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ambiente & storia 2007-2012 |
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a cura di Vittorio Del Duca |
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Sezze, 8 dicembre 2012 Sulle tracce della tribù Ufentina Giovanni Ciammarucone nel 1641 in “ Descrizione della Citta di Sezza” così parlava dell’
Ufente, il mitico fiume che origina dalle fresche sorgenti poste ai piedi di
Sezze, meglio conosciute con il nome di “Mole Muti”, “ Sardellane” e “Scafa Rappini” (la scafa era una barca, oggi in disuso) :
Il fiume ha origini antichissime che si perdono nella notte dei tempi; viene cantato nell’Eneide di Virgilio ed incarna uno dei nemici che contrastano la mitica figura di Enea, appena sbarcato nel Lazio a seguito della distruzione della sua città, Troia.
Il
nome “gliò Bufente” affibbiato a
Sezze, potrebbe dunque trovare una giustificazione dal fatto che la tribù Ufentina o Ofentina , che abitò le rive dell’Ufente, abbia trovato una sistemazione proprio nelle rive sotto Sezze e che i privernati idealizzarono con tale nomignolo tutta la zona, ivi compresa la nostra città, che peraltro in tutti i testi antichi non figura mai con tale nomignolo ma sempre con il suo vero nome.
Sezze, 7 dicembre 2012 La vicenda di Sandro e Lidanuccio alle Canalelle Alessandro Di Prospero, mio anziano cugino, nato in Via Corradini ( a gli
Montòno), ma vissuto sempre fuori come ufficiale di Finanza, è stato certamente il primo radiamatore di Sezze ma anche un personaggio piuttosto unico per la sua simpatia e per la passione che da sempre nutre per le radiocomunicazioni. Recentemente ha partecipato via radio ai soccorsi in Giappone a causa dello tsunami ed oggi segue il Voyager 1 che esce dal sistema solare. Molto curioso ed interessante è ciò che racconta di sé nel suo blog di elettronica: Già le sue antenne semplicemente filari sul tetto di casa, costituivano novità, curiosità e interrogativi non solo per le Forze di Polizia ma per tutti. Al suo paese, peraltro agricolo e popoloso, le radio riceventi dei programmi EIAR si potevano contare con le dita di una mano. I suoi genitori ed in particolare sua madre N.D. Geltrude DEL DUCA, impaurita dalle continue visite della Polizia e di altri "strani signori....di Roma", contrastava questo suo figlio affinché cessasse di "giocare" con quelle strane cose, anche perchè senza rendimento economico ma soltanto costose e dannose per le numerose tegole rotte sul tetto. Ancor più pericolose perchè potevano costituire intralcio ai suoi "veri" studi letterari classici peraltro impostigli.” Sandro, come tutti i ragazzi della sua età, aveva però anche tanti amici coi quali amava fare delle lunghe passeggiate fuori porta. Ecco cosa mi ha raccontato in un recente scambio di mail, che mi piace riportare con le sue testuali parole, perché significative di un passato abbastanza recente:
Sezze, 8 novembre 2012 Pio VI alla "Sedia del Papa" prima dell'esilio Il cardinale Giovanni Angelo Braschi salì al soglio pontificio nel 1775 assumendo il nome di Pio VI. Nacque a Cesena il 27 dicembre 1717 e morì a Valence (Francia) il 29 agosto 1799. Come Sisto V, appena eletto ebbe in animo di studiare a fondo le possibilità di bonificare radicalmente le Paludi Pontine. Dopo due anni di studi, le opere di bonifica furono intraprese nel 1777 a cominciare da Terracina e durarono ben 21 anni, fino al 1798, con una spesa dieci volte maggiore di quella prevista inizialmente. Quando il Papa si accinse ad effettuare i lavori, i sezzesi , che pur non avevano mai visto di buon occhio la bonifica del territorio, perché dalla palude derivava loro una discreta economia (pesca, legname, carbone, etc) non protestarono affatto, ma fecero sapere alla Reverenda Camera Apostolica di mirare all’attribuzione delle terre redente e soprattutto di non tollerare una eventuale assegnazione ai forestieri, in loro luogo. Il Papa nominò direttore dei lavori l’ingegnere idraulico bolognese Gaetano Rappini e gli affiancò nell’opera altri due ingegneri : Gerolamo Scaccia e Gaetano Astolfi. La manodopera disponibile nello Stato Pontificio non era sufficiente, furono così incaricati diversi caporali di reperirla nel limitrofo Regno di Napoli e finanche nelle patrie galere, in cambio di amnistia o di sconti sulla pena. Il Papa, da bonificatore autentico si recò per un ventennio a rendersi conto personalmente dei lavori da lui voluti e sono innumerevoli le permanenze a Terracina dove iniziarono i lavori, ma anche le visite a Sezze, per ammirare dall’alto della “Sedia del Papa” le terre redente, come già aveva fatto il suo predecessore Sisto V e come ci attesta una stampa di Raphael Morghen "Les Marais Pontains" la cui matrice è conservata presso il British Museum di Londra.
Qui sopra la stampa di Raphael Morghen, “Le Marais Pontains” del 1798, rappresenta un momento all’inizio della breve vita dell’occupazione francese con la Repubblica Romana, e vede Pio VI avviarsi all’esilio scortato dai soldati francesi, ma vuole osservare per l’ultima volta la sua opera dall’alto di Sezze alla “Sedia del Papa” Quando nel 1798 gli avvenimenti politici portarono il Direttorio della Repubblica francese ad ordinare al generale Berthier di arrestare Pio VI e condurlo in Francia, la bonifica era quasi ultimata ed i territori di Sezze, Priverno e Terracina risentivano degli effetti benefici dell’opera del Papa. Pio VI si avviò così prigioniero in terra straniera, dove l’anno dopo morì, non prima però di aver espresso il desiderio di ammirare per l’ultima volta la sua opera dall’alto, e come si è detto non molto lontaqno della “Sedia del Papa”. Nel territorio di Sezze, allora molto più vasto, e su quello di Terracina e Priverno furono scavate le fosse miliarie, parallele tra loro e distanziate un miglio romano l’una dall’altra, che confluirono ortogonalmente nel nuovo canale lungo la Via Appia, chiamato Linea Pio in onore del Papa. Lungo le fosse miliarie furono costruite le strade “migliare”, i lunghi rettilinei che ancora oggi si percorrono per imboccare l’Appia. Tra le migliare furono messi a coltura i nuovi campi redenti, ma non però dai poveri contadini che fino all’ultimo sperarono, ma non più di tanto, di diventare se non proprietari, almeno enfiteuti. Per loro si verificò (nulla di nuovo sotto il sole) proprio quello che avevano paventato: i forestieri diventarono gli unici beneficiari del territorio bonificato. Rappini infatti, venne nominato marchese e gli si concesse buona parte del terreno bonificato al di qua dell’Appia in enfiteusi perpetua ereditaria, i terreni al di là dell’Appia furono parimenti concessi a Luigi Braschi - Onesti figlio di Giulia sorella di Pio VI, mentre 400 ettari furono assegnati alla Mensa Vescovile (cioè al clero). Così la bonifica di Pio VI, che si era presentata come una vera e propria riforma agraria, fallì il suo scopo. Degli 80.000 ettari ne furono bonificati solamente non più di 12.000 ma le opere fatte furono durature e consentirono alla bonifica integrale di Mussolini di operare nel “Circondario interno” di Pio VI, vale a dire nelle campagne di Sezze, Priverno e Terracina, partendo da un certo grado di evoluzione modesto sotto il profilo economico e sociale, ma di gran lunga superiore allo stato selvaggio della rimanente parte di territorio da bonificare, cioè il “Circondario esterno” degli ingegneri bonificatori di Pio VI. Sezze, 30 ottobre 2012 In onore a Catone il Censore: “DE AGRI CULTURA” Nome: Marcus Porcius Cato
Nascita: Tusculum, 234 a.C. circa
Morte: 149 a.C.
