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ambiente & storia 2018 - 2020 |
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a cura di Vittorio Del Duca |
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Sezze, 28 novembre 2020 La
Festa della Matricola a Sezze Sezze, 18 ottobre 2020 La peste di Marsiglia Nel
1720, una terribile peste decimò la popolazione di Marsiglia, seminando
desolazione, terrore e morte. Le case, le vie, le piazze erano ingombre
di cadaveri, quarantamila i morti e il morbo sembrava non voler lasciare
persona viva. Per fermare il flagello, il vescovo della città Enrico
de Belsunce, spinto dalla suora visitandina del convento di Paray le
Monial, Anne Madaleine de Rémusat, decise di organizzare una solenne
processione per la riparazione dei peccati nelle vie della città e di
dedicare l’intera diocesi al
Sacro Cuore di Gesù[1].
Anche l’anno dopo venne celebrata questa festa e il flagello ebbe
termine. In
conseguenza di ciò, il cardinale scrisse una commovente pastorale al
Papa per chiedere la celebrazione della festa del Sacro Cuore in tutto
il mondo. Enrico
de Belsunce nacque il 4 dicembre 1671 in Francia, nel Castello della
Forza di Perigord, compì i suoi primi studi a Parigi, nel collegio di
Luigi il Grande, dopodiché entrò nella Compagnia di Gesù
distinguendosi dagli altri per i suoi insegnamenti. Uscito dalla
Compagnia di Gesù, alla quale restò sempre affezionato con sincero
sentimento di gratitudine, il re lo nominò all’abbazia
della Rèole e il vescovo d’Agen, Hébert,
lo fece gran vicario. In
questo ufficio fu modello di carità e di pace e si guadagnò
l’ammirazione del vescovo e di tutta la diocesi fino al gennaio del
1709, quando venne nominato alla sede arcivescovile di Marsiglia, per
poi essere consacrato cardinale il 30 maggio dell’anno successivo. Dopo
dieci anni, nello stesso mese
e quasi nello stesso giorno della sua consacrazione, il 29 maggio
1720, scoppiò a Marsiglia
una terribile peste che rese immortale il suo nome. La città contava già
nei suoi annali diciannove pestilenze memorabili, più o meno terribili,
e quasi tutte accompagnate dalla fame. La più antica risale al 49 a. C.
quando in mezzo ai suoi orrori, gli infelici cittadini furono
conquistati da Giulio Cesare. La
più terribile fu la peste nera del 1317, che durò tre anni, spense un
terzo della popolazione, devastò tutta la Terra, svuotò di genti molte
città e villaggi e nel numero delle vittime rimase celebre la bella Laura,
immortalata dal Petrarca. La
pestilenza del 1720 fu la ventesima a colpire Marsiglia. Il 25 maggio,
il vascello di un certo capitano Chataud, venendo da Tripoli, Siria e Cipro, giunse alle isole del
castello d’If, dopo aver perduto nel tragitto sei uomini
dell’equipaggio. Dopo due giorni uno dei marinai muore a bordo; il
dodici giugno sale a bordo l’ispettore della quarantena e soccombe; il
ventitrè la peste contagia alcuni facchini e dal dieci al quindici
luglio si spande per tutta la città. Alla
metà di agosto del 1720, Marsiglia era un teatro dell’orrore ed ecco
quanto scrisse il venerando Belsunce:
Troviamo continuamente le strade
ingombre di morti che ne chiudono le estremità, e di panni e di
mobiglie pestilenziose gittate dalle finestre, sì che non si sa bene
dove mettere il piede: le piazze pubbliche, le porte delle chiese sparse
di mucchi di corpi, preda della morte e dei cani.Quante volte
nell’amarezza del dolore non vediamo gli infelici moribondi stendere
le mani tremanti per dimostrarne la gioia di guardarci anche una volta
prima di morire, e dimandare colle lacrime agli occhi la nostra
benedizione e l’assoluzione de’ loro peccati. Il
signor Pichatty de Croissante,
procuratore del re e della polizia, nel Memoriale della Camera di Consiglio del Palazzo Comunale di Marsiglia,
fece il racconto, giorno per giorno, di tutti gli avvenimenti di questo
spaventoso flagello che imperversò sulla città dal 25 maggio al 10
dicembre di quell’anno. Nella
semplicità della sua cronaca, ecco come descrive alcuni momenti: Nel 24 di agosto, il numero dei morti nella giornata oltrepassa il
migliaio. Le pubbliche divozioni si sospendono, i templi si chiudono,
molti ecclesiastici fuggono, molti parrochi pure; non il vescovo
Belsunce.
