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Salviamo
la nostra risorsa
principale
Sezze,
17 dicembre 2007
I
granai della memoria
In
sei degli ultimi sette anni, il mondo ha consumato più cereali di
quanti ne abbia prodotto e i magazzini del mondo sono vuoti.. Le cause
vanno ricercate nei cambiamenti climatici e nell’effetto serra che
hanno portato a una sensibile diminuzione delle rese delle produzioni
oltre alle aumentate richieste di cereali da parte dei Paesi emergenti.
Una volta si diceva pericolo di carestia,
oggi è un pò diverso.
Se
i Cinesi decidessero ad esempio di consumare una sola birra in più a
testa all’anno, bisognerebbe produrre 370.000 ton di cereali in più,
pari a 80.000 ettari di terreno coltivabile, cioè circa 8 volte
l’intera superficie del Comune di Sezze. Non basta! Se
i consumi aumentano, avvicinandosi a quelli dell’Occidente ricco, se
cioè le bistecche cominciano a piacere anche in Asia e già oggi i
consumatori cinesi da soli spiegano il 35 – 40% del maggior consumo
mondiale di carne, il problema diventa serio: si rischia il collasso
alimentare, a spese delle popolazioni più povere del pianeta, perché
per ogni Kg di bistecca bovina ce ne vogliono sette di cereali, e, pur
di far arrivare bistecche ed hamburger a prezzo basso nel mondo del
benessere, i grandi Paesi produttori come Stati Uniti, Australia, Sud
America, producono mais e mangimi in modo intensivo, spesso transgenico,
sottraendo terre alle coltivazioni dei cereali per l’alimentazione
umana a favore di quella animale e a scapito del cibo per le popolazioni
dei Paesi più poveri.
Tutto
questo perché allevamento
significa frigorifero, nel senso che dal latte ai formaggi, dalle
uova allo yogurt, dal gelato ai salumi, dalla bistecca al dietetico
pollo, i due terzi del contenuto del frigorifero del mondo ricco, da New
York a Pechino, dipendono dal granturco per l’allevamento animale.
A
ciò dobbiamo aggiungere la necessità di colture “no food” per i
biocombustibili. La corsa ad utilizzare il granturco per fare
l’etanolo parte dagli USA, che rappresentano il 40% del raccolto
mondiale e il 70% delle esportazioni di mais e , mentre lo scorso anno
gli agricoltori nord- americani hanno destinato ai biocarburanti solo il
16% del loro granturco, il prossimo anno questa quota salirà al 30%,
grazie agli incentivi di Bush, contagiando anche altri grandi Paesi del
mondo,alle prese con gravi problemi ambientali.
Essendo
la terra coltivabile sempre la stessa, se si produce per le auto e per
gli animali, automaticamente diminuisce la produzione alimentare
destinata agli uomini.
La
FAO calcola che nei
prossimi dieci anni, i Paesi emergenti importeranno il 25% in più di
frumento,il 16% in più di mais e soia, il 100% in più di carne bovina,
il 70% in più di latte in polvere. Di conseguenza anche i prezzi
aumenteranno, con il rischio di affamare ancora di più le popolazioni
più povere.
Ma
la domanda di fondo resta una: Ce ne sarà per tutti?
La
sapienza contadina, attraverso i secoli ha selezionato naturalmente nei
più disparati ambienti, decine e decine di varietà di mais, come di
altre specie vegetali, addomesticandole ed adattandole alle singole
realtà pedoclimatiche.
Le
coltivazioni intensive dei cereali hanno però ridotto le produzioni a
due o tre varietà, inondando poi il mercato solo di queste specie,
quelle su cui si sperimentano gli OGM, quelle per le quali è stato
raddoppiato il prezzo e delle quali ora si vogliono brevettare anche i
semi, rompendo antichi sistemi di coltivazione, il legame con la terra e
distruggendo la cosiddetta “biodiversità”,
cioè quelle varietà che
crescevano adattandosi alle terre e ai climi, in grado quindi di sfamare
Paesi, Comunità, città intere, perché in
armonia con la natura di quei luoghi.
L’armonia
con la natura è un fatto importante perché noi stessi ne facciamo
parte e non dobbiamo influire su di essa. Un esempio recente: dopo lo
tsunami, il mare, ritirandosi, aveva salato tutte le risaie della costa
orientale dell’India. Era impossibile coltivarle. I contadini hanno
però scoperto che esisteva una varietà di riso resistente al sale,
l’hanno piantata ed hanno salvato i raccolti.
Noi,
di fronte a un problema come questo pensiamo subito alla scienza, agli
OGM, invece la sapienza contadina sapeva che al problema esisteva già
il rimedio.
Sono
i magazzini della memoria, o meglio i granai
della memoria quelli che conoscono la terra e sanno tradizionalmente
cos’è la biodiversità, nata proprio per sfamare l’umanità (*).
Ma
invece di aumentare, la biodiversità nel mondo diminuisce
progressivamente. In
quest’ultimo secolo, secondo Slow Food(**), si
sono estinte 300.000 varietà vegetali e continuano a estinguersi, al
ritmo di una ogni sei ore. L’Europa
ha perso l’80% e gli USA il 93% delle proprie diverse qualità
vegetali ed animali, e sulla terra si è già estinto o è in via di
estinzione 1/3 delle razze autoctone bovine, ovine e suine e ci si nutre
per il 95% solo con una
trentina di varietà vegetali
ed animali.
Eppure
ancora oggi, 850
milioni di persone soffrono di
denutrizione, segno che l’agricoltura
intensiva e chimica non ha risolto i problemi dell’umanità, non
ha sfamato il pianeta, lo ha inquinato, ha cancellato identità
culturali di interi popoli e ha drasticamente ridotto la diversità che
comunque rimane un pilastro
forte, anche se spesso vilipesa e non tenuta in giusta considerazione.
Rafforzarla non significa fare un’economia residuale ma una
macroeconomia. Tante economie piccole, con molte persone che
partecipano, che lavorano, che spendono il loro tempo, che ci mettono
passione, realizzano una macroeconomia di proporzioni straordinarie.
La
biodiversità, quindi, oltre ad essere una risorsa per molte comunità
del mondo, allarga il numero di vitamine e proteine disponibili,
affiancando quelle più diffuse e conosciute, diventando alternativa
valida alle coltivazioni intensive dei soliti prodotti alimentari.
Se
si salda la biodiversità al recupero delle tradizioni e dei granai
della memoria contadina, alla scienza e alla tecnologia rispettosa
della natura, ad una più equa distribuzione delle risorse alimentari
e perché no, al gusto riscoperto dei prodotti, si potrà salvare il
pianeta dalla fame.
NOTE
-
(*) – Alcuni esempi locali
di biodiversità sono rappresentati dai carciofi e dai broccoletti di
Sezze mentre tra le più importanti varietà estinte nel territorio di
Sezze si ha memoria del granturco agostano (perché raccolto in agosto)
detto anche “Mondraone”,
quello delle paludi alte che si raccoglieva in settembre – ottobre
detto“lo spadone” e
quello delle paludi basse che si raccoglieva a novembre- dicembre
chiamato “la Befana”. Se i
nostri antenati non avessero selezionato queste varietà, capaci di
adattarsi all’acqua stagnante della palude, sicuramente non avrebbero
potuto sfamare le loro famiglie. Quasi sempre il granturco di palude,
quello che si prestava, per la gioia dei bambini, anche per fare “le
signòre”,( il pop corn sezzese), veniva raccolto e trasportato,
cioè “ricacciato”,
con delle speciali imbarcazioni costruite in loco, chiamate “sandali”.
Per contrapposizione alle “signòre”,
quella parte di
granella di mais che al
fuoco non diventava pop-
corn, veniva chiamato “i
pezzenghi”, cioè pezzenti.
-
(**) Slow Food: E’
un’associazione internazionale no profit nata in Italia nel 1986: oggi
coinvolge 40.000 persone in Italia e più di
80.000
nel mondo, in 130 Paesi dei cinque continenti.
Nata come risposta al dilagare del
fast food e alla frenesia della fast life, Slow Food studia, difende e
divulga le tradizioni agricole ed enogastronomiche di ogni angolo del
mondo, per consegnare il piacere di oggi alle generazioni future. Si
batte per i diritti dei popoli alla sovranità alimentare, contro
l’omologazione dei sapori, contro l’agricoltura massiva, gli ogm e
difende la biodiversità. Collabora con la Col diretti.
Sezze,
10 dicembre 2007
Cambiamenti
climatici: Sezze non sfugge a "Trapogne*"
I
cambiamenti climatici si sono fatti sentire sulle produzioni agricole
2007 con una riduzione record della maggior parte dei raccolti. A Sezze
gli ortaggi hanno fatto registrare un calo della superficie investita
non inferiore al 25%per cento, imputabile in maniera congiunta sia alla
stagione secca che al caro petrolio che ha reso i costi di irrigazione
non sostenibili. In campo nazionale
si registrano flessioni
nella produzione di olio di oliva (-17% per cento), del vino (-12 per
cento), frutta e agrumi (-5,4 per cento)Queste riduzioni record dei
raccolti si sono manifestate dopo che l'inverno scorso e la primavera
successiva hanno fatto segnare i rispettivi primati stagionali degli
ultimi 200 anni per l'elevata temperatura, mentre l'estate si è
classificata, per il caldo, nella top ten dei due secoli sulla base
delle analisi preliminari dell'Istituto di Scienze dell'atmosfera e del
clima del Cnr (Isac-Cnr). I cambiamenti climatici, quindi, oltre a
provocare una riduzione delle terre coltivate sono responsabili
del calo delle rese produttive a fronte di una domanda sempre più
crescente di prodotti alimentari a base di latte e carne da parte di
paesi emergenti come India e Cina, ma anche nello sviluppo dei
biocarburanti ottenuti dalle coltivazioni agricole. (Analisi OCSE).