Nel Liber de agri cultura, Catone tratta non solo di come coltivare i campi ma anche di veterinaria e di medicina, di consigli per chi deve acquistare un fondo, di come costruire una villa, un frantoio, un torchio, vi si trovano ricette di cucina, informazioni sui prezzi di mercato, sul modo di mantenere la servitù, su quali devono essere i doveri del padre di famiglia; insomma offre tutte le informazioni per chi vive in campagna e della campagna…non mancano neanche le formule di preghiera per invocare gli dei sull’abbondanza dei raccolti e una buona salute per coltivare i campi. Nello scrivere il De agri cultura, Catone pensa ad una proprietà media di 100 – 250 iugeri, corrispondenti ad una odierna azienda agricola di 25 – 60 ettari; non tratta i vari argomenti in maniera organica e spesso è anche ripetitivo, però l’esposizione è concreta e pratica, la forma semplice e rude. Vediamo un passo a proposito dei doveri di un padre di famiglia: “Quando il capo di una casa va nelle sue terre, appena resi i dovuti omaggi ai Lari tutelari della casa, vada nella medesima giornata, se gli è possibile, a girar per la sua terra, e se proprio non può, lo faccia il giorno dopo; e quando s’è ben reso conto di come il fondo sia coltivato, di ciò che è stato fatto e di ciò che rimane da fare, chiami il villico e chieda a lui quanti lavori siano fatti e quanti ne restino da fare, e se quelli compiuti siano stati fatti a tempo. Osservi il bestiame per accrescerlo; lo venda se il prezzo è buono, come pure l’olio ed il vino in esubero; e venda i buoi vecchi e gli armenti e le pecore malandate, la lana, le pelli, il carro vecchio e la vecchia ferraglia, gli schiavi vecchi e tutto ciò che c’è di superfluo. Il capo di famiglia deve essere pronto a vendere, non a comprare.” Nella vita pubblica percorse tutti i gradi del cursus honorum: fu uomo politico, scrittore, questore, console, pretore, e per ultimo censore. I censori avevano il compito di compilare ogni cinque anni i ruoli dei contribuenti in occasione del censimento, avevano la vigilanza sui lavori pubblici e sui costumi dei cittadini; Catone in questa sua carica represse severamente e con imparzialità ogni forma di corruzione pubblica e privata tanto da valergli l’appellativo di “ censore” che gli rimase per sempre; benché sin dagli inizi del cursus si era caratterizzato come moralizzatore della vita pubblica. Condusse una lotta accanita contro il lusso. Impose pesanti tasse sugli abiti da lusso, sugli ornamenti personali, specialmente delle donne, e sui giovani schiavi comprati come concubini. Successivamente, anche senza più ricoprire cariche, ebbe un enorme prestigio e dominò il Senato. Di carattere tenace e di mentalità conservatrice, fu assertore del nazionalismo, tanto nella vita quanto nella letteratura. Ebbe come direttiva costante la preoccupazione di distruggere Cartagine, nella quale vedeva una rivale della potenza romana…famosa la sua frase Carthago delenda est (Cartagine è da distruggere) a conclusione di tutti i suoi discorsi in Senato. Osteggiò l'introduzione in Roma della cultura e della filosofia ellenica, e, in opposizione ai molti autori romani che scrivevano in greco, compose tutte le sue opere in latino, inaugurando un costume destinato a rimanere costante. In quel mondo in trasformazione, Catone rappresentò la democrazia rurale e tradizionalista e si impegnò sempre accanitamente a difendere le antiche virtù di quelle generazioni, composte soprattutto da agricoltori, che avevano formato la grandezza di Roma. Sezze, 5 agosto 2012
Era il 1933 ed alcuni bambini si recavano a gruppi alle “coste” di Sezze, passando dalla torretta di via Corradini, per raccogliere arbusti e rovi per farne corone con cui cingersi la testa in occasione della processione di Gesù Salvatore ( i Saluatòro). La ricorrenza vera e propria della festa cadeva il giorno dell’Assunta, a Ferragosto, ma si usava portare in processione “ i Saluatòro” ogni volta che prolungati periodi di siccità o piogge persistenti minacciavano i raccolti oppure la germinazione dei semi. In una società contadina come quella di Sezze, infatti, le buone o la cattive stagioni facevano la differenza e potevano significare abbondanza o carestia perché non si avevano a disposizione i mezzi che oggi conosciamo per potervi ovviare. La processione usciva dalla Cattedrale di Santa Maria percorrendo le strade del centro, ma prima di rientrare in chiesa i fedeli sostavano in preghiera al Belvedere ( i muro la terra) con la statua del Salvatore rivolta verso la pianura e invocavano la pioggia oppure il sole, a seconda delle circostanze. Così è stato riferito che in caso di piogge persistenti si implorava: “ Sole Madonna che spacca le prède, lu grano n’se mete, n’se po’ più campà” e la preghiera non cambiava di molto in caso di siccità: “Acqua Madonna che spacca le prede, lu grano n’se mete, n’se pò più campà ” Accadeva talvolta che la preghiera fosse esaudita, ma il più delle volte era necessario portare nuovamente in processione il Salvatore perché, come sosteneva l’Arciprete di Santa Maria Don Carissimo, i fedeli non avevano pregato con il sufficiente fervore.