E’ già difficile il trovare
religiosi che adempiano alle funzioni di commissario nei quartieri che
l’hanno perduto. Il solo gesuita Milay, animato da fervente carità,
si presta spontaneo a commissario della strada del Porto e in tutte le
circonvicine, la dove niuno ardiva metter piede, essendo un tal
quartiere, quasi direi, il trono della peste la più sterminatrice, e
dove le imboccature delle strade sono chiuse da drappelli di soldati
affinchè non vi entri e non ne esca persona. Il
pietoso claustrale, imitatore delle virtù del Belsunce, vi si andò a
stabilire, non cessando di confessare gli infermi e praticare mille atti
di eroica pietà, sino a che il flagello fece di lui una vittima, e rapì
alla chiesa un apostolo così degno. Il
31 agosto, i lazzeretti non bastano a contenere l’immenso numero degli
infermi, che si presentano in folla. Tosto che v’ha in una casa chi
venga colpito dal male, diviene oggetto d’orrore e di spavento fino ai
più prossimi, ai più cari. La
natura, dimenticando le leggi del sangue, prende il crudo partito di
cacciare di casa l’infelice, o di abbandonarlo, senza soccorso, in
preda alla fame, alla sete, al malore e a tutto ciò che può rendere la
morte barbara e straziante. Le
donne, fin le donne! giungono a tanto eccesso coi loro mariti, i mariti
colle mogli, i figli coi padri, questi coi teneri figlioli. Il
4 di settembre, i religiosi che confortavano gli infetti dal morbo sono
periti quasi tutti. Più di cento monaci, e moltissimi vicari dei
capitoli e delle parrocchie sono fatti cadaveri. I
più deboli del clero marsigliese si fuggono; altri vanno al vescovo
Belsunce e l’esortano caldamente ad uscire di città per conservarsi
al resto della sua diocesi. Egli rigetta ogni consiglio di paura, e
rimane con eroica fermezza pronto a porre la sua vita per quella del
popolo; per le strade, nei viottoli, nei cortili, nel porto, i più
miserabili, i più abbandonati, i più sprezzanti sono quelli che
soccorre con tutta sollecitudine, senza temerne gli aliti ammorbati,
pestiferi. Si accosta loro amorosamente, gli esorta a pazienza, li
dispone alla morte, versa consolazioni celesti nelle loro anime,
provvede gli infermi di medicamenti, i sani di cibo, tutti di denaro. In
due mesi dispensa oltre a venticinque mila scudi del suo, e si priva di
suppellettili per poterne dispensare maggiormente. La
morte rispettò quest’operoso cardinale, ma lo circondò di orrori,
mietendo vittime fin quasi sotto i suoi piedi. Invase il suo
palazzo, colpì la maggior parte dei suoi ufficiali e domestici, assalì
altri del suo seguito, e due dei suoi carissimi collaboratori. Il
primo novembre De Belsunce, imitatore di S. Carlo Borromeo che nella
stessa festività ne aveva dato l’esempio a Milano, uscì in
processione scalzo. Con la croce in mano e una fune al collo, come per
caricarsi di tutte le colpe del popolo, celebrò pubblicamente la messa
in un altare all’aperto, fatto erigere per l’occasione in una strada
di Marsiglia, nei pressi della porta d’Aix. Predicò
a quelli dei suoi che erano rimasti e il suo discorso di amore e carità
fu più volte interrotto dalle lacrime sue e dei suoi figlioli, dedicò
l’intera sua diocesi al Sacro Cuore e la peste iniziò lentamente a
cessare. La
corte, volendo ricompensare il Belsunce, gli offrì nel 1723 il
vescovato di Laon con il titolo di duca e di pari di Francia. Egli ne fu
riconoscente, ma non l’accettò. Sei anni dopo, il Belsunce rifiutò
anche l’arcivescovato di Bordeaux, ed accettò soltanto il Pallio[2]
con il quale Clemente XII lo
volle onorare. Zelante
nelle dispute sui sacramenti e sulla famosa bolla Unigenitus,
fondatore di un collegio che affidò alla direzione dei Gesuiti, membro
dell’Accademia di Marsiglia che egli proteggeva, padre dei poveri,
consolatore degli infelici, terminò nelle braccia dei suoi cari la sua
lunga e onorevole carriera il 4 giugno 1755. Furono la peste di Marsiglia e la Consacrazione al Sacro Cuore di Gesù a dare origine a Roma nel 1729 all’Arciconfraternita del Sacro Cuore di Gesù e poi a Sezze alla Confraternita del Sacro Cuore di Gesù detta dei Sacconi, fondata da San Leonardo da Porto Maurizio durante alcune missioni popolari svolte in paese dal 1731 al 1741.