Questa crescente domanda non può
che segnare la fine di un epoca di prodotti agroalimentari a buon
mercato, e, dopo un lungo periodo con prezzi in continua riduzione, si
registrerà da questo momento in poi una inversione di tendenza
strutturale.
Gli
effetti dei cambiamenti climatici strutturali potranno inoltre provocare
una perdita di competitività delle nostre produzioni che fondano buona
parte del loro successo sul territorio e sulla buona cucina. L'aumento
delle temperature sta provocando infatti anche una migrazione dei
prodotti tipici verso nord. L’olivo
è arrivato, ad esempio, quasi a ridosso delle Alpi, dove prima
non esisteva, mentre le prime arachidi sono state raccolte nella Pianura
Padana dove si coltivano grandi quantità di pomodoro e di grano duro
per la pasta.
Ma
i cambiamenti climatici in corso si manifestano anche con la più
elevata frequenza di eventi estremi con sfasamenti stagionali, incendi
devastanti, precipitazioni brevi,scarse o insufficienti oppure con una
singola precipitazione alluvionale e con un maggiore rischio di gelate
tardive. Nella pianura setina è dal mese di Aprile che non cade una
pioggia di una certa consistenza e le ripercussioni sulle riserve
idriche sono abbastanza evidenti Il
livello dell’ acqua nei pozzi artesiani per uso irriguo è risultato
di m.1,73 più basso di quello rilevato nel medesimo periodo del 2005.
Le
cosiddette piogge australi, che da sempre hanno
caratterizzato il territorio pontino nel periodo autunnale,
soprattutto a Novembre, sembrano un lontano ricordo. Non ci vuole inoltre
molto spirito di osservazione a notare come il livello dell’acqua nei
fiumi e nei canali sia inusuale per questo periodo. Per rendersene conto
basta gettare uno sguardo al fiume Linea, quello che si attraversa al
semaforo della Storta mentre andiamo a Latina.
Gli
agricoltori si trovano alle prese con l’aumento dell'incidenza di
infezioni fungine e dello sviluppo di insetti
“stranieri”, che si sono acclimatati sul nostro territorio ed
hanno sviluppato una forte resistenza agli insetticidi, come i ragni
rossi, gli eriofidi delle ortive, il punteruolo delle palme, comparso la
prima volta a Sabaudia nell’autunno scorso e allargatosi
quest’ anno in tutta la provincia di Latina, in modo evidente a Sezze
(vedasi ad esempio al monumento).
Si
tratta di processi che rappresentano una nuova sfida per l'impresa
agricola che deve interpretare il cambiamento e i suoi effetti sui cicli
delle colture, sulla gestione delle acque e sulla sicurezza del
territorio. Un impegno che va accompagnato
da una maggiore decisione nel raggiungimento degli obiettivi
fissati per il nostro paese dal protocollo di Kyoto anche con lo
sviluppo di alternative energetiche che l'agricoltura è in grado di
offrire, soprattutto con il prezzo di un greggio destinato a superare
abbondantemente la soglia dei cento dollari al barile.
*“Stare a trapogne” è un antico modo di dire, tipico della
vallata di Suso, per significare che si sta indugiando, perdendo tempo
prezioso e facendo poco o nulla. “Stamo trapognenne”: Stiamo
solo perdendo tempo.
Sezze,
20 novembre 2007
Inflazione:
cala il grano ma non il pane e la pasta
Il
prezzo del grano a ottobre si è ridotto almeno del 10 per cento
rispetto al mese precedente e non offre quindi alibi a ulteriori rincari
del pane e della pasta, che dovrebbero al contrario diminuire. E' quanto
stima la Coldiretti in riferimento ai dati sull'andamento
dell'inflazione a ottobre che e' salita secondo l'Istat al 2,1 per cento
per effetto tra l'altro degli aumenti del pane (+10,3 per cento) e della
pasta (+ 6,4 per cento). Un aumento, sul quale stanno indagando
Antitrust e Procura di Roma, che ha contribuito a determinare il calo
record nei consumi di pane con una riduzione in quantità del 7,4 per
cento mentre si riducono sostanzialmente anche quelli di pasta di semola
che fanno registrare una riduzione del 4,5 per cento, sulla base delle
elaborazioni Coldiretti su dati Ismea Ac Nielsen relativi agli acquisiti
domestici degli italiani nei primi otto mesi dell'anno. Una ripresa dei
consumi potrebbe essere favorita dal contenimento dei listini anche se
l'esperienza del passato dimostra - precisa la Coldiretti - che alla
diminuzione delle materie prime agricole non fa seguito una diminuzione
dei prezzi al dettaglio che invece, come benzina e gasolio, tendono
sempre ad aumentare: negli ultimi venti anni il prezzo del pane è
aumentato del 419 per cento a fronte di una sostanziale stabilità del
grano. Peraltro il prezzo moltiplica di circa dieci volte nel passaggio
dal grano in campagna al pane dal fornaio a dimostrazione del fatto che
- continua la Coldiretti - nella forbice dei prezzi tra la produzione e
il consumo c'è abbastanza spazio per recuperare diseconomie e garantire
una adeguata remunerazione agli agricoltori senza aggravare i bilanci
delle famiglie.
Per superare in futuro le difficoltà di
approvvigionamento sollevate dall'industria occorre - sostiene la
Coldiretti - abbandonare comportamenti di acquisto speculativi sul
mercato internazionale per scegliere la strada della programmazione di
filiera, alla quale l'agricoltura italiana può rispondere positivamente
grazie alla flessibilità introdotta con la riforma della politica
agricola comune. L'andamento divergente tra prezzi alla produzione e
quelli al consumo - sottolinea la Coldiretti - riguarda anche altri
prodotti come i derivati del maiali cresciuti in Italia per effetto del
crollo del 10 per cento del compenso riconosciuto agli allevatori nelle
stalle al quale non ha fatto seguito una analoga riduzione dei listini
per i consumatori. Il prezzo di 1,2 euro al chilo per il maiale -
precisa la Coldiretti - moltiplica per cinque se si acquista la
braciola, per dieci se si compra il salame e per oltre venti volte se è
il prosciutto a finire nella busta della spesa, con l'effetto che gli
acquisti familiari di carne suina e salumi si sono ridotti del 5,1 per
cento nel 2007. Una situazione insostenibile per allevatori e
consumatori che è alla base della mobilitazione della Coldiretti che
Giovedì 15 novembre dalle ore 10.00 in piazza Santo Stefano a Bologna
ha promosso “ il giorno del maiale” a Bologna per contrastare il
caro prezzi dalla stalla alla tavola e rendere trasparente l'origine di
prosciutti, salami e braciole.

Sezze,
1 novembre 2007
Collaborazione
Avis - Coldiretti: LIBERI DA OGM
Siamo
contrari all’introduzione in Italia di ogm e ci batteremo contro i
forti tentativi di quelle multinazionali,
che sotto certi aspetti hanno già schiavizzato l’agricoltura e i
consumatori in nome della globalizzazione e che vogliono imporci il loro
business di ogm a tutti i costi, a danno della salute e dell’ambiente.
Il
70 % dei donatori di sangue ritiene che gli organismi geneticamente
modificati (OGM) negli alimenti potrebbe avere conseguenze negative
sulla salute mentre per il 55 per cento un'alimentazione con prodotti di
qualità e certificati è importante per continuare ad esercitare il
nobile gesto della donazione di sangue. E' quanto è emerso da una
indagine descrittiva presentata dall'AVIS al Forum internazionale
dell'Agricoltura e dell'Alimentazione di Cernobbio organizzato dalla
COLDIRETTI nel corso del quale è stato siglata una intesa tra le due
piu' grandi associazioni nei rispetti settori, all'insegna dei valori
della solidarietà e della difesa della salute.
La
collaborazione tra AVIS e COLDIRETTI, inoltre, è rafforzata dalla
comune convinzione che un'alimentazione sana e corretta, in cui giochino
un ruolo significativo i prodotti di qualità della nostra terra, non
possa che far bene alla salute dei donatori di sangue e aumentarne il
numero. “Da sempre - commenta il presidente di AVIS Nazionale, Andrea
Tieghi - la nostra associazione è attenta a diffondere il messaggio
della donazione all'interno delle più diverse categorie professionali.
Storicamente, già dagli anni Venti, quando AVIS è stata fondata, i
primi nuclei di donatori di sangue appartenevano al mondo
dell'agricoltura e dell'industria, ambiti in cui erano fortemente
radicati i valori dell'altruismo e della solidarietà”. “Abbiamo
aderito - prosegue Tieghi - alla campagna Liberi
da OGM, come suggeritoci da Coldiretti, con l'intento di far
conoscere meglio ai nostri donatori la problematica degli organismi
geneticamente modificati e aprire una seria discussione sui pro e i
contro. La nostra principale preoccupazione è infatti garantire la
salute dei nostri donatori e per questo desideriamo approfondire una
tematica su cui una buona parte di essi (circa il 20 %) dimostra di non
avere alcuna conoscenza”.
Esiste
un stretto legame tra salute ed alimentazione che l'agricoltura italiana
contribuisce a rafforzare grazie ai primati conquistati nella qualità e
nella sicurezza che vanno difese dai tentativi di omologazione e di
standardizzazione al ribasso.Il significato dell'intesa Avis/Coldiretti
sta proprio nell'impegno a sostegno di un bene comune indispensabile per
il benessere di tutti i cittadini. La sensibilità verso i bisogni degli
altri è un patrimonio
condiviso con gli agricoltori che hanno la responsabilità di custodire
nel tempo le ricchezze della natura, dalle quali dipende la vita ed il
benessere dell'intera società.
