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Salviamo
la nostra risorsa
principale
Sezze,
25 dicembre 2009
Agricoltura:
un nuovo anno e una
nuova storia da scrivere
Si
sta per chiudere uno degli anni più difficili per la nostra
agricoltura. I prezzi dei prodotti agricoli sono precipitati e con essi
la redditività delle nostre aziende, mentre al consumo i prezzi
continuano la loro corsa quotidiana al rialzo.
La situazione era ed è insostenibile per non
indurci ad una profonda riflessione su quale fosse il vero male da
combattere.
Noi
non abbiamo ricercato alibi nella crisi internazionale, non
abbiamo attivato lo scaricabarile più comodo per trovare nella politica
la causa di tutto, non abbiamo cavalcato le piazze speranzosi che questo
gesto da solo potesse allentare la
tensione nelle campagne. La politica, la giusta protesta e la
grave crisi internazionale con cui
prima di altri siamo abituati a convivere da tempo, sono tutte
questioni importanti, ma
questa volta il malato era ed è troppo grave per non
indurci ad affrontare il problema alla radice: l’agricoltura non guadagna perché non
ha potere contrattuale nella filiera. Il potere
contrattuale è un fatto economico e si recupera solo con progetti di
carattere economico.
Se
i prezzi all’origine scendono e quelli al consumo salgono, se il
valore del made in italy viene usurpato da chi vende per italiano ciò
che di Italia non ha neanche l’incarto, se tutto questo accade allora
siamo noi a doverci rimboccare le maniche, perché ormai dovrebbe essere
chiaro a tutti che qui con le buone maniere nessuno intende restituirci
nulla di ciò che ci è stato rubato, sia in termini di valore lungo la
filiera che in termini di
falsa identità italiana.
Da
questa analisi abbiamo avviato, già da questa primavera, il percorso di
una filiera agricola tutta italiana: un percorso che traguardando gli
interessi di imprese e consumatori deve trovare il sostegno della
politica e della società.
Non c’è demagogia, non c’è
populismo, non sono possibili strumentalizzazioni; nel nostro modo di
fare c’è coerenza, responsabilità e attenzione agli interessi del
Paese. Ecco perché gli impegni che la politica si prende con noi, come
quelli della scorsa primavera, non può dopo non rispettarli.
La
scorsa primavera, dobbiamo ricordarlo, c’è stata una grande
manifestazione di popolo, con dietro un progetto e degli impegni, che
vivono e vivranno per anni, e i fatti stanno lì a dimostrarlo.
Altra
cosa rispetto alle tante iniziative, messe in campo in questi mesi da
persone o comitati che hanno un’idea solo vaga di cosa sia
l’agricoltura, che sono vissute giusto il tempo di quell’ora in cui
si sono svolte, magari in qualche locale di campagna, che hanno raccolto
e raccoglieranno il nulla, lo stesso nulla che hanno seminato per
fini politici o addirittura
personali: iniziative che, se da una parte
fanno parlare di agricoltura, dall’altra vanno a
depotenziare la credibilità dell’intero mondo agricolo e dalle
quali ci siamo tenuti lontani.
Noi
stiamo cercando di scrivere una nuova storia per la nostra agricoltura,
lo dobbiamo ai nostri soci e al nostro Paese. Compito difficile, vero,
ma è lecito chiedersi: chi potrebbe, e dovrebbe farlo se non noi di
Coldiretti.

Sezze,
10 settembre 2009
PIT
: destinati
all’ agricoltura??
Spiace
veramente constatare come, su decisioni importanti che riguardano
l’agricoltura , quali quella
della destinazione dei fondi PIT , ad essere ignorati dal Comune di
Sezze ,siano proprio i diretti beneficiari, ovvero gli agricoltori .
Nelle
campagne di Sezze nessuno sa cosa siano i PIT e, per quel che mi
riguarda, non sono stato
invitato a prendere parte ad alcuna decisione, né come azienda
agricola, né tantomeno come Presidente
della maggiore Organizzazione professionale agricola : la
Coldiretti.
E’
un modo vecchio di fare politica, visto e rivisto, che ha prodotto solo
guasti al paese, danni al territorio e sperpero
di risorse, altrimenti preziose, in inutili cattedrali nel
deserto, come la mai realizzata
Centrale Ortofrutticola ( ex Monte Amiata).
Non
vogliamo entrare, per il momento, nel merito della bontà o meno delle
scelte assunte con
decisioni verticistiche, sia dalla XIII Comunità Montana che dal
Comune di Sezze , ma il fatto di mettersi sotto i piedi la tanto
conclamata partecipazione
democratica, ci autorizza a
porci numerosi perché,
che, per quanto ci sforziamo, non ci portano di certo
a concludere con buoni pensieri.
Sezze,
2 settembre 2009
Sovranità
alimentare: un diritto fondamentale dei popoli
E’ dalla fine degli anni 80 che ci si cominciava a chiedere cosa stesse accadendo in agricoltura e perchè il sistema delle piccole e piccolissime aziende agricole, che aveva retto per tanto tempo, improvvisamente crollasse.
I contadini, con una media aziendale di due ettari, fino ad allora nella norma, non ricavavano più il necessario alla sopravvivenza ed erano costretti a chiudere, attribuendo la causa alle ripercussioni dell’adesione dell’Italia alla Comunità Europea.
Più tardi si brindava all’euro, ma dopo un breve entusiasmo iniziale, ci si accorgeva che le cose andavano peggio, e stavolta non solo per gli agricoltori, ma anche per consumatori, che vedevano eroso il loro potere di acquisto.
Oggi, in piena crisi, abbiamo la consapevolezza che il malessere dell’agricoltura non era nell’adesione dell’Italia alla CE, né tanto meno nell’euro, ma nell’avvento dell’era della globalizzazione e dello strapotere delle grandi multinazionali USA ed europee, alle quali i Governi di tutto il mondo hanno chinato e continuano a chinare la testa con riverente sudditanza, offrendo politiche neo liberiste e strumenti atti a consolidare e potenziare il loro potere economico, come l’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), il Fondo Monetario Internazionale
(FMI) e la Banca Mondiale.
Questi organismi,secondo i vari comitati per la sovranità alimentare, sorti in tutto il mondo, anziché garantire l’alimentazione a tutto il pianeta ,come dovrebbero, presiedono un sistema che moltiplica la fame, e priva milioni di persone dall'accesso a beni e risorse produttive come la terra, l'acqua, le sementi, le tecnologie e le conoscenze.
Così, l'agricoltura, che negli anni '80 era subordinata al capitale industriale, oggi è passata a dipendere dagli interessi del capitale finanziario, che non si accontenta più del possesso della terra, ma aspira alla proprietà della
biodiversità, delle conoscenze, della tecnologia, delle sementi, né punta solo a controllare il commercio, ma cerca di imporre a tutto il mondo lo stesso modello di alimentazione.
Le politiche neoliberiste dei governi ricchi incoraggiano, con ingenti dotazioni finanziarie, la produzione di alimenti per l'esportazione, a spese di quella per il mercato interno, e così buona parte dei soldi dei contribuenti vanno a finire nelle tasche proprio di queste grandi imprese, grandi produttori e catene di distribuzione, che sviluppano pratiche agricole e commerciali insostenibili, mentre i piccoli contadini, che producono principalmente per il mercato interno, e quasi sempre con pratiche più sostenibili, vengono di fatto estromessi dalla produzione, ed i terreni e l'acqua inquinati e degradati, con perdite irreparabili di diversità biologica e distruzione degli habitat.
