Eneide di Virgilio.[4] L’ Arcadia di Roma non restò insensibile di fronte a queste opere e l’anno 1747 la setina Accademia veniva unita all’ Arcadia, con parità di diritti,, e mantenendo una sua autonomia culturale. Vi si iscrissero allora studiosi come  Zurla, Lambruschini, i Vizzardelli e, in tempi a noi più vicini, il Brunelli. Dopo la Rivoluzione Francese, restituito Pio VII a Roma, l’Accademia soprattutto per impulso della Nobildonna Pacifici De Magistris, che consumò tutto il suo patrimonio perché risorgessero tre istituti: il Ginnasio per i giovani, l’Istituto normale (o Magistrale) per le giovinette, e una scuola di disegno per operai, si sentì più che mai legata alla sua tradizione culturale.  

Per opera della stessa Nobildonna fu costituita anche l’Accademia Filarmonica Setina, e nel teatro comunale vennero rappresentate opere come “Lucia” del Donizzetti ed il melodramma “ Antonio il Masnadiero” del setino drammaturgo Conte Cesare Cerroni, noto nello stesso ambiente di Roma, dove morì appena trentenne. Il Ginnasio continuò, ed è tutt’ora funzionante, anche dopo che i Gesuiti lasciarono la città, in seguito alla caduta del potere temporale[5].  

Questa Accademia fu molto importante sia per essere stata tra le prime in Europa e sia per aver accolto persone illustri ed essersi aggregata all’Arcadia di Roma pur mantenendo la sua autonomia. Riporto integralmente alcune pagine di un testo di Maylander “Storia delle Accademie d’Italia”, nelle quali vi sono notizie riguardanti l’Accademia  degli Abbozzati di Sezze: Sebbene ai tempi di Leone X sia stata ricondotta la sua  origine e la si abbia perciò esaltata quale prima Accademia, non che dell’Italia, ma  d’Europa intera, tuttavia tra il 1641 e il 1690 dobbiamo fissarne la nascita. Si smarrì completamente il nome di chi fu l’istitutore, e null’affatto si conosce dei suoi Accademici, delle Leggi ed Impresa.  

Nel 1690 essa risorse a nuova vita come attesta un’orazione in detto anno data in luce dal P. Filippo Ciammarucone Setino, Minore Conventuale, scritta in lode di Alessandro III degli Ottoboni in occasione del suo innalzamento al pontificato ed accompagnata da vari componimenti latini ed italiani di altri Accademici. Da questa orazione, di cui non è menzionato il luogo della stampa, volle il Dott. Luigi Marcotulli nei suoi Cenni storici dell’antichissima Accademia della città di Sezze sotto il titolo degli Addormentati, quindi degli Abbozzati, letti nella mensile accademia tornata del 5 maggio 1853 ecc. (Velletri, tip. della ved. Ercole Sartori, 1853) trarre argomenti per far risalire i primi vagiti degli Addormentati ai tempi di Leone X, cioè all’inizio del secondo decennio del secolo XVI. Ma le ragioni che il solerte storico della setina Accademia seppe portare in campo, se valgono a procurargli lode di sviscerato municipalismo non avvalorano la sua asserzione. Tutt’al più gli riuscì di far rimontare al 1656 la nascita degli Addormentati e di accumulare un monte di errori madornali riguardo alle date di fondazione delle altre principali Accademie d’Italia e delle estere nazioni.  