Sezze,
15 ottobre 2007
Farmers
Market come Piazza D'Erba a Sezze
Consumando
un pasto con prodotti locali e di stagione si risparmia energia e si
genera la metà delle emissioni di gas ad effetto serra come l'anidride
carbonica. Sulla base dei
dati elaborati dalla Coldiretti è emerso che, consumando prodotti
locali e di stagione, una famiglia può risparmiare fino a 1000 chili di
anidride carbonica l'anno poiché, ad esempio, per trasportare con
l'aereo a Roma un chilo di mele dal Cile con una distanza di 13mila km
si liberano 18,3 kg di CO2 e si consumano 5,8 chili di petrolio
Il
risparmio energetico a tavola è dunque anche una risposta agli effetti
dei cambiamenti climatici, che può essere aiutata dalla
differenziazione delle formule di vendita e degli stili di consumo, per
privilegiare gli alimenti prodotti localmente. C'è un numero crescente
di consumatori che vuole
acquistare prodotti freschi, naturali, del territorio, che non devono
percorrere grandi distanze con mezzi inquinanti e subire lunghi
tempi di trasporto ,a scapito della bontà e della freschezza, prima di
giungere sulle tavole.
Favorire in città l'apertura di mercati gestiti
direttamente dagli imprenditori agricoli delle campagne, i cosiddetti
Farmers Market, risponde alla crescente domanda dei consumatori per
combattere la moltiplicazione dei prezzi, di assicurarsi prodotti di
qualità e di limitare l'inquinamento ambientale.Sulla base di
esperienze in altri Paesi, dove i Farmers Market sono ampiamente
diffusi, si calcola che anche in Italia
potrebbero raggiungere una quota fino al 15 per cento del mercato
alimentare.
Sezze,
con la sua Piazza d’Erba, nel passato anticipò gli odierni Farmers
Market. I più grandicelli ricorderanno ancora come
questa piazza fosse gremita, ogni mattina, soprattutto il sabato,
di contadine provenienti dalla
vallata di Suso, dagli orti intorno al paese, dalla campagna sottostante
oppure dai paesi limitrofi, per vendere ogni genere della loro
produzione (carciofi, broccoletti, misticanze,insalate, verdure varie,
frutta,polli, uova, conigli,salcicce,ricotte, formaggi, gioncate ecc).
Una bella e benefica tradizione che meriterebbe di essere rivitalizzata nel contesto di un
progetto di rilancio di tutto il centro storico.
Sezze,
10 settembre 2007
UNESCO:
la dieta mediterranea patrimonio dell'umanità
Come
la laguna di Venezia, i trulli di Alberobello, il Machu Picchu, Notre
Dame, la Statua della Libertà o la grande barriera
corallina, anche la dieta mediterranea sta per entrare nella lista del
patrimonio dell'umanità nell'Unesco, per il valore storico che ha
assunto questo modello alimentare negli stili di vita e per i benefici
per la salute dimostrati scientificamente. Lo rende noto la Coldiretti
nel riferire con soddisfazione l'iniziativa del Governo spagnolo
ufficializzata alla Commissione europea che ha appoggiato pienamente la
proposta.
L'iniziativa
del Governo Zapatero - si sottolinea alla Coldiretti - ha un valore
straordinario per l'Italia che è il Paese simbolo di questo tipo di
cucina e dove più radicata è la cultura alimentare fondata sui
principi della dieta mediterranea, con primati raggiunti nelle
principali produzioni base come la frutta, la verdura e la pasta e con
posto d'onore nella UE per vino e olio di oliva, dietro rispettivamente
alla Francia e alla Spagna. La dieta mediterranea è infatti basata sul
consumo di alimenti ricchi di fibre
come cereali, legumi, frutta e
verdura, di olio d'oliva
e di pesce ed
è unanimemente riconosciuta come dieta
sana e nutriente , utile per contrastare l'invecchiamento
cellulare e le malattie cardiovascolari.
Pane,
pasta, frutta, verdura, olio
extravergine e il tradizionale bicchiere di vino consumati a tavola in
pasti regolari hanno consentito agli italiani di conquistare il record
della longevità con una vita media di 77,2 anni per gli uomini e di
82,8 anni per le donne, nettamente superiore alla media europea. Ma non
solo. In un'Europa dove l'obesità rischia di diventare una malattia
sociale, gli italiani si aggiudicano il
primato dei meno grassi, con la migliore forma fisica tra tutti i
cittadini europei grazie proprio a una alimentazione fondata sulla dieta
mediterranea che ha garantito il miglior rapporto tra peso e altezza,
calcolato in base a un indice di massa corporea comunitario. L'italiano
con una altezza di 1,681 metri è inferiore di soli un paio di
centimetri alla media europea di 1,699, ma ha un peso di 68,7 chili
nettamente inferiore alla media comunitaria di 72,2 chili che garantisce
il primato nell'indice di massa corporea (peso/altezza) con 0,408
rispetto a 0,425, secondo l'ultima indagine Eurobarometro sulla salute e
l'alimentazione della Commissione Europea.
Se
il rispetto dei principi della dieta mediterranea ha salvato gli adulti,
problemi sono stati rilevati per le nuove generazioni tanto che i
casi di obesità o sovrappeso riguardano il 36 per cento dei ragazzi
attorno ai dieci anni, il valore più alto dell'Unione Europea dove si
stima, sempre da fonte Coldiretti, che 400mila ragazzi perdano ogni anno
la forma fisica con oltre 14 milioni di giovani considerati soprappeso
(dei quali tre milioni obesi). Far
entrare la dieta mediterranea nella lista del patrimonio culturale e
immateriale dell'umanità all'UNESCO rappresenta dunque anche una
opportunità per una sua divulgazione più vasta a vantaggio della
salute di tutti i cittadini.
Una
opportunità che va accolta difendendo l'identità e le caratteristiche
tradizionali dei prodotti base della dieta mediterranea. Per questo occorre
rendere obbligatoria l'indicazione dell'origine dei prodotti in
etichetta e fermare in Italia il disegno di ottenere ulivi,
vite, pomodoro, melanzana, fragola, ciliegio, agrumi e kiwi
geneticamente modificati (OGM) che peraltro causerebbe danni economici e
di immagine irrimediabili al Made in Italy.
La dieta mediterranea è una parte del patrimonio culturale, storico,
sociale, territoriale e ambientale nazionale da molti secoli ed è
strettamente legata allo stile di vita dei popoli mediterranei nel corso
di tutta la loro storia. I
prodotti caratteristici della dieta mediterranea
coincidono con i prodotti Made in Italy più emblematici ed il loro
peso economico all'interno della produzione agroalimentare nazionale è
estremamente elevato.
Sezze,
5 settembre 2007
Prezzi:
a settembre rincari al consumo senza alibi
L'andamento
dei prezzi nelle campagne non offre alibi concreti agli aumenti di prezzo
registrati per i prodotti alimentari in questo settembre, con incrementi
percentuali compresi tra il
10 e il 20 per cento in piu' per la pasta, tra il 20 e il 30 per cento in
piu' per le farine, tra il 10 e il 20 per cento in piu' per il latte a
lunga conservazione e oltre il 20 per cento per il burro. Attualmente
viene riconosciuto alla stalla un prezzo del latte di 0.33 euro il litro
destinato a moltiplicarsi per quattro dalla stalla allo scaffale mentre il
costo del grano è lo stesso di venti anni fa, nonostante l'inversione di
tendenza dopo anni di continui cali. Dei circa 467 Euro al mese che ogni
famiglia destina per gli acquisti di alimenti e bevande solo il il 19 per
cento (circa € 88) va alle imprese agricole.Il resto ( 81%) è diviso
tra commercio e industrie agroalimentari.
Importi
ancora piu' bassi si registrano per prodotti derivati dai cereali base come
pane, pasta fresca e dolci dove il prezzo dal campo al consumo si
moltiplica rispettivamente per 15, 20 e 70 secondo una indagine della
Coldiretti. Per ogni
euro speso in pasta fresca non più di 5 centesimi servono per pagare il
grano prodotto dagli agricoltori a conferma di come sia strumentale
imputare ai prodotti agricoli la responsabilità di aumenti così
rilevanti al consumo. Vale la pena ricordare che con un chilo di grano dal
prezzo di circa 20 centesimi al chilo si riesce a produrre con la
trasformazione in farina e con l'aggiunta di acqua, un chilo di pane che
viene venduto ai cittadini a valori variabili da 2,5 Euro al chilo per il
pane comune a 5 Euro e oltre per i pani più elaborati, con prezzi ancora
molto più alti per i dolci. Ma i rincari non trovano
giustificazione neanche in una presunta mancanza di prodotto Made in italy
in quanto secondo l'ultima rilevazione Ismea
la produzione di frumento duro nel 2007 in Italia è aumentata
rispetto allo scorso anno dello 0,9 per cento per 4,13 milioni di
tonnellate, mentre per il grano tenero l'aumento è dello 0,6 per cento
per una produzione di 3,23 milioni di tonnellate .