Queste politiche agrarie “assistite” danno luogo ad eccedenze, e di conseguenza i prezzi dei prodotti agricoli scendono sul mercato mondiale a livelli inferiori ai loro costi di produzione; ciò permette alle multinazionali di acquistarli con la pratica del dumping (acquisti sottocosto), per rivenderli poi a prezzi molto più alti ai consumatori, speculando in maniera vergognosa.
Ne deriva che il mercato mondiale è artefatto ed irreale, è un commercio di eccedenze di cereali, latte, carni, ecc. immesse da Stati Uniti, Unione Europea e altri paesi esportatori di
agroalimenti.
Le scorte mondiali possono aumentare o diminuire a “telecomando”, secondo le convenienze speculative delle 500 imprese più grandi del mondo, e dai governi che ad esse si sottomettono: tra queste, appena una decina (come la
Monsanto, la Bayern, la Cargill, la Nestlé, la Syngenta, la Novartis) domina l'attività agricola e
l'agroindustria, imponendo ai contadini i prodotti delle loro fabbriche (pesticidi, fertilizzanti e sementi, con preferenza per gli
ogm, perchè rendono molto di più) ai prezzi da loro stabiliti, e ritirando le derrate alimentari nelle aziende agricole, ai prezzi ridicoli del mercato mondiale.
E’ un sistema che ricorda molto i metodi di certe associazioni a delinquere di stampo mafioso!
In nessun caso i prezzi mondiali potrebbero essere presi come un riferimento conveniente per la produzione agricola, ma purtroppo questo avviene quasi sempre, e l’agricoltura, come noi la intendiamo, quella fatta di cose vere, è costretta a sparire.
Infatti, nel 2008, rispetto al 2007, le aziende agricole sono diventate quasi il 3% in meno, confermando le proiezioni di qualche anno fa, che davano per il 2013, rispetto al 2002, un calo nel numero delle aziende italiane, stimato tra il 30 ed il 40%. (Dati
Istat)
Parallelamente a questa diminuzione, cresce l’offerta dei terreni posti in vendita, facendo scadere il valore del capitale fondiario, e molti piccoli appezzamenti, che in passato costituivano la minima unità colturale del coltivatore diretto, restano incolti ed invenduti.
Tutto questo spiega gli aumenti del prezzo del pane (+ 2,3%) e della pasta (+16,5%), nonostante quello dei cereali abbia subito un crollo del 43%, ma più in generale, spiega come mai, per ogni Euro di spesa degli italiani, solo 17 centesimi vanno agli agricoltori, 60 alla distribuzione commerciale, 23 all'industria alimentare. Non ci vuole molto a comprendere che i 17 centesimi, che vanno a chi sostiene i maggiori oneri della produzione, non sono sufficienti neanche a coprire i costi.
La migliore performance rimane quella della pasta; peccato che in questo “made in Italy”, figuri sempre di meno il nostro grano che, al contrario, viene importato in modo sempre più massiccio da Paesi extraeuropei, mentre le nostre superfici si sono contratte del 40% perché i ricavi, a causa delle quotazioni del mercato mondiale, non compensano i costi di produzione (ciò che viene prodotto è solamente per dare riposo al terreno o per rotazione agraria).
Anche i dati dell’import-export delle aziende agricole ci dicono di una capacità produttiva svuotata e della tendenza della grande distribuzione ad appropriarsi di questi spazi di mercato, con marchi di prodotti tipici italiani, in cui sempre meno è presente la nostra materia prima, il lavoro contadino e i saperi necessari a realizzarlo, sostituiti, all’insaputa dei consumatori, da strani surrogati che non hanno nulla in comune con i prodotti genuini della nostra terra, che restano così invenduti o a marcire nei campi.
Non è solo un problema italiano, ma internazionale, per questo, a fianco delle tradizionali organizzazioni dei produttori agricoli, sono sorti movimenti internazionali per la Sovranità Alimentare, come Via
Campesina, cui aderiscono “farmers” da tutti i continenti.
La Sovranità Alimentare è il diritto dei popoli ad un alimentazione sana, nel rispetto delle loro culture e tradizioni, con sistemi di produzione diversificati, su base contadina, con prodotti sicuri, nutrienti, veri e non
ogm, ottenuti secondo i valori distintivi del territorio, delle sue sementi e delle biodiversità ,che sono un patrimonio di tutta l’umanità.
La Sovranità Alimentare è anche il diritto di tutti.i popoli a decidere che cosa coltivare nelle loro terre e in che misura desiderano essere autosufficienti, per impedire che i propri mercati vengano invasi dalle eccedenze della produzione alimentare di altri paesi.
Essa non nega il commercio internazionale ma promette un commercio trasparente, che garantisce un reddito giusto a tutti gli attori e, ai consumatori il diritto a controllare la provenienza dei propri alimenti.
La liberalizzazione del commercio, che lascia nelle mani delle multinazionali le decisioni riguardo a ciò e a come si producono e si commercializzano gli alimenti, non può dare compimento a queste importanti mete sociali.
L’agricoltura deve riappropriarsi di questo ruolo, la strada è lunga, faticosa e tutta in salita; ce la si può fare, ma tutto dipenderà dalla voglia di vincere e dalla capacità di lottare dei produttori agricoli, sia pure ad armi impari, contro questo sistema neo-liberista, senza freni, senza controlli e senza regole, causa dell’attuale crisi economica, che ha concentrato enormi ricchezze nelle mani di pochi e causato l’impoverimento economico, ambientale e culturale dell’intero pianeta.
Fonti:
- Coldiretti
- Via Campesina: Dichiarazione sulla Sovranità alimentare dei popoli, 1996
- Dichiarazione di Nyéléni (Malì) - Forum mondiale sulla Sovranità alimentare, 2007
- ACRA (Associazione di Cooperazione Rurale in Africa e in America Latina) è un'Organizzazione Non Governativa riconosciuta idonea alla cooperazione dal Ministero degli Affari Esteri e dall'Unione Europea
- Comitato italiano per la sovranità alimentare.
Sezze,
31 luglio 2009
Risultati
della mobilitazione Coldiretti
A seguito della
nostra mobilitazione in difesa del Made in Italy, che ha impegnato
migliaia di agricoltori nei valichi di frontiera, nei porti e nelle sedi
istituzionali, abbiamo avuto un primo importante risultato con la
presentazione ufficiale da parte del
Ministro delle Politiche Agricole Luca Zaia, del Decreto sull’obbligo
di indicare, in etichetta, l’origine di latte
e derivati. E’ un grande risultato che va nell’interesse degli
imprenditori agricoli, ma soprattutto dei consumatori, della trasparenza
e competitività dell’intero sistema Paese. Il Decreto obbliga ad indicare l’origine del latte a lunga
conservazione (UHT) e di tutti i prodotti lattiero caseari, ma vieta
l’impiego di polveri di
caseina e caseinati nella produzione di formaggi. Stabilisce in maniera
chiara che il formaggio si fa con il latte e non con le polveri, e
regolamenta l’impiego di semilavorati industriali (cagliate) nella
produzione di formaggi e mozzarelle che dovrà essere sempre ben
specificato in etichetta
Nei tre giorni
di mobilitazione, gli
agricoltori Coldiretti, in
collaborazione con le forze dell'ordine, hanno effettuato un primo
bilancio delle importazioni di alimenti dall'estero e i risultati
sono stati ancora più allarmanti e
sconcertanti di quanto si pensasse.
