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Sezze,
13 dicembre 2014
Lo
scandalo della collana
È
un fatto misterioso, ma realmente accaduto che alla vigilia della rivoluzione francese coinvolse la regina Maria Antonietta di Francia. L'episodio, che ha ispirato diversi best sellers e un paio di
films, è considerato come uno di quelli che hanno maggiormente disilluso la popolazione di Francia verso la monarchia, conducendola alla rivoluzione. La collana, protagonista dello scandalo, era stata creata da due gioiellieri parigini, che per anni avevano collezionato pietre preziose con l'idea di venderle, dopo averle trasformate in un collier, alla contessa Du Barry, favorita del re Luigi XV. Dopo la morte del Re, nel 1774, i gioiellieri pensarono di offrirla alla nuova regina Maria Antonietta. Il suo costo era di 1.600.000 livres, pari a circa 500 kg d'oro.
Nel 1778 Luigi XVI offrì il gioiello alla Regina, sembra però che la donna lo abbia rifiutato, dicendo di preferire che quei soldi venissero investiti diversamente; secondo altri invece, pare che sia stato Luigi XVI a cambiare idea. Fatto sta che non se ne fece nulla. Ma i gioiellieri, lungi dal rinunciare al loro progetto, dopo la nascita del secondogenito del re, il delfino Luigi Giuseppe (1781), nel tentativo di sfruttare a loro vantaggio l'ondata emozionale dei regnanti, provarono nuovamente a vendere la collana a Maria Antonietta, ma la sovrana rifiutò ancora una volta.
A questo punto entra in scena la contessa
Jeanne Saint-Rémy de Valois, moglie del conte Nicolas De La Motte, che aveva un solo obiettivo, quello di riappropriarsi del titolo e dell'eredità dei Valois, famiglia regnante francese dal Trecento sino alla fine del Cinquecento. Per raggiungere questo scopo Jeanne era disposta a tutto, anche a fingersi confidente della Regina e ad architettare un'audace cospirazione alle sue spalle, con la complicità del marito, il conte De la Motte, e con un piano diabolico per guadagnare denaro e potere grazie alla collana.
La contessa Jeanne de Valois, per ordire il suo piano, entrò in contatto nel 1784 con il cardinale Louis Francois Auguste Di Rohan, ex ambasciatore a Vienna. Ella sapeva che la regina Maria Antonietta non vedeva di buon occhio il cardinale poiché costui, a suo avviso, aveva raccontato alcuni suoi segreti all'imperatrice d'Austria Maria Teresa, sua madre. Inoltre, la Regina aveva sentito di una lettera in cui il cardinale parlava di sua madre in una maniera leggera ed offensiva.
Il
cardinale
Rohan, aspirando alla carica di Primo Ministro di Francia, stava
cercando di riconquistare una buona reputazione agli occhi della Regina.
La contessa jeanne Valois, fingendosi confidente di Maria Antonietta, lo
convinse di avere la strada tutta in discesa, poiché grazie a lei
godeva già del favore della Regina. Il cardinale pensò di approfittare
di questa preziosa amicizia offerta dalla contessa, che tra l’altro
gli aveva promesso di fare da tramite per una eventuale segreta
corrispondenza tra lui e Maria Antonietta. Iniziò così un finto
scambio di lettere tra il cardinale di Rohan e la regina Maria
Antonietta, orchestrato dalla contessa Jeanne Valois de la Motte. Il
tono delle lettere divenne sempre più caldo, finché il cardinale,
convinto che la Regina fosse innamorata di lui, chiese un appuntamento
segreto. L'incontro ebbe luogo nell'agosto del 1784 nel giardino di
Versailles, ma all’appuntamento la contessa Jeanne de Valois inviò
una prostituta che somigliava molto alla Regina, tale Nicole Leguay
D'Oliva, che si finse Maria Antonietta, promettendo al cardinale di
dimenticare tutte le incomprensioni che c’erano state nel
passato.
Lo scopo di Jeanne Valois era quello di impadronirsi del denaro che spillava al cardinale, facendogli credere che fosse destinato alle opere di carità della Regina. Tramite questi soldi, Jeanne poté ritagliarsi un suo ruolo nell'alta società francese del tempo, e molta gente credeva davvero alle sue millantate relazioni con Maria Antonietta. D'altronde, la questione è ancora aperta, perché molti storici non escludono che la Regina abbia potuto impiegare la contessa nel raggiungimento di qualche scopo, ad esempio quello di mandare il cardinale in rovina. Ad ogni modo, ecco che rientrò in campo la famosa collana. I gioiellieri, credendo alle relazioni confidenziali tra le due donne, pensarono di usare la contessa Janne de Valois de la Motte per vendere la collana alla regina Maria Antonietta. Il 21 gennaio 1785 la contessa annunciò ai gioiellieri che la Regina avrebbe acquistato la collana, ma che, per via del costo elevato del gioiello, non lo avrebbe fatto apertamente, bensì tramite un intermediario.
Fu il
cardinale de Rohan a trattare il prezzo della collana, che fu acquistata per 1.600.000 livres pagabili a rate. Affermando di essere stato autorizzato da Maria Antonietta, mostrò ai gioiellieri le condizioni dell'accordo, scritte a mano e firmate dalla Regina. Il cardinale portò a casa della contessa la collana, che un uomo, in cui de Rohan disse di riconoscere un valletto del Re, venne a prendere. Pare che il conte de la Motte, marito della contessa Jeanne de Valois, sia partito poco dopo per Londra, portandosi dietro la collana, di cui avrebbe venduto i diamanti. Al momento del pagamento, Jeanne Valois portò ai gioiellieri una nota del cardinale. Ma questo non bastò, e uno di loro andò a lamentarsi dalla Regina, che si disse all'oscuro di tutta la vicenda, affermando di non aver mai acquistato la collana in questione.
Ne seguì un colpo di scena. Il 15 agosto 1785, giorno dell'Assunzione, mentre tutta la corte aspettava il Re e la Regina per recarsi alla cappella, il cardinale, che si preparava alla funzione, fu arrestato nella famosa Galleria degli Specchi di Versailles e portato alla Bastiglia. Rohan, riuscì comunque a distruggere quella che credeva essere la sua corrispondenza segreta con la Regina, e non è dato sapere se questo sia avvenuto con la complicità degli ufficiali, che non l'avrebbero impedito per evitare scandali.
La
contessa invece fu arrestata il 18 agosto, dopo aver distrutto tutto il
materiale compromettente.
La polizia cominciò a lavorare per catturare i complici e furono
arrestati anche Nicole Leguay d’Oliva, la prostituta sosia di Maria
Antonietta, un certo Rétaux de Villette, amico della contessa e reo
confesso di aver scritto le lettere a Rohan col nome della Regina,
firmando per lei le condizioni dell'accordo. Anche il conte Cagliostro
venne arrestato dalla polizia, ma fu riconosciuto innocente. L'unico che
rimase a piede libero fu il conte de la Motte, essendo fuggito in
Inghilterra, da sempre territorio nemico per la Francia. Il cardinale
accettò che fosse il Parlamento di Parigi a giudicarlo. Il 31 maggio
del 1786 ne risultò una sentenza sensazionale: Rohan fu assolto, mentre
la contessa Jeanne Valois de la Motte fu condannata a essere flagellata,
marchiata e rinchiusa nella prigione delle prostitute e manicomio, la
Salpêtrière. Suo marito, assente, fu condannato alla galera a vita.
Villette, infine, fu bandito, mentre la prostituta Nicole Leguay d’Oliva
fu assolta.
L'opinione pubblica fu molto eccitata da questa sentenza. La maggior parte degli storici giungono alla conclusione che Maria Antonietta sia stata relativamente innocente, che il cardinale di Rohan fosse un povero ingenuo e che i coniugi de la Motte agissero in modo ingannevole, ognuno per i propri scopi. Questa fu anche l'opinione del Parlamento, anche se esso non si pronunciò sulla Regina.
Molta gente continuò a pensare che Maria Antonietta avesse usato la contessa per soddisfare il suo odio verso il cardinale di Rohan. La delusione che Maria Antonietta manifestò per l'assoluzione del cardinale e il fatto che egli, dopo aver perso le sue cariche, venne esiliato nell'abbazia di la Chaise-Dieu, contribuirono a rafforzare questa idea. La contessa Jeanne Valois riuscì a scappare dal carcere la Salpêtrière, e questo creò il sospetto che la Corte l'avesse aiutata; l'assoluzione di Rohan spinse molti a credere che la Regina fosse in torto. Tutto ciò contribuì molto ad accrescere l'impopolarità di Maria Antonietta. La contessa Jeanne Valois de la Motte si rifugiò a Londra, dove pubblicò le sue Mémoires, nelle quali accusava la Regina.
Lo scandalo della collana di diamanti ebbe un ruolo importante negli anni che precedettero la rivoluzione, perché contribuì a screditare la monarchia francese. Maria Antonietta era una figura impopolare, e i pettegolezzi salaci sul suo conto la resero più che un peso alla figura del marito. Non riuscì mai a scrollarsi di dosso l'immagine di una donna che era stata capace di perpetrare una frode multimilionaria per i suoi scopi politici. Il fatto che circolassero voci sulla sua vita sessuale e sulle beghe riguardanti la collana, non la avvicinò certo al popolo. Inoltre, lo scandalo spinse Luigi XVI ad avvicinarsi alla moglie, il che non lo aiutò a risolvere i successivi dilemmi politici. Dopo la deposizione, l'arresto e l'instaurazione della Repubblica, fu giudicato colpevole di alto tradimento dal tribunale rivoluzionario, venne condannato a morte e ghigliottinato il 21 gennaio 1793. Maria Antonietta seguì la stessa sorte il 16 ottobre dello stesso anno.
Sezze, 21 ottobre 2014
I
Butteri
A
Sezze erano chiamati “uttéri ” (ragazzi), ma con tale
termine dialettale venivano intesi tutti gli addetti al governo del
bestiame allo stato brado, in grado di cavalcare. Pochi conoscevano
veramente le arti del buttero, come la cattura con il lazo di bovini ed
equini allo stato brado, la “merca” del bestiame, la doma dei
cavalli, tutte cose che non si potevano improvvisare ma che richiedevano
una lunga e comprovata esperienza. A Cisterna divenne famoso il buttero
Augusto Imperiali, che vinse il cow boy americano
Buffalo Bill, in una sua tournée in Italia. Buffalo Bill giunse
in Italia la prima volta nel 1890, sbarcando a Napoli dove fece i primi
spettacoli, quindi la carovana si spostò verso Roma fermandosi nella
zona di Cisterna di Latina, ove a seguito di una discussione col duca
Onorato Gaetani sulle abilità dei suoi butteri di domare e cavalcare i
cavalli, sfidò i butteri a sellare e cavalcare alcuni puledri
americani, senza essere sbalzati dalla sella, nell'arena dello
spettacolo circense Wild West Show. A capo di un gruppo di nove
compagni, Imperiali, l'8 marzo 1890 a Prati di Castello (Roma), vinse la
sfida lanciata da Buffalo Bill.
La
gran massa dei butteri era composta da ragazzi (per questo chiamati “utteri”),
spinti al lavoro dalla necessità all’età di sette otto anni, senza
aver mai frequentato la scuola o al massimo dopo aver ripetuto più
volte la prima o la seconda elementare. La loro vivacità giovanile si
abbrutiva con la vita di campagna e di palude, dove permanevano tutta la
settimana, isolati e tagliati fuori da ogni mezzo di comunicazione, in
quei tempi piuttosto carenti anche nelle città. La cura del bestiame
richiedeva un impegno continuo ed orari di lavoro estenuanti dall’alba
sino tramonto, a volte persino di notte, quando lo richiedeva l’emergenza
(fuga di buoi, parti, lupi, alluvioni, ecc) . Il loro compito era quello
di “ngarrare” il bestiame ai pascoli delle riserve, custodirlo per
evitare che sconfinassero nei seminativi di grano, portarlo ad
abbeverare alle sorgenti, condurle la sera al recinto (arrestrègne i
bovi) per la mungitura, assisterle nel parto. ecc. L’unico passatempo
per questi giovani dall’animo semplice era nella capacità di
inventare, raccontare, o semplicemente ascoltare ogni forma di
volgarità capace di suscitare il riso dei compagni.
Ogni
sabato pomeriggio era consuetudine che tornassero in paese per
riscuotere la paga nei palazzi dei loro padroni, in tale occasione
riempivano le osterie e le strade, dove si rovesciavano ubriachi
cantando canzonacce, alla stregua dei Bravi del Manzoni, e finendo
spesso in risse. Per tale motivo e perché non venissero molestate dagli
“utteri”, era buona norma che le ragazze si rinserrassero nelle case
e non uscissero per alcun motivo, tanto meno che si affacciassero alla
finestra.
Nella loro ignoranza, gli "utteri" erano capaci di comporre
delle filastrocche, quasi sempre volgari ed irripetibili, per questo
andate perdute senza rimpianto. Tuttavia, qualcuna tra le più “pulite
“ è rimasta; ricordo un anziano buttero, che vantava di essere stato
alle dipendenze di mio nonno, raccontarne una, che faceva riferimento
alle osservazioni meteo, e in particolare a quelle che chiamava la “regola
del tre”. E’ un peccato che ne ricordi solo l’ultima parte,
tuttavia quel poco che mi è dato di ricordare recitava più o meno
così:
“ Uènto scilocco, tre ddì
ti tocco,
nu salto fa i bbòuo e trè la uàcca,
doppo trè nebbie ci v’è l’acqua,
doppo tre bbaci…la patacca”
Conviene
qui spiegarne il significato, ovvero, che i venti sciroccali toccano il
volto dei butteri (e non solo il loro) per tre giorni, tale è infatti
la loro durata, - che mentre il toro fa un solo salto per coprire una
mucca, queste quando “vanno in amore “ lo manifestano giocando a
saltarsi addosso tra loro almeno tre volte, - che tre giornate nebbiose
terminano quasi sempre con una giornata di pioggia. L’ultima strofa si
commenta da sé, e anche se può apparire un tantino cruda ed indecente,
è giustificata perché completa “la regola del tre”

Enrico
Coleman - Tempo piovoso - Campagna Romana
Sezze, 22 luglio 2014
In
nome del popolo Francese
La
sentenza che si riporta è un atto che risale all’occupazione francese
dello Stato Pontificio, e alla proclamazione della breve “Repubblica
Romana” (1798 – 1799), considerata dagli storici come sorella della
rivoluzione francese. Le truppe napoleoniche guidate dal generale
Berthier, avevano invaso Roma con il pretesto dell’uccisione del
generale Duphot; di li a poco Pio VI sarebbe stato tradotto in esilio in
Francia, dove perì; le chiese e il territorio depredati di numerosi
tesori; la politica fiscale del governo francese si mostrò più
oppressiva di quanto non fosse mai stata quella del governo
pontificio.