Con il nome degli Addormentati si mantenne l’adunanza sino fino al 1744, quando prese il titolo degli Abbozzati e la Impresa d’un orsa coi suoi parti informi col motto Informia formo donec perfecta come si rileva dalle “Memorie istoriche dell’adunanza degli Arcadi” del Custode Generale Michel Giuseppe Morei (Roma 1761) ove a pag. 208 si menziona dell’Accademia Colonia Setina presieduta dal Vicecustode Stefano Zucchino Stefani, fra gli Arcadi. Questa colonia venne dedotta in seno agli abbozzati nel 1747, mantenendo tuttavia le leggi premiere ed una certa tal quale indipendenza dalla romana adunanza degli Arcadi, specie perché di solito il Vescovo di Sezze le era largo di protezione. A capo dell’Accademia stava un Console, un Segretario, l’Archivista ed il Bibliotecario di carica biennale e quattro Censori perpetui. Dopo una lunghissima interruzione causata dall’invasione francese, rivisse l’Adunanza sotto il consolato di Giuseppe Capitan Cerroni al quale successero l’Arciprete D, Giuseppe De Angelis, già suo segretario, il Maggior Giuseppe Carnebianca, il già lodato Dott. Luigi Marcotulli, l’Arciprete Domenico Persi, Don Gaetano Ulgiati, Mons. Arcidiacono Gregorio Villa, Nicolò Passerini, Proposto del Bollo e Registro,, il canonico D. Giuseppe Di Bella, il canonico D. Salvatore Turchi e Mons. D. Giovanni Galla, Vicario Apostolico di Sezze e Segni.  

Sin dal 1744 gli Abbozzati avevano fatto costruire un proprio teatro ed ancora nel 1853 fioriva e godeva buon nome la loro adunanza. Il Dott. Marcotulli ce lo attesta dicendo come da ogni canto d’Italia non solo, ma dalla Capitale del mondo civilizzato della istessa Parigi cioè e da altre città principali della Francia, dalla Spagna, e finalmente dalla rispettabilissima Atene, che fu cuna dello umano sapere, continue istanze lor pervenivano, onde esservi aggregati da distinti personaggi. In oggi l’Accademia degli Abbozzati, dimentica dei trascorsi periodi di fioritura merita l’antico nome degli Addormentati[6]

Da ciò che segue possiamo trarre alcune notizie che riguardano l’affiliazione dell’Accademia degli Abbozzati all’Arcadia Romana e alcune sue pubblicazioni. Molto interessante la relazione della famosa Arcadia Romana, fondata nel 1690 per opera soprattutto di G. V. Gravina e del Crescimbene,con le nostre terre pontine: specificatamente, nel caso, Sezze, allora a guida del movimento culturale artistico per opera del Collegio setino dei Padri della Compagnia di Gesù. Quando il Gravina e i Crescimbene dettero vita all’Accademia Romana “Arcadia” l’anno 1690, tra i cofondatori fu annoverato l’allora, giovanissimo setino Pietro Marcellino Corradini che divenne poi Cardinale. Ma il Corradini aveva anche incrementato la locale Accademia setina degli “Abbozzati” e mantenne sempre nel cuore il segreto desiderio di vederla affiliata alla romana “Arcadia” pur nella sua debita autonomia  come Colonia[7]  

Ciò fu soltanto possibile dopo la sua morte (1743) quando l’Accademia setina cominciò a fregiarsi di interessanti pubblicazioni filologiche di cui sono ancora reperibili nelle biblioteche la “Sintassi della lingua latina” dell’abate Stefano Zucchini, tanto fortunata da essere persino adottata dal Collegio Romano (1747) e un “commento sul libro I e II dell’Eneide. Fu così che nell’anno 1747 l’Accademia setina fu chiamata agli onori di “Colonia dell’Arcadia”. Ciò risulta da due lettere autografe, a tutt’oggi inedite, riportate in appendice, indirizzate dallo stesso Custode Generale dell’Arcadia, Mons. Agostino Martolino, all’allora Vescovo Diocesano Mons. Tommaso Mesmer, in occasione del bicentenario del glorioso sodalizio romano[8].  

Ora, la lettura attenta di queste lettere non solo conferma esplicitamente la data di fondazione della Colnia Arcadica in Sezze, ma evidentemente suppone una continuità di scambio culturale mai interrotto, altrimenti non si comprenderebbe il contenuto delle stesse lettere.