Sezze, 9 luglio 2012
Questo Piano Urbanistico Comunale, se passerà così come approvato, snatura la vocazione tipica del territorio perché sottrae all’Agricoltura, la principale risorsa del paese, diverse centinaia di ettari di terreno altamente produttivo per far largo alla speculazione edilizia. Stime precise dicono che annualmente vengono sottratti all’Agricoltura italiana qualcosa come 68.200 ettari di terreno per il consumo di suoli residenziali, industriali e per infrastrutture. E’ un dato questo che può inorgoglire gli idolatri dell’urbanistica ma fa inorridire tutti coloro che, come noi, hanno a cuore l’Agricoltura, il paesaggio e le bellezze naturali, perché si basa su incrementi demografici e fabbisogni edilizi irreali e sovrastimati. Un altro dato deve far riflettere tutti: l’Agricoltura è una attività che comunque rimane sul territorio, l’industria al contrario il più delle volte delocalizza lasciando inutili cattedrali nel deserto ( Mira Lanza di Pontina, Mazzocchio, etc) Anche la Variante al Piano Regolatore di Sezze è incorsa a nostro avviso in questa sovrastima e, come già accaduto per altri Comuni italiani, si cerca di costruire molto perché il fiume di denaro virtuale creato dall’economia finanziaria deve trovare luoghi in cui materializzarsi : città e territorio. Non permetteremo però a nessuno di sottrarci del prezioso suolo agricolo, su questi terreni c’è un pezzo della nostra storia ma anche del nostro futuro; l’urbanizzazione, quando serve, riteniamo vada fatta sui terreni poveri e marginali. Considerata quindi l’importanza della Variante Generale al Piano Regolatore del Comune di Sezze e l’impatto che questa produrrà sul territorio agricolo di pianura e di conseguenza sull’economia agricola, Coldiretti auspica una riapertura dei termini per dar modo a forze sociali, culturali e politiche oltre che ad associazioni, imprenditori e tecnici, di meglio valutare la Variante e presentare le osservazioni nell’interesse generale del paese. La riapertura dei termini, si rende necessaria a causa dell’importanza della materia ma soprattutto per la sua vastità e complessità che allo stato attuale sembra, a nostro avviso, non abbastanza compresa dai più.
Sezze, 10 giugno 2012
Basta ricordare alcuni dei più recenti come quello con epicentro nella Marsica che il 13 Gennaio 1915 distrusse Avezzano e
Sora, mietendo decine di migliaia di vittime e che portò molto spaventò anche a Sezze e nei paesi limitrofi, oppure quello del Belice del 1968. Cercando notizie riguardo ai terremoti con epicentro
Sezze, ho trovato nel Portale d’Abruzzo, nella sezione dei terremoti storici dal 217 a.C. al 2002, che uno solo ha riguardato direttamente la nostra città e precisamente quello del 2 Febbraio 1756, giorno della Candelora, con epicentro nelle colline di Sezze di magnitudo 4,63, superiore di quasi un grado a quello avvertito nella città il 15 febbraio 2012 alle ore 21, 46 con epicentro Tor Tre Ponti Per quanti desiderassero notizie più approfondite sulla sismicità della nostra area rimandiamo ai siti che ci sono stati suggeriti dalla mail della Dott.ssa
Viviana Castelli, sismologa storica dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia di Bologna, che ringraziamo vivamente per il materiale fornito e per essersi accreditata al
Setino.it:
Per quanti interessati a prenderne visione si suggerisce di visitare il sito www.aziendaagricoladelduca.it nella sezione eventi del menù principale oppure su questa pagina.
Sezze, 15 aprile 2012
L'Azienda Agricola Del Duca che ha radici secolari nel territorio del Comune di Sezze, del quale ha condiviso gli usi, i costumi, i mezzi di produzione e l’organizzazione della civiltà contadina, è stata la prima in assoluto a coltivare il carciofo romanesco in maniera intensiva. Nel 1897, il “campero” Alessandro Del Duca, allora conosciuto in paese come "Ndruccio Del Duca" affittò in località Roscioli alla migliara 47, nei pressi di Casal Volpe oggi Casale Bruciato, un appezzamento di terreno di un rubbio e mezzo (ettari 2,50) da investire a carciofi. I terreni appartenevano al vasto latifondo del “Patrimonio Rappini di Casteldelfino” delle cui tenute “nonno Ndruccio” era già in parte affittuario o come solevasi dire in quel tempo “mercante di campagna”.
Ricevuta di affitto del fondo in località Quarto Roscioli di Sezze del 15 Agosto 1897
Carciofi alle
"piaie" dove ora si trova l’Ufficio Postale di Sezze Scalo
Stand alla I Sagra del Carciofo - 1970
Contadini di Sezze in Libia durante la guerra- 1936
Africa
orientale- Uno sceicco degli Habab coi sottocapi
Salvatore Santucci,
detto Toto, con il figlio Antonio, coadiuvanti nella produzione di carciofi
dell’Azienda Agricola Del Duca - 2012
Operaie addette alla raccolta dei carciofi - 2012
> Le foto e il testo appartengono all’Archivio dell’Az. Agricola Del Duca. Per la loro riproduzione è necessaria l’autorizzazione del proprietario. Le notizie di questo testo sono state tratte dalla ricerca, in corso di estensione, sulle origini e sviluppo del carciofo a Sezze, autore Vittorio Del Duca.