L’insieme
di queste vicende scatenò una forte reazione del popolo, fedele alla
propria religione e al proprio sovrano. I tumulti, partiti da Roma, si
estesero ben presto in tutti gli angoli dell’ex Stato pontificio e
sfociarono con l’abbattimento dell’albero della libertà, issato dai
francesi in tutte le piazze. Al fianco del popolo in rivolta accorsero
le truppe borboniche del Regno di Napoli, subito respinte dai francesi e
da un distaccamento alleato di polacchi. A Sezze, secondo quanto
riportato dal Lombardini (Storia di Sezze), alcuni cittadini più arditi
mossero loro incontro, e celati dietro le siepi ed altri ripari della
campagna, li accolsero a fucilate. Molti soldati caddero uccisi, in
specie da un tal Giovanni Ceccano, che narrasi non tirasse un colpo in
fallo, ma il numero e la disciplina prevalsero, e, fugati quei pochi, la
truppa entrò in città, che sbigottita attendeva la vendetta del
vincitore, che non si fece attendere.
Fu
ordinato il saccheggio della città, e, se questa si liberò da tanta
iattura, dovette essere grata ai saggi e prudenti cittadini, poche ore
innanzi ricercati a morte, i quali preso il comando militare poterono
ottenere che quest’ordine venisse revocato. Si dovette però pagare
una somma non mite, consegnare alcune argenterie della Cattedrale che
non erano state nascoste e fra queste un artistico paliotto d’argento
massiccio, e compensare con altrettanto argento il busto di San Lidano,
che volentieri i cittadini somministrarono pur di non cederlo ai
francesi.
La repressione non fu di lunga durata, perché dopo poco tempo il
cardinale Ruffo arruolò alcuni insorti napoletani, che capeggiati da
Rodio e da fra Diavolo ( i Sanfedisti) giunsero a Sezze, commettendo
lungo il loro cammino ogni sorta di atrocità. Cacciarono però i
francesi e contribuirono alla liberazione dello Stato Pontificio ed al
ripristino del potere temporale dei papi. Il Rodio pretese dal cessato
municipio repubblicano di Sezze la somma di seimila scudi, ma si
accontentò poi di molto meno.
Questa
premessa si è resa necessaria per la conoscenza delle vicende storiche
che precedettero la sentenza, tratta da “Collezioni di carte
pubbliche, proclami, editti, ragionamenti ed altre produzioni tendenti a
consolidare la rigenerata Repubblica romana – Tomo III – Roma 1798”.
La sentenza è interessante perché conserva memoria di alcuni fatti e
di alcuni personaggi della rivolta a Sezze. Non è comunque la sola, ve
ne sono ancora altre, che riportano i nomi di Vincenzo e Raimondo
Cardarelli, Filippo Maselli, Luigi Rocchi, tutti riconosciuti “non reo”
e che ci inducono a pensare che i francesi si mostrarono con Sezze
veramente magnanimi, contrariamente ad altri luoghi dove furono eseguite
numerose sentenze di fucilazione. La Commissione Militare del
Dipartimento del Circeo, riunita nella sala della Municipalità di Sezze
era composta da: Mallard Aiutante Maggiore nella 12° Brigata di
Fanteria di Battaglia Presidente, Gueny Capitano nella medesima mezza
brigata, Vergne Sottotenente, Laforge Sottotenente, e Depuis Capo d’Alloggi,
tutti e tre del 19 Reggimento dei Cacciatori a Cavallo.
Relatore
il cittadino Guiraud Sottotenente nel medesimo Reggimento.
n.
116
LIBERTA’
UGUAGLIANZA
S E N T E N Z A
Della Commissione Militare stabilita nel Dipartimento del Circeo.
In nome del Popolo Francese
Li 27 Vendemmiale Anno 7 Repubblicano
La
Commissione militare, stabilita nel Dipartimento del Circeo in virtù
dell’Articolo 5. Della legge dei 13 Termifero Anno 6 . sic. si è
adunata in una delle Camere della Municipalità di Sezze ad oggetto di
giudicare -Vincenzo Biasucci, accusato di essere stato uno dé Capi
Autori Istigatori della ribellione di Sezze Dipartimento del Circeo
contro l’Armata, e la Repubblica Francese, d’avere con le armi alla
mano fatto battere la Cassa per radunare il Popolo, di averli detto di
tranquillizzarsi perché era alla sua testa, di aver detto ai ribelli di
andare a prendere il piombo, che era sulla Chiesa di S. Rocco della
detta città di Sezze, di aver ordinato l’arresto del Cittadino Rauffi,
Patriota di Sezze. -Saverio Biasucci , accusato di aver preso parte alla
rivoluzione di Sezze Dipartimento del Circeo contro l’Armata, e la
Repubblica Francese. – Giuseppe Biasucci, accusato di essere stato uno
de’ Capi della rivoluzione di Sezze Dipartimento del Circeo contro l’Armata
e la Repubblica Francese, di avere con altri due Notari pubblici
sottoscritto, ed apposto il suo Sigillo di Notaro su di un atto, nel
quale facevano dichiarare agli abitanti di Sezze, che si davano al Re di
Napoli, e rinunciavano alla Repubblica Romana. – Antonio Valletta,
accusato di avere unitamente con Giuseppe Biasucci sottoscritto, e posto
il suo Sigillo di Notaro sopra di un atto, nel qualefacevano
dichiarareagli abitanti di Sezze, che si davano al Re di Napoli, e
rinunciavano alla Repubblica Romana.– Lidano Maria Degrandis, accusato
di avere unitamente colli due Notari di sopra indicati fatto
sottoscrivere, ed apporre il suo Sigillo di Notaro sopra di un atto, col
quale facevano dichiarare agli abitanti di Sezze, che si davano al Re di
Napoli, e rinunciavano alla Repubblica Romana.
Essendo
stata aperta la Seduta, interrogati del loro nome, cognome, età,
professione, luogo di nascita, e domicilio, hanno risposto chiamarsi il
primo Vincenzo Biasucci di anni 48, vivendo delle sue entrate, e
domiciliato a Sezze; il secondo Saverio Biasucci di anni 40,
amministratore dei Beni del Comune di Sezze, nato e domiciliato in Sezze;
il terzo Giuseppe Biasucci di anni 37, Notaro, e Procuratore nato, e
domiciliato a Sezze; il quarto Antonio Valletta di anni 34, Notaro ed
Avvocato, nato e domiciliato a Sezze; il quinto Lidano Maria Degrandis
di anni 37, Notaro, nato e domiciliato a Sezze.
Dopo di aver istruito i detti accusati delle incolpazioni che loro si
danno, e prove, che se recano, ed averlo fatto interrogare dal
Presidente & c. la Commissione Militare dichiara alla maggiorità di
quattro voti, che Vincenzo Biasucci, non essendo stato Capo della
suddetta ribellione, che al contrario non ha cercato che a ricondurre il
buon ordine, non è reo. Che Saverio Biasucci non è reo. Che Giuseppe
Biasucci, essendo stato forzato, e minacciato di perdere la vita, se non
sottoscriveva, ed apponeva il suo Sigillo sopra del suddetto atto, non
è reo. Che Antonio Valletta, essendo stato costretto, come Giuseppe
Biasucci, per forza a sottoscrivere, ed apporre il suo Sigillo sopra il
sudetto atto, non è reo.
Onde la Commissione Militare dichiara, che i cittadini Vincenzo Biasucci,
Saverio Biasucci, Giuseppe Biasucci, Antonio Valletta, e Lidano Maria
Degrandis, sono assoluti delle accuse dirette contro di essi, ordina in
conseguenza, che siano immediatamente in libertà & c.
Fatto, chiuso, e giudicato nella Seduta pubblica di Sezze nel giorno,
mese, ed anno sudetto, ed i Membri della Commissione insieme col
Relatore hanno sottoscritto la seguente Sentenza.
Per copia conforme = Guiraud Relatore
Vincenzo Biasucci, Saverio Biasucci, Giuseppe Biasucci, Antonio
Valletta, e Lidano Degrandis sono stati messi in libertà alle ore tre
doppo mezzogiorno.
Sezze, 12 giugno 2014
Forum
Appii
Per
lungo tempo, nonostante gli scritti, in particolare quelli di Orazio, si
è contestata l’ubicazione del Foro Appio nel territorio di Sezze,
ponendola nei pressi dell’abbazia di Fossanova. Di questa “pura
fantasia” ristabilisce la verità storica nel 1641 il Ciammarucone,
che con dovizia di argomenti dimostra in modo inoppugnabile come il sito
fosse “dirimpetto a Sezza” (1)

Difatti,
le vicende storiche di Foro Appio ( “Frappio” in gergo popolare) che
conosciamo, sono legate alla realizzazione della via Appia e all’importanza
che la “regina viarum” ha avuto attraverso i secoli.
Le notizie circa la sua costruzione non sono molte, tuttavia Livio (2)
ci dice che “ insigne in quell’anno (312 a. C.) fu la censura di
Appio Claudio e di Claudio Plauzio, ma presso i posteri è il nome di
Appio che fu di più fortunata memoria, perché costruì la Via e portò
l’acqua all’Urbe: tali cose portò a compimento da solo, avendo l’altro
rinunciato alla carica di censore”.
Era uso di allora intitolare una stazione al costruttore di una via
romana e così è stato per “Forum Appii”.
Lo troviamo infatti come tale nell’ “Itinerarium Provinciarum
Antonini Augusti” del 217 d.C. e qualche anno dopo, nel 250, nella “Tabula
Peutingeriana” (3). Foro Appio ebbe grande importanza anche come porto
fluviale per le imbarcazioni che da qui conducevano al tempio della dea
Feronia presso Terracina (Monte Leano) attraverso il canale costruito
dal console Cetego nella bonifica del 160 a. C.
Orazio, in un suo pernottamento presso questa stazione, durante il suo
viaggio da Roma a Brindisi, avvenuto nel 38 d. C. (secondo l’opinione
di Weichert) (4), ci descrive (5) la notte trascorsa qui, non molto bene
per la verità, perché disturbato dal gracidìo delle “palustri rane”,
dai “rei mosconi” e da barcaioli ubriachi e imbroglioni, che “ruttando
vino… cantavano Ben dio, da me lontana”.

La
presenza della palude giustifica “le palustri rane”, tanto che
qualche fornace locale ne fece il marchio di fabbrica per i propri
prodotti, come testimoniano alcune ceramiche rinvenute in loco e
attualmente custodite nel Museo Comunale del nostro paese.
Foro Appio, assieme alla stazione di “Tripontium” (Tre Ponti) e “Tres
Tabernae” (Cisterna) verso Roma e quella di “Ad Medias” (Mesa di
Pontinia) verso Napoli, ebbe notevole importanza perché costruito quasi
alla fine del XLIII miglio dell’Appia, all’inizio cioè del “Decennovium”,
il tratto di 19 miglia che da Tripontium conduce a Terracina, alle
sorgenti di Feronia, ai piedi del Monte Leano. Tale importanza è
testimoniata altresì dai cippi miliari dell’epoca, visibili a “Mesa
” (già Ad Medias, per trovarsi a metà del Decennovio) in cui oltre
alla distanza da Roma, figura anche la distanza dall’inizio del
Decennovio.

Cippo
Traianeo – Ricorda il restauro di Traiano della via Appia
Foro
Appio non fu solo una semplice stazione di sosta ma anche un importante
centro di insediamento con funzioni aggregative della popolazione rurale
e passaggio obbligato di piccole e numerose imbarcazioni, i sandali, che
attraverso la confluenza del fiume Cavata trasportavano i prodotti della
palude (legnatico, carbone, giunchi, anguille, pesci e cacciagione)
verso i centri collinari , fermandosi probabilmente a ridosso degli
Archi di S. Lidano, dove il nome di una strada, la via del Pesce, ce ne
tramanda la memoria storica. La popolazione rurale si recava al Foro per
ogni genere di affari (mercati, trasporti, leva, commerci, ecc) ma era
pure un punto d’incontro per feste religiose. Vi fu eretta, in onore
di Traiano, la statua della dea Bellona(6) ed era collegato, a mezzo del
tratturo Caniò, al vicino Tempio della Dea Giunone, meta di culto per
invocare fertilità alle nostre terre e raccolti abbondanti. Nel luogo
del tempio della dea Giunone , chiamato sino all’ottocento “Pantano
Luvenere” (le uve nere), c’erano gli estesi vigneti di cecubo
appartenenti alla villa della gens Calpurnia. Erano i vigneti descritti
da Orazio , quelli che da “supra Forum Appii” giungevano ai piedi
della nostra collina, passando a ridosso del “Fosso delle Uve Nere “
( Fosso Veniero).