 


[1] VINCENZO VENDITTI Un’antica Accademia Lepina in Strenna Ciociara 1968, pp 110- 114

[2] VINCENZO VENDITTI Un’antica Accademia Lepina, op. cit. p. 50

[3] SALVIONI, Sintassi Latina, 1747

[4] Dialoghi sul libro dell’Eneide, presso Antonio De Rossi, Roma, 1748

[5] VINCENZO VENDITTI, Strenna Ciociara, op. cit., p.50

[6] M. MAYLANDER, Storia delle Accademie d’Italia, Sezze, Accademia degli Addormentati, vol. I, ediz. Cappelli, Bologna 1926, pp.67- 68

[7] VINCENZO VENDITTI, L’Arcadia, in Bollettino Diocesano, Anno III, num. 2, Aprile – Giugno 1970, pp 44-45

[8] VINCENZO VENDITTI, L’Arcadia, in Bollettino Diocesano, Anno III, num. 2, Aprile – Giugno 1970, pp 44-45



Sezze, 15 dicembre 2023

I primi albori della scuola Setina

La venuta dei padri Gesuiti

A Sezze non mancarono i maestri e le scuole, come dimostra l’esistenza di documenti scritti in loco, tuttavia non sappiamo nulla della loro struttura prima della venuta dei Padri Gesuiti (1580) Queste, certamente erano tenute non dai laici ma da religiosi e forse erano private. Infatti “come in tutte le città italiane, anche nella nostra, non si impartiva pubblica istruzione e solo nel 1577 ci è dato di vedere un breve di Gregorio XIII, “che accorda un maestro per elementi di lingua latina con lo stipendio annuo di scudi 100[1].

Di questi tempi, come corpo insegnante emergevano i Gesuiti, ai quali i Setini si rivolsero per averli come maestri nelle loro scuole. Da un documento riguardante la fondazione del Collegio Gesuitico, conservato nella Curia Generale dei Gesuiti di Roma, apprendiamo che fu di fondamentale importanza per la fioritura della scuola setina la presenza della Compagnia Di Gesù. I Gesuiti non conducevano soltanto una vita di contemplazione ma lavoravano per il mondo, ora come confessori, ora come insegnanti. Tenevano conto dell’arte, dell’eloquenza ma soprattutto dell’istruzione. I figli dei nobili studiavano nei loro collegi, che si differenziavano dagli altri per la qualità del loro insegnamento. Dalle loro scuole uscirono i più valenti predicatori, come don Romualdo Abenda, nell’Ottocento.

 

La fondazione del Collegio di San Pietro

I Setini, tramite la raccomandazione della sorella del Pontefice Sisto V, Camilla Peretti, riuscirono ad avere nel loro paese la venuta dei Gesuiti, che imposero alla cittadinanza gravose condizioni, tra cui la costruzione del Collegio e della chiesa di San Pietro: nonostante tutto, esse vennero accettate nell’adunanza popolare del 6 febbraio 1589. Dette condizioni, in seguito non bastarono più alla Compagnia di Gesù, che richiese ai setini maggiori sacrifici, e ancora una volta, questi, desiderosi di avere una scuola acconsentirono concedendo altri privilegi. Queste esosità vengono ricordate dal Lombardini nel suo accalorato intervento al Consiglio Comunale, (seduta  del 2- 9- 1873) che testualmente diceva: Per sempre più condiscendere alle esigenze della Compagnia di Gesù, per le fabbriche da farsi, cedette il Comune di Sezze il fruttato delle selve cedue, che possedeva con lo stipulato in atti di Marzio Neri (21 /6 1591), la somma di scudi 13.440, e richiamato negli atti allegati per dotazione, venne pagata per scudi 3000 dagli eredi Pilorci, per altri scudi 3.000 venne ceduto un censo di scudi 200 che il Comune di Sezze aveva acquistato da Odescalchi e i rimanenti scudi 7440 si pagarono dal Banco di Rospigliosi per girata fattane dal Comune, come creditore di affitti delle selve.[2]

A conclusione dei lavori, le spese sostenute dal Comune di Sezze per la costruzione del Collegio furono di scudi 49.528 che, rapportati in lire dopo l’Unità d’Italia corrispondevano alla cifra di lire 266.293, oggi all’incirca 5 milioni di euro.