Il
rischio è che gli allarmi, oltre a frenare lo sviluppo di energie
alternative determinanti per combattere i cambiamenti climatici in atto,
servano a coprire la
volontà di aumentare le importazioni dall'estero di prodotti da spacciare
come Made in Italy a fini speculativi, in assenza di una adeguata
informazione in etichetta. Peraltro in Italia si registrano
pesanti ritardi nello sviluppo di energie alternative provenienti dalle
coltivazioni agricole nazionali e, ad oggi, non c'è neanche l'ombra di
biocarburanti nei distributori nonostante gli obiettivi fissati dalla
finanziaria, che prevede che i biocarburanti come il biodiesel o il
bietanolo ottenuti dalle coltivazioni agricole debbano essere distribuiti
in Italia nel 2007 in una quota minima dell'uno per cento di tutto il
carburante (benzina e gasolio) immesso in consumo.
Ciò significherebbe la messa a coltura in Italia di 273mila ettari
di terreno a colza o girasole a fini energetici. Si tratta di valori da
incrementare nel tempo di cinque volte per raggiungere l'obiettivo fissato
dall'Unione Europea di utilizzare i biocarburanti per sostituire il 5,75
per cento dei carburanti derivanti dal petrolio necessari per trasporti.
I
biocarburanti derivano dalle coltivazioni agricole che l'agricoltura
italiana produce in abbondanza, in particolare Il bioetanolo viene
prodotto tramite processi di fermentazione e distillazione di materiali
zuccherini, amidacei o sottoprodotti come cereali, barbabietola da
zucchero e prodotti della distillazione del vino, mentre il biodiesel
deriva dall'esterificazione degli oli vegetali ottenuti da colture come il
colza e il girasole. Con il biodiesel è
possibile ridurre dell'80 per cento le emissioni di idrocarburi policiclici
aromatici e del 50 quelli di particolato e polveri sottili mentre con il
bioetanolo si riducono le emissioni di idrocarburi aromatici come il
benzene del 50 per cento e di oltre il 70 per cento l'anidride solforosa,
mentre cali più contenuti si hanno anche per il particolato e per le
polveri sottili .
LA
MOLTIPLICAZIONE DEI PREZZI DAL CAMPO ALLA TAVOLA
grano
duro 0, 20 euro/chilo pane 3 euro/chilo
aumento di 15 volte
grano
duro 0,20 euro/chilo
pasta fresca 4 euro/chilo
aumento di 20 volte
grano
duro 0,20 euro/chilo dolci 14 euro/chilo
aumento di 70 volte
Sezze,
13 luglio 2007
Difendiamo
il made in Italy e l'agricoltura italiana
Enorme
la partecipazione alla manifestazione della Coldiretti a Bologna
Siamo
partiti da Sezze con due pullmann turistici alla volta di Bologna. Non
ci aspettavamo qui una presenza così
cospicua tanto da riuscire a stupire noi stessi e a mandare
in tilt lo staff organizzativo. Siamo giunti
in tanti, dal nord al sud
della penisola, con aerei, navi, treni speciali, pullmann, per
dare un segnale chiaro e tangibile dell’inquietudine che regna nelle
campagne e della forte voglia di salvare l’ agricoltura.
Abbiamo
avuto la riprova, qualora ce ne fosse stato ancora bisogno, della grande
famiglia e della grande forza
che la Col diretti rappresenta ed esprime nel tessuto sociale del Paese,
Bologna,
si è rivelata da subito sin troppo piccola
e Piazza Maggiore troppo stretta per accoglierci tutti.
Immediati i cambiamenti di programmi
dello staff organizzativo, resisi indispensabili perché alla nostra
manifestazione si sono uniti cittadini
consumatori e mamme che condividono le nostre scelte e che, come noi,
desiderano per i loro figli e
per se stessi un’alimentazione sana, con cibi sani di cui è certa la
provenienza nazionale. Abbiamo chiesto che
l’origine dei prodotti sia ben
specificata in etichetta e che non si permetta che prodotti cinesi
di bassa qualità, importati per
pochi spiccioli dalle
industrie trasformatrici, vengano
immessi sul mercato e spacciati a caro prezzo come “made in Italy”,
truffando i consumatori e l’agricoltura italiana.
Lo
Stato non può e non deve consentire questa “truffa legalizzata”. I
consumatori devono essere consapevoli dell’origine del prodotto che
intendono acquistare e fare la loro scelta. Abbiamo
manifestato, tra gli altri motivi, perché non ci piace la decisione del
Ministro per le Politiche Agricole, Paolo Di Castro, di consentire la
presenza di Ogm in molti
prodotti base dell’alimentazione nazionale, compreso quelli
dell’agricoltura biologica.
Tanti
cittadini e tante mamme hanno voluto indossare i nostri cappellini e le
nostre magliette gialle, poi insieme a noi hanno sfilato lungo Via della Indipendenza e Via dei Mille. Insieme
abbiamo colorato Bologna, non solo di giallo ma anche di speranze.
La manifestazione non
è finita a Bologna. E’ stato solo un punto di partenza, sta
continuando a Roma, a Montecitorio, con una sit-in di tre giorni e se si
renderà necessario continueremo ancora occupando porti ed altri punti
strategici per lo smistamento della merce proveniente dai Paesi emergenti
e non conforme alle norme di sanità europee.
Da
tutto questo auspichiamo che il Ministro per le Politiche Agricole faccia
un passo indietro e si renda finalmente conto che continuando su questa
strada non cura certo gli interessi dell’agricoltura e dei cittadini
consumatori, ma quelli delle multinazionali e dell’industria
agro-alimentare.

Sezze,
6 luglio 2007
"Giù
le mani dalla qualità italiana"
Manifestazione
dell'11 luglio: a Bologna scendono in piazza gli agricoltori
Appuntamento
alle ore 10,00 in Piazza 8 Agosto partenza del corteo per Piazza Maggiore
LA SEZIONE COLDIRETTI DI SEZZE ORGANIZZA DEI PULLMANN PER
RAGGIUNGERE BOLOGNA: PRENOTATEVI IN TEMPO UTILE TELEFONANDO IN SEZIONE AL NUMERO 0773- 88 75 68 (orari di ufficio)
Possono partecipare tutti: cittadini , mamme, giovani, studenti,
pensionati. Dobbiamo andare per difendere il made in Italy dall’inquinamento OGM e dalle importazioni selvagge dai Paesi emergenti, esigendo l’obbligo di indicare in etichetta l’origine degli alimenti.
La più grande manifestazione promossa dagli agricoltori negli ultimi anni.
È stata deliberata dal Consiglio nazionale della Coldiretti, su proposta del presidente Sergio Marini, che ha fissato l’appuntamento a Bologna l’11 luglio a partire dalle ore 10,00 in Piazza 8 Agosto dalla quale si muoverà il corteo per Piazza Maggiore dove sarà allestito un megapalco. Alla manifestazione parteciperanno gli agricoltori della Coldiretti provenienti dalle campagne di ogni regione con auto, pullman, treni speciali, aerei e navi.
Nella capitale dell’agroalimentare italiano gli agricoltori insieme a cittadini, mamme, giovani e studenti manifesteranno contro il tentativo di standardizzare e omologare verso il basso la qualità dell’agricoltura italiana per asservirla ad un modello di sviluppo produttivistico, contrario all’interesse delle imprese, dell’ambiente e dei consumatori.
“Ministro, giù le mani dalla qualità italiana” è lo slogan di una manifestazione necessaria per difendere i primati dell’agroalimentare italiano, e con essi la salute dei cittadini, la qualità dell’ambiente e il reddito delle imprese agricole.
Il maldestro tentativo di cancellare la legge sull’obbligo di indicare in etichetta l’origine degli alimenti per favorire le importazioni, il via libera all’invecchiamento artificiale del vino con i trucioli e la proposta di sperimentare gli Ogm in prodotti base dell’agroalimentare nazionale, sono solo gli ultimi esempi delle decisioni assunte dal Ministro delle Politiche Agricole Paolo De Castro sul quale gravano anche le pesanti responsabilità dei ritardi nell’attuazione di praticamente tutte le misure previste in finanziaria per il settore. Dal decreto per le nuove società agricole a quello per la gestione assicurativa delle calamità atmosferiche e per le crisi di mercato, dalla vendita diretta degli agricoltori alle intese di filiera fino al mancato sviluppo delle energie pulite dalla campagna necessarie per contrastare i cambiamenti climatici, diversificare le fonti di approvvigionamento e alleggerire il peso delle bollette su tutti i cittadini.
Il Ministro deve sapere che noi siamo la nuova agricoltura italiana e che rappresentiamo la parte forte e pulita di questa società.
Deve sapere che non siamo soli: ci guardano con sempre maggiore attenzione e simpatia i consumatori, tutti i cittadini che si preoccupano dell’ambiente, le mamme che guardano alla salute e al futuro dei loro figli
Possono partecipare tutti: cittadini , mamme, giovani, studenti,
pensionati. Dobbiamo andare per difendere il made in Italy dall’inquinamento OGM e dalle importazioni selvagge dai Paesi emergenti, esigendo l’obbligo di indicare in etichetta l’origine degli alimenti.
La più grande manifestazione promossa dagli agricoltori negli ultimi anni.
È stata deliberata dal Consiglio nazionale della Coldiretti, su proposta del presidente Sergio Marini, che ha fissato l’appuntamento a Bologna l’11 luglio a partire dalle ore 10,00 in Piazza 8 Agosto dalla quale si muoverà il corteo per Piazza Maggiore dove sarà allestito un megapalco. Alla manifestazione parteciperanno gli agricoltori della Coldiretti provenienti dalle campagne di ogni regione con auto, pullman, treni speciali, aerei e navi.
Nella capitale dell’agroalimentare italiano gli agricoltori insieme a cittadini, mamme, giovani e studenti manifesteranno contro il tentativo di standardizzare e omologare verso il basso la qualità dell’agricoltura italiana per asservirla ad un modello di sviluppo produttivistico, contrario all’interesse delle imprese, dell’ambiente e dei consumatori.