Abbiamo visto entrare mozzarelle tedesche dirette in Campania e nel Lazio,
forse per diventare di bufala campana,
frumento per la panificazione proveniente dall’Ucraina (
prodotto nella zona di Chernobyl), prosciutti provenienti dalla
Repubblica Ceca in viaggio verso Modena e Parma, formaggi tipo grana
diretti a Reggio Emilia, pomodorini a grappolo prodotti in Olanda e
diretti a Cerignola con la
raffigurazione sulla confezione della maglia poderale della provincia di
Foggia. Ed ancora olive in salamoia provenienti dalla Grecia e da Cipro,
ma forse originarie del Nord Africa, dirette verso le
province di Ascoli e Caserta,
magari per diventare rispettivamente “olive ascolane” e “olive di
Gaeta”, concentrato di pomodoro con destinazione Nocera Superiore
destinato a diventare “passata di pomodoro verace”,
succo d'arancia con destinazione Messina, olio di palma indonesiano diretto a
Monopoli in Puglia, patria
dell'olio di oliva, polveri di latte e cagliate destinate a diventare
formaggi e mozzarelle italiane. Tutto per essere riciclato e diventare
“ Made in Italy” mentre i
nostri prodotti veri sono sottopagati a causa di una concorrenza sleale,
o addirittura restano invenduti a marcire nei campi. Non sono mancate
contestazioni delle forze dell'ordine per i gravi problemi di sicurezza
alimentare della merce trasportata, soprattutto per violazioni di norme
igieniche nel trasporto della carne e dei derivati del latte.
La mobilitazione Coldiretti è
stata pacifica e serena e non ha ostacolato in alcun modo i servizi del
Paese, la popolazione ci ha mostrato simpatia e solidarietà che abbiamo
ricambiato, laddove è stato possibile, con la distribuzione gratuita
dei nostri prodotti, e soprattutto con le scuse per eventuali disturbi
involontariamente cagionati.
Non possiamo dire però, di avere
avuto nei mass media, uno
spazio adeguato all’alta meta sociale, che intendevamo raggiungere con
la nostra mobilitazione, e di cui abbiamo ottenuto un primo grande
risultato. Siamo stati completamente assenti dai titoli dei vari TG, che
hanno ritenuto più interessante e socialmente più rilevante
soffermarsi sulla popstar Mickael Jackson e sulle solite frivolezze del
premier. Nonostante questo, l’interesse dei cittadini consumatori su
un avvenimento così importante è stato notevole, e la macchina
organizzativa Coldiretti è riuscita egualmente,
con l’operazione “ Verità alle Frontiere“, a rendere di pubblico
dominio le truffe ai consumatori per mancanza di una etichettatura
trasparente, il furto di immagine
ai danni delle nostre produzioni, oltre la grave
ingiustizia verso i produttori agricoli
che vedono sottopagati i loro prodotti, a causa dello strapotere
contrattuale da parte dei
nuovi poteri forti della
filiera agroalimentare, gli stessi che erogano miliardi di Euro ai
media, in pubblicità. Questo basta e avanza per spiegare gli spazi
striminziti che ci sono stati assegnati in coda ai vari TG.
Il risultato ottenuto in
questa occasione conferma la validità della nostra battaglia per la
trasparenza, una battaglia dura, che ci vede impegnati da anni su un
terreno fortemente minato da grossi interessi, ma siamo determinati a
perseverare fin tanto chè non
otterremo l'obbligo di etichettatura per tutti gli alimenti,
nell'interesse delle imprese, dei consumatori e dello sviluppo del
Paese.
L'ETICHETTA
CON L'ORIGINE SULLE TAVOLE DEGLI ITALIANI,
ottenute dopo anni di battaglie e mobilitazioni Coldiretti sul fronte
nazionale ed europeo.
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Cibi
con l'indicazione di provenienza
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E
quelli senza
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Carne di pollo e derivati
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Pasta
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Carne bovina
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Carne di maiale e salumi
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Frutta e verdura fresche
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Carne di coniglio
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Uova
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Frutta e verdura trasformata
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Miele
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Derivati del pomodoro diversi da passata
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Passata di pomodoro
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Latte a lunga conservazione
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Latte fresco
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Formaggi non dop
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Pesce
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Derivati dei cereali (pane, pasta)
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Extravergine di oliva
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Carne di pecora e agnello
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Fonte: Elaborazioni Coldiretti
Sezze,
21 luglio 2009
Mobilitazione
Coldiretti contro le rapine all'Agricoltura
Giornalmente
la nostra agricoltura è sottoposta a due vere e proprie rapine. La
prima è quella dell’identità e dell’immagine, che vede
sfacciatamente immessi in commercio come italiani,cibi provenienti dalle
più svariate parti del mondo, con un inganno enorme ai danni del
consumatore e un modo scientifico per uccidere la nostra sana e onesta
agricoltura di qualità.
La
seconda rapina è quella del valore aggiunto, che vede sottopagati i
nostri prodotti agricoli a causa di uno strapotere contrattuale da
parte dei nuovi forti della filiera agroalimentare.
La
misura è colma e non ce la sentiamo più di accettare queste
ingiustizie, per cui abbiamo deciso di scendere in campo per difendere
le nostre produzioni con una etichettatura trasparente sui prodotti
alimentari, che informi i
consumatori sulla loro origine, su ciò che contengono e non solamente
su quello che “non contengono”.
Dal
Brennero ha preso il via l’operazione “Verità alla
frontiera” e, nei prossimi giorni, i trattori Coldiretti marceranno e
occuperanno tutti i valichi di frontiera e i porti italiani per
protestare contro le importazioni di latte,caseinati, frutta, olio,
grano, vino che finiscono sugli scaffali della GDO e sulla tavola degli
italiani senza alcuna informazione trasparente della provenienza, ma
miracolosamente trasformati in “Vero made in Italy”.
La
nostra azione di blitz verrà estesa in tutti i luoghi strategici delle
Regioni italiane con l’obiettivo di difendere produttori e consumatori
dalle contraffazioni di tutti i prodotti agroalimentari e contro gli
inganni di etichette e pubblicità “furbe” che richiamano ad una
finta italianità.
I
nostri agricoltori sono costretti a sopportare oltre a questa
concorrenza sleale, ì costi di produzione più
esosi della CE e a vendere i loro prodotti ai ridicoli prezzi del
mercato mondiale, ma pur resistendo, rischiano in questo sistema così
torbido, di soccombere definitivamente e non possiamo permetterlo.
Agricoltori
di Sezze sono già partiti
con una folta delegazione Coldiretti di Latina, per dare man forte nelle
frontiere, altri partiranno nei prossimi giorni per recuperare insieme
il ruolo economico e sociale che ci spetta di diritto.