Il
miglio 42 dell’antica via setina al casale Rappini oggi Pietrosanti
Dagli
Atti degli Apostoli (28°capitolo) sappiamo che a Foro Appio fece tappa
San Paolo, che veniva condotto prigioniero a Roma e che una folla di
fedeli, avutane notizia, gli corse incontro e lo accompagnò sino a Tres
Tabernae. Paolo, “vedutili, ringraziò Dio e prese animo” (7)
Probabilmente, dopo Appio Claudio, e dopo la fine della Repubblica, la
gente Claudia dovette mantenere qualche diritto su Foro Appio se è vero
che Claudio Druso, quando tentò di impadronirsi della penisola italica,
si fece erigere qui una statua col diadema (8).
Neanche con la fine dell’impero romano, Foro Appio dovette perdere la
sua importanza, in quanto nel Medio Evo fu sede vescovile(9) anche se
non si conoscono i nomi dei vescovi, al contrario di Tres Tabernae. Il
Tufo, nella sua “Storia Antica di Sezze” dice: “ Non deve destar
meraviglia la notizia che al Foro Appio s’ebbe il vescovado poiché
nel Medio Evo i vescovi pullularono dappertutto per la somministrazione
di certi sacramenti, la quale non poteva esser fatta da semplici
sacerdoti. Si può anche supporre che il Foro Appio non abbia perduta l’importanza
dell’età romana e che una nuova, anzi, ne abbia acquistata con la
vicina abbazia di S. Cecilia, fondata da S. Lidano, monaco benedettino,
morto il 1118….. poichè nei tempi medievali, le genti, in ispecie
sparse per la campagna, spesso calcavano la via del convento per trovare
la pace dell’anima, il conforto delle loro sventure…”
L’importanza, probabilmente avuta da Foro Appio nel Medio Evo, può
essere desunta indirettamente anche dai lavori di bonifica intrapresi da
Teodorico, re Ostrogoto, che nel 1500 si adoprò per il prosciugamento
delle paludi e costruì il Portatore per recare a mare le acque dell’Ufente;
tali lavori si resero necessari per l’estendersi della palude pontina
che rendevano impercorribile il Decennovio. Due iscrizioni simili,
custodite a Mesa di Pontinia, una di fronte all’altra, nel palazzo
fatto costruire da Pio VI come l’altro di Foro Appio, ma rinvenute,
secondo la testimonianza del Nicolai (10) in una vecchia cucina del
palazzo vescovile di Terracina, testimoniano l’opera di bonifica in
tale modo: “ Nostro signore gloriosissimo il re Teodorico…ha
felicemente e con l’ausilio di Dio reso di nuovo praticabile ed
ammirabilmente sicuro per il viandante il decennovio della via Appia da
Trepponti sino a Terracina, nonché i luoghi che sotto i regni
precedenti, erano stati inondati dallo straripamento da destra e da
sinistra”. Va da sè che se questo tratto di strada non avesse avuta
la sua importanza, non si sarebbe proceduto alla bonifica, ma si sarebbe
preferito il percorso dell’antica via pedemontana volsca (Sermoneta,
Sezze, Case Nuove, Priverno) come in effetti avvenne più tardi, quando
l’avanzare della palude e l’infierire della malaria portarono poco a
poco alla distruzione del Foro.
NOTE
1) Giovanni Ciammarucone – Descrittione della città di
Sezza- Stamperia R. C.A . -1641
2) Plinio – Historiae Naturalis, libro III, capo 5°
3) Tabula Peutengeriana - La Tabula Peutingeriana è la copia
di una mappa romana, risalente al XII – XIII secolo, che mostra in
modo schematico tutte le strade dell’impero e le distanze tra di esse.
Deve il suo nome all’umanista bavarese Konrad Peutinger ed è
custodita presso l’ Hofbibliothek di Vienna. Nel 2007 è stata
inserita dall'UNESCO nell'Elenco delle Memorie del mondo.
4) Tito Berti – Paludi Pontine – 1884 pag. 66
5) Orazio – Libro I satira 5
6) La dea Bellona era una dea guerriera, l’ombra femminile
di Marte. Il suo nome deriva da bellum (guerra). A Foro Appio fu
rinvenuta un iscrizione traianea, (CIL X , 6482) che ricorda la dedica
di un tempio a Bellona in onore di Traiano, da parte di Geminia Myrtis e
Anicia Prisca. Le due donne sono madre e figlia delle illustri gens
Geminia e gens Anicia attestate a Sezze, Cori e Terracina; la loro
parentela si desume da altra epigrafe (CIL X, 6483) rinvenuta poco
distante, nei pressi del casale della famiglia Pietrosanti a Villafranca
(già proprietà Rappini), con la quale, anni dopo, dedicarono un aedem
cultoribus Jovis Axorani (tempio per la venerazione di Giove) in onore
di Adriano e in memoria di Anici Prisci c/oniugis (coniuge e
padre)
7) Atti degli Apostoli (28,12-15)
8) D. Giorgi – De Cathedra Episcopali Setiae civitatis in
Latio – Romae 1727
9) D. Giorgi – op. cit.
10) Nicolai – De Bonificamenti delle terre pontine- 1800
Sezze, 2 giugno 2014
La
memoria storica di Foro Appio

Foto
del 1991 di Vittorio Del Duca dove la cartellonistica riporta ancora l’indicazione
del Foro Appio
L’ultima
escursione del Gruppo in Difesa dei Beni Archeologici di Sezze, da Foro
Appio al tempio della Regina Giunone del tratturo Caniò, ha nuovamente
riportato l’attenzione sulla necessità della conservazione della
memoria storica dei luoghi.
Dinanzi al casale che fu dei Ferraioli e dei Zannelli, fatto costruire
da Pio VI durante la bonifica del 1778, campeggiava sino al 1995 un
cartello stradale dell’Anas con la scritta BORGO FAITI e sotto, tra
parentesi (già Forum Appii). In quello stesso anno, il cartello fu
sostituito da quello attuale, che così recita: “Borgo Faiti” e tra
parentesi (Latina), cancellando il “già Forum Appii” e la memoria
storica del luogo, che per un certo periodo continuò ad essere affidata
ad una vecchia scritta che campeggiava a lato dello stesso fabbricato ed
eliminata nel duemila con i lavori di restauro.
Sono trascorsi venti anni dal 1995, e nonostante le proteste del
momento, il cartello è rimasto sino ad ora tale e quale. Se all’Anas
hanno dimostrato di non conoscere la storia, ancora più colpevole
rimane il silenzio dell’Amministrazione Comunale di Sezze, che
nonostante la denuncia del 1995, non è mai intervenuta.

La
cartellonistica attuale dove è scomparsa la dicitura -Foro Appio-
-Oggi
che è stato cancellato il “già Foro Appio” - scrive Antonio
Campoli nel suo libro “C’era una volta …Sezze” (pag. 185) –, l’assassinio
di questo monumento millenario, che insiste tutto sul territorio di
Sezze, è completo e il dramma è catastrofico. La tutela del patrimonio
artistico e monumentale è un dovere sacrosanto di chi amministra la
nostra città.
Agli stupratori della memoria, ripetiamo solo: “Agite nunc, quos tuba
excitavit ad judicium” e li invitiamo a togliersi di dosso l’indifferenza
più atroce, il pressappochismo più insulso, l’ignoranza più grassa,
facendo ripristinare nel territorio di Sezze l’indicazione di Forum
Appii, eliminando la scritta Borgo Faiti che invece sorge sulla riva
destra del Canale Linea. Negli ultimi 60 anni abbiamo perduto il 90% di
Sezze perché indifesa, perché amministrata da personaggi che hanno
tutelato il territorio con superficialità, a tentoni, per sentito dire,
per tradizione, contribuendo così tragicamente a togliere ai luoghi il
sapore e la memoria e disinteressandosi totalmente di un patrimonio
inestimabile. Il territorio di Sezze, con i suoi luoghi storici, è
stato in gran parte trasformato e stravolto-
Dopo la denuncia dell’avv. Antonio Campoli fatta nel lontano 1995,
oggi ne parte una nuova, quella del Gruppo in Difesa dei Beni
Archeologici di Sezze. Riusciremo a dare una scossa a questa
Amministrazione comunale perché abbia una maggiore sensibilità verso i
Beni Comuni ?

Il
fabbricato di Foro Appio costruito sulla confluenza del fiume Cavata sul
Linea Pia durante la Bonifica di Pio VI nel 1778, già proprietà dei
Ferraioli e dopo dei Zannelli
Sezze, 16 maggio 2014
Il
bombardamento di Sant'Andrea
Racconto
tratto dal libro di Francesco Berti " Pensando a Sezze"
Atesa
Editrice - Latina 1985 (pag. 89,90,91,92)
Dopo
i bombardamenti del 23 e 27 Gennaio 1944, il paese non fu più
sicuro e la popolazione cercò riparo dalle bombe sia nella campagna
superiore di Suso che in quella inferiore dell’Agro Pontino. Le grotte
carsiche, assai numerose nel territorio superiore, furono il riparo di
intere famiglie, come testimonia in modo assai eloquente un dipinto su
roccia, posto all’ingresso della grotta dell’Arnalo dei Bufali, già
famosa per il ritrovamento nel 1932 del dipinto rupestre neolitico dell’uomo
a phi.

Dipinto
di ringraziamento su roccia, all’ingresso della grotta carsica Arnalo
dei Bufali
Il
disagio di quei giorni terribili si accrebbe a dismisura perché Sezze
rimase fuori dai rifornimenti alimentari, che prima del bombardamento
aereo del 23 gennaio venivano distribuiti con la carta annonaria.

Archivio Azienda Agricola Del Duca - Carta annonaria per i lavoratori, distribuita a mezzo delle aziende agricole in cui prestavano servizio.

Archivio Az. Agricola Del Duca - Carta annonaria per giovani dai 9 ai 10 anni (oggi diremmo bambini, ma nel 1943 venivano considerati idonei al lavoro)
La
causa principale del mancato rifornimento alimentare fu la difficoltà
che i mezzi di trasporto incontravano nel raggiungere il nostro Comune,
in quanto era tagliato fuori dal traffico ferroviario e da quello
viario, per l’apertura della testa di ponte di Anzio, da una parte, e
dal fronte americano che si era fermato sul Garigliano e a Cassino. Il
grano, immagazzinato nel Consorzio Agrario di Sezze Scalo, era stato
assegnato, nel mese di Novembre, agli agricoltori locali per la semina.
Le uniche scorte reperibili erano quelle depositate nei magazzini
privati (i granai), le quali erano gelosamente custodite dai possessori,
come ci riferisce il prof. Francesco Berti, testimone di quei giorni
drammatici, che ricorda a memoria futura nel suo libro “Pensando a
Sezze” – Lucania Editrice, 1985.
Durante lo
sfollamento, racconta il prof. Berti, si verificò che alcuni cittadini,
pur avendo il grano non avevano la possibilità di ricavarne la farina,
in quanto i mulini erano chiusi per mancanza della forza motrice
derivante dalla corrente elettrica. I più coraggiosi si posero sulle
spalle piccole quantità di grano ed andarono a macinarli nei mulini ad
acqua che ancora funzionavano nei comuni al di là dei Monti Lepini, in
provincia di Frosinone. Altri si adattarono a schiacciare i chicchi di
grano, di mais, di avena o di orzo con la piccola macina girata a mano,
come nei secoli scorsi, o passati dal macinino del caffè. La farina
ottenuta, in una giornata di lavoro da più persone, non bastava mai a
soddisfare i bisogni della famiglia, anche se si utilizzavano, per il
consumo, le scorze del grano, ossia la crusca. A volte, però, la
famiglia era costretta a rinunziare a parte della farina ottenuta per
venderla, ricavare così i soldi per l’acquisto di altri beni di cui
non disponeva. Le piccole derrate che si rendevano disponibili, andavano
a rifornire il mercato “nero” che era sorto, spontaneamente, alla
porta della città.
Verso la
fine del mese di febbraio 1944, infatti, lungo il muro esterno della
chiesa di S.Andrea comparvero le prime bancarelle dei “borsari neri”.
Man mano che si diffuse la notizia della istituzione del mercato il
numero dei venditori e dei compratori aumentò. Il luogo scelto, S.
Andrea, dava garanzia dal riparo di eventuali incursioni aeree; perché
fuori porta, lontano da crolli delle case. La domenica mattina il
mercato si movimentava di più. Si notava, tra l’altro, l’arrivo di
forestieri. Il forte assembramento incominciò a destare preoccupazioni
agli assidui frequentatori. Nei giorni che precedettero il bombardamento
furono visti volteggiare, nel cielo di Sezze, aerei da ricognizione del
Comando Alleato.
I più
temerari continuarono a recarsi nella piazza per i loro affari. Domenica
21 maggio, però accadde che a Porta S.Andrea, verso le ore 10,30 si
aggiravano un centinaio di persone. Ad un tratto, in direzione di Monte
Trevi, ad est della città, si udì il rombo dei motori di aerei i quali
si gettarono in picchiata sulle case del paese sganciando il loro carico
di bombe. Gli ordigni micidiali caddero sulla chiesa, facendo crollare
il tetto, il campanile e parte del muro esterno che limitava un lungo
tratto della piazza. Dopo un giro sull’Agro Pontino, gli aerei
ricomparvero nel punto di prima e completarono lo scarico del loro
pesante fardello di morte, distruggendo anche la Chiesa Collegiata di
San Rocco. Dopo la seconda ondata, quando tornò un poco di calma e la
paura del ritorno degli aerei fu scongiurata, allora si contarono le
vittime. 71 i morti e poche decine i feriti.
Si
disse che l’attacco aereo era stato provocato dalle “stanghe” dei
carretti, che i contadini avevano lasciato sulla piazza, puntate verso
il cielo (come si usava) come cannoni messi a difesa del paese. La
fantasia popolare, a volte, è molto fervida e arriva a fare delle
congetture fuori dalla realtà. Il 22 maggio, ancora altri due
bombardamenti: furono distrutti la colonia agricola femminile, ma senza
danni per le persone, eccetto un maresciallo tedesco ucciso, e parecchie
case. Rimasero lesionato l’Ospedale e la chiesa di San Bartolomeo. Nei
giorni seguenti, fino al venerdì sera, quando vennero le truppe
americane, i cannoneggiamenti danneggiarono il fabbricato del Capitolo
della Chiesa stessa, ma non gravemente. Durante questi cannoneggiamenti
si ebbero a deplorare 8 vittime tra la città e la campagna.
L’occupazione
di Sezze
Alla
fine del mese di maggio del 1944 le truppe alleate entrarono a Sezze.
Prima di occupare il paese, risalendo la collina dallo scalo
ferroviario, le artiglierie anglo americane cannoneggiarono la periferia
della città dal lato ovest che guarda verso il mare. L’attacco durò
un’intera giornata e servì a fiaccare gli avamposti tedeschi lasciati
a proteggere la loro ritirata. Nella notte, tra il giorno 26 e il 27
maggio, il cielo intorno a Sezze divenne rosso di fuoco per i colpi di
artiglieria sparati.
Nella foto la Cattedrale colpita da un colpo di granata degli alleati
Istituto Luce > Documentario
del cannoneggiamento degli alleati di Sezze
Solo alle
prime luci del giorno le fanterie alleate salirono il costone del colle
setino non potendo proseguire la marcia diversamente con i mezzi
meccanici, in quanto la strada carrozzabile era stata interrotta in più
punti. Il ponte del Brivolco e l’ultimo muraglione nella curva sotto
il Guglietto erano stati fatti saltare per aria dalle cariche di
dinamite poste dai tedeschi per sabotaggio. Il comando alleato era stato
informato delle interruzioni stradali e per questo motivo era stato
deciso di occupare la città lepina provenendo da più direzioni. Le
truppe partite dal fronte di Anzio furono fatte risalire da ovest,
mentre quelle partite da Cassino risalirono dalla piana di Ceriara per
il Macchione in direzione dei Colli di Suso. I reparti armati
provenienti da est erano formati, per la maggior parte, da soldati di
colore.
Il giorno
26, con il buio della sera, i soldati negri occuparono la parte alta
della vallata che domina la conca di Suso dalla parte di Monte Nero e si
fermarono in attesa che facesse giorno, per proseguire l’avanzata. Il
contatto dei soldati con la popolazione civile creò alcuni problemi
anche d’ordine sessuale. La lunga e forzata astinenza, e il carattere
focoso dei marocchini, spinse gli uomini della truppa ad infastidire le
donne setine sfollate nei casolari sparsi nella zona, a volte senza
avere alcun rispetto dell’età delle vittime poste sotto la loro
violenza.
Durante la
notte furono commessi molti stupri. Alcuni tentativi, però andarono
sventati per la reazione degli uomini che riuscirono a difendere le
donne della loro famiglia. Dopo il passaggio della truppa, nei giorni
che seguirono, si seppe che furono vittime anche degli uomini presi in
luoghi isolati. Elide Rosella, una ragazza di 25 anni, venne uccisa a
colpi di fucile perché non volle cedere alla violenza marocchina. Corse
voce che la giovane tenne testa ad un folto gruppo di soldati impedendo
ad essi di consumare un qualunque rapporto con l’aiuto dell’anziana
madre Geroloma.
Qualche
giorno prima dell’arrivo degli americani un altro delitto fu compiuto
ai Colli. L’agricoltore Ernesto Zaccheo, sfollato di Sezze, fu ucciso
dai tedeschi nel momento in cui tentava di salvare, dal rastrellamento,
il suo mulo. Alla vista dei tedeschi, che nella zona dei Colli andavano
razziando muli e cavalli per sfuggire all’accerchiamento e darsi alla
fuga, era montato sulla sua bestia e si stava dirigendo verso la
montagna, luogo sicuro da ogni razzia, venne freddato da una raffica di
mitraglia.
Sezze, 14 marzo 2014
Le
antiche cisterne di raccolta dell'acqua