“Ministro, giù le mani dalla qualità italiana” è lo slogan di una manifestazione necessaria per difendere i primati dell’agroalimentare italiano, e con essi la salute dei cittadini, la qualità dell’ambiente e il reddito delle imprese agricole.
Il maldestro tentativo di cancellare la legge sull’obbligo di indicare in etichetta l’origine degli alimenti per favorire le importazioni, il via libera all’invecchiamento artificiale del vino con i trucioli e la proposta di sperimentare gli Ogm in prodotti base dell’agroalimentare nazionale, sono solo gli ultimi esempi delle decisioni assunte dal Ministro delle Politiche Agricole Paolo De Castro sul quale gravano anche le pesanti responsabilità dei ritardi nell’attuazione di praticamente tutte le misure previste in finanziaria per il settore. Dal decreto per le nuove società agricole a quello per la gestione assicurativa delle calamità atmosferiche e per le crisi di mercato, dalla vendita diretta degli agricoltori alle intese di filiera fino al mancato sviluppo delle energie pulite dalla campagna necessarie per contrastare i cambiamenti climatici, diversificare le fonti di approvvigionamento e alleggerire il peso delle bollette su tutti i cittadini.
Il Ministro deve sapere che noi siamo la nuova agricoltura italiana e che rappresentiamo la parte forte e pulita di questa società.
Deve sapere che non siamo soli: ci guardano con sempre maggiore attenzione e simpatia i consumatori, tutti i cittadini che si preoccupano dell’ambiente, le mamme che guardano alla salute e al futuro dei loro figli
Sezze,
26 giugno 2007
La
vendita diretta in azienda
Rafforzare
il legame con il territorio fa bene alla salute e all’anima
L’Agricoltura
sta vivendo una fase di riorientamento delle imprese verso il consumatore
finale.
La
politica ha seguito questo evolversi della società,cercando di rispondere
alle nuove esigenze con il D.L. 228/2001 per orientare e
modernizzare il settore agricolo ( legge di orientamento di ispirazione
Coldiretti).
Piccoli
ma significativi tessuti di imprese stanno ora scegliendo di scommettere
sulla multifunzionalità, sulla genuinità,
sulla sicurezza alimentare,
sulla qualità dei prodotti,
sulla salvaguardia dell’ambiente rurale.
Lo
scopo è di riscoprire il rapporto città – campagna, avvicinando il
produttore al consumatore, con vantaggi reciproci. I
consumatori desiderano, da un lato nutrirsi con prodotti di qualità, di
cui sia chiara la provenienza
e la modalità di produzione, dall’altro contenere i prezzi di acquisto.
I produttori sono consapevoli della necessità di
commercializzare meglio le proprie produzioni, ottimizzando i costi e
valorizzando la qualità, la
stagionalità, la freschezza, per assicurare un valore aggiunto al
proprio bilancio. Sia il mondo della
produzione che quello del consumo, a
fronte della globalizzazione e
delle importazioni selvagge dai Paesi emergenti, ricercano
sicurezza alimentare, tracciabilità, trasparenza e garanzia di un
prodotto che sia legato al territorio, alla propria cultura e alla propria
tradizione. Cominciano così ad apparire in
questo segmento di mercato, aziende
agricole di eccellenza, che meritano di essere incoraggiate e sostenute.
La
vendita diretta in azienda, risponde anche
alla necessità di favorire le importanti ricadute culturali che, questo
fenomeno, inevitabilmente comporta. La
conoscenza degli agricoltori e del loro lavoro, il
legame dei prodotti con il territorio di origine sono infatti degli
elementi che si stanno lentamente perdendo e che rappresentano invece un
patrimonio culturale di grande valore da tutelare. In
questo senso si devono muovere iniziative volte a creare un incontro tra
cittadini consumatori e agricoltori, che permetta non solo di apprezzare
meglio le caratteristiche dei prodotti, ma anche di ritrovare il piacere di
antichi sapori, di riscoprire i valori della civiltà contadina, della
tradizione, del territorio con le sue ricchezze naturali, artistiche e
culturali.
Acquistare
direttamente dal produttore offre l’opportunità di riscoprire cos’è
l’agricoltura oggi, quali sono i ritmi naturali, le modalità di
coltivazione, portando così a casa, insieme al prodotto acquistato, anche
un pezzo di natura e di cultura. Venire in
azienda con i propri bambini, riscoprire insieme aspetti del passato,
dimenticat,i o forse mai conosciuti, una chioccia che cura i suoi
pulcini proteggendoli teneramente con le sue ali, un’anatra che
nuota nel torrente con i suoi paperotti alla ricerca del cibo, la natura
nel suo eterno rinnovarsi con il rifiorire
delle stagioni, sono tutte cose che non possono non fare bene. Alla salute
e all’anima.

Sezze,
14 giugno 2007
Multifunzionalità
dell'agricoltura: un bene Comune
Opportunità
integrate di sviluppo del territorio e di rilancio dell’Agricoltura
Un’
Agricoltura moderna che vuole rigenerare sé stessa e il territorio,
all’interno del quale opera, contribuendo allo sviluppo locale senza
dimenticare le esigenze legate al proprio reddito, non può non fare i
conti con quella che oggi viene definita la multifunzionalità
dell’impresa agricola.
E’ un concetto innovativo e
importantissimo che permette la
valorizzazione del territorio, delle sue produzioni
e di tutte le sue risorse,
fermamente voluto da Coldiretti e recepito dalla Regione Lazio attraverso
il Piano di Sviluppo Rurale 2007 – 2013. Le
imprese agricole sono oggi abilitate a svolgere in maniera congiunta,
oltre la tradizionale funzione economica e produttiva di beni alimentari,
anche altre funzioni a carattere
ambientale e sociale che producono beni e servizi competitivi sul
mercato, in grado di rispondere ai bisogni della società e quindi del
cittadino consumatore (vendita
diretta dei prodotti, fattorie didattiche, agriturismo ecc).
Inoltre, con il termine di
multifunzionalità si intende la produzione
di beni e servizi “pubblici” (aria
buona, bel paesaggio, minore inquinamento, ecc) che normalmente non
hanno un mercato e quindi un prezzo e di conseguenza necessitano di una
remunerazione adeguata che non può non venire in questi casi dal settore
pubblico. Si pensi alla manutenzione dei parchi e dei giardini comunali,
alla cura delle siepi e dei bordi stradali,
della collina, del patrimonio boschivo che, grazie alla presenza umana
verrebbe tutelato dal flagello degli incendi, alla cura del patrimonio
storico e culturale ( ad es. gli
Archi di S.Lidano, quel che resta dell’antica Via Setina, le Grotte, I
Tempi, ecc). tutto deturpato da arbusti
erbacce e detriti. La conclamata
realizzazione del Parco dei Lepini
e la sua successiva manutenzione può passare attraverso le imprese
agricole multifunzionali.
Multifunzionalità
significa anche produzione di Bioenergie
( ricavate dal mais, girasole, soia ecc) con innegabili positività su
territorio e ambiente, mirate al raggiungimento degli obiettivi del
protocollo di Kyoto ed al pareggio del bilancio di anidride carbonica,
basato sul principio che il quantitativo di CO2
emesso con la combustione vegetale equivale al quantitativo che
verrà poi riassorbito dalle piante stesse. Probabilmente
non tutte le imprese agricole,oggi, sono in grado da sole di produrre
bioenergie: un aiuto può allora venire dalla partnership
con il Comune, che sfruttando i contributi comunitari a fondo perduto,
può incentivare la diffusione e la produzione di biocarburanti,
biocombustibili e biomasse, attraverso
l’utlizzazione di materie di origine agricola .(Un futuro sviluppo della
SPL, ad esempio, potrebbe passare attraverso questo percorso). Un
esempio operativo è quello del Comune di Roma, con l’accordo di
programma su “Biodiesel per il trasporto pubblico a Roma e nel Lazio” che
consentirà, entro due anni, di viaggiare a Roma e nel Lazio su autobus
alimentati a Biodiesel. Hanno sottoscritto l’accordo, voluto da Comune
di Roma e Regione Lazio, il mondo della produzione agricola (Coldiretti,
Cia, ecc) quello della trasformazione (Ama e Enel) e quello degli
utilizzatori finali ((Trambus e Atac) permettendo così di entrare nel “
vivo” della fase di realizzazione della filiera dei biocarburanti, dove
produttori e consumatori stabiliranno quali colture avviare, come
trasformarle utilizzando sia gli oli derivanti da colture
oleaginose, sia oli esausti di uso domestico provenienti dalla raccolta
differenziata.

Gli
Archi di San Lidano: Agri Archeo
Cultura (foto
di Vittorio Del Duca)
Tutto
ciò si traduce in opportunità di
reddito per l’agricoltura, riduzione dell’inquinamento nel territorio
e alternativa alle inquinanti Centrali Turbogas che, al contrario,
bruciano migliaia di tonnellate di carburanti di origine fossile,
eruttando nell’atmosfera particolato finissimo ed invisibile, dagli
effetti dirompenti tanto per la salute dell’uomo quanto per quella degli
animali e per l’ambiente. Il
ventaglio di possibilità offerte dalla multifunzionalità
dell’Agricoltura deve trovare però una risposta e uno strumento moderno
e concreto che consenta alle imprese di trasformare tutto ciò in
opportunità di reddito aggiuntivo e, nel contempo, che permetta al
territorio ed alla sua comunità, di realizzare una progettualità di
sviluppo locale e territoriale in grado di produrre crescita e qualità
della vita, partendo dal presupposto che un territorio “ ferito”non porta reddito alle imprese né giovamento
ad alcuno.