Sezze,
7 luglio 2009
L'olio
di oliva ha l'etichetta made
in Italy
Le battaglie a tutto campo, condotte da Coldiretti in difesa
dell’agricoltura italiana, hanno avuto un giusto riconoscimento
con l’entrata in vigore dal 1 Luglio del Regolamento comunitario n. 182, che
obbliga ad indicare in etichetta l'origine delle olive impiegate
nell'olio vergine ed extravergine in tutti i paesi europei.
E’
così possibile combattere le truffe e garantire la trasparenza alle
scelte dei consumatori che cercano il vero Made in Italy a tavola in
tutta Europa.
Il
vero olio italiano sarà riconoscibile in etichetta da scritte come
“ottenuto da olive italiane”, “ottenuto da olive coltivate in
Italia” o “100 % da olive italiane” mentre per i miscugli di
provenienza diversa sarà specificato se si tratta di “miscele di oli
di oliva comunitari”, “miscele di oli di oliva non comunitari” o
di “miscele di oli di oliva comunitari e non comunitari”.
In
tutta l’Unione Europea non sarà quindi piu' possibile spacciare come
Made in Italy l'extravergine ottenuto da miscugli di olio spremuto da
olive spagnole, greche e tunisine senza alcuna informazione per i
consumatori. Nel 2008 infatti, quasi una bottiglia su due realizzata in
Italia conteneva olio proveniente da olive straniere, ma l'indicazione
di origine in etichetta consentirà di verificare la reale provenienza
delle olive impiegate, che non sempre è garantita dal marchio, e quindi
anche di valorizzare gli oliveti italiani che possono contare su 250
milioni di piante, molte delle quali secolari o situate in zone dove
contribuiscono ad abbellire il paesaggio rurale e l'ambiente.
Propaganda
protezionista durante il Ventennio
L’entrata
in vigore di questo Regolamento, spiana la strada all'etichettatura
trasparente per tutti i prodotti alimentari che sono ancora anonimi, dal
latte a lunga conservazione a tutti i formaggi, dalla carne di maiale a
quella di coniglio ed agnello, dai succhi di frutta alle conserve
alimentari. Ed è importante che l’Italia, leader nella qualità
alimentare, sia promotrice in Europa di una nuova normativa, piu'
attenta alla trasparenza degli alimenti, per favorire i controlli e
consentire ai cittadini di fare scelte di acquisto consapevoli.
Con
le mobilitazioni degli ultimi anni, Coldiretti è riuscita a ottenere
l'obbligo di indicare la provenienza per carne bovina, ortofrutta
fresca, uova, miele, latte fresco, pollo, passata di pomodoro ed
extravergine di oliva, ma l'etichetta resta ancora anonima per la metà
della spesa.
Garantire
la trasparenza dell’informazione in etichetta significa una difesa
anche dagli inganni a tavola, dove vengono spacciati come Made in Italy
cibi ottenuti da allevamenti e coltivazioni estere: tre cartoni di latte
a lunga conservazione su quattro sono stranieri, mentre la metà delle
mozzarelle in vendita sono fatte con latte o addirittura cagliate estere
che non si sa da dove provengano.
Secondo
l'indagine Coldiretti-Swg sulle abitudini degli italiani, la quasi
totalità dei cittadini (98 per cento) considera necessario che debba
essere sempre indicato il luogo di origine della componente agricola
contenuta negli alimenti, e colmare questo ritardo consentirà alle
nostre aziende agricole, cooperative e consorzi agrari di valorizzare
concretamente il prodotto agricolo nazionale con filiere agroalimentari
Made in Italy dal campo alla tavola.
Sezze,
18 giugno 2009
Dalle
multinazionali arriva il "gelato
transgenico"
Dopo le bibite “fantasia”, come le aranciate senza vero succo di arancia, arriva il gelato che non si “squaglia”. La multinazionale
Unilever, produttrice della linea di gelati “Cart d’or”, gia' da quest'anno sta per immettere sul mercato sorbetti transgenici che non si sciolgono, grazie al via libera dalla Commissione Europea (Decisione del 22 aprile 2009) ad una proteina sintetica che sarà semplicemente etichettata come “proteina Isp”, all’insaputa dei consumatori. Si tratta di una proteina sintetica isolata originariamente da un pesce artico e riprodotta in laboratorio attraverso la fermentazione di un lievito geneticamente modificato.
La contaminazione da Ogm del gelato diventa così l’incubo di questa estate, durante la quale potrebbe essere commercializzato per la prima volta un “gelato trangenico”. La decisione della Commissione Europea è veramente grave e deve farci riflettere sullo strapotere economico delle multinazionali che, complici le Istituzioni, stanno sovvertendo l’ordine naturale delle cose, soprattutto dei cibi che consumiamo.
Coldiretti, sta conducendo delle battaglie a tutto campo sulla obbligatorietà delle indicazioni in etichetta, a garanzia dei consumatori e del Made in
Italy, ma le resistenze incontrate sono tantissime. Evidentemente queste informazioni sono ritenute scomode, perché lesive degli interessi delle ditte produttrici, ma un gelato che non “squaglia”, oltre ad essere una mostruosità, rappresenta un autentico “attentato” alla nostra salute e mette a rischio la credibilità e l’immagine stessa del Made in Italy nel mondo, dove le nostre esportazioni di gelato stavano registrando nei primi mesi di quest’anno, incrementi sino al 43 per cento in valore.
Il consumo di gelato, è stimato in Italia in oltre 15 chili a persona, per una spesa di 5 miliardi di euro l’anno, ma il consumatore è sempre più attento e sta dimostrando una maggiore attenzione alla genuinità, tant’è che tra le nuove tendenze di oggi primeggia il tramonto dei gusti “artificiali”, come il puffo, ed una riscoperta del gelato artigianale e tradizionale con gusti di stagione e locali,ottenuti da prodotti del territorio come il latte e la frutta.
Sezze,
3 giugno 2009
Piano Paesaggistico
Territoriale
No,
non siamo a Napoli, e nemmeno a Palermo. La foto rappresenta solo uno
dei tanti paesaggi della campagna di Sezze ed è veramente desolante
constatare tanta mancanza di senso civico. Nei cassonetti si scarica
illecitamente di tutto: furgoni interi di materiali estranei,gomme di
automobili, lattine di lubrificanti,calcinacci, batterie, materiali
ferrosi, residui di potatura, ecc.
Invece
di essere smaltiti attraverso canali diversi,come prescrive la
legge,vanno a rubare il posto ai sacchetti dell’immondizia, che
restano fuori
in balìa di cani e gatti, i quali li disperdono nell’ambiente
completando l’opera di
abbellimento del paesaggio rurale. Già,
perché quel cassonetto si trova incluso entro il perimetro del Piano
paesaggistico territoriale, cioè nel territorio che la Regione Lazio
vuole preservare (??), che è costato alla collettività qualche milione
di euro in progettazioni (??) e
di cui l’uomo della strada, quantunque si sforzi, non riesce a ravvisarne l’opportunità e l’utilità, né
tanto meno la diversità dal restante territorio non delimitato. Che
cosa la Regione volesse tutelare è
poco chiaro.