Vittorio
Del Duca – LA
CONFRATERNITA DEL SACRO CUORE DI GESU’ DI SEZZE DETTA DEI SACCONI
–
Sezze 2018- pag. 25 note [1] CR Corrispondenza Romana, agenzia di informazione settimanale- 21.06.2017 – Articolo di Cristina Siccardi sul Sacro Cuore [2] Pallio, derivato dal latino pallium, mantello di lana. E’ un paramento liturgico usato nella Chiesa cattolica, costituito da una striscia di stoffa di lana bianca avvolta sulle spalle. Rappresenta la pecora che il pastore porta sulle sue spalle come il Cristo ed è pertanto simbolo del compito pastorale di chi lo indossa.
Sezze, 13 giugno 2020 Ritiri Spirituali Operai al tempo di Marx I
Ritiri
Spirituali furono ideati nel 1535 da S. Ignazio di Loyola, fondatore
della Compagnia di Gesù, come un insieme di meditazioni e di preghiere
ad uso dei Gesuiti, in un'atmosfera di raccoglimento e di silenzio. Il
primo dei ritiri operai fu organizzato a Roma nel 1909 e furono
continuati negli anni successivi con risultati più che soddisfacenti:
operai che avevano militato nelle file degli anarchici e dei socialisti
tornarono alla fede cristiana e alla pratica dei sacramenti. Allo
scopo di riunire nella Santa Messa gli operai partecipanti ai Ritiri, i
Gesuiti di allora istituirono la Lega
della Perseveranza, con sede in Roma in via degli Astalli 17, presso
la loro elegante chiesa madre, La
Chiesa del Gesù, con sezioni in buona parte del Lazio. In
meno di vent’anni, l’Opera dei Ritiri, raccolse nelle Leghe di
Perseveranza di Roma e del Lazio più di ventimila operai, molti dei
quali di recente conversione, ma il massimo degli iscritti si raggiunse
negli anni Trenta. Anche
a Sezze venne istituita in tale periodo una sezione della Lega di
Perseveranza, con Antonio Proli segretario: vi aderirono numerosi
braccianti agricoli ma anche diversi “campèri” tra i quali mio
padre: Vincenzo Del Duca. Ad
ogni socio veniva dato una copia dello Statuto della Lega con la
raccomandazione di conservarlo accuratamente e di osservarlo in ogni sua
parte. L’ora
della riunioni per la sezione di Sezze, aventi per oggetto la Santa
Comunione, fu convenuta alle 7,30 del mattino di ogni seconda domenica
del mese, nella Chiesa Cattedrale di Santa Maria.