Sezze, 18 febbraio 2012
1) La cronaca Una vecchia signora che vive sola, si affaccia impaurita alla finestra: “m’ha ballato tutta la casa” dice alle persone in strada, poi richiude la finestra, prende il rosario tra le mani e prega Santa Barbara ; la paura di una nuova scossa non la fa però concentrare nella preghiera, si scusa con la Santa e va a cambiarsi l’intimo e l’abito, non si sa mai, i soccorritori potrebbero ritrovarla tra le macerie e non vuole farsi trovare in disordine. E’ stato un moto sussultorio e per fortuna senza danni. Trascorrono alcuni minuti e passata la paura si rientra in casa: c’è chi si accorge di aver chiuso la porta e lasciate le chiavi dentro, chi nel fuggi fuggi è caduto ed ora mette il ghiaccio sulle contusioni, chi telefona ai figli, chi ai genitori, chi agli amici. La televisione era rimasta sintonizzata sul festival di Sanremo, ma si cambia canale per avere notizie dell’epicentro, anche se tutti sospettano che sia a
Tor Tre Ponti, dove dal Luglio scorso giungono segnali inquietanti, mai però così netti come stasera. I più evoluti “smanettano” su internet e presto danno a tutti la conferma: epicentro nella Pianura Pontina a Tor Tre Ponti, tra Latina e
Sermoneta, intensità 3,8 della scala Richter e 6,9 Km di profondità, sciame sismico avvertito sino a Gaeta, alla periferia sud di Roma, in tutta la catena dei Lepini sino al
Frusinate. Non va però sottaciuto quello che dicono i geologi, ovvero che in paesi come il nostro, che hanno ospitato civiltà millenarie, la memoria storica dei terremoti è troppo corta e lacunosa per descrivere appieno la sismicità, talvolta caratterizzata da tempi di ritorno più lunghi delle serie storiche disponibili. Il terremoto di ieri sera con epicentro a Tor Tre Ponti si dice che rappresenti una novità nella Pianura Pontina, ma anche terremoti come quello del Fucino (13.01.1915) e quello della valle del Belìce (15.01.1968), che seminarono morte e distruzione, erano in aree ritenute asismiche sulla base dei dati storici. Sezze si trova in zona ritenuta sismica, ma non di grado elevato, e la nostra memoria storica si è limitata sinora a ricordare le scosse di terremoti delle zone limitrofe, per fortuna senza danni, come quelli con epicentro nel cono vulcanico dei Colli Albani (1899 - 1927) che danneggiarono Nemi , i Castelli romani, Velletri e persino Roma, oppure quello più recente dell’Irpinia (1980). Ma c’è stata a Sezze una forte scossa che è passata alla storia: è quella che distrusse Avezzano il 13 Gennaio 1915, ricordata come ”il terremoto della guerra 15 -18”. In quegli anni le case erano sprovviste di soffitto e pertanto si poteva scorgere tutta l’intelaiatura del tetto, le travi e le cantinelle; così è stato raccontato dai nostri nonni, trovatisi in casa al momento del sisma, di aver visto “uscire e rientrare “ le travi dalle mura maestre, seguendo il moto ondulatorio del terremoto. Alcune lavannare (lavandaie) mentre lavavano la biancheria alle “Fontane” videro l’acqua della vasca ritirarsi per più volte, quasi a sparire, per poi subito riemergere tracimando. Non so se fu per lo spavento, ma mi è stato raccontato che le poverette non fuggirono, ma pensarono ad un prodigio e si inginocchiarono in preghiera. Probabilmente non sapevano neanche cosa fosse un terremoto. Vi fu tanto sconcerto e tanta paura, ma al di là di qualche intonaco che cadde non si riscontrarono danni di rilievo alle cose o alle persone. Quel sisma, del settimo grado della scala Richter, distrusse Avezzano e quasi tutto il territorio della Marsica. Ad Avezzano su 13.000 abitanti ne sopravvissero solo 3.000. Anche la cittadina di Sora fu distrutta, registrando circa 3.000 vittime. Cercando notizie su internet riguardo ai terremoti con epicentro Sezze, ho trovato nel Portale d’Abruzzo, nella sezione dei terremoti storici dal 217 a.C. al 2002, che uno solo ha riguardato direttamente la nostra città e precisamente quello del 2 Febbraio 1756, con epicentro nella collina di Sezze e magnitudo 4,63, superiore di quasi un grado a quello dell’altra sera. Non c’è alcun riferimento relativo ai danni subiti, tuttavia quanti interessati ad uno studio approfondito, possono verificare se esisti notizia nell’Archivio comunale di Sezze.
Sezze, 28 novembre 2011 L’Italia frana perché il 25 per cento delle campagne negli ultimi 50 anni sono state abbandonate o coperte dal cemento. I recenti fenomeni che hanno colpito un po’ tutto il territorio nazionale, ma che fortunatamente hanno risparmiato il nostro, non deve farci ritenere che viviamo in una sorta di paradiso immune da catastrofi. Vale perciò la pena di soffermarsi alla cronaca locale di oltre un secolo fa, all’autunno del 1909, quando Sezze e il suo territorio venne colpito da uno spaventoso e terribile nubifragio. E’ stato raccontato che l’acqua, con una furia inusitata, riuscì a staccare dei grossi macigni dalle pareti della Valle della Cunnula e a trasportarli a valle frammisti a fango e detrtiti nel torrente Brivolco, dove come una bomba distrussero l’antico ponte romano della via Setina, oltre al mulino ad acqua della famiglia Filigenzi, di cui ancora oggi si notano i resti. Il paese rimase isolato per diversi giorni, finchè non fu ricostruito il ponte. Ho sentito raccontare in famiglia, che alcuni buoi di mio nonno, impauriti dal nubifragio, riuscirono a rompere le recinzioni delle riserve e a mettersi in salvo raggiungendo le falde del Monte Antignana, dopo aver attraversato a nuoto diversi tratti impraticabili. I libri di storia locale narrano anche di un altro evento simile avvenuto il 31 Dicembre 1800, tre giorni dopo il terremoto che sconquassò Velletri e che fece tremare le nostre campagne e tutta la fascia dei Monti Lepini. . Non era ancora avvenuto il processo di urbanizzazione e di cementificazione selvaggia, la pianura era palude, lo Scalo era pressoché disabitato, come pure la parte ad ovest del Ponte della Valle e perciò i danni furono piuttosto contenuti, ma l’economia setina subì un duro colpo, perché oltre ai seminativi e alle scorte di foraggi andò perduto per annegamento un grande patrimonio di bestiame bovino ed ovino. Il progressivo abbandono del territorio collinare e montano da parte dell’uomo , avvenuto negli ultimi 50 anni, il processo di urbanizzazione e di cementificazione selvaggia, sono fenomeni in grado di procurare oggi disastri ancora maggiori perché tutto ciò non è stato accompagnato da un adeguamento della rete di scolo delle acque. I cambiamenti climatici che si manifestano con un aumento della frequenza di eventi estremi, la maggiore intensità delle precipitazioni e la relativa impossibilità di assorbire l’enorme quantità di acqua che cade in pochi minuti, rappresenta un mix micidiale che impone una più attenta politica della prevenzione, capace di invertire una tendenza che sta mettendo a rischio la sicurezza idrogeologica del Paese.