Se
un pezzo di palude, ha sbagliato luogo perché sono “terre alte” mai
interessate dalla palude, se un paesaggio rurale incomparabile, ha
sbagliato egualmente perché
è già stato abbondantemente cementificato e deturpato
come altrove se non di più, se si considera l’impatto
ambientale della nuova 156 che lo attraversa in lungo, persino con una
sopraelevata. Ciò che invece è veramente certo è il danno arrecato
all’agricoltura, perché ne limita lo sviluppo ed i miglioramenti,
impedendo la realizzazione di nuove strutture su superfici inferiori ai
dieci ettari. Per la cronaca, questo cassonetto si trova in via
Fontana Acquaviva e l’ultima volta che è stato svuotato dalla SLP
risale a Venerdì 29 Maggio. A tutt’oggi, 3 Giugno, nonostante la mia
segnalazione il cassonetto rimane così come nella foto.

Sezze,
18 maggio 2009
Il Mercato “CAMPAGNA AMICA” di Coldiretti firmerà la prima edizione
della "Giornata del Contadino"
Un mercato di Campagna
Amica (*)
sarà presente a Sezze alla Ia
Giornata del Contadino,
prevista per il prossimo 31 Maggio, con l’intera gamma dei
prodotti di stagione del territorio, dei trasformati e
dell’allevamento. Un occasione che ci
condurrà ai sapori di
tutto l’immenso patrimonio dall’agricoltura di Sezze con le sue
tradizioni, con la fragranza di prodotti sani, freschi, genuini e
salutari, che non debbono percorrere certo lunghe distanze su mezzi
inquinanti prima di
giungere alle nostre tavole.
Perché
sono qui, nella nostra terra.
I
consumatori potranno così scoprire che non è solo la varietà dell'offerta a fare grandi i nostri prodotti, ma che è il sapore
quel quid pluris che li caratterizza, rendendoli unici e particolari: il
merito è tutto del clima
e del terreno.
Campagna
Amica è la filiera agricola tutta italiana, con ventimila punti
vendita firmati da oltre quindicimila produttori Coldiretti.
In
questi punti vendita sarà possibile acquistare il vero
Made in Italy al giusto prezzo, perché ad offrirlo ai consumatori
saranno gli stessi agricoltori, cioè i diretti produttori senza
intermediari e senza onerosi passaggi di mano, evitando così la
moltiplicazione dei prezzi dal campo alla tavola, interrompendo
quel trend che impoverisce cittadini ed imprese agricole, specie nel
difficile momento di crisi economica.
I
mercati Coldiretti di Campagna
Amica si propongono inoltre l’obiettivo di combattere le frodi
alimentari e di smascherare il finto made in Italy, offrendo un prodotto
agricolo al “ cento per cento
italiano” senza trucchi, posto in vendita ad un prezzo inferiore
del 30% a quelli dell’Sms consumatori, garantendo nel contempo la
sicurezza alimentare con prodotti freschi e genuini, provenienti dalla
nostra campagna e dai nostri allevamenti.
Sarà
la più estesa rete commerciale nazionale, che coinvolgerà duemila
mercati contadini di Campagna
Amica, duemila punti
vendita di Cooperative associate Coldiretti, mille dei Consorzi Agrari,
cinquemila agriturismi e diecimila aziende agricole oltre alla rete
della ristorazione a km zero e la distribuzione che intenderà
partecipare.
Questo progetto nasce
dall’impegno di Coldiretti a combattere le inefficienze e le
speculazioni che hanno portato all’aumento dei prezzi dei generi
alimentari, nonostante il forte calo registrato all’origine.
Il
progetto è stato presentato alla Convention Coldiretti del 30 Aprile
scorso, tenutasi al Palalottomatica di Roma, ed ha ricevuto il pieno
sostegno del Governo, come è stato assicurato dagli interventi del
Presidente del Consiglio Berlusconi e dai Ministri dello Sviluppo
Economico e delle Politiche Agricole.
Saranno
coinvolte le piccole e grandi città, con l’obiettivo di dare
l’opportunità a tutti i consumatori, di acquistare i prodotti
dell’agricoltura italiana con il miglior rapporto qualità/prezzo
ma anche
di essere informati sui valori distintivi ed esclusivi dei
prodotti della filiera italiana firmata.
Oggi
i mercati degli agricoltori sono circa 200, ma Coldiretti punta a
realizzarne duemila in tutto il Paese entro i prossimi due anni.
(*)
- La Fondazione “Campagna
Amica”, ha lo scopo di promuovere qualità e salubrità nei processi
di sviluppo coinvolgenti il territorio, il clima, l’uomo e
l’ambiente. Sono funzionali allo scopo della Fondazione le attività
volte a dar forza alle diverse aree geografiche nazionali, esaltandone
le specificità, le tradizioni produttive e culturali, le peculiarità
storico-paesaggistiche nonché ad alimentare responsabilità e
competenze del cittadino-consumatore inteso come referente e
beneficiario delle biodiversità, delle tradizioni e delle culture dei
territori.

Sezze,
10 maggio 2009
SALVIAMO
LE NOSTRE STALLE
Allevatori
in piazza in tutta Italia a partire dal Campidoglio
Coldiretti
indice per martedì 12 maggio una giornata di mobilitazione
nazionale di tutti gli allevatori a causa del bassissimo prezzo
del latte alla stalla che gli industriali vogliono pagare.
La
crisi di mercato del latte, infatti non accenna ad alcuna ripresa, anzi
continua ad aggravarsi, ed è causata, non dalla riduzione dei consumi,
ma dalla enorme quantità (85 milioni di quintali di latte
equivalente) di importazione di latte, cagliate, caseinati,
semilavorati ecc.
Al
nord Italia si terranno manifestazioni davanti ai supermercati della
G.D.O.(Grande Distribuzione Organizzata).
Sarà
effettuata la vendita di latte marchiato Coldiretti, al
prezzo di euro 0.50 al litro e saranno informati i cittadini
consumatori, che i derivati del latte che acquistano nella G.D.O.
(mozzarelle,formaggi vari, latte uht,) non si sa da quale parte del
mondo provengano e con quali garanzie.
Nell'ambito
della mobilitazione nazionale, Coldiretti Lazio è chiamata a
realizzare una manifestazione a Roma (Campidoglio ) alla presenza del
sindaco Alemmanno e di più ministri del Governo Italiano.
Pur
nelle grandi difficoltà organizzative del momento,per i nostri impegni
e per gli impegni stagionali aziendali,
è
necessario organizzare una qualificata partecipazione di
allevatori.
Per
facilitare la partecipazione sono stati prenotati
pullman con il seguente itinerario:
Ore
7,30 Terracina
piazza della Fontana
Ore
8,00 Pontinia
piazza del Municipio
Ore
8,30 Latina
via Don Minzoni
Sezze,
9 maggio 2009
RINGRAZIAMENTI
PER GLI AIUTI ALIMENTARI IN ABRUZZO
La
Sezione Coldiretti di Sezze ringrazia quanti, cittadini e associazioni,
hanno contribuito alla raccolta dei generi alimentari per le zone
terremotate d’Abruzzo. Grazie a questo importante contributo,
unitamente alle Sezioni Coldiretti di Pontinia, Sabaudia e Fondi, è
stato possibile inviare in quella zona quattordici camion di
generi di prima necessità.