Sezze, 12 aprile 2020 Pasqua
nella sofferenza Non era trascorso molto
tempo dagli scambi augurali per il nuovo Anno e nessuno di noi avrebbe
allora immaginato ciò che sarebbe accaduto qualche mese più tardi. L’epidemia
da coronavirus ha sconvolto le nostra vite, ci ha reso prigionieri di un
incubo, ha annullato tutti gli eventi sociali, culturali e religiosi ai
quali eravamo da sempre abituati, ci
ha costretto a ripensare il nostro modo di vivere e il mondo in cui
viviamo. Niente funzioni religiose con folle di fedeli, solo messe in streaming, tutte le liturgie della settimana Santa soppresse. Per noi confratelli del Sacro Cuore di Gesù è stato motivo di grande sofferenza vedere la nostra chiesa di San Pietro così diversa dagli altri venerdì santo. - nella foto sotto il Calvario del Turchi -
Il
coronavirus ci ha privato della visita agli altari della Reposizione,
della tradizionale Agonia di nostro Signore innanzi al Calvario del
Turchi, della Processione del Venerdi Santo con il Cristo morto e la
Madonna Addolorata, della Veglia e della Messa pasquale in comunione con
i fedeli. Siamo stati pervasi da una forte sensazione di sgomento che,
rinchiusi nelle nostre case, abbiamo potuto superare grazie alla
preghiera e all’aiuto del Sacro Cuore di Gesù. Il silenzio ed il
raccoglimento ci hanno permesso di scavare nel profondo dell'anima, ci
hanno uniti e fortificati in questo rapporto di fratellanza, non
lasciandoci mai soli. Ne usciremo più forti di prima. Ce
lo dice nel gruppo whatsapp della Confraternita il nostro attuale priore
Sinuhe Luccone, che ha invitato i confratelli a stringersi nella
preghiera al Cuore di Cristo e a restare uniti spiritualmente. Non
è questo però il primo Venerdi Santo che nella chiesa di San Pietro
non viene esposto il Calvario. La prima volta avvenne un secolo fa, allo
scoppio della prima guerra mondiale e per tutti gli anni della Grande
Guerra, fino alla fine della pandemia spagnola che ne seguì, che fu
ancora più terribile dell’attuale. In quegli anni tragici della nostra storia, persino la Confraternita cessò le sue secolari funzioni e fu ripristinata nel 1924 attraverso l’opera di un Comitato Provvisorio composto da alcuni confratelli reduci dalla guerra e sopravvissuti all’influenza spagnola, ma anche da prelati del calibro di don Tommaso Damiani, del Vicario Generale mons. Augusto De Angelis e comuni cittadini, tutti animati dal desiderio di ridare nuova vita al secolare sodalizio e di farne parte. - nella foto sotto il Comitato Provvisorio -
Anche
durante la seconda guerra mondiale avvenne qualcosa di simile e d.
Vincenzo Venditti, padre spirituale della confraternita e confratello
egli stesso, così scrisse: “...Effettivamente, nell’agosto del 1944
non potendo i membri della Confraternita tenere la sessione nella chiesa
di San Pietro, il cui soffitto appariva scrollato per gli eventi
bellici, fu deciso di riunirsi nell’attigua chiesa parrocchiale di
Sant’Angelo” Il
complesso del Calvario viene storicamente montato dalla Confraternita
dei Sacconi nella chiesa di S. Pietro all’alba del venerdì santo di
ogni anno e riposto nelle prime ore del giorno successivo. L’opera,
secondo quanto tramandato da d. Vincenzo Venditti, padre spirituale
della confraternita nel secondo dopoguerra, sarebbe da attribuire al
pittore setino Giuseppe Turchi (1840 -1895). Del medesimo avviso è il
maestro Mario Salvatori di Priverno, che su incarico della Confraternita
ne eseguì il restauro nel 2002. L’opera consiste in un insieme di
quattro pitture su tela, che unite e disposte su appositi cavalletti
danno forma al monte Calvario, in cima al quale due moduli di pittura su
legno ritraggono Gesù sulla croce con Maria, la Maddalena e Giovanni,
nel toccante dialogo in cui Gesù dice rivolto alla madre: "Ecco
tuo Figlio", e a Giovanni: "Ecco tua madre".