La
posizione collinare di Sezze e la relativa lontananza dalle sorgenti, ha
sempre rappresentato un ostacolo per l’approvvigionamento idrico della
popolazione, almeno sino al 1866, quando Pio IX , su progetto dell’ingegnere
Armellini, fece zampillare l’acqua, per la prima volta, nella fontana
di piazza De Magistris. L’acqua giunse per caduta e per ferreos tubos
dalla sorgente di Monte S. Angelo, nel Comune di Bassiano, a sette
chilometri da Sezze. La fontana di Pio IX, alleviò notevolmente le
condizioni igienico sanitarie della città, alle quali la popolazione
aveva da sempre cercato di rimediare in diversi modi.
Primo
tra tutti la costruzione, ai piani interrati, di grosse cisterne in
muratura per la raccolta delle acque piovane, che vi confluivano dal
tetto dell’abitazione, a mezzo di tubi in lamiera zincata. Le pareti
delle cisterne erano intonacate con malta cementizia impermeabile per
evitare dispersioni, e sulla sua sommità, un tubo, con pendenza verso
la via pubblica o nella fognatura, manteneva costante il livello massimo
dell’acqua, impedendo alle piogge particolarmente abbondanti di
tracimare ed invadere il piano terra delle abitazioni. Le cisterne erano
chiuse sulla sommità da una volta, e una piccola apertura, per lo più
quadrangolare, permetteva di prelevare l’acqua a mezzo di un secchio
legato ad una funicella.

Tale
apertura, spesso funzionava da livello, e l’acqua che vi tracimava in
caso di piogge persistenti, era convogliata nella vicina fognatura
attraverso un canaletto aperto di cemento. Le cisterne avevano una
capacità di 8 – 20 metri cubi, ma l’acqua contenuta era stagnante e
malsana, si prestava a quasi tutti gli usi domestici, ma non ad essere
bevuta. Così prima che l’acqua di sorgente scaturisse dalla Fontana
di Pio IX, le nostre nonne scendevano dal paese verso le fonti più
vicine, con conconi di rame o con arciole in terracotta, portate
abilmente sulla testa e poggiate su di una morbida coroglia, (straccio
arrotolato a forma di corolla). Le fonti più vicine erano quella dell’Oro
in località Fontanelle, le Fontane o il Puzziglio in località
Zoccolanti. Nei primi del Novecento, con l’energia elettrica,
comparvero in ogni angolo del paese le fontane, e in ognuna delle sue
porte di accesso fu costruito un fontanile per abbeverare gli
animali.
Trascorsero
alcuni decenni, e quando i rubinetti entrarono nelle abitazioni, le
cisterne esaurirono la loro funzione. Furono in parte demolite ed in
parte adattate a ripostigli con la costruzione di alcuni scalini,
principalmente per l’invecchiamento dei vini in bottiglia. Infatti, la
profondità delle cisterne, che in alcuni casi superava i tre metri,
faceva sì che al loro interno la temperatura si mantenesse piuttosto
fresca e costante in ogni periodo dell’anno ed ideale per la
conservazione del vino. E’ grazie a queste diverse destinazioni, se
tali manufatti, sfidando il tempo e le modernità, sono giunti sino a
noi, a testimoniare non solo il passato e le difficoltà nell’approvvigionamento
idrico, ma anche quanto sia importante per ogni essere vivente e per l’intera
umanità disporre di acqua limpida e pura, in un ambiente sano e
protetto da ogni forma di inquinamento.

Sezze, 3 febbraio 2014
70
anni fa il primo bombardamento su Sezze
Con
lo sbarco ad Anzio degli Alleati ( 22 -31 gennaio 1944) e con la
conseguente ritirata tedesca verso la linea Gustav a Montecassino, il
nostro paese divenne teatro delle operazioni belliche. Il primo
bombardamento su Sezze, ad opera delle forze anglo americane contro
postazioni tedesche, risale a domenica 23 Gennaio 1944. Tra le 8.30 e le
9 uno stormo di aerei puntò sulla città, distruggendo il ponte sul
Brivolco, unica comunicazione con la pianura; gli aerei presero
successivamente di mira il centro abitato, sganciando alcune bombe nei
pressi del piazzale della Cattedrale di S. Maria e sulla Chiesa del
Bambin Gesù che rimase distrutta insieme ad alcune case. I
bombardamenti furono accompagnati da intensi mitragliamenti. Le vittime
accertate furono una ventina. Dopo quattro giorni, il 27 gennaio, gli
alleati ritornano con un secondo raid aereo.
A
distanza di settanta anni, sono sempre meno le persone che ricordano
quei momenti terribili, ma ne abbiamo una testimonianza diretta nel
racconto di un nostro concittadino, Francesco Berti, attraverso uno dei
suoi libri che scrisse nel 1985 “Pensando a Sezze”. Al tempo del
bombardamento, Francesco aveva quasi 17 anni e frequentava il terzo
Ginnasio delle scuole di Palazzo Rappini. Ecco il suo racconto:
Giovedì
27 gennaio 1944 alle ore 10,30 la campana della scuola aveva appena
suonato il cambio dell’ora e nella terza B l’insegnante di disegno
cominciava a spiegare le proiezioni geometriche, quando, all’improvviso,
Palazzo Rappini cominciò a tremare. Da alcuni giorni in paese si
correva da un punto all’altro per osservare da lontano con il binocolo
il movimento lento delle navi che lungo la costa tirrenica, tra Anzio e
Nettuno, si avvicinavano per scaricare uomini e materiali per lo sbarco
della truppa da guerra e poi ripartivano. Notizie concrete non
arrivavano a Sezze. I fascisti si affannavano a dire che lo sbarco era
fallito e che da un momento all’altro gli invasori sarebbero stati
rigettati in mare, mentre Radiofonte, la voce del popolo, annunciava l’imminente
arrivo dei “liberatori”. L’incertezza e la curiosità regnavano ed
era frequente incontrare nei punti più alti del paese gruppi di persone
che scrutavano l’orizzonte verso il mare oltre la Pianura Pontina.

Monumento
ai Caduti. alle spalle Palazzo Rappini con a sinistra ancora la parte
colpita dai bombardamenti
Alle
ore 10,30 Palazzo Rappini fu scosso da un forte colpo e porte e finestre
cominciarono a tremare. Dai banchi gli alunni si precipitarono all’uscita.
Ricordo l’insegnante di disegno, Professor Giuseppe La Manna, davanti
all’uscio già ostruito dalla figura del Preside Pietro Buldo. Sulle
pendici della nostra collina squadriglia di aerei scaricavano il loro
micidiale fardello e, trasportato dal vento, si alzava un acre odore di
polvere. Allo spavento per gli scoppi si unì un nauseante odore che
stringeva la gola. Palazzo Rappini continuava a tremare. Sulla porta
dell’aula preside e professore, guardandosi esterrefatti, si
interrogavano senza parole, ma noi forzammo la fragile barriera delle
loro braccia e di corsa cercammo la via d’uscita. Nell’atrio della
scuola si erano già rifugiati gli abitanti delle case vicine, che
ritenevano luogo sicuro perla sua volta “a botte” e trattennero
alcuni di noi, mentre un folto gruppo proseguì la corsa verso l’aperto.
Ricordo
che tra i presenti c’era: Alessandro Manzi, detto Macodde; Angelo La
Penna, Giuseppa Cavallo , Francesca Berti, ossia “zia Checchinella”,
Marietta Piccaro, la moglie di Antonio Pallottone, Agnesina Zaccheo
consorte di Feliciotto e “Francisco gliù Vargaro” al secolo
Francesco Fanelli. Spaventati come puledri, inseguiti attraverso il
corridoio che conduce alla palestra, uscimmo all’aperto. Alla testa
del gruppo c’erano: Dario Lucidi, Giorgio Cardarelli, Luca Forcina,
Salvatore Gionta, Tullio Tulli, Angelo Cologi, Luca Le Foche, Socrate De
Angelis, Alessandro Rosella, Fausto Fattorini, Antonio Cardarelli,
Romolo Coluzzi, Romolo Pozzi, Mario Di Raimo, Sergio D’Ottavi. Fuori,
sotto gli alberi, lungo il muro, vedemmo alcune macchine tedesche
segnate con la croce rossa, cariche d’esplosivo abbandonate dai
militari, che si erano sdraiati addosso al muro del terrapieno della
palestra. Alla nostra vista, in coro, gridarono: Picoli, picoli, actung,
actung. Il loro intervento fu la nostra salvezza, perché, in poco
tempo, la zona circostante il Parco della Rimembranza fu sconvolto dalle
bombe sganciate dagli aerei che arrivarono ad ondate successive.

Ospedale
e chiesa San Bartolomeo dopo il bombardamento del 1944
La
scalinata dell’ospedale venne distrutta; a Castelletto gli alberi
volavano come foglie al vento d’autunno. In poco tempo il luogo
cambiò aspetto. Il rombo degli aeroplani, che volavano a bassa quota
per colpire con maggiore precisione il bersaglio, si confondeva con il
sibilo assordante degli ordigni lanciati. Allontanatesi i bombardieri ci
fu un lungo silenzio. Alcuni studenti ripresero la fuga; altri,
spaventati da tanta desolazione, preferirono tornare indietro tra la
gente che urlava atterrita. In un attimo fummo a Santa Lucia e,
scavalcando i muretti a secco che tenevano la terra della collina,
giungemmo a Villapetrata, da dove si domina la vallata di Suso e ad
Ovest il panorama di Sezze. Seguì un altra ondata di aerei, ma questa
volta gli obiettivi erano cambiati e le bombe caddero in aperta
campagna, sugli Zoccolanti, alla Valle della Culla, a Santo Sosio, alle
Fontane. Scossi dallo spavento vagammo lungamente per le pendici del
colle di Santa Lucia, lungo il vecchio cimitero e solo nel tardo
pomeriggio ci rifugiammo in una grotta nei pressi della Sedia del Papa,
dove trovammo molte persone del paese: Valeria Cinque, Ludovico
Marchetti e signora, una parte della famiglia di Ferruccio Pandolfini
che raccontavano le loro tristi esperienze del mattino. Ognuno cercava
di fare un bilancio dei danni, indicando le zone del centro cittadino
più colpite dalle bombe.

Piazza
Margherita. Sullo sfondo la chiesa di San Rocco distrutta dal
bombardamento
Ludovico
Marchetti arrivò a dire “che tutto il paese era ormai distrutto” ma
si parlava dei quartieri di Santa Maria, di San Pietro, della Spianata,
dell’Arringo come i più colpiti. Era questa la zona della mia
abitazione, dove avevo lasciato mio padre malato e gli altri fratelli
minori. Credendoli sotto le macerie decisi di andare a portare loro il
mio aiuto, lasciando gli amici. Incurante di ogni pericolo, rifeci la
strada percorsa al mattino. Arrivato alle Spiagge Marine, all’angolo
con Borgo Felice Cavallotti, Monsignor Giovanbattista Carissimo,
Arciprete del Duomo di Santa Maria, che si allontanava dal paese con la
vecchia madre in direzione dei Colli, mi avvertì del pericolo cui
andavo incontro, poiché i militari tedeschi stavano rastrellando le
persone per condurle a scavare le macerie nei luoghi più colpiti. Il
sacerdote si era appena allontanato, quando sentii le voci rauche dei
tedeschi che con i fucili spianati mi invitavano a seguirli. Fino a che
la luce del giorno lo permise, scavammo tra i calcinacci delle case
distrutte a Santa Maria, tirando fuori brandelli di carne umana. A sera,
quando il buio della notte ebbe invaso ogni angolo, stremato dalle forze
e dalla disperazione, mi appoggiai ad un muro cadente e chiusi gli
occhi, mentre la gola si stringeva sempre di più per la polvere ed il
fumo ingoiati, mi addormentai pensando….perché tanto disastro……........................................................................................................................................
Tratto da :
Francesco Berti – Pensando a
Sezze – Lucania Editrice – Latina 1985
Chi è Francesco Berti?
Maestro
elementare, nato a Sezze il 27 aprile 1927, ha insegnato per anni in
paese e poi in varie scuole dell’Agro Pontino. Nel 1961 si trasferì a
Latina, ma non abbandonò mai i rapporti con il paese natio. E’ stato
consigliere comunale, dell’Ospedale civile e della Colonia Agricola
Pontina dal 1953 al 1960.