Sezze,
8 aprile 2009
tutto
quello che avresti voluto sapere
della sagra e non hai mai avuto il coraggio di chiedere
SPECIALE
XL SAGRA DEL CARCIOFO
1)
- LA SAGRA COME BALUARDO NELL'AGRICOLTURA DI SEZZE
Nel
1970, anno della I Sagra, il Comune di Sezze vantava
con orgoglio 1100 ettari di terreno investiti a carciofi, che
contribuivano all’economia agricola del paese con una produzione lorda
vendibile del 50%. (Dati ISTAT)
Le
ricadute sul sistema economico erano notevoli e tutte importantissime,
tanto da confermare ogni anno l’antico detto che “ co le carciòffele ci si fào le spòse., Tanta ricchezza però, anziché essere amministrata con
oculatezza e lungimiranza, fu lasciato che andasse per forza
d’inerzia, pensando forse che potesse durare per sempre.
Infatti,
la I Sagra del carciofo, intesa come promozione del prodotto, non fu
ideata né dalle
organizzazioni agricole, né tanto meno
dal Comune, ma dal Circolo Culturale Corradini, sull’esempio di quanto
stava avvenendo nel comprensorio di Cerveteri
e Ladispoli, , già da ben 19 anni.
L’idea,
comunque, trovò il suo terreno fertile nell’Amministrazione Comunale,
ma determinante fu l’apporto delle Cooperative agricole
locali e soprattutto l’impegno dei loro Presidenti.

Nella
foto lo stand dell'azienda Del Duca alla prima sagra del 1970
La
prima Sagra fu realizzata in viale dei Cappuccini e gli stands
espositivi nello spiazzo esistente tra l’ingresso della Macchia e
l’incrocio con via Variante.
Furono
previsti anche trofei e premi in denaro alle aziende o cooperative prime
classificate per esposizione e presentazione dei carciofi. I premi in
denaro, in verità furono piuttosto
esigui e la mancanza di fondi per
l’agricoltura è stata
sempre una caratteristica storica, culturale e tradizionale ( proprio
come quella dei carciofi) di tutte le amministrazioni succedutesi
nel tempo, oltre che consueta premessa nell’organizzazione di ogni
Sagra.
Le
superfici a carciofo si mantennero pressoché costanti sino al 1978, con
un picco massimo nel 1973 quando oltrepassarono i 1200 ettari, ma nel
1979, dopo due annate negative, si registrò una brusca riduzione e le
superfici si dimezzarono passando a soli 570 ettari. Vi fu un leggero
recupero nell’anno
successivo ( 600 ettari)
per poi scendere gradualmente sotto i 450 ettari nel 1984. Da allora la
coltura subì anno dopo anno, un lento ed inesorabile declino ed oggi si
stima che non si raggiungano i 150 ettari.
A
nulla valsero i tentativi di risollevarne le sorti, come il
riconoscimento di specie protetta dalla Comunità Europea con il marchio
IGP.
La
crisi del carciofo romanesco non tocca solo Sezze ma anche altri importanti
areali dell’IGP Lazio di Roma come Ladispoli, Cerveteri, Tarquinia
ecc.
Infatti,
da un progetto ARSIAL del 2006 (Ente regionale del Lazio di sviluppo
agricolo) su “Ricerca ed innovazione per la valorizzazione del
carciofo romanesco nella regione Lazioӏ emersa la forte contrazione delle superfici investite a carciofi nel Lazio, che
passano dal 26% nel 1954 della superficie agraria utilizzabile , a meno
del 2% del 2005 ed il trend è tuttora in discesa.
Al
declino hanno contribuito diversi fattori, alcuni a carattere locale,
altri internazionali..
Tra
i fattori locali pesa il gravissimo errore che nulla fu mai fatto per valorizzare
e “istituzionalizzare” il mercato spontaneo dello Scalo con aree
attrezzate o con iniziative che potessero migliorare o potenziare la commercializzazione, ma ne fu persino decretata la fine
con campagne tese a dirottare i carciofi verso le cooperative locali,
quando le due realtà avrebbero potuto coesistere senza inutili e dannosi contrapposizioni di
ruoli.
Così
questo mercato, che aveva svolto l’importante funzione di polo di
smistamento della produzione, con acquirenti che vi giungevano da tutte
le piazze della Penisola, non fu più alimentato e cessò la sua esistenza.
Le
cooperative, sorte spesso senza alcuna preparazione e per lo più come
feudo dei partiti, ben presto fallirono per incapacità a sostituirsi al
mercato e quindi a trovare sbocchi
diversi dai soliti e
congestionati Roma e Fondi.
Il
mondo si orientava alle sfide del mercato globale ma Sezze si smarriva
negli orticelli di casa..
I
risultati per i produttori furono disastrosi e la coltura dei carciofi,
lentamente, fu riconvertita ad altri ortaggi che, anziché impegnare il
terreno tutto l’anno con un solo raccolto e neanche soddisfacente, ne
hanno permessi fino a quattro, con migliori risultati economici.
Altro
fattore che ha limitato la produzione è stata la globalizzazione dei
mercati e la libera circolazione delle merci. Così, già nel mese di
Gennaio si scorgono sui banchi di vendita i carciofi romaneschi del Nord
Africa, importati a prezzi “cinesi
“ e spacciati quasi sempre per produzione della Sicilia.
Ovviamente, nulla a che vedere con i nostri, se non per la forma
schiacciata e tondeggiante,ma il consumatore non è capace di
distinguerli e viene tratto in inganno, con la complicità
della mancanza di
regole su tracciabilità e origine dei prodotti. Nonostante le battaglie
condotte da Coldiretti in questo campo, non si riesce a prevalere sugli interessi e sulle resistenze
dei grandi gruppi economici con una politica a favore del consumatore.
Così
quando i nostri carciofi giungono a maturazione non rappresentano più
una primizia, perché il mercato ne è già saturo. Si raccoglie a
prezzi soddisfacenti, nel periodo pre pasquale, solo una bassa
percentuale di produzione (dal 5 al 15%) ma
subito dopo, puntualmente , si registra una caduta di prezzi che ha per
conseguenza la raccolta anticipata dei carciofini, che quantunque
richiestissimi, sono economicamente marginali rispetto ai carciofi veri
e propri.
Ma
se il ricavato dalla vendita dei carciofi non è più sufficiente a
pagare le spese di un matrimonio, questi
restano comunque un prodotto di grandissima
eccellenza, simbolo della nostra storia e della nostra cultura, il fiore
all’occhiello dell’economia agricola di Sezze, che allora come oggi
era e rimane prettamente agricola.
Perciò
questa 40 edizione vuole essere quella della svolta, non più
della promozione dei soli carciofi ma
della riscoperta di tutto
l’immenso patrimonio rappresentato dall’agricoltura di Sezze
con le sue tradizioni,
i suoi sapori, con la fragranza di prodotti sani, freschi, genuini , salutari, che non debbono
percorrere lunghe distanze su mezzi inquinanti prima di giungere sulle nostre tavole, perché sono qui, nella
nostra terra.

La
foto della donna con canestro risale al 1969 e fu scattata in località
“ Rotturno”, su terreno della azienda Del Duca, posto nell’
attuale sito dell’Ufficio Postale e Scuola Media di Sezze Scalo.