Sezze, 5 dicembre 2019 La
Madonna Pellegrina di Casal Bruciato In
una zona di confine tra il Comune di Sezze e quello di Pontinia, lungo
la Migliara 47, detta Casale Bruciato, venne costruita nel 1947 una
piccola chiesa, che qualche anno dopo ospitò una scuola elementare
pluriclasse affidata ad una sola maestra per tutti i bambini della
contrada. Nel
mese di Maggio, per onorare la Madonna, gli agricoltori solevano portare
la statua della Madonna Pellegrina di casolare in casolare, per una
sosta di qualche giorno. Il momento di preghiera, diventava anche momento di aggregazione per le persone dei campi, che vivevano distanti le une dalle altre. foto sotto -Madonna Pellegrina di Casal Bruciato-
Il
parroco officiante, era padre Gaetano della parrocchia di Pontinia, il
quale raggiungeva le campagne dapprima in bicicletta e più tardi con
una moto “Gilera”. Padre
Gaetano, era un uomo sulla quarantina, piuttosto alto, dagli occhi
vivaci e con l’accento del Nord; era assistito dal sagrestano Pio
Mancon e dal chierichetto Firmino Di Magno, figlio di Polda, una
contadina veneta scesa nella nostra campagna dopo la Bonifica. Il
parroco vestiva la tunica nera, lunga, volgarmente “zamara”, quella
dai cento bottoni e in testa un copricapo nero a falda larga, che gli
conferiva autorevolezza e sacralità. In occasione di questa ricorrenza, dopo aver consegnato ai fedeli un opuscolo o canzoniere era solito ripetere con zelo: ”Se non mi riconsegnerete il canzoniere, domani mi porterete dodici uova fresche”; era, questo, un espediente per evitare un eventuale smarrimento o negligenza, in quei tempi assai facile. foto sotto -Anno scolastico 1957-58 -
Le
famiglie della campagna, dopo avergli chiesto la sosta nella propria aia
o in una stanza del casolare, preparavano un piccolo altare, ornato di
tovaglie umili ma ricco di profumatissime rose; il sagrestano Pio
pensava poi ad accendere le candele, a preparare l’incenso e la
“bussola”. I fedeli, guidati dal prete e secondo il proprio latino, recitavano il Santo Rosario, a cui seguiva la Messa, in latino ufficiale; non era raro sentire la voce di qualche madre che invocava la grazia per il figlio malato o in preda ancora alla febbre malarica. Prima dell’offertorio, Pio passava fra i fedeli con la bussola, fatta di un’asta di legno alla cui estremità era legato un sacchetto di cotone o tela di sacco, un pò consunta . Tutti mettevano qualcosa, cinque lire, dieci lire, che servivano a comprare i ceri e l’incenso. foto sotto -Vittorio da piccolo -
La
fede era tanta e sincera, la devozione forte e tenace. Frotte di bambini
e ragazzi animavano la processione che si snodava da un casale
all’altro; era anche questo, un momento che permetteva ai giovani di
conoscersi e di scegliere il marito o la moglie. Il volto dei contadini
era bruciato dal sole, rughe profonde solcavano quello dei più anziani
che, seduti nell’aia, aspettavano la Madonna Pellegrina; le donne
coprivano il capo con fazzoletti di cotone, le più benestanti con veli
neri, tutte rigorosamente vestite con abiti ampi ed abbottonati. Alla
fine della messa, la statua veniva condotta in processione con una Vespa
autocarro, fino al casale che l’avrebbe ospitata. Ricordo il casale di
Roscioli, di Buffone, di Noce, di Di Gigli, di Mancon, di Quattrini, di
Ottaviani, di Cerroni, di Megri, la locanda di Anatolia e Pietro ed
altri ancora. Durante
il percorso, su strade allora brecciate, piene di buche ma con le
banchine ornate da filari di pioppi, si cantava “Bella tu se’qual
sole, chiara più della luna, e le stelle più belle non son belle al
par di te…” e “Mira il tuo popolo, bella Signora, che pien di
giubilo oggi ti onora…” Mi
piace raccontare un episodio curioso della mia infanzia,. In una messa
nella chiesa di Casale Bruciato gremita di fedeli, padre Gaetano
intonava il “Kirie “e i fedeli in coro rispondevano “Eleison”.