Sullo
sfondo la chiesa del Bambin Gesù
Sezze, 3 gennaio 2014
Vecchia
Sezze
Nel
centro storico di Sezze, negli anni 60, appena superato largo Bruno
Buozzi (oggi Museo Archeologico) ed imboccata via Diaz, c’era subito a
destra il “Supercinema” di Petrianni e davanti il negozio di
calzature della famiglia Tamburini che molti ricorderanno ancora. Sul
finire dell’Ottocento, il locale del negozio "Tamburini"
ospitava il bar “Barbitto” con le “cùcume” a carbone e le
caffettiere a vapore per la preparazione del caffè. L’energia
elettrica doveva ancora arrivare, e questo bar era tra i preferiti dalle
masse contadine, al pari di quello di “Amalia Ciaramella” in via
Roma (oggi Bar Ciaglia). Vi si sostava non solo per una tazzina di
caffè o per un bicchiere di buon vino, ma anche per una partita a carte
con gli amici, per una “passatella” o semplicemente per giocare a
“morra”. C’era un altro bar, che però il ceto contadino non amava
frequentare, ed era il bar di “Toto Valente” in piazza De Magistris,
riservato alla elìte setina della media ed alta borghesia. Le classi
sociali erano allora ben definite ed anche le loro frequentazioni erano
mirate.
Le
differenze culturali ed i ranghi erano assai sentiti e conducevano
inevitabilmente ad una reciproca e riverente distanza dalle masse
popolari. Ognuno con i suoi pari ed anche i matrimoni erano concertati
secondo queste regole. Allo stesso modo, il ceto popolare contadino non
amava le passeggiate nel viale dei Cappuccini, perché il luogo era
frequentato dai “signùri” e dalle “signòre” che usavano
sfoggiare qui gli abiti, i gioielli, ma anche le carrozze ed i cavalli
più belli. Si racconta di un tale che addirittura aveva ferrato i suoi
cavalli con gli zoccoli d’oro. Va da sé, che tanta ostentazione di
ricchezza era poco gradita alle masse popolari che non potevano
sopperire alle più elementari necessità, ma erano costrette a fare
buon viso a quella “casta”, da cui non di rado dipendeva il loro
destino lavorativo.

Sezze, 4 novembre 2013
Tradizioni
setine del giorno dei morti
La memoria del passato con le sue tradizioni e usanze, dovrebbe essere diffusa fra le nuove generazioni. Sono la nostra stessa vita, la nostra storia. Storia di Sezze e dei
Setini. Sono nipote di contadini e figlio di buttero; ho ereditato questi esempi di vita dalla mia famiglia, e di quel mondo ormai lontano, ne mantengo grandi ricordi. Sezze non ha mai avuto negli anni passati un ambiente diverso da quello contadino e zootecnico e, quel mondo e chi proviene da quel mondo ha un patrimonio da ricordare e tramandare. Io, come l’amico Vittorio Del Duca, ho la fortuna di averne (Antonio
Danieli).
Il primo novembre, giorno dei Santi, le nostre nonne tornando dalla messa, portavano a casa un bicchiere di acqua santa da posare sul comodino alla sera, prima di coricarsi. Era credenza comune che i nostri morti, nella ricorrenza del due novembre venissero a farci visita durante il sonno. Nel bicchiere non c’era solo acqua benedetta ma anche un dito di olio, sul quale si faceva galleggiare un triangolino di lamiera sottile, a mezzo di tre piccoli sugheri posti ai vertici. Al centro del lamierino, un foro minuscolo permetteva ad uno spago, (detto " stoppino") di essere acceso e di alimentarsi con l’olio, così come un lumino fa con la cera. Intorno al bicchiere venivano poste, appese al muro, le foto dei defunti.
Si dice che il lume doveva essere acceso per due motivi : il primo era quello di rappresentare che li portavamo nel nostro cuore come una fiamma accesa ad illuminare il loro ricordo. Il secondo motivo era che le anime dei defunti dovevano essere aiutate a tornare nel nostro mondo, illuminando il loro cammino. Far trovare una stanza buia era come far trovare una porta chiusa. Si raccontava che le anime dei nostri cari, venendoci a trovare, immergevano il dito nel bicchiere, facevano il segno della Croce e se ne andavano contenti di averci rivisto e di essere stati onorati. Oggi, raccontandolo ai nostri giovani, forse suscitiamo un sorriso di tenerezza, ma allora era un culto, una credenza, era espressione di genuinità e semplicità di animo. Sempre come devozione ai defunti, il giorno dei morti si costumava a pranzo la minestra di favette, e chi poteva vi aggiungeva anche della cipolla fritta che dava più sapore e profumo. Le favette ovviamente erano quelle secche e venivano messe a “mollo” in acqua il giorno prima. Una volta, da bambino, la nonna me la fece assaggiare, ne conservo un buon ricordo e posso assicurare che era veramente eccellente.
Anche oggi la mangerei volentieri; peccato però che quelle favette, una volta così comuni, siano un po’ difficili da trovare! Per quanto riguarda le favette c’è da aggiungere che non solo erano un ottimo alimento per la nutrizione umana, ma anche per quella dei bovini. Si sfruttava anche la loro proprietà di fissare l’azoto atmosferico nel terreno, così da rappresentare dopo il letame il primo fertilizzante biologico conosciuto dai nostri nonni. Spesso le fave venivano seminate allo scopo di interrarne i residui come fertilizzanti della coltura successiva. Questa pratica agricola, detta “sovescio”, viene ancora oggi usata nell’agricoltura biologica, in luogo dei concimi chimici
azotati.

Sezze, 3 settembre 2013
Sulle
tracce dell'antica "Vitis Setina"
A
Moruzzo (Udine) recenti scavi archeologici danno alla luce un reperto
sorprendente

Recenti scavi archeologici condotti nel Comune di Moruzzo (Udine) su una villa rustica romana, hanno riportato in luce una piastra in bronzo,
di piccole dimensioni da stare nel palmo di una mano, con riferimento ai consoli vigenti nel 106 d.C e ad una
"vitis setina" (COMMODO ET CERIALI CONSULIBUS VITIS SETINA) che inequivocabilmente riconduce all’antico vino
Setino, così famoso nell’antichità, come ci è stato tramandato da Plinio,
Strabone, Marziale, Giovenale ed altri. Nell'intenzione di approfondire la conoscenza di questo rinvenimento e del vino
Setino, la Società di Archeologia Friulana che conduce gli scavi, con regolare autorizzazione del Ministero per i BB CC e della Soprintendenza Archeologica del
FVG, ha chiesto la collaborazione del Comune di Sezze e del Gruppo in difesa dei Beni Archeologici che fanno capo al setino.it per capire quale rapporto poteva esserci tra l’antica Setia e la loro zona. Il 31 Agosto
u.s, presso l’Antiquarium di Sezze, è venuto a trovarci, dopo uno scambio di mail, il vice Presidente della Società Friulana di Archeologia, il dott. Feliciano Della Mora, che è stato ricevuto dalla Direttrice del museo Dott.
Bruckner, Ignazio Romano, Vittorio Del Duca e Roberto Vallecoccia.
Ne è scaturito un percorso comune di ricerche e di incontri, compreso due convegni sui risultati della ricerca da tenersi tanto a Sezze quanto a
Moruzzo. Fondamentale sarebbe ritrovare dei vitigni dell’antico vino setino e attraverso gli esami sul DNA, condotti dall’Università di Udine e di Milano, capire se il nostro vino sia stato il progenio di alcuni vini friulani o di altri vini esportati dagli antichi romani in tutto l’impero, anche attraverso
Aquileia, importante snodo commerciale di epoca romana e non lontana dal Comune di
Moruzzo. Questo ritrovamento apre scenari inaspettati sull’importanza nell’antichità del vino setino e dei suoi vitigni, soprattutto perché si pensava che la sua fama non avesse travalicato i confini del Latium
Vetus. Vittorio Del Duca ha reperito qualche vitigno, ma per essere certi della loro autenticità ne occorre più di uno. Il
Lombardini, nella Storia di Sezze di fine ottocento scrive che un esemplare della vitis setina si trovava, nel suo tempo, presso la Pieve del contado dove dava del vino per il curato.
È
da verificare se tale luogo coincida con la chiesa di S.Francesco Saverio, alias “chiesa nuova”, e se qui esiste ancora qualche rinascente. Di seguito la descrizione che fa il Lombardini (nota 33 pag. 144) della vite setina ed in particolare di un germoglio rinvenuto quasi per caso presso il fosso Uenièro o Veniero, storpiazione dialettale di “fosso delle Uve Nere”. Plinio, nella Historia Naturalis afferma che le vigne di si trovavano nella zona “supra forum
Appii, ubi nascitur vinum setinum” ed infatti, in passato, quella località intorno al tempio di Giunone del tratturo
Caniò, era chiamata chiamata “Pantano Luvenere”.
“Tralcio color cannella, sufficientemente robusto a nodi non frequenti. Il colore della foglia è verde leggero, con la seconda pagina pulita, di forma è quasi rotonda con rilievi frequenti non mo0lto sensibili. Il grappolo è sciolto, e di colore rosso cupo, gli acini sono ovali con peduncoli non molto corti, il sapore è zuccheroso. I vini hanno perduto l’antica rinomanza da quando si variò il luogo della coltura delle viti. Le antiche vigne erano poste a piè del monte, esposte a mezzogiorno ed il terreno
alluminoso, siliceo, calcareo. Attualmente sono nella vallata di Suso al nord di Sezze ed in terreno calcareo cretoso con ossido di ferro, ed arido nella siccità. La vallata per sé stessa è molto ridente, ma non è atta alla coltivazione della vite” Dello stesso parere son tutti coloro che hanno scritto la storia di
Sezze.
Leggendo “Storia antica di Sezze” del Tufo, nel capitolo dedicato al “Vino Setino”, ad un certo punto si legge “ quando non s’ebbe più il cecubo, in sua vece si usò il vino
setino..” e dà le caratteristiche del cecubo setino. Ciò ha indotto nell’equivoco che i vini di Sezze fossero più di uno, cosa che non trova riscontro in altri autori, tanto meno in Plinio cui il Tufo fa esplicito riferimento nella nota. Evidentemente, il prof. Tufo ha sottinteso una parte del periodo di Plinio , cioè “quando a Roma non s’ebbe più il cecubo, in sua vece si usò il vino setino…”
Nell’antichità il nostro vino era molto apprezzato come quello che faceva bene allo stomaco e non c’era imperatore che non lo volesse nella sua tavola. Si dice che Cesare Augusto costruì a Sezze il suo “Palatium” proprio per gustare in loco le sue virtù’. La zona del palazzo dell’imperatore oggi si chiama “Le Gotte” (sulla vecchia 156) e la contrada prospiciente viene ancora oggi chiamata “Quarto Palazzo” in ricordo del maestoso palazzo dell’imperatore.
È
da notare che i latini intendevano per “palatium” solo ed esclusivamente la dimora degli imperatori. Marziale in uno dei suoi Epigrammi dice che il vino di Sezze si beveva freddo, con il ghiaccio, allungato con l’acqua o addizionato di miele, ma soprattutto vecchio dai cinque ai quindici anni e più. Silla dette da bere ai suoi legionari il vino setino vecchio di quaranta anni. L’abitudine di non invecchiare il vino, unitamente allo spostamento delle vigne nella zona di
Suso, sono state secondo il Ciammarucone (Descittione della città di Sezza – 1642) le concause della decadenza del vino
setino.
Chiunque
avesse notizie di vitigni dell’antico vino setino, tuttora esistenti,
è pregato di segnalarlo scrivendo a info@setino.it
Per
l’esame del DNA ne basta un tralcio. La Società Friulana di Archeologia
è in contatto con le università di Udine, Piacenza e Milano per gli
accertamenti - www.archeofriuli.it

31
agosto 2013: le foto
della visita al museo di Sezze del Presidente della "Società Friulana di
Archeologia" Dott. Feliciano Della Mora,
ricevuto dalla Dott.ssa Elisabeth Bruckner e dai rappresentanti del
gruppo
"In
Difesa dei Beni Archeologici"
Ignazio Romano, Vittorio Del Duca e Roberto Vallecoccia.
Sezze, 18 luglio 2013
Il
Tempio di Giunone Regina e il Tratturo Caniò
prossima
meta delle "passeggiate archeologiche" a settembre