Per questi obiettivi è necessario che
il Comune istituisca un “Registro
delle Imprese Multifunzionali” (RIM),
una sorta di albo che raccolga tutti
gli imprenditori che hanno abbracciato il concetto di multifunzionalità
ed in tale direzione abbiano organizzato le loro imprese (Vendita diretta,
agriturismo, fattorie didattiche, servizi, manutenzione del territorio,
energie verdi, altre specializzazioni).
L’obiettivo
è quello di avvicinare il mondo agricolo alle esigenze del cittadini e
dei consumatori e di uno strumento per l’amministrazione comunale per
avere una mappa delle imprese a cui attingere per la fornitura di servizi
e prodotti e per una visione globale delle specificità multifunzionali
delle imprese per la realizzazione di piani
di sviluppo territoriali. Se sul
territorio già esistono realtà imprenditoriali multifunzionali, compito
dell’amministrazione sarà quello di valorizzare l’esistente,
diversamente sarà quello di creare i presupposti per avviarle, oltre a prevedere
fondi in bilancio per l’affidamento della manutenzione del territorio ad
imprese agricole.
La diffusione di un RIM nelComune o in
unioni di Comuni potrebbe rappresentare realmente un opportunità di
sviluppo per il territorio e di valore aggiunto per le imprese agricole
che divengono così ambasciatrici
del territorio per far conoscere ed apprezzare i prodotti, la cultura ed i
valori del mondo rurale e della civiltà contadina.
Coldiretti
intende lavorare e confrontarsi per promuovere questo progetto, per dare forza al territorio con
uno sviluppo ecocompatibile
e per dare più valore
all’impresa agricola. Un progetto che fin d’ora potremmo chiamare
“la multifunzionalità dell’Agricoltura: un bene COMUNE”.
Sezze,
1 giugno 2007
La
Coldiretti saluta il nuovo Sindaco
Ill.mo
Sig. Sindaco del Comune di Sezze
Dott.
Andrea Campoli
In
qualità di Presidente della Sezione Coldiretti di Sezze sono ad
esprimerLe, anche per conto della Federazione Provinciale di Latina, le più
sincere, amichevoli ed affettuose felicitazioni per la Sua bella ed
imponente affermazione alla carica di Sindaco del Comune di Sezze.
Le auguro buon lavoro, ma
soprattutto la serenità necessaria per poter onorare il mandato di Primo
Cittadino con rigore, professionalità ed umanità, doti che possiede e
che sono state determinanti per la raccolta dei consensi nella recente
tornata elettorale.
Con
la certezza che saprà dare un contributo importante e proficuo anche per
l’affermazione di idee e progetti nuovi nell’interesse dell’economia
agricola setina.
Cordiali
saluti
Vittorio
Del Duca
(Presidente
della Sezione Coldiretti di Sezze)
Sezze,
25 maggio 2007
Le
speranze dell'Agricoltura da queste elezioni
Assodato
che l’Agricoltura costituisca ancora la principale risorsa del paese,
non esiste candidato di queste elezioni che non se ne occupi, magari
scaricando notizie da internet o rispolverando dalla soffitta programmi
elettorali stantii che mal si adattano ad un’agricoltura in continua
evoluzione. Così, pseudoacculturati, eccoli alla conquista dei voti
“agricoli” tentando di surclassare in materia
persino le organizzazioni professionali
del settore, proponendo ricette che per l’agricoltura sono come i
“cavoli a merenda”. Più
o meno come gli assessori ai Settori Produttivi recenti e meno recenti e,
speriamo non futuri, che hanno occupato, retribuiti,
le poltrone comunali. Riecco allora
che spunta la Centrale Ortofrutticola e, per di più, nel dismesso sito
della ex Monte Amiata. A parte alcune considerazioni economiche e
funzionali che farebbero preferire un altro sito (bonifica amianto /
acquisizione dall’Arsial / recupero edilizio) c’è soprattutto da
chiedersi se oggi l’Agricoltura ne avesse
davvero bisogno o se
invece, con le poche risorse a disposizione, non fosse il caso di dare
priorità a progetti più innovativi ed in sintonia con gli indirizzi di
politica comunitaria e nazionale. La
smobilitazione delle industrie di trasformazione nel territorio pontino e
altrove, unitamente alla chiusura
degli allevamenti bovini e ovini hanno spinto i produttori ad investire
nell’unica via percorribile, quella delle colture ortive per il mercato
del fresco, con il risultato di ingolfare i mercati e produrre eccedenze,
a tutto danno dei loro bilanci. A questo aggiungiamo le importazioni di
ortaggi che giungono trasformati, a prezzi stracciati, dai Paesi
emergenti, ed il quadro è delineato.
Esiste
quindi un’assoluta necessità sul
territorio di far regredire
la superficie investita indiscriminatamente
ad ortaggi, orientando le aziende verso la multifunzionalità,
la tipicità e specificità dei
prodotti e nello stesso tempo ricondurre l’Agricoltura a
diversificare le produzioni. Come?
C’è
una grandissima richiesta mondiale di energia, soprattutto non inquinante.
Gli orientamenti comunitari, che hanno dato vita ai Piani
di Sviluppo Rurali regionali, sono chiari e improntati in massima parte allo sviluppo delle Bioenergie,
cioè alle colture no-food e alle misure agro-ambientali. Oltre a quelle
destinate all’imprenditoria, in particolare quella giovanile, di
assoluto rilievo sono le misure dell’asse 3 e 4 sui piani integrati
territoriali, che prevedono per gli Enti, come i Comuni, la possibilità
di società di partnariato con
l’agricoltura anche per la produzione
delle Bioenergie, cui
sono destinate ingenti quote di finanziamenti comunitari. Sono senza
dubbio valide alternative alle
inquinanti centrali turbogas di cui tanto si discute.
Inoltre,
mezzo chilo di mais e un chilo di olio di girasole sono sufficienti per
produrre 100 sacchetti di bioplastica non inquinante. Non è fantascienza ma è
realtà operativa. A Terni, infatti, esiste già la prima
bioraffineria italiana, grazie alla tecnologia Novamont, alla
collaborazione con Coldiretti e a prodotti dell’Agricoltura nazionale
privi di ogm. Le bioplastiche rappresentano un’opportunità che
l’Agricoltura offre allo sviluppo sostenibile. In Italia vengono
consumate annualmente 300 mila tonnellate di plastica tradizionale per
sacchi e sacchetti di ogni genere ottenuti con il consumo di 200 mila
tonnellate di petrolio che potrebbero essere sostituiti da prodotti
biodegradabili, mettendo a coltivazione 200 mila ettari di terreno, con
una riduzione dell’emissione di
400 mila tonnellate di anidride carbonica in meno. Un dato che
giustifica anche la differenza di costo di soli 3 cent in più per il
sacchetto biodegradabile. Esiste spazio anche per Sezze.
Queste
sono solo alcune delle opportunità offerte per il rilancio
dell’Agricoltura ma per realizzarle occorre soddisfare alcune
condizioni, prima fra tutte la volontà politica e, in secondo luogo, ma
non per questo meno importante, le capacità degli uomini a gestire tali
processi. L’Agricoltura è molto importante per Sezze e
la specificità del
suo carattere meriterebbe qualche considerazione in più, a partire dalla
istituzione di un Assessorato alle politiche agricole e di uffici
competenti per lo sviluppo di tali politiche, sollevando dall’impegno il
generico e tuttofare Ufficio dei settori produttivi.
(nella foto braccianti anni '70)

Sezze,
10 maggio 2007
I
carciofi di Sezze nella cucina d'elite giapponese
Una
delegazione giapponese di chef, guidati dalla Dott.ssa Nagamoto,
direttrice del giornale nipponico di cucina italiana
“Il Cesto”, è giunta in visita nel nostro Comune, presso
l’Azienda agricola Del Duca Vittorio di Via Fontana
Acquavviva, per conoscere il luogo di produzione dei carciofi
Romaneschi di Sezze, già apprezzati
a Tokio, da diversi anni, nella
cucina d’elìte.
La
delegazione, giunta in Italia alla ricerca di piatti tipici , si è
mostrata particolarmente attenta ai prodotti regionali del Lazio, ai quali
è loro intenzione dedicare diverse pagine del giornale.
Nella
cornice del giardino dell’Azienda agricola Del Duca, la Dott.ssa.
Nagamoto e i suoi collaboratori, hanno potuto così degustare i carciofi
di Sezze, cucinati secondo la
tradizione sezzese nelle sue diverse ricette. Oltre ai carciofi e
carciofini sott’olio sono stati presentati ai visitatori altri prodotti
tipici locali tra i quali, apprezzatissimo il pane e i dolci di Sezze,
fatti con il grano prodotto
nella stessa Azienda agricola
La
Sigra Del Duca ha illustrato con dimostrazioni pratiche e fatto esguire
agli chef nipponici, la cucina dei
carciofi romaneschi secondo la tradizione setina.
E’
nostra intenzione - ha
dichiarato soddisfatta la
Dott.ssa Nagamoto- craare dei
percorsi enogastronomici in
Italia, attraverso i quali indirizzare la nostra clientela, perché molti
vostri prodotti, come i carciofi
e il pane di Sezze, sono unici e rappresentano per noi prelibatissime
eccellenze che vogliamo importare e diffondere maggiormente nella nostra
Nazione.

Sezze,
10 aprile 2007
Il
carciofo romanesco di Sezze (Cynara Carduncolus S.)