Sezze, 7 novembre 2011 ( Livio – Ab Urbe condita) Per combattere Cartagine, Roma dovette improvvisarsi potenza marinara ed inventò un nuovo modello di battaglia navale sul tipo di quella terrestre, in cui era insuperabile. Con questa strategia, nella prima guerra punica riuscì a sconfiggere la flotta cartaginese (242 a.C.) presso le isole Egadi, ma Cartagine disattese il trattato di pace con i Romani e tentò la riscossa con Annibale, il quale dopo aver espugnato Sagunto alleata di Roma nella Penisola Iberica, discese dalle Alpi ed inflisse notevoli perdite alle legioni romane al Ticino, al Trebbia e al Trasimeno, sino alla disastrosa battaglia di Canne, dove perirono quarantamila soldati romani. Il terrore subito per queste sconfitte fu immenso e ad inquietare gli animi con cattivi presagi si aggiunsero le superstizioni: furono viste statue sudare sangue, fulmini atterrare i simulacri degli dei, brillare due soli nella notte e nel cielo di Setia fu vista un’immensa fiaccola estendersi da oriente ad occidente. Ciò nonostante Roma non si dava per vinta e molte colonie, tra le quali Setia, esauste per le sconfitte patite, impaurite dalla continua perdita di vite umane e senza ricambi di uomini, fecero sapere al Senato romano che non sarebbero state più in grado di inviare nuovi soldati e mezzi alle legioni. Roma. Sempre secondo il racconto di Livio (1) Roma inviò ambasciatori presso le colonie ribelli perché fossero ammonite e non pregate; diciotto di esse furono recuperate, mentre dodici, tra cui
Setia, si rifiutarono di obbedire. I Senatori proibirono allora che di queste non si facesse alcuna menzione e che i loro ambasciatori non fossero né trattenuti né licenziati e neppure fossero chiamati dai Consoli. Questo tacito castigo parve del tutto consono alla dignità del popolo romano, fu però solo provvisorio e dettato dalla prudenza imposta dal delicato momento, perché sei anni dopo, appena distrutta Cartagine (146 a.C.) Roma non esitò a vendicarsi delle colonie ribelli, imponendo loro una doppia contribuzione di uomini in quanto ripopolate da sei anni di riposo, mentre da ogni cittadino fu pretesa una gravosa tassa annuale pari ad un asse per ogni mille di proprietà. A Cartagine fu imposto dai vincitori romani il versamento di 50.000 scudi all’anno per cinquanta anni e, come garanzia dei pagamenti, furono tradotti a Roma numerosi ostaggi prelevati dalle famiglie cartaginesi più ricche ed illustri, con un seguito di schiavi e prigionieri di guerra a loro servizio, e per quello delle genti latine. Questi, non contenti di risiedere a Roma, furono successivamente trasferiti a
Setia, Norba, Circei, Signia e Ferentino. Alcuni riuscirono a nascondersi e si rifugiarono a
Preneste, “ senonchè neanche qui furono lungamente al sicuro, giacchè riferendosi poscia che Preneste doveva essere occupata dagli avanzi dell’esercito dei congiurati di
Sezze, il pretore romano subito vi si recò, condannando a morte tutti gli schiavi sospetti di ribellione, che furono 500” (2) La congiura degli schiavi cartaginesi finì quindi nel nulla e ai due che avevano tradito fu data come premio la libertà e 25.000 assi ciascuno, mentre al liberto che li aveva accompagnati fu data una ricompensa di 100.000 assi. A Setia e alle altre colonie di custodia, fu ordinato di non permettere che gli ostaggi potessero uscire in pubblico e di rinchiudere i prigionieri nelle carceri con un ceppo al piede di peso non inferiore a dieci libbre (3).
Sezze, 22 settembre 2011 Nell’anno 1499, era Signore di Sermoneta e Bassiano Giacomo Caetani. Sezzesi e Bassianesi avevano avuto alcuni diverbi in merito al pagamento di certe tasse, dalle quali i Bassianesi erano stati esentati con regolare sentenza. Sezze era sotto il diretto dominio della Chiesa, mentre Sermoneta e Bassiano pur facendo parte dello Stato Pontificio erano feudi della famiglia Caetani. I Sezzesi, a causa delle tasse protestarono energicamente, avvennero tafferugli e fatti di sangue. In Aprile, Bassianesi e Sermonetani protetti da Giacomo Caetani organizzarono delle rappresaglie nel territorio di Sezze, infersero ingenti danni alla pianura e ai monti e ruppero gli argini dei fiumi Puzza, Falcone e Fiumicello inondando vasti campi di frumento, orzo e legumi per un valore di 5.000 ducati. Distrussero a sud di Acquapuzza la Torre di Porto (Torre Petrata) uccidendo il castellano Zurino D’Andrea Rossi da Sezze e vi asportarono armi e munizioni per un valore di 2000 ducati. Era allora Papa lo spagnolo Alessandro IV Borgia, che si adoperò per mettere pace tra i due paesi, senza ben riuscirvi in verità, tant’é che appena un anno dopo, nel 1500, Semonetani e Bassianesi guidati da Giacomo Caetani e i Setini si scontrarono in battaglia nel campo delle Tartarelle. Per i nostri fu una vera e propria carneficina: perirono circa 600 uomini e numerosi innocenti, a quelli che cercavano di riscattare la vita col denaro e con implorazioni di pietà veniva risposto “Carne vogliamo, non denaro…” I Caetani posero poi delle sentinelle lungo le vie che conducevano a Roma perché la notizia della crudeltà efferata compiuta verso Sezze non giungesse al Governo Pontificio, ma papa Alessandro VI, nonostante ciò, fu egualmente informato e spedì il vescovo di Assisi, Geremia Volaterano, per appurare la verità ed agire di conseguenza. Poichè correva voce che i Caetani avevano al proprio servizio dei facinorosi, il Papa spedì assieme al suo rappresentante anche suo figlio Cesare Borgia, meglio conosciuto come Duca Valentino, con un esercito misto di italiani e francesi pronto ad intervenire qualora i Caetani avessero opposto resistenza. I fatti avvennero come previsto, anzi Giacomo Caetani all’ingiunzione di arrendersi rispose che era onorato di mantenere fede al giuramento di difendere i propri sudditi. Ci fu battaglia, le truppe del Duca Valentino si spinsero sotto le mura di Sermoneta. Sotto il tiro di due cannoni posizionati sul castello caddero 200 francesi, ma le truppe di Cesare Borgia riuscirono egualmente a sfondare la difesa e ad entrare in paese compiendo una strage. Giacomo Caetani tentò la fuga ma fu fatto prigioniero da un capitano francese che non lo aveva mai perso di vista, fu condotto a Roma e fatto morire in Castel S. Angelo, come sospetto di lesa maestà. Al fratello Guglielmo, che aveva combattuto con lui, fu usata clemenza e fatto fuggire alla corte di Mantova. La crudeltà e l’efferatezza compiuta dai Caetani verso