 

I primi insegnamenti dei Padri Gesuiti

Intanto i padri Gesuiti, in attesa della fondazione del Collegio, abitarono nella casa dell’Arciprete setino Rossi, dando inizio all’insegnamento. Iniziarono con due scuole, senza la Logica e la Filosofia, non avendole richieste la comunità, che pagò un maestro per gli abbecedari e i principianti, conforme alle costituzioni della Compagnia. Il 25 .4. 1621, terminata la costruzione del Collegio di San Pietro, furono istituite le scuole di Umanità e di Logica. Alle scuole elementari e al Ginnasio i Padri Gesuiti aggiunsero il corso di Filosofia e la Facoltà di Teologia.

Con la soppressione dell’ordine dei Gesuiti venne “sgominato il locale di San Pietro e benché il Comune avesse nominato due Deputati per l’amministrazione dei beni, il Vescovo si intromise e vi portò il Seminario della Diocesi, nominando Economo ed Amministratore un certo canonico Tito Berti. I Setini allora mossero querela alla Congregazione Speciale dei Cardinali[3]

La Congregazione accolse l’istanza stabilendo il 30 agosto 1773 che Mons. Alfani prenda duri provvedimenti necessari, a ciò che il Vescovo di Sezze eseguisca scrupolosamente gli ordini di Nostra Santità, enunciati nel breve che Mons. Tesoriere, deposto ogni soggetto e Amministratore creato dal Vescovo sui beni del Collegio di Sezze, deputi un nuovo Amministratore il quale coll’intelligenza della Comunità e Deputati della medesima eletti, regoli il temporale economico di detto Collegio. Le insistenze del Vescovo ebbero un risultato più favorevole ed ottennero il giorno 11.11. 1773 un atto che accordava al Seminario i locali dell’ex Collegio Gesuitico, ed inoltre un’entrata annua di scudi 138 da prelevare dalle Casse del patrimonio ex gesuitico (l’accordo venne confermato da Papa Pio VI nel 1778).

I rimanenti beni dati in dotazione ai Gesuiti, furono concessi in affitto a privati. In seguito anche questi beni, con il pretesto della cattiva conduzione, passarono in enfiteusi al Seminario con un canone annuo di scudi 600.

Nella stipula dell’atto fu posta una postilla la quale diceva: In qualunque futuro tempo venisse ripristinato nell’antico sistema il Collegio dei Padri Gesuiti in Sezze per l’educazione della gioventù, debba allora intendersi sciolta e risoluta l’enfiteusi, e sia il Seminario tenuto a restituire il Collegio, ripristinati tutti i suddetti beni ricevuti in enfiteusi. Nel frattempo, lo spirito rivoluzionario francese era giunto in Italia, e le simpatie per la rivoluzione si erano diffuse tra la borghesia e gli intellettuali, i quali credettero che anche in Italia si potesse tentare una trasformazione politico sociale. Le speranze dei democratici italiani furono però deluse da Napoleone che temendo le loro idee troppo avanzate, nella Repubblica Cisalpina impose un Direttorio ed un Corpo legislativo, intervenendo anche in Roma.

Il Papa fu costretto ad allontanarsi dalla città ed i Giacobini proclamarono la Repubblica Romana e la fine del Potere Temporale I cittadini di Sezze richiesero il possesso del Collegio e dei beni donati ai Gesuiti usurpati dal Clero e per fare le cose con legalità avviarono l’iter burocratico per la restituzione. Nel frattempo fu restaurato lo Stato Pontificio nel Lazio, la breve Repubblica Romana cadde e con essa svanirono le speranze dei Setini.