1
- Importanza del rinvenimento dei resti del Tempio di Giunone
Il rinvenimento nel 1980 del tempio arcaico di Giunone nel tratturo
Caniò, come ebbe a sottolineare il prof. Luigi Zaccheo in un suo pregevole articolo del 1985 (Il Comune Oggi – Nov 1985 –anno
VII), rappresenta un fatto culturalmente molto importante, perché è il segno della penetrazione più meridionale di Roma durante la conquista del territorio dei
Volsci. Con tale articolo il prof. Zaccheo, oltre ad informare su importanti reperti che erano tornati in luce, notava che se si fosse riusciti a scavare tutta l’area sacra del tempio e a ricomporre in loco le antiche strutture, Sezze avrebbe avuto il pregio di mostrare nel proprio territorio uno dei complessi più antichi del Lazio meridionale. Infatti, se consideriamo che l’area archeologica del tempio dista appena un chilometro dalla via Appia e dal Foro Appio, ed è prossima agli Archi di S. Lidano e alla Torre Petrara (tomba romana), ci sarebbero tutte le condizioni per creare un vasto parco archeologico di notevole interesse artistico, un punto obbligato di attrazione per la massa di turisti transitanti nella regione
pontina. “ Il mio augurio – concludeva Zaccheo - è che lo sforzo ed il lavoro di tante persone ( negli scavi dal 1984 al 1985) abbia l’aiuto e l’incoraggiamento del Comune di
Sezze, dell’ Amministrazione provinciale, della Soprintendenza Archeologica, della Camera di Commercio, dell’ EPT di Latina e delle istituzioni culturali, per fare in modo che un così ricco patrimonio archeologico non resti semidistrutto ed in abbandono per anni.” Sono passati trent’anni da allora, e i timori del prof. Luigi Zaccheo si sono rivelati una profezia, il tempio di Giunone è rimasto “semidistrutto e in abbandono” all’incuria del tempo e degli uomini, e forse lo sarà per sempre. In questo nostro paese, che ha il pregio di possedere una storia e una cultura ultramillenaria, non si riesce a far comprendere come le bellezze architettoniche e paesaggistiche, unitamente alla cultura, alle tradizioni e al buon cibo, possono creare una nuova e importante economia, alla stregua di altre realtà italiane che hanno intrapreso con successo questo percorso. Invece che lavorare per conservare e valorizzare il nostro patrimonio architettonico e ambientale si preferisce lavorare a distruggerlo, nella errata convinzione che cementificare crea lavoro e ricchezza, mentre il resto sarebbero solo chiacchiere e nostalgia del passato. L’area archeologica del tempio di Giunone, è rimasta nello stato in cui fu lasciata negli scavi degli anni 80, quando esauriti i fondi che vi furono destinati, fu recintata ed in parte coperta con una pensilina rinviando tutto a tempi migliori. Gli oggetti ritrovati furono condotti nel museo archeologico di Sezze a disposizione della collettività. La pensilina e la recinzione, ora arrugginita e tagliata in più punti, non hanno impedito ai malintenzionati di trafugare nel tempo altri tesori che molto probabilmente si celavano ancora nel sottosuolo, rubandoci con essi anche la possibilità di poter aggiungere importanti tasselli alla ricostruzione storica e culturale del territorio.
2 - Cenni storici sul tratturo Caniò
Unica via di accesso al Tempio di Giunone, il tratturo Caniò era anticamente percorso dalla transumanza del bestiame che scendeva dai Lepini attraverso le falde del M.
Antignana, e raggiungeva la palude nei pressi del Foro Appio. Di questo tratturo non esiste più né il tracciato montano né quello
pedemontano, anche se di quest’ultimo si può ritenere che in epoca remota passasse per le sorgenti di “acqua zolfa” in località La Catena, dove gli animali venivano fatti immergere. Ciò in virtù della funzione sanante dello zolfo per la cura di ferite sugli animali, specificamente sui cavalli, ma anche sugli ovini, ai quali le acque solfuree conferivano un mantello di lana candido e pulito, che costituiva un pregio commerciale ed un valore
aggiunto.(1) Una opportunità cui difficilmente i pastori rinunciavano, e che con ogni probabilità ha dato il nome all’intero tratturo. “Caniò” infatti deriverebbe dal nome latino di persona “Canius “, che significa uomo dai capelli bianchi o candidi, proprio come il candore che acquistavano le pecore detergendosi nell’acqua zolfa della sorgente della Catena. Gli umanisti ci hanno sempre ricordato che in greco “to theion” era lo zolfo, ma era anche la cosa divina
(divinum): non a caso il verbo theióo significa “purifico con zolfo, disinfetto”, ma corrisponde anche a «consacro agli dei». Pertanto, lo zolfo era sacro, anzi, era la “cosa sacra” con cui si curavano i mali degli uomini e degli animali, si candeggiavano lana e tessuti, si purificavano le case durante le cerimonie, si preparava la vite ed il vino etc.
Dall’area archeologica dei resti del tempio di Giunone, provengono numerosi materiali bronzei e ceramici, fra i quali si distinguono gli ex voto: sia gli anatomici, che rimandano chiaramente a una guarigione richiesta o ricevuta di persone malate, sia quelli riproducenti ovini, bovini e un cavallo: anche qui, si crede, la presenza di animali da pascolo potrebbe non essere casuale, ma legata proprio all’azione benefica delle acque sugli armenti e sulle pecore. E della rilevanza data a questi animali, parrebbero testimoniare pure gli strumenti da lavoro venuti alla luce durante gli scavi: una lama di coltello a mezzaluna per la lavorazione del cuoio, e vari pesi da telaio, evidentemente legati alla tessitura. Gli ex voto di animali provenienti dagli scavi del Tratturo Caniò sono stati giustamente posti a confronto con altri similari rinvenuti di frequente nei depositi votivi centro-italici, fra i quali vale segnalare il noto deposito detto di Minerva Medica dall’Esquilino, da dove provengono varie statuette di animali da mandria: tori, buoi e pure cavalli oltre che altri
animali.(2) Dalle mappe del catasto terreni di Sezze del 1929, che si rifanno a quelle ancora più antiche del Catasto Pontificio, il tratturo inizia da via degli Archi, a circa 650 metri dal sito archelogico degli Archi di S. Lidano e dirige verso la campagna in direzione sud per meno di 500 metri, quindi curvando verso ovest attraversa la fossella della Carrara e va ad incrociare, dopo circa 350 metri, via
Murillo. L’accesso in via Murillo è da questa parte intercluso dall’aia di un fabbricato rurale, ma può essere all’occorrenza ripristinato perché non vi insistono manufatti.. L’orientamento dell’asse del tratturo nel tratto in cui inizia da via degli Archi, mostra la sua antica provenienza dalla sorgente dell’acqua zolfa della Catena, anche se tale percorso pedemontano con ogni probabilità è variato nei secoli, specie nelle contese medievali tra Sezze e
Sermoneta, quando potrebbe essersi identificato per buona parte con lo storico stradone dell’Arnarello (ancora esistente e riportato in mappa nelle immediate vicinanze del tratturo, presso via Archi). Anzi si potrebbe plausibilmente ipotizzare che in un’ era molto antica tale stradone immettesse direttamente nel tratturo, raccogliendo le greggi che scendevano dalla parte ad est dell’Antignana . Il tratturo Caniò è interamente in terra battuta e così è sempre stato nei millenni, si presenta molto sconnesso e può essere percorso solo a piedi oppure da trattori o fuoristrada. Dall’intersezione di via Murillo (circa 800 metri dagli Archi) e procedendo in direzione sud- ovest verso i resti del tempio di Giunone, il tratturo Caniò scompare dalla planimetria catastale, ma la tradizione popolare lo indica ancora oggi inequivocabilmente in uno stradone di terra battuta, caratterizzato anch’esso da grossi avvallamenti e percorribile come il primo tratto solo da trattori e fuoristrada, che porta al cuore della località “Quarto Campelli”
Il tratturo termina alla fossella della Selcichia, ma sino a pochi decenni fa immetteva in via Maina e c’è ancora chi racconta di uno suo sbocco in prossimità del Foro Appio. Le origini arcaiche del tratturo
Caniò, sicuramente una delle prime strade del campo setino, sono testimoniate da una parte degli oggetti rinvenuti negli scavi dell’area archeologica del tempio di Giunone che risalgono al XVI secolo a. C. (età del Bronzo Medio). Da questi oggetti si desume chiaramente la sua preesistenza sia a via degli Archi che alle altre strade del campo di
Sezze, che il tratturo avrebbe attraversato in tempi più recenti, e persino alla stessa via
Appia.
Note
(1) (2)- Università degli studi di Padova, Dipartim. archeologia- Atti del convegno, Padova 21.06. 2010 - AQUAE PATAVINAE – Maddalena
Bassani: Le terme,le mandrie e Gerione- Antenor Quaderni 21 .
3 -
I reperti archeologici del Tempio di Giunone
Sono documentati da una locandina posta accanto al tempio negli scavi degli anni 80 . Si presenta pressoché illeggibile per essere scolorita ed infranta in diversi punti, forse impallinata da qualche cacciatore annoiato, ma con un po’ di pazienza si riesce ancora ad interpretarne il contenuto. I frammenti architettonici rinvenuti sono riferibili ad un edificio sacro di ordine ionico databile nella seconda metà del II secolo a. C. ma edificato su un’area che aveva già una sua tradizione culturale e sociale. Uno spesso strato di intonaco, che almeno in parte era dipinto in rosso, giallo e nero, rivestiva tutti gli elementi architettonici scolpiti sia nel tufo che nel calcare locale. Particolarmente interessante per la storia della pianura pontina sono le due iscrizioni incise nello stucco del fregio e dell’architrave. Quella del fregio commemora la costruzione dell’edificio, forse un portico, da parte di un POSTUMIO ALBINO console, mentre quella dell’architrave ricorda un restauro del pretore LUCIO VARGUNTEIO
RUFO. Sembra che proprio in occasione di questo restauro, l’iscrizione più antica sia stata cancellata, ricoprendo i solchi delle scritte di stucco bianco. Ciò avveniva nella cultura romana ogni qualvolta che un personaggio si macchiava di una infamia tale da meritare la " damnatio memoriae ", cioè la cancellazione del suo nome dalle strutture monumentali ( nomen
abolendum). L’edificio sacro doveva trovarsi al centro di un santuario nel quale, come testimoniato da un'altra iscrizione incisa su di un ara, era venerata GIUNONE REGINA, protettrice del mondo femminile oltre che degli animali. La grande venerazione di cui godeva questa e forse anche altre divinità del santuario è testimoniata dai numerosi doni votivi trovati durante gli scavi condotti tra il 1984 ed il 1986. Si tratta di ex voto realizzati sia in terracotta che in bronzo e databili tra la fine del IV secolo e la fine del II secolo a. C. teste, mani, piedi, falli, uteri, statuine di offerenti, di guerrieri, di Ercole, ma anche molti vasi in ceramica a vernice nera e in ceramica comune. Altri materiali archeologici recuperati hanno rilevato che la frequentazione dell’area iniziò molti secoli prima della costruzione dell’edificio di ordine ionico. Infatti, a circa due metri dall’attuale piano di calpestio sono stati rinvenuti materiali risalenti alle fasi iniziali del Bronzo Medio
(XVI secolo a. C.) e ad un livello di poco superiore una grande olla della seconda fase della Civiltà Laziale
(IX Secolo a. C.). Si può ipotizzare che in età arcaica, tra la fine del VI Secolo e gli inizi del V secolo a. C. sia stato qui costruito un piccolo sacello il cui tetto era decorato con le antefisse a testa di Giunone, di Satiro, o a coppia di Menade e Satiro danzanti. Tra i doni votivi risalenti a questo periodo sono da rilevare alcune statuine bronzee
(kouroi) e vasetti miniaturistici d’impasto.



Sezze, 26 giugno 2013
Parco
della Rimembranza: l'importanza storica dei luoghi
A
monito per i futuri amministratori di Sezze, impegnati a
riqualificare
e non a cancellare i luoghi storici della città.