2)
-
IL MERCATO A SEZZE SCALO E
“ LA CONTA” DEI
CARCIOFI
C’era
una volta a Sezze Scalo (è il caso di dire) un mercato spontaneo dei
carciofi, che si svolgeva già alle prime ore del mattino, nel tratto
tra Piazza della Repubblica e Piazzale della Stazione, con intasamenti,
in pieno raccolto, anche
lungo tutto Corso della Repubblica
(il tratto della S.S.. 156 che attraversa lo Scalo).
All’nizio
degli anni 70, per ragioni di traffico e di sicurezza, il mercato fu
spostato in un terreno privato lungo Via Bologna che, all’uopo, fu
brecciato e affittato dal Comune. Qui rimase per altri venti
anni, dopodiché scomparve definitivamente dallo scenario agricolo
. Nel
mercato confluiva la quasi totalità della produzione, dove veniva
ceduta ad acquirenti dalle più disparate provenienze.
Ciascuno
di questi, per accapararsi il prodotto, faceva riferimento ad un
intermediario del posto (i
senzàno) che, oltre a fungere
da garante nella contrattazione, disponeva di un magazzino nelle
adiacenze, con tanto di operaie per il confezionamento in
mazzi oppure nelle casse.
Era
atavica consuetudine regalare all’acquirente il 6% di quanto
venduto, la cosiddetta “conta”,
mentre all’intermediario non si lesinava mai una adeguata
provvigione ( che secondo gli usi non poteva essere inferiore al 6%) sia da parte dell’acquirente che dal cedente. L’uso di
regalare la conta, nacque come
strategia per attrarre a Sezze più commercianti possibile, facendosi
preferire nella concorrenza con le altre zone di produzione del Lazio.
L’intermediazione e la conta furono proprio gli argomenti sui quali si
fece leva per spingere i produttori a conferire in cooperativa anziché
sul mercato.
I
carciofi non venivano contati uno ad uno ma, per risparmiare tempo e
fatica, si usava prenderli
nel mucchio, dalla parte del torso, a cinque a cinque
(tre con la mano destra e due con la sinistra o viceversa) e in questo modo si
deponevano su un carretto,
su un rimorchio o
semplicemente a terra contando ad alta voce “le
mano”.
La
mano stava a
significare quindi una quantità di cinque carciofi..
Per
contare 100 carciofi oltre alla conta del 6% da regalare, occorrevano 21
mano con in più il carciofo che si metteva da parte come indice del
centinaio ( totale 106). Era quindi un
reiterato contare sino a 21 con relativa messa a parte di un carciofo e
così sino ad esaurimento. Alla fine della conta, se ad esempio
risultavano in disparte 10 carciofi, il numero a pagamento era di 1000,
mentre in realtà ne erano stati ceduti 1060.
3)
-
GLI
INTERMEDIARI
DEL MERCATO
Chiamati
in dialetto“senzani”, erano
delle figure molto importanti nel funzionamento del mercato, perché ad
essi facevano capo gli acquirenti. Erano tutti del posto, quindi
conoscevano bene i
produttori e l’affidabilità del loro prodotto. Da questi
ottenevano una provvigione nella misura del 6% del valore dei carciofi
contrattati, e analogo trattamento riservavano all’acquirente, con in
più un compenso o un rimborso spese per il confezionamento dei carciofi
nel loro magazzino. Alcuni intermediari erano anche agricoltori.
Ecco
un elenco dei nomi con cui erano
conosciuti gli ultimi senzani
del mercato di Sezze, ormai
scomparsi:
1)- Camillo i niro 2)-
Lillo e Saturno Nzinza 3) - Luddovico
Di Raimo 4) - Mberto la Curiozza detto Cappellitto
5)- Ntonio Capolongo 6)
- Ntonio Pallettone 7) - Salvatore Cchiucchio
8)- Vincenzo Bucalo 9)-
Vincenzo e Gregorio Cacazecchino, fratelli 10) - Vittorio i Napoletano 11) - Gioacchino Caporale
12) - Lillo Pechiglio
13)
- Nciccallitto. 14) Tra i senzani tuttora viventi ricordiamo Umberto
Reginaldi , meglio conosciuto come Baldo Menelik e Vittorio Martelletta.
15) Oggi unico nel suo genere, a riscoprire questa attività del passato
è il giovane Fabio Ricci, meglio conosciuto in paese come Fabio La
Promessa, un autentico
professionista.
4)
– I PROTAGONISTI DELLE PRIME SAGRE,
COOPERATIVE E LORO PRESIDENTI
E’
doveroso
ricordare questi importanti protagonisti, in maggior parte scomparsi,
della riuscita della Sagra.
In
quel periodo si pensava che le speranze dell’agricoltura di Sezze,
come altrove, fossero riposte nel movimento cooperativo, perciò alla
programmazione delle Sagre parteciparono tutti i Presidenti delle
Cooperative locali, che insieme rappresentavano la totalità dei
produttori di carciofi.. Ricordiamo
per prima gli scomparsi,nelle persone di Antonio
Di Emma (Rivordella) Presidente Coop. OSPA
- Lorenzino Arcese (Nzino
Farina) Coop. RAP -
Elio De Rocchis (Mazzocchia)
Coop Setina - Giuseppino Del Duca e Salvatore Tufo (Toto la Catorcia)
rispettivamente Presidente e Vice Presidente. della Cooperativa
Fontana Orticola - Angelino Di Pastina Presidente della Cooperativa S.
Lidano nonchè ex
segretario di zona Coldiretti e
tra i viventi Angelini
Angelo (Angelino Vaccarella) Presidente
Cooperativa Aurora - Roberto
Proia ( La Sorana) Presidente Cooperativa Archi -
Salvatore La Penna (Toto Picchio)
Presidente Coop. Lavoro - Vittorio
Bottoni Presidente Cooperativa S.Carlo- Paoletto
Bernabei (Firdiferro) Presidente della Coop Castel, e per ultimi ma non
per questo meno importante Antonio Montarsi e Antonio Fiacco succedutesi
come Presidenti della Cooperativa.Gramsci (forse la più numerosa). Tra i principali organizzatori delle Sagre, alcuni
nomi eccellenti di agricoltori (oggi
purtroppo scomparsi) come gli ex sindaci
Santuccio Perciballe e Alessandro Di Trapano ( Sandrino Bufalotto), il
consigliere comunale Giovanni Ricci (Giovannino Zezza), Antonio Rosella
(Pio Nono), Enrico Botticelli (Rico Cantanapoli) ed in fine ma non
ultimo il Dott. Cesare Romalli, imprenditore agricolo e
rappresentante di Confagricoltura.
Una
notazione a parte è riservata ad Angelo Angelini, meglio conosciuto
come Angelino Vaccarella, provetto ed ingegnoso agricoltore e ultimo
discendente di una antica famiglia di “camperi”.
E’ stato fondatore e
Presidente della Cooperativa
Agricola Aurora, nata con lo scopo di lavorare i carciofi dei
suoi numerosi associati.
In
breve tempo, con le sue innate qualità manageriali, condusse la
Cooperativa ad un vasto giro d’affari che andò ben oltre il prodotto
conferito dai soci, tant’è che Angelini, per poter evadere le
numerose richieste di prodotto che giornalmente pervenivano
alla sua Coop, fu spesso costretto a ricorrere ad ingenti acquisti sul
mercato, di cui era profondo conoscitore,
tanto da conquistarsi la
palma di indiscusso “Re
del mercato “.