[1] Intervento del consigliere comunale Lombardini nella seduta del 2 sett. 1873, delibera n. 42 vol I

[2] Archivio notarile di Latina, vol III, atto 35

[3] Archivio del Comune di Sezze, delibera n. 42, volume I  


Sezze, 21 ottobre 2023                                                          Museo Archeologico - ore 17,30

Presentazione del libro di Vittorio Del Duca

il servizio >>> Sezze, dalle orme dei dinosauri all'avvento del cristianesimo


Sezze, 21 maggio 2022

Le sorgenti e le terme romane dell'Acquevive

Racconta il Venerabile Cardinal Corradini nel Vetus Latium Sacrum et Prophanum (anno 1734 Liber II, Caput XIX, pag.157 ) che ai suoi tempi furono rinvenuti presso le sorgenti dell’Acquaviva alcuni tubi di rame e altri resti che fecero pensare all’esistenza in loco di antiche terme romane, appartenute alla villa di Mecenate.

Sapendosi che una villa di Mecenate era nel pontino ed essendo noto che le ville di costui di solito erano accanto a quelle dell’imperatore, il Corradini colloca tale villa, che comprendeva nella sua estensione le sorgenti dell’Acquaviva, non lontano dagli avanzi del Palatium dell’imperatore Augusto.

A testimoniare la villa dell’imperatore Augusto nel setino restano lungo la vecchia S.S.156 alcuni ruderi del suo antico Palatium, chiamato oggi volgarmente Le Grotte e se è vero che la toponomastica è il luogo dove si conservano meglio i ricordi, tutta la fertile campagna prospiciente tali ruderi viene chiamata anche ora dalla tradizione popolare Quarto Palazzo, a memoria del maestoso palazzo dell’imperatore.

Che il Palatium sia la residenza di un imperatore non vi è dubbio alcuno, perché con tale termine i Romani intendevano solo ed esclusivamente la residenza dell’imperatore, mentre chiamavano le altre dimore  “domus” o “villae”, come ben descritto da Varrone, Vitruvio  e Columella.

Augusto aveva dunque edificato ai piedi del colle di Setia una delle sue residenze, in quanto il vino cecubo prodotto in questa parte del territorio setino gli avrebbe alleviato le sofferenze dello stomaco ( Vinum setinum Divus Augustus cunctis praetulit,.Plinio lib 14 cap 6 n°5.)

Giuseppe Ciammarucone, dottor di legge, nella sua Descrittione della ctità di Sezza , anno 1641, pag 63, ci ha lasciato una magnifico e dettagliato ricordo delle sorgenti dell’Acquaviva del suo tempo:

E acciò questo felice paese non avesse a desiderare cosa alcuna, produsse la Natura in mezzo della sua fertile campagna un limpidissimo fonte da noi detto Acquaviva, commodo e grato agli uomini e agli armenti, ristorato ultimamente d’ordine di Monsignor Coti, Governatore di Campagna; presso il quale si scorge picciola Chiesa di tavole, principio di grossa fabbrica in honore della Beatissima Vergine, che stando già dipinta sopra d’un pezzo di ruinosa conicella, si compiace di far mille gratie à noi mortali, come ben l’attestano li voti d’ogni intorno al sacro Tempio appesi; quindi poco discosto vedonsi alcune mura guaste, vestigio di loco abitato, ma di quelle non se n’è potuto hauere altra notitia, se non che si stima essere una delle Città della Palude Pontina.”

Accanto a queste sorgenti, fu costruito nel 1933, durante la bonifica idraulica delle paludi pontine, un magnifico fontanile con abbeveratoio, unico rimasto nel campo setino, grazie alle cure del sottoscritto per trovarsi prospiciente alla propria azienda agricola. In vicinanza del fontanile, a protezione dalla temibile zanzara anofele, portatrice della malaria, venne piantumato nello stesso anno un albero di eucaliptus che, con gli anni, è diventato un monumento naturale dalle proporzioni gigantesche, forse il più grande dell agro pontino.