Sezze, gettò il discredito su questa famiglia e fu di occasione al Borgia per cacciarli da tutti i loro feudi, compresi quelli di Norma, Maenza e Roccagorga appartenenti ad un altro ramo della famiglia
Caetani. I feudi furono incamerati dallo Stato Pontificio. Non era mistero per nessuno che l’obiettivo dei Borgia era quello di sottrarre al potere clericale lo Stato Pontificio, farne uno stato laico posto sotto la loro influenza e dare così inizio ad una dinastia; in altri termini i Borgia intendevano secolarizzare lo Stato della Chiesa. Per raggiungere questo obiettivo era necessario eliminare tutti gli ostacoli rappresentati dalle potenti famiglie che costituivano la nobiltà romana; oltre ai feudi della famiglia Caetani infatti, erano stati confiscati i possedimenti ai Savelli e ai Colonna e furono ridistribuiti tra i membri della famiglia
Borgia: Giovanni, figlio di appena due anni dello stesso Papa, diventò Duca di
Nepi; mentre Roderico, figlio di due anni di Lucrezia, divenne Duca di
Sermoneta. La confisca dei feudi fu però di breve durata perché il 18 Agosto 1503 moriva Alessandro VI, seguito subito dopo per una strana coincidenza dal Duca Valentino, perito combattendo in Spagna. Il suo successore, Giulio
II, reputando ingiusta la confisca dei feudi fatta ai Caetani, li reintegrò nei loro possessi. Guglielmo
Caetani, ritornò a Sermoneta da Mantova con grande gioia di tutto il popolo che lo accolse festoso alla porta del paese con baci e abbracci. Nella cartina del 1357 sono rappresentate le province della Stato Pontificio di Campagna e Marittima. Campagna e Marittima, in latino Campaniæ Maritimæque provincia, è stata una divisione amministrativa dello Stato Pontificio, estesa, in origine, da Roma e Ostia Antica, poi dai Colli Albani, alla Valle del Liri e a Terracina. In cartografia è anche conosciuta come Campagna di Roma o Latium. Per un breve periodo nell'XV secolo la provincia era divisa amministrativamente in Campagna e Marittima. Terracina e Pontecorvo, seppur incluse nei limiti geografici campanini, avevano delegati pontifici che le governavano autonomamente per tutto il medioevo.
Sezze,
1 giugno 2011 Il luogo ed il nome sono poco conosciuti, ma in passato i monti di
Stracciebanne, ad est di Monte Forcino, erano trafficati da pastori e boscaioli che, discendevano verso la
Longara, provenienti da Campo Rosello, una località del Comune di
Carpineto, oggetto di una antica contesa territoriale con Sezze. Infatti, lasciata “Stracciebanne” a quota 800 metri e salendo verso “Le Saliere” a 1100 m, in direzione di Campo Rosello, ci ritroviamo al confine con i Comuni di Bassiano e di
Carpineto. Da questo punto, salendo ancora, è possibile raggiungere il Monte Semprevisa (m.1536), il più alto della catena dei
Lepini. Stracciebanne deve probabilmente il suo nome alle pezze delle ciocie (le
bànne) (1) che si ”stracciavano” impigliandosi negli sterpi o urtando le numerose pietre carsiche. Sezze,
24 maggio 2011
Sezze,
11 maggio 2011
In località Piagge Marine, dopo aver attraversato la parte ad est dell’Anfiteatro, su di un masso isolato alto m. 4,55, si trova, in riquadro, l’iscrizione sepolcrale corrosa del tempo, che ricorda C. Licinius Asclepiades Medicus, conosciuto anche come Asclepia o Asclepio, medico e prefetto dell’antica Setia (1). Più fonti (2) attestano che un personaggio con tale nome è stato prefetto della “città” in cui avvenne il martirio di Santa Parasceve, nel160 d.C. sotto l’impero di Antonino Pio, senza alcuna precisazione del nome della città. Secondo il Lombardini, (3) invece, tale città sarebbe Sezze, perché desunto da opere di “ bollandisti e scrittori degli atti dei martiri cristiani” che però hanno scritto molti secoli dopo il martirio (4), ed infatti definisce Paresceve “giovanetta setina”. Il luogo del sepolcro di Asclepio fu chiamato dal popolo “la prèta glì trasòro” (pietra del tesoro) forse perché, come afferma lo stesso Lombardini (op. cit), “la tomba devastata e frugata abbia accreditata la credenza, o per l’iscrizione, che per il volgo ha un significato arcano”.
La pietra del tesoro La predicazione della dottrina da parte di una donna, per giunta contraria a quella impartita dalla religione ufficiale, provocò l’ira dei giudei che la denunciarono all’imperatore Antonino Pio. Da questo momento iniziano le sue persecuzioni, ma anche le vicende miracolose e leggendarie che segnarono la vita della santa. L’imperatore, per punirla, fa riscaldare sulla fiamma, fino a renderlo incandescente, una specie di elmo metallico che i carnefici le pongono sul capo, senza provocarle alcun danno. In molti, vedendo questo prodigio si convertono. Riportata in prigione, un angelo la libera dalle catene, ma ricondotta dall’imperatore viene appesa per i capelli mentre i carnefici ne tormentano il corpo con fiaccole accese, sempre senza provocarle alcun dolore. Così viene preparato un gran pentolone pieno d’olio e pece bollente in cui viene fatta immergere, ma rimanendo indenne alla tortura, Parasceve spruzza questo liquido bollente sugli occhi dell’imperatore Antonino, che poi ella stessa guarirà dalle piaghe. L’imperatore, visto il prodigio, si converte al cristianesimo e si fa battezzare (5). Nelle more delle sue predicazioni, giunse “in una città” che secondo il Lombardini sarebbe Setia, dove era prefetto un certo Asclepia o Asclepiades (6), che la interroga sulla sua religione e rimanendo turbato dalle sue risposte, la fa condurre fuori dalla città in una grotta abitata da un terribile drago. La santa traccia un piccolo segno di croce e la bestia ruggendo si squarta in due: a questa vista Asclepio ed altri testimoni si convertono e vengono da questa battezzati.