Tutte
queste cooperative, ormai non più operanti, aderirono successivamente
in due Consorzi di 2° grado (secondo la fede poltica), il COPAL e il
CCP con attività, entrambi, nei locali della
ex Monte Amiata. Anche queste due realtà, oggi non sono più operanti.

Raccolta del 1975. Notare nella foto
l'estensione dei carciofi, quasi a perdita d'occhio
Sezze,
18 febbraio 2009
Pane,
coraggio e sviluppo: il
pane di Sezze come occasione di sviluppo, occupazione e crescita
economica
C’è
stato poco tempo fa un convegno, promosso dall’Assessorato ai
Settori Produttivi del Comune di Sezze, sul rilancio e la valorizzazione del
visciolo, frutto che è alla base dei dolci tipici della tradizione
setina e che sta purtroppo scomparendo a
vantaggio delle marmellate straniere.
Senza dubbio è stata una interessante
iniziativa perché la
valorizzazione di un territorio parte dal rilancio delle sue tipicità.
E di tipicità Sezze ne ha tante. Basta solo ricercarle e valorizzarle.
Forse non ce ne rendiamo neanche conto, ma la più grande tipicità che
abbiamo è costituita proprio dal nostro pane, l’alimento primario di
tutti giorni.
Il
pane di Sezze si è guadagnato nel passato una grossa fama di
eccellenza, grazie ai grani di qualità superiore che il territorio ha
saputo offrire e che altri non hanno. Negli ultimi tempi, con la
chiusura dei mulini locali
che accaparravano la gran parte della produzione, i pochi cereali di
Sezze hanno preso altre strade, per essere destinati alla miscelazione
per conferire più forza a quelli di provenienza straniera, inferiori per qualità alle nostre peggiori produzioni nazionali.
Ciò ha fatto sì che il nostro pane, per quanto
ancora ottimo, grazie all’abilità e all’ingegno dei nostri maestri
panificatori, perdesse molto dell’originaria bontà e delle sue
antiche caratteristiche organolettiche. Non poteva succedere
diversamente, perché è
venuto meno quel legame con il territorio che lo rendeva particolare.
E’ un po’ come se decidessimo di fare
il Brunello di Montalcino , andando
a prelevare i vitigni in quella zona per piantarli a Sezze.
Otterremmo senz’altro un vino rosso, ma di una qualità che non ha
nulla a che vedere con il vero Brunello.
Il
pane di Sezze si deve dunque riappropriare della propria identità e
tipicità attraverso un ritrovato legame con il territorio ed acquistare
valore aggiunto con il marchio IGP. Poco importa se in ritardo
rispetto alla concorrenza di altri pani.
Necessita quindi far emergere le grandi potenzialità di risorse che
questa filiera può rappresentare e trarne vantaggi in termini di
crescita, sviluppo ed occupazione.
Non abbiamo nulla da improvvisare, anzi, senza tema di presunzione
possiamo considerarci maestri nella panificazione, perché abbiamo nel bagaglio
culturale una tradizione ed
un arte ultramillenaria, esaltata dalla vocazione e
dall’attitudine dei nostri terreni a produrre grani di altissima
qualità.
I
cereali del nostro territorio, infatti, erano già noti
per bontà sin dai
tempi dei Re di Roma, dove nei nostri campi, Cerere e Bacco,
si diceva, gareggiavano
insieme. Cicerone nelle sue Verrine definì il nostro campo “fertilissimum”,
Dionigi lo chiamò “granaio di Roma”. Nella guerra dei Romani contro
Porsenna furono inviati a Sezze alcuni consoli perché provvedessero
all’acquisto di grano e quando la plebe abbandonò il lavoro e si
ritirò sul Monte Sacro furono ancora i nostri granai a rifornire
l’annona di cereali.
Ad
essere più espliciti riteniamo che questo progetto, qualora condiviso
dall’Amministrazione Comunale e
dalle parti sociali in causa, non sia esauribile con un semplice
convegno, ma debba essere realizzato, con strumenti idonei e modalità
da stabilire, con il coinvolgimento
di tutti i soggetti economici interessati, dove ognuno deve fare
la propria parte con
azioni concrete che vanno dalla semina, al deposito in silos, sino alla
molitura, panificazione e distribuzione. Nella
foto, del 1935, una trebbia a fermo nei campi di Sezze
Sezze,
26 gennaio 2009
Sicurezza:
soldati anche in campagna
I recenti fatti criminosi
avvenuti nella campagna di Sezze, in questi primi giorni dell’anno,
portano nuovamente alla ribalta in
tutta la sua drammaticità il problema della sicurezza. Se molte case di
campagna vengono prese d’assalto e depredate
in pieno giorno dai soliti ignoti, significa che il fenomeno,
manifestatosi in tutta la sua virulenza già un anno fa, non è stato
affatto debellato. Anzi, questa nuova criminalità, non fa neanche più
“gli straordinari notturni” come i ladri di un tempo, ma
agisce di giorno ed a viso
scoperto. Studia le abitudini delle vittime, con
la complicità di qualche basista del posto, ed agisce indisturbata non
appena la casa viene momentaneamente lasciata incustodita.
Quindi,
ai consueti furti di attrezzature agricole nella notte, si sommano di
giorno i furti di preziosi ed il conseguente devastamento di tutta la
casa.
La mancanza
di presidi pubblici delle forze dell’ordine nella campagna
autorizza, inoltre, proposte ai limiti della legalità, come la
“guardiania “ alle aziende agricole e azioni decisamente più
illegali che vanno dal danneggiamento delle colture, alle truffe, alla
ricettazione di attrezzi ed oggetti di dubbia provenienza, alle
macellazioni clandestine di bestie rubate, al rovesciamento nei
cassonetti dell’immondizia di materiali inquinanti che andrebbero
smaltiti per altre vie.
Non
è vero, come ha detto il premier, pur riferendosi ad altro tipo di
crimine, che in “ in
campagna nessuno può prevedere cose del genere”.
In campagna può succedere e succede di tutto sino alla
prostituzione lungo le strade.
La
criminalità agisce come e forse più che in città, favorita dalla
minore densità di popolazione, dall’isolamento dei luoghi e delle persone, e dal maggior
tempo occorrente alle forze dell’ordine per intervenire causa la
lontananza dai presìdi.
Non
si può accettare che un settore come quello agricolo, che ha scelto con
decisione la strada della sicurezza alimentare e ambientale, al servizio
del bene comune, sia a sua volta vittima di insicurezza per inquietanti
fenomeni malavitosi che non solo umiliano l’uomo, la sua dignità ed
il suo lavoro, privandolo degli strumenti necessari alla
produzione, ma mettono anche a rischio la sicurezza dei cittadini
in termini economici, sanitari e ambientali.
Trentamila
soldati in più nelle città forse vanno bene, ma quanti ne
occorrerebbero nelle campagne?
Non
è uno stato di assedio ma un assedio alla malavita e, come
cittadini, ancor prima che agricoltori, credo che saremmo più felici di
incontrare soldati
piuttosto che delinquenti.
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