Un’
eccellenza sulle nostre tavole e un patrimonio
di cultura, storia e tradizioni che occorre valorizzare e
rilanciare.
Correva
l’anno Domini 1050 nell’abbazia di S. Cecilia ,
sita a 32 stadi (1) dall’antica Setia e fondata
qualche anno prima dal monaco cassinese Lidano d’Antena, divenuto in
prosieguo nostro Santo Patrono,
primo bonificatore di quella
parte del territorio Pontino (circostante l’abbazia) che andrà poi con
il nome di Quarto S.Lidano (2). Erano
carciofi quelli apparsi nell’orto dell’abbazia, tra piante di fave,
broccoletti e farzarape? (3) Chi
li aveva portati sino qui ? C’erano
sempre stati? Permane il dubbio che la verità non si trovi addirittura
nella leggenda, per cui Giove, in uno scatto d’ira, tramutò
la sfortunata Cynara in carciofo, per la sola colpa di non essersi
concessa al re degli dei!
L’origine
del carciofo, come per tutto ciò che è nobile, è avvolta in un alone di
mistero che le ricerche non sono riuscite ancora
del tutto a dissolvere. Alcuni
autori farebbero risalire l’inizio della coltivazione del carciofo nel
Lazio al tempo degli Etruschi. Secondo
il prof. Giuliano Montelucci (4) (cfr Pignatti
S.) (5), il carciofo sarebbe originario del bacino occidentale del
Mediterraneo, essendo sconosciuto ad Egizi ed Ebrei mentre fu noto agli
Etruschi in quanto, in alcune tombe della necropoli di
Tarquinia, sono state trovate raffigurazioni di foglie di carciofo,
dipinte sulle pareti. Tale autore, attribuisce l’opera di
addomesticamento della specie, proprio agli Etruschi. Le imponenti
coltivazioni tra Civitavecchia e Tolfa sino alle vicinanze di Cerveteri
con le estreme propaggini sino a Sezze e Priverno, avvalorerebbero tali
ipotesi.
Le
prime notizie della coltivazione a Sezze risalirebbero all’epoca romana,
quando l’antica Setia fu trasformata in avamposto dai Romani. Descritti
nell’antichità da Teofrasto (Historia plantarum), da Plinio il Vecchio
(Naturalis Historia) e Columella (De rustica), i carciofi sembrano poi
scomparsi, nessuna notizia certa sino al 1466, quando da Napoli furono
portati a Firenze da Filippo
Strozzi e da allora il XV secolo è ritenuto quello della rinascita del
carciofo, che, in pochi decenni, divenne una presenza abituale negli orti
di molte regioni d’Italia, deliziando i palati dei fortunati commensali.
A
Sezze li ritroviamo nel periodo della Bonifica di Pio VI, con l’escavo
del Canale Linea (la cosiddetta Linea Pio), attraverso il quale, venivano
trasportati da Foro Appio sino a Terracina, a mezzo di speciali barche,
chiamate sandali (6),
trainate a riva da cavalli o muli (7).
La
coltivazione del carciofo a Sezze, ebbe il periodo di massima diffusione
nell’immediato dopoguerra, raggiungendo quota 1500 ettari. Un detto
setino recitava “ Coi carciofi ci si fanno le spose”,
ad indicare la sua buona redditività. La produzione scese a poco meno di
1000 ettari nel 1973 e a 400 ettari nel 1984. Da allora la superficie è
andata progressivamente scemando, in linea con la scomparsa del mercato
spontaneo dello Scalo, sostituito dalle Cooperative, non sempre gradite a
larga parte dei produttori, che avrebbero preferito, invece, la vendita
diretta sul mercato.. Nel 2001, il carciofo romanesco del Lazio, viene
riconosciuto dall’Unione Europea come specie protetta,
con il marchio IGP e va a collocarsi
tra le 153 eccellenze italiane. Un grande patrimonio di cultura,
storia e tradizioni che il comitato organizzativo di questa 38° Sagra del
carciofo di Sezze si prefigge di valorizzare e rilanciare.
(1)
– Unità di misura greca corrispondente a 600 piedi, cioè circa 200
metri.
(2)
– Sac. Costantino Aiuti – VITA DI S.LIDANO – Tip. nell’Orf. Di
S.Maria degli Angeli – Roma 1907
(3)
– La descrizione dell’orto è immaginaria, ma non per questo
inverosimile perché la regola Benedettina imponeva
pasti frugali a base
di zuppe con verdure, proibendo del tutto, salvo casi eccezionali, le
carni
(4)
– Il prof. Montelucci, deceduto nel 1983, fu mio professore di
Geobotanica presso
l’Università “La Sapienza” di Roma, oltre che Presidente fondatore
della Sezione Laziale della Società Botanica Italiana.
(5)-
Pignatti Sandro -1982 Flora d’Italia-
Ed agricole, Bologna
(6)
– I sandali adoperati erano dello stesso tipo di quelli comunemente in
uso per la raccolta del granturco, quando
la palude,sopravanzando a causa delle piogge autunnali precoci, sommergeva
le piantagioni
(7)
– Tradizione orale
Sezze,
17 marzo 2007
L'agricoltura
è "una questione banale" !!?
Il senatore Udc Francesco D'Onofrio, intervenendo al
Senato sul voto di fiducia posto dal Governo Prodi, ha dichiarato tra
l'altro, applaudito da tutta la Cdl, che il Governo di centro sinistra ha
subito due sconfitte decisive sulla politica estera; ". non
questioni banali,non cavolfiori, non la coltivazione delle barbabietole,
sulle quali il Governo può anche perdere il voto di maggioranza, ma
questioni decisive della politica estera italiana: il rapporto con gli
Usa, con l'Unione Europea e con l'Onu." Come cittadino e agricoltore
non posso non sentirmi indignato di fronte a questa visione spenta sui
problemi della società e del Paese, che vuole relegare un settore
vitale dell'economia, qual è l'agricoltura, ad un ghetto, definendola
"una questione banale".
Il senatore D'Onofrio, oltretutto, ci sembra lontano dalla tradizione del
suo partito, che ha radici in quella DC, che all'agricoltura ci teneva
sino al punto da litigare con la Spagna per "un cespo
d'insalata". Se avessero continuato a farlo anche gli altri, credo
che non saremmo arrivati alla crisi agricola odierna, ed il Paese iberico
non ci avrebbe certo sorpassato per dinamismo ed export agroalimentare.
L'Italia ha subito un forte ridimensionamento della bieticoltura con la
chiusura di 14 stabilimenti da 19 che erano (il primato assoluto
nell'U.E.), e chi coltiva cavolfiori, non ha di certo dormito sogni
tranquilli, sia perché il quadro climatico ha sconvolto le date di
raccolta degli ortaggi, della frutta e i relativi consumi, sia perché non
si può battere la concorrenza delle importazioni dai Paesi emergenti,
dove la gente muore di fame e lavora da mattina a sera per il
corrispettivo di un tozzo di pane.
Tutto ciò ha causato un disastro economico, sociale ed occupazionale ma
per l'On D'Onofrio sono soltanto " questionì banali", come
forse lo sono le aspettative dei tanti agricoltori che continuano a
guardare avanti nel futuro dell'agricoltura italiana, investendovi
capitali , passione e rinunce.
Sezze,
1 marzo 2007
Antichi
contratti a Sezze
Se
ne è quasi perduta la memoria, l’avevo sentito raccontare tanti anni
fa, da un mio anziano zio. Per
caso mi sono trovato a parlarne con Toto (Salvatore Santucci), mio
prezioso consigliere, nonché saggio collaboratore nella produzione dei
carciofi romaneschi della mia azienda, quelli col marchio IGP, per
intenderci. Anche lui, in gioventù, ne ha sentito parlare dai più
anziani. Si tratta di contratti verbali chiamati in vernacolo, Metastazzio
e Patrattauo.
Sappiamo che fino a tutto l’800, ma
anche per parte del 900, il grado di alfabetizzazione della popolazione,
non solo di Sezze, era molto modesto. Questa condizione costituiva un
fattore limitante della forma scritta dei contratti, a vantaggio di quelli
verbali che venivano ufficializzati con la classica stretta di mano e
l’assistenza di testimoni. Con il termine metastazzio
si intendeva un contratto verbale tra le parti, con la pattuizione del
prezzo e delle condizioni, che si concludeva , in piazza o altrove, alla
presenza di due o più testimoni. Oggetto del contratto poteva essere
l’affitto di un terreno, la compravendita
di bestiame, una
partita di foraggi, la commissione di un lavoro agricolo da effettuarsi
con i buoi, ecc. I più anziani raccontavano
di una espressione in dialetto, che si era soliti dire allorché si
incrociava un gruppo di persone che si dilungavano attorno ad un problema
e che è la seguente:” Ueeh, ma che state a fà i metastazzio??”
Più singolare, oltre che curioso
era invece i patrattauo o patrattavo. Non sappiamo se fosse un contratto vero e proprio, fatto
sta che riguardava i canoni di affitto dovuti alle parrocchie per i
terreni affittati e avvenivano in chiesa sotto forma di …..messa
cantata, per ricordare ai
contadini, quasi tutti analfabeti, gli impegni assunti o da assumere.
I
contadini venivano convocati in chiesa e dovevano recitare cantando, ad
esempio, così: I tengo nà cèsa
di S.Angelo alla Giariccia e ci tencheta
dà quattro scodelle di grano agli annoooo!!!. Non è certo se si
rispondesse anche Amen.