Le sorgenti dell’Acquaviva disseccarono negli anni “50, in seguito all’indiscriminato scavo di pozzi per le mutate esigenze idriche dell’agricoltura, che scopriva la sua naturale vocazione alle nuove colture intensive di insalate e di vari ortaggi.

Resterà sempre vivo nei miei ricordi quando, da bambino, bevvi l’acqua limpida e fresca di queste sorgenti dalle mani mia madre. Imparai un modo di bere “alla campagnola”, ma allora le mie mani erano troppo piccole per riuscirci e mai avrei immaginato che da grande non avrei potuto più farlo. Non perché le sorgenti dell’Acquaviva erano sparite, ma perché l’uomo aveva iniziato a distruggere la grande bellezza del paradiso terrestre che il Signore ci aveva donato.


Sezze, 31 marzo 2022

Ricordando Toto

Esiste una categoria di persone che non dovrebbe morire mai e quando scompaiono ti resteranno sempre nel cuore. Possiamo perdere la loro presenza e la loro voce, ma ciò che hai imparato dagli insegnamenti e dai racconti che ti hanno lasciato, non lo perderemo mai e vivranno per sempre nei nostri pensieri e nei nostri ricordi.

Salvatore Santucci,  chiamato affettuosamente Toto, è stato tutto questo per quanti lo hanno conosciuto.

Nato a Sezze il 26 ottobre 1930 e scomparso il 1 gennaio di quest’anno all’età di 91 anni è stato l’ultimo rappresentante della categoria dei “bovari”,  come egli stesso amava definirsi, un mestiere appreso sin da bambino dal padre e dal nonno, antichi bovari della masseria  Pietrosanti - Boffi, presso le quali anche lui prestò attività lavorativa negli anni giovanili.

Profondo conoscitore delle tradizioni, degli usi e dei costumi della passata civiltà contadina, che ha vissuto sino al tramonto e che spesso confrontava con la nostra epoca, era prodigo di racconti a quanti ne manifestavano interesse.

È stato amico e collaboratore nella coltivazione dei carciofi della mia azienda, un “carcioffolaro” per eccellenza. Voglio ricordarlo con una sua narrazione che pubblicai nel 2019 in occasione della 50esima Sagra del Carciofo nel mio libro “Il Carciofo di Sezze - Usi, Costumi e Tradizioni”:

Si era nel mese di Aprile1942, la Pasqua era passata e cominciava a fare caldo. Ero stato con mio padre, Antonio, al mercato dei carciofi perché nell’osteria di ‘Mbertina, davanti il piazzale della Stazione, si vendevano oltre ai vini, le gassose e le aranciate che a me piacevano tanto e papà  mi aveva promesso di comprarmele.

 Avevo dodici anni – continua Salvatore - ero sempre stato un bambino terribile e allo stesso tempo curioso. Da piccolo scappavo spesso dall’asilo di via Annia, insieme ad altri bambini terribili, approfittando dell’attimo di distrazione delle suore. Ci mettevamo l’uno sulle spalle dell’altro in modo da poter  afferrare il catenaccio del portone, che avevano messo apposta in  alto per non farcelo prendere e scappavamo correndo all’impazzata.

Con noi scappavano pure i “mammòcci ntuntìchi[1]”. Li chiamavamo così perché dopo una brevissima corsa, giunti in piazza dei Leoni non sapevano più quello che dovevano fare e si facevano subito acciuffare dai Carabinieri, che avendo la caserma in piazza, li riportavano all’asilo a calci nel sedere.

Noi invece, figli di bovari, correvamo come pazzi per il paese, inseguivamo il camion di Meschini[2], un Fiat Biella[3] (Fiat BL18) carico di “sciuscelle”[4], le sfilavamo e ce le mangiavamo, andavamo fuori porta a fare le scampagnate a Suso e quando era la stagione andavamo “pe cerasa”[5] ci riportavamo le “uottacòle”[6] e ci veniva pure la cacarella.