Santa Paresceve e Porta Pascibella in una tavola del Corradini Se l’incontro di Parasceve con l’Asclepio setino fosse autentico, non avrebbe trovato luoghi migliori di Sezze, soprattutto se immaginiamo che costui, una volta convertito alla religione cristiana, avrebbe potuto manifestare il desiderio di essere sepolto là dove aveva assistito al prodigio della santa, cioè in quel masso isolato, misterioso e leggendario che il popolo chiamerà la “pietra del tesoro”. Se così fosse stato, a pochi passi dalla pietra del tesoro esistono delle grotte carsiche (7) capaci di aver evocato nell’immaginario del popolo, fantasie e leggende come quella del drago: la bestia mostruosa ed orrenda, simbolo del male, che nelle antiche leggende ricorre sovente come guardiana di presunti tesori. Così è, ad esempio e tanto per rimanere a Setia, nella storia di Giasone ed il vello d’oro, raccontata nelle “Argonautiche” dal setino Caio Valerio Flacco. Parasceve continuò le sue predicazioni e giunge ancora “in altra città” governata da un “tale Taresio”, che la fece decapitare dopo altri supplizi, per aver ingiuriato Apollo davanti al suo tempio. Su questo tempio i cristiani eressero in seguito la chiesa ad essa dedicata. Alcuni fatti veri, soprattutto la presenza nell’antica Setia di un prefetto di nome Asclepio, la chiesa di S. Parasceve costruita sul tempio di Apollo (8) ed altri fatti immaginari potrebbero accreditare Sezze come la misteriosa “altra città". Manca però un governatore di nome Taresio e tanto meno abbiamo elementi per affermare che si sia trattato di uno pseudonimo di Asclepio. Il nome Taresio nella storia è molto vago, appare errato oppure come storpiazione di L. Taurio, un personaggio esistito al tempo della guerre civili di Roma e anteriore alla grande battaglia di Azio del 31 a. C. (9).
La grotta di Fonte della Chitarra a pochi passi dalla tomba di Asclepiades
Note Un ringraziamento particolare agli amici Fabrizio Paladinelli Presidente dell’Associazione culturale Il Cammino e Vittorio Borsi Presidente dell’Associazione culturale Buna seara Romania, che dopo giorni di ricerca e di fatiche, lavorando sul terreno roccioso e sconnesso dell’Anfiteatro, hanno rinvenuto la Pietra del Tesoro, nascosta tra i rovi e l’hanno ripulita. Grazie alla loro opera è stato possibile fotografarla.
Oggi la più antica chiesa di Sezze è coperta dalle auto in sosta, in un luogo (Porta Pacis Belli) dove per secoli sono stati sanciti gli atti più importanti per la città e dove i sezzesi accoglievano il nuovo vescovo. Sezze, 13 marzo 2011 150°
Anniversario dell'Unità d'Italia Tutte le annessioni dei vecchi Stati al nuovo Regno, avvennero attraverso plebisciti o referendum secondo le regole di casa Savoia, sia per sancire e giustificare con il consenso popolare annessioni avvenute con le armi, sia per evitare in futuro eventuali contestazioni giuridiche. Il plebiscito di annessione di Roma e del Lazio fu indetto per il 2 Ottobre 1870, a soli dodici giorni dalla presa di Roma. Non tutti i cittadini avevano facoltà di accedere al voto ma solo il ceto abbiente, borghese e nobiliare, quindi ai plebisciti partecipò mediamente l’1,8% della popolazione. Le masse contadine, quasi del tutto analfabete, ne rimasero fuori. Per l’annessione di Roma e del Lazio gli iscritti al voto furono 167.548, i votanti 135.188, i favorevoli 133.681 ed i contrari 1.507. Il quesito plebiscitario era il seguente: “ Vogliamo la nostra unione al Regno d'Italia, sotto il governo del re Vittorio Emanuele II e dei suoi successori “; al quesito si poteva rispondere con “si” o “no”. Nonostante il brevissimo tempo intercorso tra la presa di Roma ed il plebiscito, e nonostante la bassissima percentuale degli aventi diritto al voto, vi fu una capillare “campagna elettorale” in favore del “si”, con tutti i mezzi di comunicazione allora disponibili. Singolare è a tal proposito il mezzo di comunicazione in uso a Sezze tra i “camperi” (1) come ebbe modo di raccontare mio padre in occasione del centenario dell’Unità d’Italia. Raccontava che il mio bisnonno Vincenzo Del Duca ed il fratello Ignazio, conosciuto in paese come “Gnazzio gli’abbate” per la sua figura imponente e per la barba lunga e folta, in un pomeriggio di fine Settembre 1870 tornavano in paese dalla loro lestra (2) nella palude pontina, sita nei pressi del canale Rio Martino, tra la Macchia di Bassiano e la Macchia Caserta. I due fratelli, che appartenevano alla categoria agricola dei “bovari” (3) andavano a cavallo con i classici abiti da buttero. Sul cappello avevano appuntato, come tutti i “campéri”di Sezze in quel particolare momento storico, una targhetta di rame di pregevole fattura recante la scritta “SI” che i “callarari”(3) setini stavano forgiando e vendendo in grandi quantità per la “campagna elettorale” di annessione. C’è chi dice che i plebisciti ed i loro risultati furono solo una burla, ma come spiegare a Sezze il forte consenso popolare all’Unità d’Italia? Al loro seguito, i due Del Duca portavano un asino con una soma di legna da ardere, abbastanza pesante. La povera bestia avanzava piuttosto speditamente, ma attraversando un tratto di palude dal fondo melmoso, rimase impantanata senza poter muovere più le zampe. Ignazio scese da cavallo, appese giacca e cappello ad un ramo, si infilò sotto il ventre dell’asino e aiutandosi con le spalle e le braccia sollevò l’animale con tutta la soma, fino a liberarlo da quel pantano. In quel preciso istante passarono tre uomini a cavallo il cui abbigliamento non dava adito a dubbi: si trattava di briganti. Incutevano terrore al solo vederli, ma i due fratelli non si scomposero. I briganti indossavano le ciocie ai piedi, i calzoni di fustagno a gamba, la giubba con il panciotto, il mantello a ruota ed un cappello a punta alla calabrese, ornato di spille con immagini sacre e con nastri variopinti. Avevano combattuto al soldo di Franceschiello (Francesco II di Borbone) durante l’assedio di Gaeta e, dopo la disfatta, erano tornati alla macchia tra Priverno, Sonnino e Terracina dove ristabilirono il covo nella ex zona franca, una fascia larga diversi chilometri situata ai confini con l’ex Regno di Napoli. Avere il covo in una zona franca significava avere un riparo sicuro alle loro malefatte, sia che fossero stati inseguiti dalle guardie papaline dello Stato Pontificio, i cosiddetti Cacciatori o Centurioni, sia da quelle borboniche del Regno di Napoli. I briganti, se in quel momento avevano in animo di compiere qualche malefatta ai danni dei due fratelli, impressionati da quella involontaria ostentazione di forza, se ne astennero, anzi non mostrarono affatto intenzioni malvagie ma solo grande curiosità per la targhetta con il “si” che avevano notata sui cappelli dei due. Quando fu loro spiegato il significato, il capobanda rispose: “
La volemo portà pure nòantri, ma sémo sette, se ce le procurate avete la parola nostra che nessuno oserà più rubarvi il
bestiame.” Così Vincenzo e Ignazio, che avevano diversi beni al sole, per non inimicarseli presero l’impegno che, una volta giunti a
Sezze, avrebbero reperito le targhette ma le avrebbero consegnate non prima di quattro giorni, quando cioè uno di loro o entrambi sarebbero tornati in palude. I briganti passarono nella lestra dei Del Duca dopo cinque giorni, quando il plebiscito era ormai concluso, ma mostrarono egualmente grande gradimento per quelle targhette, quasi fossero stati degli scudetti della squadra del cuore, e le portarono appuntate al cappello per diversi anni come pure molti “camperi” di
Sezze.