Dalla ” Relazione sull’opera svolta dal Comitato pro Monumento ai Caduti di Sezze e resoconto finanziario”,
redatta nel maggio del 1926 dall’ Avv. Francesco Maciocie, pretore in
Sezze.
Sezze, maggio 1926
Subito dopo la fine della grande guerra, i sezzesi ebbero in animo di onorare i loro Caduti con un monumento, affinchè non venisse mai perduta la memoria del grande sacrificio compiuto dai loro figli per la Patria. Ci furono diversi tentativi per costituire un comitato che traducesse in fatti il nobile desiderio della cittadinanza, ma tutti fallirono miseramente e la bella idea non vide mai la sua attuazione. Gli anni si susseguivano agli anni, finchè un gruppo di cittadini molto stimati in paese, con a capo il medico Angelo Baldassarini ed il maestro elementare Giuseppe
Ficacci, ritenendo disdicevole che Sezze non avesse ancora fatto nulla per eternare la memoria dei suoi eroi, si rivolse al giudice della Pretura, Avv. Francesco
Maciocie, affinché, valendosi della sua autorità di magistrato, desse soluzione ad un problema molto sentito dalla cittadinanza, mettendo insieme la volontà e l’opera delle persone più fattive e rappresentative del paese.
Il magistrato non indugiò, e la sera del 27 aprile 1923 fu tenuta in un aula del municipio un’adunanza, cui parteciparono numerosi cittadini e rappresentanti di tutte le classi sociali. Il proposito di onorare i Caduti era il desiderio di tutti gli intervenuti, ma ci fu ampia discussione sul come, vale a dire se fosse stato meglio erigere ai nostri un monumento, o piuttosto compiere opere di bene in loro memoria, destinando i fondi che si sarebbero raccolti alla sistemazione di una o più corsie dell’ospedale da intitolare ai Caduti. Questa idea, caldeggiata dal Sig. Umberto
Sauzzi, aveva del buono perché avrebbe portato un contributo non indifferente alla soluzione di un grosso problema ospedaliero, ma i più si pronunciarono per un monumento, perchè “la continua visione di esso, richiamasse tutti, ma specialmente i giovani, ad alti sensi di amor di patria e ne accendesse gli animi ad egregie cose”. Risolta questa prima questione si passò a discutere sul luogo e sulla forma del monumento.
Il maestro Giuseppe Ficacci propose che fosse costruita una grande colonna con illuminazione notturna, posta al di fuori dal paese e sulle rocce prospicienti la pianura, visibile dal mare, alla quale si sarebbe dato accesso a mezzo di un ampio viale fiancheggiato da alberi, ognuno dei quali sarebbe stato intitolato ad uno dei Caduti di
Sezze. Questa magnifica idea, però, oltre ad essere troppo dispendiosa rispetto ai fondi che si pensava di raccogliere, avrebbe sottratto il monumento alla “continua visione” dei cittadini, per cui l’adunanza si pronunciò per un monumento dentro le mura cittadine o al massimo nelle immediate adiacenze , in un luogo da definirsi nel prosieguo. La cosa più urgente al momento era quella di raccogliere fondi, e per raggiungere tale scopo fu deciso, su proposta del cittadino Pasqualucci Colombo, di nominare un Comitato che venne eletto all’unanimità nelle persone dei Signori:
1) – Carlesimo Giovanni – cieco di guerra, Presidente onorario
2) – Macioce Avv. Francesco, ex combattente e pretore, Presidente.
3) – Baldassarini Dott. Angelo, capitano medico di complemento, Ufficiale Sanitario.
4) – Ficacci Giuseppe, decano degli insegnanti elementari.
5) – Pasqualucci Colombo – mutilato.
6) – Cav. Don Tommaso Damiani.
7) – Mazza Giuseppe, colonnello ex combattente.
8) - La Penna Aristide, mutilato, Segretario
9) – Savatoni Giuseppe,ex combattente, cassiere.
Il Comitato si mise subito all’opera ed essendo imminente il 24 maggio 1923, ricorrenza dell’entrata in guerra dell’Italia contro l’Austria Ungheria, si pensò ad una grande festa commemorativa allo scopo di trascorrere ai cittadini qualche ora insieme, nell’esaltazione della patria e per raccogliere fondi. L’Italia infatti,era uscita dalla “grande guerra” prostrata e lacerata da una profonda crisi politica, sociale ed economica che nel 1922 l’aveva condotta al fascismo, con la marcia su Roma di Benito
Mussolini. La cittadinanza rispose meravigliosamente alla festa organizzata dal Comitato e la cerimonia riuscì esattamente come gli ideatori l’avevano pensata. Continuando nella sua opera di raccolta fondi, il Comitato organizzò ben 14 tombole a piazza dei Leoni come si costumava all’epoca, ed altre ne avrebbe ancora promosse se non avesse trovata nel 1925, data in cui il fascismo consolidava il suo potere, l’invincibile opposizione di chi allora reggeva le sorti del Comune, cioè proprio di quell’autorità dalla quale avrebbero dovuto invece aspettarsi il maggiore aiuto.
La Relazione non fa menzione di come questa “invincibile opposizione” venne esercitata, ma ne comprendiamo appieno le ragioni, dato il particolare momento storico che l’Italia stava vivendo.
L’ attività svolta dai membri del Comitato non si fermò e continuò a dare i suoi frutti, sia pure in maniera silente, ed i risultati furono sempre soddisfacenti. Tutte le occasioni furono buone per raccogliere denaro nel nobile intento, e quando queste non si presentavano, furono create; fu bussato a tutte le porte e tutti risposero con slancio. Il Circolo giovanile cattolico organizzò una recita pro- monumento al teatro del Seminario; Pietro Paqualucci tenne al teatro comunale una serata di esperimenti ipnotici e la Società filodrammatica vi diede una rappresentazione. Ci fu anche una sottoscrizione cittadina che fruttò varie migliaia di lire, tanto per quel tempo. Lo slancio con cui si sottoscrissero i cittadini di tutti i ceti sociali e delle più disparate idee politiche fu veramente commovente. Il paese, in nome dei Caduti, sembrò dimenticare le lotte che lo dividevano e il Comitato, per la nobiltà dello scopo per cui lavorava, vide stringersi intorno a sè l’intera cittadinanza.
L’attività del Comitato non si fermò a questi risultati, ma svolse le pratiche necessarie verso enti pubblici e privati, locali e di altri paesi, per raccogliere il maggior numero possibile di contributi. Tutti risposero all’appello: dal Circolo giovanile cattolico a quello femminile di San Giovanna D’Arco, dal Capitolo della Cattedrale alla Cassa Operaia S. Antonio; dalla Cooperativa agricola setina alla Cassa di Risparmio di
Velletri; dalla Società Bovaria al Circolo Cittadino; dalla Società filodrammatica al Patronato Scolastico, tutti inviarono con premura la loro offerta. Il Comitato volle rivolgere anche il suo appello agli emigrati d’America, nei quali pulsava forte il sentimento d’amore per la patria lontana, e gli emigrati risposero generosamente secondo le possibilità di ciascuno. Si era fatto così un grosso passo avanti, ed al Comitato parve opportuno riunire l’assemblea dei cittadini, dalla quale era sorto, per discutere sul seguente ordine del giorno:
1)- Resoconto dell’opera svolta.
2)- Decisione del luogo in cui doveva sorgere il monumento
3)- Nomina di un nuovo Comitato, avendo il primo deciso di sciogliersi per aver esaurito lo scopo per il quale era stato creato: la raccolta dei fondi.
La riunione si tenne al teatro comunale, l’assemblea approvò l’opera svolta dal Comitato e volle che del nuovo Comitato facessero ancora parte tutti i membri del primo, e che in aggiunta vi fossero aggregati la Signora Gaetana Trombone in rappresentanza delle madri e delle vedove dei Caduti, ed il Sig. Angelo Torelli per i padri. Riconfermata così la fiducia nel Comitato il Presidente Avv. Maciocie passò ad illustrare un progetto, che aveva a suo tempo stilato con l’Ing. Comunale Millozza Giovan Battista, circa il luogo dove sarebbe dovuto sorgere il monumento. I criteri della scelta furono:
1) - Dare a Sezze un monumento che fosse una vera e propria opera d’arte.
2) – Scegliere, per erigerlo, non la solita piazza o sfondo di viale, ma una località che potesse, col volgere degli anni, diventare una villa.
3) – Riunire in un’opera sola il parco della rimembranza e il monumento. Sezze avrebbe così avute raccolte in un solo luogo le sacre memorie della guerra.
Nessun luogo parve più adatto degli orti siti dietro il Regio Ginnasio (Scuole
Rappini) lungo la passeggiata dei Cappuccini. Sezze avrebbe avuto così un monumento ed un parco di gran lunga superiore a quello dei paesi vicini. L’assemblea approvò il progetto all’unanimità e dette ampio mandato di fiducia al Comitato, sia per la scelta dell’artista che l’avrebbe realizzato che per il completamento dell’opera. Il dott. Angelo Baldassarini propose come artista “quell’illustrazione dell’arte italiana che risponde al nome del prof. Massimo Galelli” (1863 -1956) cremonese, sposato con la setina Cesira
Passerini. Il Comitato accettò con entusiasmo la proposta, e la notizia di una scelta così felice fu accolta con pari entusiasmo da tutti i cittadini, senza distinzione alcuna.
Il Galelli venne a Sezze nella prima quindicina del Dicembre 1924 per prendere contatto col Comitato, visitò la località scelta ed osservò che i dislivelli ivi esistenti non andavano eliminati, ma mantenuti con qualche adattamento: ne avrebbe guadagnato il senso artistico. Così mentre l’artista lavorava alla sua magnifica opera, il
Comitato intensificava le pratiche amministrative, sia per avere libera la località scelta, sia per ottenere un congruo contributo dal Comune.
Risultato delle pratiche svolte furono:
1) – La delibera presa dal Sig. Commissario, colonnello Mazza Giuseppe, per la consegna al Comitato del terreno sul quale doveva sorgere il parco della rimembranza e il monumento;
2) – la delibera per la trasformazione, a spese del Comune, degli orti in parco della rimembranza;
3) – la delibera per la concessione del residuale concorso di lire diecimila da parte del Comune per l’erezione del monumento;
4) – provvedimento per l’emissione del mandato di lire cinquemila, contributo provvisorio del Comune per l’erezione del monumento, in bilancio fin dal 1923;
Tutte queste delibere furono a suo tempo approvate dall’Autorità tutoria.
Il prof. Galelli intanto aveva terminata la prima e più importante parte del proprio lavoro, e nel luglio 1925 tornò a Sezze con tutti i disegni del parco e con il bozzetto del monumento. Il tutto fu esposto al pubblico in una sala del caffè Valenti in piazza De
Magistris, ed ammirato per alcuni giorni da tutta la cittadinanza. Il Comitato mise a disposizione del Galelli i mezzi necessari per l’attuazione dell’opera, e questi prima di ripartire per iniziare il suo lavoro, prese accordi per la scelta degli alberi con il prof. Montanari della Cattedra di
agricoltura presso la Colonia Agricola Pontina.
Mentre nel Trentino veniva lavorata in pietra speciale la base del monumento, il 10 febbraio 1925, una rappresentanza del Comitato si recò a Roma, nelle persone del Presidente Avv.
Maciocie, del dott. Baldassarini, e del rappresentante del Comune, colonnello Mazza, per interessare il Ministro Fedele, della cui amicizia il Baldassarini si onorava, alla pratica che si intendeva svolgere presso le competenti autorità per ottenere il bronzo per il monumento. Non fu possibile ottenere il bronzo gratuitamente, perché era vietato da disposizioni superiori, tuttavia fu promesso che sarebbe stato ceduto al prezzo di listino, così come era stato pagato, senza alcun aggravio. Ciò rappresentava comunque un indubbio vantaggio.
Intanto il prof.
Galelli, che stava eseguendo i lavori, chiese dell’iscrizione da porre al basamento del monumento. Il Comitato, riunitosi alla presenza del nuovo Commissario comunale , l’Avv.
Sponta, in sostituzione del colonnello Mazza andato via da Sezze o mandato via dal regime fascista, approvò l’iscrizione che vi figura ancora oggi, e che fu proposta dal dott.
Baldassarini:
AI FIGLI CADUTI
UMILI NELLA GLORIA GRANDI NEL SACRIFICIO
SEZZE RICONOSCENTE
1915 1918
Intanto urgeva iniziare i lavori per la costruzione del parco della rimembranza, ed il Comune, che aveva assunto l’impegno di realizzarlo a sue spese, bandì l’asta per l’appalto dei lavori, ma andò deserta. Il motivo fu perché il Comune, non avendo sufficienti risorse finanziarie, aveva posto la condizione che l’appaltatore sarebbe stato pagato a due anni dall’inizio dei lavori. Sorse così un nuovo problema da risolvere. Il Comune fece sapere al Comitato che delle ventiduemila lire circa preventivate per il parco, avrebbe potuto darne la metà con il bilancio 1926 ed il resto con il bilancio del 1927, mentre il contributo di diecimila lire per il monumento, già deliberate ed approvate avrebbe potuto darle solo ad inoltrato 1926.
Di fronte a queste difficoltà, il Comitato decise di ricorrere ad un prestito bancario e si rivolse alla Banca Regionale che si mostrò ben disposta, ma chiese che le garanzie per il finanziamento fossero prestate non dal Comitato come tale, ma dai singoli membri del Comitato stesso, i quali ne avrebbero risposto con beni personali. Il Comitato, per quanto ciò non rientrasse nel mandato affidatogli dalla cittadinanza, perché la sua attività doveva limitarsi al solo monumento, mentre ai parchi avrebbero dovuto pensare i Comuni, pur di raggiungere il nobile scopo si assunse l’impegno di pensare anche al finanziamento del parco. Quindi si rivolse al Sindacato Terrazzieri perché assumesse i lavori ed assicuratesene la collaborazione, pregò il Commissario del Comune di bandire subito l’asta perché i lavori iniziassero nel febbraio 1925 e il monumento potesse inaugurarsi all’epoca prestabilita, cioè il 24 Maggio 1926. Il Commissario, pur riconoscendo l’opportunità della proposta, rispose che era necessario un rimpasto in seno al Comitato per sostituire il Sig. Torelli Angelo che nel frattempo era deceduto ed altri due membri che diceva dimissionari, il sig. Pasqualucci Colombo ed il sig. La Penna Aristide.
L’affermazione del Commissario destò non poca sorpresa, perché il Pasqualucci non si era mai dimesso mentre le dimissioni del Sig. La Penna Aristide erano state respinte da oltre un anno. Anche se nella relazione del Presidente del Comitato, Avv.
Maciocie, non viene espressamente detto, da essa si evince che i due uomini non erano graditi al fascio e pertanto dovevano presentare “volontariamente” le loro dimissioni. Ob torto collo, di fronte a questa decisione, il Maciocie pregò il Commissario “di sostituire il defunto Torelli con un altro padre di Caduto, e gli altri due con cittadini di pieno gradimento del Fascio locale, ma che potessero spiegare nel Comitato una concorde opera con gli altri”. Furono invece indicati tre nominativi di persone che non avevano i requisiti richiesti dal Presidente del Comitato, che pertanto fu costretto ad osare, dicendo al Commissario che di sostituzione non si poteva parlare.
Nel frattempo il prof. Galelli comunicava che la base del monumento era pronta per l’invio ed il Comitato si attivò presso il Ministro delle Comunicazioni per il trasporto gratuito dalla stazione di Trento a quella di
Sezze.
Erano le cose a questo punto, quando il Commissario del Comune , per tutta risposta comunicava che il Prefetto della provincia, con suo decreto del 20 aprile 1926, scioglieva il Comitato ed incaricava esso Commissario di costituirne uno nuovo. Il provvedimento era motivato da inattività del Comitato (?) e dal pericolo di turbamento dell’ordine pubblico, ai sensi dell’art. 3 della legge Comunale e Provinciale.
Il Parco della Rimembranza con annesso monumento fu terminato nel 1926, come era stato deciso, ma non fu mai inaugurato ufficialmente. Come tutti sappiamo raffigura un robusto soldato in atto di baciare la bandiera.
Grande fu l’amarezza del disciolto Comitato, che tanto si era prodigato per la realizzazione dell’opera, superando ostacoli infiniti, ed il Presidente Maciocie , in conclusione della sua relazione dice che da uomo d’ordine, fin dalla giovinezza, era “abituato ad inchinarsi agli ordini delle Autorità anche quando, come nel caso, li riteneva ingiusti.”
Sottolinea però che il vero giudizio lo daranno la storia ed i cittadini, e che “Ospite in
Sezze, non può che augurarsi che in nome dei loro Caduti, i sezzesi cancellino le discordie, dimentichino gli odi e vivano nell’amore delle loro famiglie, nella concordia di cittadini che si riconoscano finalmente tutti figli di una medesima terra, nel lavoro fecondo dei campi, nel lavoro che è legge santa dell’umanità per la quale i singoli e la patria ricevono impulso ad una lenta sì ma perenne ascensione verso un più alto e sereno ideale di vita”
La prima cosa che mi viene da dire è che, qui a Sezze, cambiano i tempi e le persone, ma il modo di fare della politica rimane sempre lo stesso. I cittadini più sensibili e disinteressati, quelli che impiegano il loro tempo per amore del proprio paese hanno sempre trovato gli ostacoli più grandi proprio in quelle autorità dalle quali avrebbero invece dovuto aspettarsi l’aiuto maggiore. Onore ai nostri Caduti in guerra, figli di Sezze e delI’ Italia, ed onore e gloria ai nostri concittadini del Comitato del 1923, che grazie alla loro opera ne hanno permesso il ricordo imperituro.
RESOCONTO FINANZIARIO
___________________
ATTIVO
Libretto Banca Regionale……………………………………………………………………….. £ 634,45
Libretto Cassa di S.
Antonio………………………………………………………………… £ 10452,00
Libretto Cassa di S.
Antonio…………………………………………………………………… £ 845,40
Consolidato 5% convertito in
contanti…………………………………………………………. £ 2532,25
Tombola del 3 giugno 1923
…………………………………………………………………… £ 1120,00
Tombola del 13 giugno
1923……………………………………………………………………. £ 1040,15
Tombola del 24 giugno
1923……………………………………………………………………. £ 380,05
Tombola del 2 luglio 1923……………………………………………………………………… £ 1461,75
Tombola del 22 luglio
1923……………………………………………………………………. £ 3411,00
Tombola del 8 giugno
1924……………………………………………………………………… £ 1073,20
Tombola del 13 giugno
1924…………………………………………………………………… £ 1434,00
Tombola del 22 giugno
1924……………………………………………………………………… £ 638,66
Tombola del 2 luglio
1924………………………………………………………………..............
£ 1407,88
Tombola del 20 luglio
1924……………………………………………………………………….
£ 392,26
Tombola del 21 settembre
1924…………………………………………………………............... £ 172,05
Tombola del 5 ottobre 1924……………………………………………………………………….. £ 57,07
Sottoscrizione
cittadina…………………………………………………………………………… £ 3175,00
Sottoscrizione emigrati (Di Trapano Luigi) ……………………………………………………….. £ 1682,00
Sottoscrizione emigrati ( Luigi Malizia)
…………………………………………………………. £ 1760,00
Sottoscrizione emigrati (Di Gigli Lidano) ………………………………………………………….. £ 1415,00
Dall’emigrato Barletta Edmondo
……………………………………………………………………£ 100,00
Dal Sig. Zannelli Ettore
…………………………………………………………………………..
£ 100,00
Dal Sig. Pietrosanti Angelo
………………………………………………………………………
£ 150,00
Serata del 24 maggio 1923
……………………………………………………………………… £ 1679,95
Serata Pasqualucci Pietro
……………………………………………………………………… £ 197,85
Serata filodrammatica
…………………………………………………………………………… £ 300,00
Comune di Sezze
……………………………………………………………………………… £ 5000,00
Cassa di S. Antonio
…………………………………………………………………………… £ 2500,00
Cassa di Risparmio di Velletri…………………………………………………………………… £ 1500,00
Banca Credito e Valori
……………………………………………………………………………£ 100,00
Circolo Femminile Cattolico
……………………………………………………………………… £ 25,00
Capitolo della Cattedrale
………………………………………………………………………… £ 50,00
Cooperativa Agricola
Setina………………………………………………………………………£ 200,00
Patronato Scolastico
…………………………………………………………………………… £ 200,00
Società Bovaria
…………………………………………………………………………………
£ 500,00
Anonimo
………………………………………………………………………………………
£ 100,00
Anonimo
……………………………………………………………………………………… £ 100,00
Comitato Festa S. Antonio
(1923)………………………………………………………………
£ 100,00
Comitato Festa S. Antonio (1924)
……………………………………………………………… £ 100,00
Circolo Maschile Cattolico
………………………………………………………………………£ 200,00
Corrisposta fitto erba terreno
parco………………………………………………………………£ 100,00
Interessi
……………………………………………………………………………………….£ 2082,50
__________
TOTALE
.................................................................................................................................
£ 50.806,47
PASSIVO
Perdute nel fallimento della Credito e valori
………………………………………………………£ 3085,42
Spese varie come da documenti
………………………………………………………………… £ 946,90
_____________
TOTALE
....................................................................................................................................£ 4032,32
RIEPILOGO
Attivo…………………………………………………………………………………………
£ 50.806,47
Passivo
………………………………………………………………………………………
£ 4.032,32
________________
RESIDUO ATTIVO
................................................................................................................
£ 46.774,15
N.B. – Aggiungendo a detta somma lire diecimila che il disciolto Comitato aveva avuto cura di far deliberare dal Comune, come suo ulteriore contributo; lire cinquecento, quale contributo del Circolo Cittadino, e le somme già sottoscritte da cittadini e non ancor versate, si raggiunge una cifra che oscilla sulle
60 mila lire.
Sezze, maggio 1926
dalla Relazione dell’ Avv. FRANCESCO MACIOCIE
Sezze, 21 maggio 2013
Nessuna
malattia degli olmi
L'incuria, le potature non disinfettate, l’evidente danneggiamento provocato con mezzi meccanici alle radici superficiali degli olmi nel tentativo di renderle piane, sono state le concause che hanno determinato una leggera sofferenza su quattro dei nove alberi del filare dell’ex viale dei Cappuccini. Dall’esame visivo della corteccia e dalla sezioni dei rami e dei tronchi non è stata rilevata in nessuna pianta la presenza dell’ ascomicete ophiostoma ulmi (responsabile della tracheomicosi comunemente chiamata
grafiosi) né di gallerie sottocorticali procurate dai coleotteri
scolitìdi, vettori della propagazione della malattia.
 