Qualche volta siamo andati per le “coste”  a “scafe”[7] e pure a “carcioffoligni”[8]  e ritornavamo con le labbra tutte“ntente”[9]. Insomma sapevamo bene come trascorrere la giornata, eravamo figli di bovari, svegli, non ci facevamo certo prendere dai Carabinieri noi, ma sapevamo pure che la sera, a casa, ci aspettavano le mazzate dei nostri genitori e dei fratelli pù grandi. Per fortuna che io ero il più grande della famiglia, ma un mio amico che era il più piccolo di sette fratelli e quattro sorelle, potete immaginare quanti schiaffi e calci si prese, poverino!-

Così quel giorno di Aprile 1942, al mercato, fui incuriosito dagli autocarri dei commercianti di carciofi.

Erano simili a quelli che già conoscevo di Meschini e di Cirulli[10], ma le targhe erano diverse, provenivano da fuori provincia. Buona parte  di questi erano i Fiat Biella (BL 18), quelli usati dall’esercito italiano durante la prima guerra mondiale, avevano i cerchi di ferro e le ruote ripiene di gomma, senza camera d’aria, si mettevano in moto con la manovella in dotazione ed i fari si accendevano  con i prosperi[11].  La loro portata era di 50 quintali.

Incuriosito mi misi a leggere le province delle varie targhe, Milano, Pescara, Reggio Emilia, Firenze, Perugia, Roma, Forlì, ed alcuni erano targati LT; erano circa una quindicina di mezzi, oltre ad alcune Balilla trasformate in autocarro e provenienti dai Castelli Romani .

Una di queste Balilla, ricordo, apparteneva ad una signora di nome Marisa, veniva dai Castelli romani e tutti la salutavano con simpatia e rispetto facendole gli auguri; la ragione era, che oltre ad essere una donna molto bella e simpatica, ogni anno si presentava al mercato con il pancione di una nuova gravidanza, pertanto riceveva doppi auguri, sia per  l’ultimo nato che  per quello che doveva nascere. Aveva già sette figli e stava all’ottava gravidanza.

Quel giorno, avevo contato,  si stavano caricando 42 vagoni merci di  “Tuppitto. Siccome cominciava a fare caldo, per farli viaggiare freschi si faceva sul vagone una prima stipa di carciofi alta un metro, poi vi si ponevano sopra tre travature di ghiaccio e si continuava a riempire sino al soffitto.

Il ghiaccio lo faceva Eleonora Fanelli sopra a Sezze, erano blocchi di forma parallelepipeda, lunghi più di  un metro e con una sezione di circa cinquanta centimetri per cinquanta e anche più, erano pesanti e per scaricarli dal camion e posizionarli sui vagoni  occorreva la forza di due uomini.

In tempi più antichi i contadini portavano i carciofi al mercato  dentro grossi sacchi di iuta, erano già tutti contati, tanti a sacco e comprensivi della “conta” del 6%,  cioè ogni cento carciofi se ne regalavano sei all’acquirente, come da usanza.

Durante la conta in campagna, le  carciòffole[12] venivano prese  dal mucchio a  cinque a cinque, tre con una mano e due con l’altra, e si contava per ventuno volte, o come si diceva per “ventuno mani” (cioè 105 carciofi ), si metteva un carciòfo da parte a indicare il primo centinaio e si ricominciava daccapo, da uno sino a ventuno più il carciofo da parte come conta e così per più volte sino ad esaurimento del mucchio. Il numero dei carciofi messi da parte, la cosiddetta “conta” ricordava quante centinaia di carciofi erano state contate.


[1] E’ una forma dialettale per indicare bambini poco vivaci

[2] La famiglia Meschini era titolare di un magazzino di generi alimentari ed era il principale rifornitore delle botteghe di generi alimentari e dei forni del luogo

[3] Fiat BL 18

[4] Forma dialettale per indicare le carrube, chiamate in loco anche pacche secche,

[5] Si andava a ciliege

[6]I ragazzi non disponendo di un recipiente per portare a casa le ciliegie ne facevano una composizione, detta in dialetto uottacòla, intrecciandole tra di loro attorno ad un ramoscello e gareggiando in abilità a chi riusciva a farla più grande. Non poche volte e diplomaticamente, si regalavano alle maestre per farsi perdonare l’ assenza dalla scuola.