Tante le speranze e tanta la fiducia riposta nel nuovo Regno!
Il maggiore Giacomo Pagliari, comandante del 34º Bersaglieri, colpito a morte durante la presa di Porta Pia Sezze,
25 giuno 2007
<<Antica Parrocchia di Sezze>> articolo di Patrizia Ricci Nella
liturgia cattolica, il 16 Luglio ricorre la festività della Beata
Vergine del Carmelo. La parrocchia di San
Lorenzo, oggi confluita in quella di Santa Maria, suole rendere omaggio
alla Vergine, con un triduo di preghiere e una
processione lungo le vie del paese. Ci
piace raccontare quanto avveniva di questa festa, intorno agli anni
’60. Qualche giorno prima del triduo, nei vicoli che si affacciano sulla via Grande o via San Carlo e che si immettono su piazza San Lorenzo, c’era un gran fermento. A iniziare da vicolo del Sospiro, vicolo della Torricella, dell’Arpia,vicolo Marte, Apollo, Saturno, fino a vicolo Dante, era una corsa, ma senza affanno, ai preparativi; si trattava di addobbare “le strette” per quando sarebbe “ passata la Madonna” in processione. Le bambine, su commissione delle madri, raccoglievano 50 o 100 lire per famiglia e andavano da Antonio di Gerardo (negozio di Sali e Tabacchi ai Quattro Cantoni ) o da Valeria Cingolotto (negozio di merceria di fronte a piazza delle Erbe) per comperare la carta velina colorata, che sarebbe servita per farne bandiere e archi. Nel frattempo, gruppi di ragazze si recavano a piedi a Suso, nelle vigne padronali dei Mercuri, Baldassarini e Pietrosanti, per raccogliere grandi fascine di bosso( bussolo in dialetto) , con cui si facevano gli archi principali, da piazzare all’ingresso delle “strette”. Per l’illuminazione, si chiamava ‘Dmondo (Edmondo), marito di Tomassina l’infermiera di vicolo dell’Arpia, il quale con santa pazienza (doveva arginare i continui consigli delle anziane che gli si raccomandavano di non prendere “la scossa, ca se no ci fai aricordà la perdiscione” ) installava un lungo
filo elettrico al centro del vicolo, a cui agganciava delle semplici
lampadine di vetro bianco, che restavano accese tutta la notte. Mentre
Dmondo preparava le luci, le “intagliatrici” si preparavano
al taglio delle bandiere. Ogni
stretta aveva la propria: nel vicolo del Sospiro
c’era Filomena Tassi, in quello della Torricella Angelina, la moglie di Farza il sarto, in quello dell’Arpia
zia Federica Damiani, in vicolo Apollo Nuccia l’artista, nei vicoli
Saturno, Marte e Dante, c’era Teresa Fontana o Teresa Ciomma, tutte
donne dotate di fine creatività ed eccellenti nell’arte
dell’intaglio. La tecnica applicata
consisteva nel piegare il foglio in quattro parti, con le forbici se ne
smerlava il bordo e se ne ritagliava
il centro con simboli religiosi: croci, calici con ostia, madonnine, cuori
ecc. Gli archi di carta e di bosso erano più
elaborati e richiedevano più tempo; le ragazze preparavano quelli di
bosso,mentre le intagliatrici quelli di carta bicolore,( bianco e rosa e
bianco e celeste): Nel pomeriggio, tutte le vicine e i bambini, si mettevano all’opera:chi scendeva le sedie, chi lo spago, chi la colla fatta con farina cotta nell’acqua, chi i chiodi, il martello, la scala. Si disponevano le sedie a distanza, secondo la larghezza del vicolo e si legavano i fili di spago sugli schienali. Le madri,su un vecchio tavolino, spalmavano la colla sul bordo delle bandiere quindi le passavano alle altre che, le attaccavano sui fili; man mano che i fili erano pronti, la più agile fra le vicine, saliva sulla scala e con chiodi e martello, li fissava sui muri. Le anziane, restavano a guardare sedute e di tanto in tanto riprendevano le bambine”Arigazzì, araddrizza quella biandera (metàtesi) ca sta storta”. Anche loro erano utili. Alla fine dei lavori, si raccoglievano i soldi per il gelato da acquistare al bar di Buzzichetto; erano coni-gelato che venivano incartati e portati di corsa,altrimenti si sarebbero “squagliati”, alle mamme e alle nonne. Il giorno dopo, tutte tornavano a sedersi nel vicolo, compiaciute,; ora, si trattava di fare “la guardia” alle bandiere, qualora qualche bambino malintenzionato avesse avuto voglia di strapparle per portarsele a casa; perfino gli uomini, che il giorno dopo si dovevano alzare presto per il lavoro, si intrattenevano fino a tardi, a parlare. Il 16 Luglio, con gli abiti nuovi e qualche gioiello, dopo aver assisito alla Messa, le “Santalorenzane”, con i ceri accesi in mano, si ordinavano in fila e partecipavano alla processione. La statua della Madonna del Carmine, con lo scapolare sul braccio, veniva ornata con catene e bracciali d’oro. I parroci di turno, don Lionello Ricci o don Francesco Pontecorvi, guidavano il corteo. C’era anche la banda musicale che, non sempre però eseguiva i brani conosciuti e le donne, durante la processione,sottovoce, protestavano. Al rientro, si sostava sulla piazza dove il parroco, impartiva la benedizione. La sera, di nuovo tutti si ritrovavano nei vicoli. Non si faceva più la guardia alle bandiere, i bambini potevano prenderle e giocarci. |
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