Io, poco meno di quattro anni, preso per mano da mia madre, ascoltavo in
silenzio e tentavo di capire le parole di quell’inno. Dopo un po' mi
apparve tutto chiaro: era come il gioco a “bubusette” che qualche
volta mi avevano fatto fare: il prete chiedeva ai fedeli “Chi è ?”
come quando si bussa ad una porta e loro rispondevano in coro “ I sò”
(sono io). Trovai tutto semplice e divertente, tanto che iniziai a
canticchiare rispondendo insieme agli altri “i so”. Più
tardi, da grande, mi venne un dubbio: ma non è che quei fedeli
dicessero davvero “ i so” ? Sezze, 19 ottobre 2019 San Lidano e il suo vino Dall’esempio
di San Lidano nasce a Sezze, dove
un
tempo
si
ergeva
l'abbazia
di
Santa
Cecilia, una giovane
azienda vitivinicola.
Siamo
nell’anno 1050 nell’abbazia di S. Cecilia, situata a 32 stadi[1]
dall’antica Setia fondata qualche anno prima dal monaco
cassinese Lidano d’Antena, primo bonificatore di quella parte del
territorio pontino circostante l’abbazia, che andrà con il nome di Quarto S.
Lidano[2]
e in seguito divenuto patrono della città di Sezze. Alcuni
frati coltivavano i terreni liberati dalla palude, non solo per il
fabbisogno del convento ma anche per i poveri ed i pellegrini di
passaggio, sempre più numerosi. Ma
cosa coltivavano i benedettini di San Lidano in ossequio alla regola ora
et labora ? E’
noto che l’alimentazione umana nel corso dei secoli ha subito radicali
cambiamenti: alcuni cibi che consumiamo oggi erano completamente
sconosciuti allora, ma esistevano in quel tempo alimenti e ricette che
oggi non sono più in uso, sia perché superati, sia perché provenienti
da specie vegetali autoctone estinte o in via di estinzione. Tuttavia
nei terreni dell’abbazia i frati coltivavano campi di frumento e di
farro, i broccoletti di Sezze in consociazione alle farzarape, le fave, i piselli, i carciofi, le insalate, ma anche diverse piante mediterranee da
frutto, tra cui l’ulivo e la vite[3].
Già,
proprio la vitis setina, da cui si ricava il famoso vino cecubo prodotto
a Sezze, celebrato e cantato dai poeti latini. L’abbazia
di Santa Cecilia aveva il privilegio di sorgere in una parte del
territorio setino particolarmente vocata ai cecubi, cioè supra
forum Appii, dove secondo il racconto di Plinio[4]
nascitur vinum setinum, ma
anche nel Pantano Luvenere[5]
a margine del tempio di Giunone
lungo l’arcaico tratturo Caniò, e a poca distanza dal fosso Veniero o Venereo[6]
che scendendo dalle colline di Sezze dalla Valle
della Cianfrusca e attraversando la località Casa di Piano, dirige al Foro Appio. Il
ruolo del vino era molto importante nella cultura e nell’alimentazione
monastica, non è un caso che la parole vino e la parola vite siano
citate nelle sacre scritture per ben duecentosessanta volte[7]. Consideriamo
inoltre che sino al XIV secolo si usava offrire il vino a tutti i
partecipanti alla messa e che era necessario averne una scorta
sufficiente[8] San Benedetto afferma che il vino va bevuto con moderazione, suggerendone il consumo di un quarto al giorno[9]. Dall’esempio
di San
Lidano nasce a Sezze, a confine di quella che era la sua abbazia, una
giovane azienda vitivinicola: l’Azienda
Vinicola Tomei che ha scelto il metodo agronomico Biodinamico
per coltivare i propri terreni. “Abbiamo
impiantato circa 4 ettari di vigneto – ci dice Marco Tomei, titolare
dell’azienda vitivinicola – e recuperato varietà storiche ed
autoctone del territorio che rischiavano di perdersi. I
vitigni impiantati sono il Cesanese,
l’Abbuoto a bacca nera, il Bellone
e l’Ottonese a bacca bianca.