[7] Fave fresche

[8] Carciofini

[9] I carciofini, mangiati crudi, in virtù dei loro contenuti di cinarina ed inulina, hanno il potere di tingere le labbra di un colore viola scuro.

[10] Amedeo Cirulli, prima di aprire a Sezze Scalo un negozio di prodotti e carburanti per l’agricoltura, aveva un’attività di trasporto merci, svolta con uno dei primi autocarri della Fiat, l’autocarro BL 18.

[11] Erano fari a carburo e si accendevano con i fiammiferi

[12] I carciofi


Sezze, 17 gennaio 2021

Traduciamo il Corradini

Nel Vetus Latium Profanum et Sacrum del 1705 al Tomus Secundus, 240 pagine e 23 capitoli, è descritta la storia antica di Sezze

Vita ed Opere del Cardinale Pietro Marcellino Corradini

Molto è stato scritto sul Cardinale Corradini, sulla sua vita e sulle opere, in particolare sull’Istituto della Sacra Famiglia da lui fondato. Nondimeno si è parlato del suo grande patrimonio di scritti a carattere giuridico ed archeologico che ci ha lasciato in eredità.

Questi libri furono scritti dal Corradini interamente in latino, lingua che oggi non viene più usata come mezzo di comunicazione e quindi appannaggio di pochi eruditi di civiltà classica.

Tra gli scritti del Corradini ho trovato assai interessante il Vetus Latium Profanum et Sacrum che scrisse nel 1705, particolarmente il Tomus Secundus, dove in 240 pagine e 23 capitoli è descritta la storia antica di Sezze.

È la seconda storia del nostro paese, dopo quella di 71 pagine, scritta nel 1641 da Giuseppe Ciammarucone dottor di legge e zio di Porzia Ciammarucone, madre del Corradini, ovvero Descrittione della Città di Sezza Colonia Latina di Romani.

Il testo del Vetus Latium Profanum et Sacrum fu inserito dal Corradini nel 1718 anche nella sua opera più vasta De Primis Antiqui Latii Populis, nel secondo dei dieci tomi di cui è composta (Setina et Circejensis Historia) senza alcuna revisione.

Nel Vetus Latium Profanum et Sacrum il Cardinale, dopo un’introduttiva visuale panoramica sulle antiche memorie latine e romane, passa a descrivere analiticamente i monumenti della sua Sezze e del Circeo (liber tertium) corredati di alcune illustrazioni. È un lavoro di erudizione immenso, che consacrò l’autore principe degli archeologi del Lazio; una miniera di informazioni da cui hanno attinto tutti gli autori di storia locale e che rappresenta anche oggi un punto di riferimento per nuove ricerche sul territorio.

Io stesso, me ne sono avvalso per la ricerca sul cecubo, ma ho dovuto rispolverare le mie reminiscenze di latino, insieme al vecchio ed immortale vocabolario Angelini.

In tutta sincerità debbo riconoscere che per me, che non mi occupo di latino dai tempi della scuola, è stato un lavoro difficile e penso di non sbagliare se dico che lo sarà ancora di più, se non addirittura impossibile, alle nuove e future generazioni perché gran parte di loro non hanno fatto gli studi classici.

Da queste considerazioni sarebbe auspicabile per la nostra storia, che il Vetus Latium profanum et Sacrum, tomus secundus, venga tradotto in italiano da qualche nostro erudito e volenteroso concittadino o magari, perché no, dagli studenti del liceo classico Pacifici e De Magistris di Sezze, perché possa rappresentare e restare beneficio e patrimonio dell’intera comunità.

Riproduzione del Corradini dei Ruderi della villa di Mecenate e di Augusto in località Quarto Palazzo

a cura di Vittorio Del Duca