Sezione trasversale del tronco
Radici spianate con mezzi meccanici
Gli studi condotti in ogni parte del mondo hanno accertato che le piante più aggredite dalla grafiosi sono quelle più anziane. Se così è, come spiegare la salute dei due olmi ultrasecolari posti a una cinquantina di metri dal filare incriminato?
Ci sono diversi lati poco chiari in questa vicenda e gli interrogativi sono più che legittimi.
Perché per la realizzazione del marciapiede dell’ex viale dei cappuccini sono stati commissionati ben due progetti? Perché il primo, che prevedeva il marciapiede dalla parte opposta al filare di olmi, quindi più funzionale, è stato abbandonato?
Perché si è sentita la necessità di incaricare un altro progettista per redigere un secondo progetto e cambiare l’ubicazione del marciapiede?
Perché nel progetto gli olmi figurano come malati da estirpare se la relazione vegetazionale per giustificarne l’espianto è stata commissionata solo il giorno prima del taglio?
Se invece dalla relazione vegetazionale fosse risultato, al contrario, che gli olmi erano sani, quale sarebbe stata la sorte del marciapiede e dei lavori già appaltati ed iniziati?
Tutto questo ci spinge a ritenere che il taglio degli alberi è stato solo il frutto di una scelta politica strabica e sorda alle richieste dei cittadini, che niente e nessuno avrebbe mai potuto fermare la scellerata decisione di privare il paese di un bene così prezioso
Sezze, 21 maggio 2013
L'escamotage
per disboscare è sempre la malattia degli alberi
L'agente causale della grafiosi dell’olmo, tirata in ballo dal comunicato stampa del Comune di
Sezze, è un fungo la cui diffusione viene facilitata da un coleottero scolitide che abita la corteccia degli Olmi. Le prime diffusioni del patogeno in Italia risalgono agli anni 30, vale a dire trenta anni prima che venissero abbattuti quelli secolari della Passeggiata dei Cappuccini per far posto alle attuali palazzine. Sembra che il fungo prediliga le piante secolari, ma a Sezze la presenza del patogeno non è mai stata segnalata, anzi, nei pressi degli Archi di San Lidano, esiste addirittura un fosso consorziale, da sempre conosciuto come “fossella dell’olmo”, dove questa specie cresce spontanea e rigogliosa (vedasi foto). Sembra pure che la grafiosi non attecchisca laddove sono presenti tracce di inquinamento da monossido di carbonio (emesso dallo scappamento delle auto) che ne ostacolerebbero la propagazione.

Sezze, 5 maggio 2013
Salviamo
gli olmi del viale dei Cappuccini
Gli olmi di Viale dei Cappuccini sono beni comuni e testimoni di civiltà. Sono portatori di molteplici valori e costituiscono, quali risorse straordinarie, il patrimonio storico-ambientale del paese e come tali devono essere tutelati e mantenuti. Offrono umilmente i loro doni, anche a chi vuole abbatterli, tra cui l’assorbimento di anidride carbonica e il rilascio vitale di ossigeno, operazione di riciclo necessaria soprattutto nei centri urbani. Offrono l’ombra preziosa che ci accompagnerà in tanti giorni di caldo intenso, ma anche la loro bellezza. Danno ospitalità ad altre specie viventi, tra cui gli uccelli insettivori che eliminano senza prodotti chimici, ad esempio, una grande quantità di zanzare. Quegli olmi sono beni comuni che aiutano a farci vivere meglio. Alberi e marciapiedi non sono incompatibili, i nostri olmi possono rimanere al loro posto, contribuendo ancora per secoli a farci vivere meglio.
Lo hanno già fatto per i nostri padri e lo faranno per i nostri figli. Chi non ha cura degli alberi dimostra di non avere cura della propria salute, figurarsi se può averne per quella dei cittadini. La legge n.10bdel 14 gennaio 2013, entrata in vigore il 16 febbraio scorso, obbliga i Comuni sopra i 15mila abitanti a piantare un albero per ogni bambino registrato all'anagrafe o adottato, oltre a tutelare quelli già esistenti. Non è una novità, perchè l'obbligo di piantare un albero per ogni neonato era già stato introdotto in Italia con la legge Cossiga-Andreotti n.113 del 29 gennaio 1992, ma tutto è rimasto lettera morta.
Ora per "assicurarne l'effettivo rispetto", la legge n.10 introduce modifiche alla precedente disposizione. Un altro cambiamento riguarda i tempi: la piantumazione dovrà avvenire entro sei mesi, e non più dodici, dalla nascita o dall'adozione. Nonostante il basso tasso di natalità italiano, la legge dovrebbe riuscire a contrastare, almeno in parte, la perdita di zone verdi nel Paese, che secondo l'Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale
(Ispra) è di otto metri quadrati al secondo.
A vigilare sul rispetto della normativa sarà il Comitato per lo sviluppo del verde pubblico istituito presso il ministero dell'Ambiente, mentre i Comuni dovranno comunicare informazioni sul tipo di albero scelto per ogni bimbo e il luogo in cui è stato piantato, provvedendo anche a un censimento annuale di tutte le piantumazioni. Sempre per tutelare il verde pubblico, la legge introduce norme a tutela degli alberi monumentali e ridefinisce la Giornata nazionale dell'albero, celebrata il 21 novembre, che punta a "perseguire, attraverso la valorizzazione dell'ambiente e del patrimonio arboreo e boschivo, l'attuazione del protocollo di Kyoto", e prevede attività formative in tutte le scuole.

Sezze, 4 gennaio 2013
La
leggenda della regina Camilla e del principe Ufente
Questa è una di quelle antichissime favole che si perdono nella notte dei tempi e che ci sono state tramandate dai nostri nonni, i quali usavano raccontarle nelle lunghe serate d’inverno accanto al camino,trascorse in famiglia e con gli amici. Presi come siamo dallo stile di vita impostoci dalla società moderna, dai nuovi mezzi di comunicazione e dalle “meditazioni “ su
facebook, rischiamo di perderne completamente la memoria storica.
Per questo, grazie alla traccia che mi è stata suggerita dalla nostra cara amica Filomena Danieli, una vera ricercatrice sempre prodiga di informazioni su storia, cultura e tradizioni setine, ho pensato di ricostruire questa antica leggenda, quasi del tutto scomparsa dai miei ricordi. La leggenda narra in chiave mitologica come ebbero inizio le diatribe e gli eterni scontri tra sezzesi e pipernesi.

Camilla,la leggendaria regina privernate dei Volsci cantata nell’Eneide di Virgilio, era figlia di re Metabo e della regina
Casmilla. Si dice che il padre non fosse ben visto dai suoi sudditi e che per questo un brutto giorno gli si ribellarono invadendo la reggia (come sono cambiati i tempi !). Ci furono scontri, tafferugli e in molti perirono, ma re Metabo riuscì a fuggire, prese in braccio la piccola Camilla di soli pochi mesi e cercò scampo nella foresta, sotto una pioggia torrenziale. Cammina e cammina, tra pozzanghere e fango, inseguito da uomini armati, giunse al fiume
Amaseno, prossimo allo straripamento e con le acque intorbidite per la troppa pioggia caduta in quei giorni. Metabo si rese conto che non sarebbe mai riuscito ad attraversare il fiume a nuoto con la bambina tra le braccia, e per di più bisognava fare presto perché gli inseguitori stavano per raggiungerlo.
Ebbe così una idea fulminea: prese una grossa scorza di sughero dal tronco di un albero, vi pose la piccola Camilla e l’avvolse in un telo, legò il tutto alla sua lancia e con grande impeto la scagliò dall’ altra parte del fiume, dopo averla affidata e consacrata alla dea Diana. La dea accolse le suppliche del povero Metabo e pose la piccola sotto la sua protezione, fin quando il padre non la raggiunse a nuoto sfidando la corrente del fiume. Camilla crebbe così nella foresta nutrendosi di latte di pecora e di radici, e vestendosi con pelli di tigre; divenne sacerdotessa di Diana ed insieme ad alcune ancelle imparò a combattere e a cavalcare, diventando una vera guerriera, una sorta di amazzone.
Camilla però aveva in animo un solo desiderio, quello di vendicare il padre e di riconquistarne il regno, la sua
Priverno. Si narra che insieme alle ancelle cavalcasse più veloce del vento e che i loro cavalli erano capaci di attraversare sterminati campi di grano senza far cadere una sola spiga a terra. Un bel giorno finalmente riconquista il regno paterno e diventa regina dei
Volsci. La regina Camilla, oltre che valorosa, era anche una donna bellissima e numerosi principi l’avrebbero voluta come sposa. Tra i suoi pretendenti c’era
Ufente, principe degli “Ufentini”, chiamato “Bufento” nella tradizione popolare, un uomo forte e bello ma soprattutto innamoratissimo di Camilla.
Costei però non era una donna come tutte le altre, perché come abbiamo visto, il padre l’aveva consacrata alla dea Diana, e lei stessa da adolescente ne era diventata sacerdotessa. Il suo cuore quindi apparteneva a Diana come pure la sua verginità. Non potendo essere corrisposto da Camilla, Ufente si rivolse agli dei, perché lo aiutassero a conquistare la regina. Gli dei allora erano un po’ come i nostri ministri e Giove, il padre di tutti gli dei, era come il Presidente del Consiglio. Ognuno nell’ Olimpo aveva il suo “ministero”, ma tutti insieme formavano una maggioranza più o meno coesa (proprio come oggi), per questo gli dei non volendo dispiacere a Diana, protettrice di Camilla, consigliarono il principe Ufente di dimenticarla e di cercare come sposa un'altra donna. Ufente però era molto innamorato, e come sempre accade in amore non poteva immaginare la sua vita senza Camilla, né i suoi occhi discernevano altra donna che potesse reggere al confronto.
Il principe decise così di sfidare gli dei, trovando ogni giorno un nuovo stratagemma per incontrare la regina e per tentare di conquistarne il cuore. Camilla, anche se diversa dalle altre, era pur sempre una donna, ed anche molto tentata dall’amore e dalla perseveranza del principe, per cui invocò Diana di darle la forza ed il coraggio di resistergli. Diana, che ben comprendeva le ragioni della sua “assistita” per aver anche lei fatto voto di castità in seguito alle profferte del dio Amore, trasformò il principe Ufente in fiume. Ma anche da fiume, il principe non smise di amare e di desiderare la bella Camilla, spostò pian piano il suo corso verso la reggia per esserle più vicino, e come da uomo ebbe cura della sua persona, così da fiume volle che le sue acque fossero sempre fresche e limpide e ordinò agli uomini della sua tribù, la
Ufentina, di curare le sue rive in modo che restassero sempre verdi e profumate da fiori, insomma una sorta di Eden.
Camilla, in un caldo giorno d’estate, attratta da queste acque così invitanti, decise di bagnarsi in compagnia delle sue ancelle, e legati i cavalli ai rami di alcuni alberi si denudò delle vesti e si tuffò. Ad Ufente non parve vero che Camilla venisse ad abbracciarlo nel proprio letto e rispose accarezzandola con le sue acque limpide, provocando un turbine di sensazioni sino ad allora sconosciute ad entrambi. Camilla rimase incantata da tanta dolcezza, ed
Ufente, oramai incapace di resistere al suo fascino, con un gioco d’acqua la imprigionò in un vortice di passione e di sentimenti, alla quale la regina non seppe opporre resistenza. Ufente visse così il suo sogno d’amore che… non durò a lungo perché presto cedette al desiderio di palesarsi . La regina Camilla sentendosi tradita, odio' lui e tutti gli
Ufentini. Da qui' l'eterna diatriba e gli scontri tra Sezzesi e
Privernati.
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