Una
menzione speciale merita l’Abbuoto,
vitigno con che ha contraddistinto e segnato la storia vitivinicola di
Sezze, perché è questo vitigno che ha dato origine all’Antico
Vino Cecubo o Vinum Setinum,
il vino preferito dagli imperatori romani e tanto decantato da molti
poeti dell’antichità”. A
tal proposito l’Azienda Vinicola Tomei, ha assegnato una Borsa di
Studio agli studenti del Liceo
Classico dell’Isiss “Pacifici e De Magistris" di Sezze, per una
ricerca sulle antiche origini vitivinicole del territorio, che verrà
pubblicata e presentata il
giorno 16 Novembre presso l’Aula Magna dell’istituto. “Non
possiamo costruire il futuro se prima non conosciamo il passato –
continua Marco Tomei – ed anche il simbolo ed il logo della nostra
azienda, non è altro che la stilizzazione degli Archi di San
Lidano, a sottolineare che qui passava l’antica Via Setina, che
raggiungeva con un diverticolo il porticciolo di Foro Appio e che i
Romani utilizzavano per esportare il pregiato vinum
setinum in tutto
l’impero” Sarà
quindi la storia ad ispirare la progettazione e la realizzazione della
Cantina dell’Azienda Vinicola Tomei, e la
promozione dei suoi vini. Non
possiamo non tessere le lodi a questo giovane imprenditore setino, con
l’augurio del successo che merita. note Unità
di misura greca corrispondente a 600 piedi, cioè circa 200 metri;32
stadi equivalgono a poco meno di 5 chilometri [2]
Sac. Costantino Aiuti – VITA DI
S.LIDANO – Tip. nell’Orf. Di S.Maria degli Angeli – Roma 1907 [3]
La
descrizione dell’orto è immaginaria, ma non per questo
inverosimile perché la regola Benedettina imponeva pasti frugali a
base di zuppe di verdure e di frutta, proibendo del tutto le carni,
salvo casi eccezionali, [4]
PLINIO-
Naturalis Historiae - libro XIV cap 6 e 8
- Caecubae
vites in Pomptinis Paludes madent…
le cui vigne prosperavano supra Forum Appii. [5]
Storpiazione dialettale di Pantano
delle uve nere [6] Storpiazione dialettale di Fosso delle uve nere. [7] ANTONELLA BRUSCHI – ERNESTO CARLO DI PASTINA – IL CIBO DI LIDANO E CARLO- Atti del Convegno tenuto a Sezze il 20 Giugno 2016 nella festa di Santi Patroni Lidano e Carlo – paragrafo di Sandra Ianni: La cucina monastica:il cibo di Lidano e Carlo - Stampa a cura del Comitato festeggiamenti dei Santi Patroni e del Centro Studi San Carlo da Sezze [8]
Idem [9] Idem Sezze, 26 febbraio 2019 Storia
di paese: Sisto V Sotto- una mappa della Pianura Pontina di Leonardo Da Vinci
Sezze, 23 gennaio 2018 Il
vino Sul finire del 1889, Edmondo De Amicis, autore del libro “Cuore”, scrisse un volumetto dal titolo “ Il vino” di appena 91 pagine, facendo una descrizione del nettare di Bacco molto vicina, per alcuni aspetti, all’elogio.
Tuttavia il suo volume per più di un secolo non ebbe il successo sperato ed è stato riscoperto solo negli ultimi del Novecento. Da questo periodo in poi si sono infatti tirate più copie che non nei precedenti cento anni, segno evidente di un modo diverso della società di porsi nell’approccio con il vino, ma anche dell’attualità e della modernità di molte sensazioni dell’autore. Il nostro De Amicis, dovette destreggiarsi con esemplare maestria tra le idee, gli stereotipi e la retorica dell’Italia dopo l’unità nazionale, che voleva l’esistenza di due vini. L’uno è il veleno che trascina all’ozio, all’istupidimento, alla prigione, alla tomba. E questo vino è da combattere, vituperare e fuggire. L’altro è il vino che fa alzare il calice, la fronte ed il pensiero, il vino che mette all’operaio la forza nel braccia e il canto sulle labbra. È l’allegria giornaliera della nostra mensa, il festeggiatore della riconciliazione e dei ritorni, il liquore benefico che riscalda le vene dei nostri vecchi, che aggiunge un sorriso all’amicizia e una scintilla all’amore.Quando si urtano tutti i bicchieri per un brindisi, in quell’incrociamento di evviva e di saluti, in quel bicchiere di vino pare che cominci un’epoca nuova per il genere umano. Un’epoca d fratellanza e di solidarietà tra tutti i popoli della Terra. |
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