I canoni dei contratti, infatti venivano pagati
quasi sempre in natura, ovvero con una parte del raccolto, e “ una
scodella” corrispondeva a circa 2,5 Kg. La scodella era un
recipiente in legno levigato di forma ovale, mentre le “cese”,
dal latino coedere, erano
appezzamenti di terreno di modesta entità, concessi ai contadini dalle
Parrocchie o dalle Confraternite, dietro corrispettivo di un canone.
Sezze,
23 febbraio 2007
Agricoltura:
le cause della crisi
Potrà
sembrare strano, quasi al limite dell'inverosimile, ma il settore
agricolo, quello da cui traiamo i frutti della nostra
sopravvivenza, e che in virtù di questo, dovrebbe essere
privilegiato dalle Istituzioni, poichè investito di
sacralità, in quanto sacro è il nostro cibo, è stato da
sempre barattato e svenduto per altri interessi, che quasi mai hanno
coinciso con quelli agricoli. Così è successo sin dall'ingresso
dell'Italia nella CE, abbagliatì dai miraggi di una politica
industriale e così succede ora, nell'era della
globalizzazione e della liberalizzazione dei mercati, con gli accordi
sul commercio mondiale Wto (World Trade Organization), che hanno
portato all'abbattimento delle barriere doganali, anche per le derrate
agro- alimentari. Indubbiamente questo apre nuovi scenari e grandi
opportunità di profitto per le multinazionali, anche italiane, chiamate
ad investire in Cina e di recente anche in India, da dove,
sfruttando un costo del lavoro bassissimo, aggrediscono i
mercati europei, ma tutto ciò, per l'agricoltura italiana si è
tradotto in un grosso danno, perché queste " nuove colonie"
non hanno nulla da scambiare se non prodotti agricoli.
- Così giungono in Italia dalla Cina petroliere riempite di concentrato
di pomodoro ed altri ortaggi trasformati, destinati
alle nostre industrie di trasformazione, che lo confezionano con una
modica aggiunta di prodotto nazionale (3%) e lo commercializzano come
Made in Italy.
- Allo stesso modo, dal nord Africa, ci giungono cocomeri, meloni,
carciofi, olive, grano, ecc. che sono stati prodotti e raccolti con
costi di manodopera dieci volte inferiore alla nostra.
- Una famosa multinazionale italiana, produttrice di tortellini ,ma non
solo questa, importa dall'Argentina tutta la materia prima (farine,
carni, spinaci etc) che occorre per le sue produzioni e riesporta in
tutto il mondo il suo "made in Italy".
- Il prezzo mondiale dello zucchero, che per tre quarti è
derivato dalla canna da zucchero, è addirittura inferiore al costo di
produzione degli zuccherifici europei che trasformano la barbabietola,
tant'è che in Italia ben 14 zuccherifici hanno chiuso i battenti e non
faranno la campagna 2007.
- Dagli Stati Uniti si importano cereali a prezzi vili, e
poco importa se la loro qualità è peggiore del nostro peggior
frumento.
Di questo stato di fatto, il consumatore non ne trae alcun
vantaggio, anzi, il più delle volte, paga più del loro valore
commerciale prodotti di bassa qualità, non di rado posti in
commercio da marchi prestigiosi.
Poco male se, almeno, si riuscisse a controllare tutte le partite
importate, in modo da evitare infiltrazioni di ogm (non consentite in
Italia) o residui di pesticidi che da noi sono stati banditi da diversi
decenni, perché ritenuti cancerogeni, oltre che dannosi per
l'ambiente. Purtroppo avvengono anche triangolazioni non permesse dalle
norme comunitarie.
I consumatori sono disposti a spendere anche qualche cosa in più, ma
vogliono poter riconoscere, anche nei supermercati, il prodotto
nazionale, che è di gran lunga superiore per qualità, bontà e
salubrità.
Siamo il Paese del sole, i nostri prodotti sono delle vere eccellenze,
la nostra dieta mediterranea ci viene invidiata in tutto il mondo e lo
dimostrano le imitazioni o piraterie agro-alimentari che avvengono a
nostro danno in tutti i continenti della terra, eppure dobbiamo
importare quello che potremmo produrre a casa nostra in maniera più
sana e con maggiori benefici, non solo per la nostra salute, ma
per tutta l'economia nazionale.
Tutte queste importazioni, unitamente alla smobilitazione delle
industrie di trasformazione nel nostro territorio, come la Cirio di
Sezze e la Sagit (Findus) di Cisterna, la chiusura della quasi totalità
degli zuccherifici italiani, oltre che di molti piccoli allevamenti
zootecnici, soprattutto bovini ed ovini, hanno di fatto impedito
all'agricoltura quella diversificazione di prodotto, consolidata negli
anni, ed indotto gli agricoltori a investire sul mercato del fresco
(insalate, spinaci, broccoletti, ecc) squilibrandolo a loro danno con un
imponente offerta di ortaggi, notevolmente superiore alla domanda, già
contratta a causa delle importazioni dai Paesi emergenti e
causando una grave crisi di mercato. Ciò ha comportato, nel
comprensorio Pontino, la distruzione di migliaia di ettari di ortaggi e
la richiesta, di Coldiretti alla Provincia di Latina, dell'attivazione
dello stato di grave crisi di mercato. Queste misure, se andranno a buon
fine, non saranno risolutorie ma allevierebbero senz'altro la grave
crisi economica, che la totalità delle imprese agricole stanno vivendo.
Per far uscire l'agricoltura dalla crisi non esiste oggi altra via
perseguibile se non quella di ritornare a diversificare le produzioni,
coniugandole con le multifunzionalità che possono assumere le aziende
agricole anche nella produzione di bioenergie.

Indicazione
d’origine in etichetta, per ora vince il no dell’Europa
Fonte:
L’informatore Agrario n.7 del 22/2/2007
Un
altro duro colpo per l'agricoltura italiana viene inferto dalla UE, che ha
sempre sollevato eccezioni riguardo alla legge 204/2004,che rendeva
obbligatorie per tutte le produzioni agroalimentari l'origine del
prodotto. Questa legge, fortemente voluta dalla Coldiretti e reclamata con
petizioni popolari, attraverso la raccolta di firme, avrebbe consentito al
consumatore una corretta informazione sull'origine dei prodotti
e,sicuramente, favorito la produzione agricola nazionale.
Il
disegno di legge comunitaria 2007 ha accolto i rilievi della Commissione
europea e abroga gli articoli della legge n. 204/2004 contestati, tra i
quali vi è quello relativo all’indicazione obbligatoria
nell’etichettatura dell’origine dei prodotti alimentari.
L’Unione
Europea non ne vuol sapere delle disposizioni italiane in materia di
indicazione dell’origine della materia prima agricola utilizzata nelle
produzioni alimentari e ora la legge n. 204/2004 deve essere modificata,
sopprimendo le parti dove erano per l’appunto introdotte tali norme.
Fin dal primo momento, la Commissione aveva espresso dubbi e perplessità
sulla decisione italiana di prevedere in maniera generalizzata (per tutte
le produzioni agroalimentari) l’obbligo di inserire nelle etichette
l’origine della materia prima agricola, invocando argomentazioni forti
legate alla compatibilità con il Trattato Ue e con le specifiche norme
comunitarie in materia di etichettatura.
Poi, nel mese di ottobre 2006, la Commissione si è decisa a inviare una
formale nota allo Stato italiano, con la quale ha dato un mese di tempo
per una risposta soddisfacente e definitiva.
La
legge comunitaria 2007
Le competenti autorità nazionali hanno fornito secondo i tempi indicati
le necessarie rassicurazioni e ora non resta che compiere l’ultimo atto
ufficiale di questa vicenda: l’abrogazione degli articoli della legge
nazionale contestati da Bruxelles.
Il Governo vi ha provveduto in questi giorni con la presentazione del
disegno di legge contenente le disposizioni per gli adempimenti degli
obblighi derivanti dall’appartenenza dell’Italia alla Comunità
europea: la cosiddetta legge comunitaria relativa all’anno 2007.
L’articolo 7 di questo provvedimento, che ha appena iniziato l’iter
parlamentare, modifica la legge 204 del 3-8-2004 e dispone le seguenti
abrogazioni:
• l’articolo 1, comma 3-bis, relativo all’utilizzo della
denominazione vitello;
• l’articolo 1-bis, relativo all’indicazione obbligatoria
nell’etichettatura dell’origine dei prodotti alimentari. In pratica,
la disposizione di legge in via di abrogazione prevedeva che nei
successivi sei mesi alla promulgazione della stessa i Ministeri competenti
(politiche agricole e attività produttive) avrebbero dovuto emanare dei
provvedimenti per dettare le modalità di attuazione. Tale attività non
si è mai concretizzata, perché si è deciso di soprassedere, alla luce
delle contestazioni da subito formulate dalla Commissione europea;
• l’articolo 1-ter, specifico per l’etichettatura degli oli di
oliva, che sancisce l’obbligo di indicare il luogo di coltivazione e di
molitura delle olive nelle etichette che accompagnano gli oli vergini ed
extravergini. Anche in questo caso, la concreta applicazione della norma
è subordinata alla definizione di provvedimenti di attuazione che non
sono mai stati emanati per le stesse motivazioni indicate al punto
precedente.
In definitiva, che la questione dell’obbligo dell’origine fosse
controversa era emerso chiaramente fin dalle settimane successive
all’approvazione delle legge, tanto che una prima dettagliata reazione
della Commissione, contenente delle contestazioni alle disposizioni
nazionali, è stata trasmessa il 26 -10- 2004, sia alle autorità italiane
sia a Federalimentare, la quale,
come noto, ha esercitato una forte opposizione al provvedimento
sull’origine e ha investito direttamente l’Esecutivo comunitario,
proprio con l’intenzione di bloccare l’iniziativa, giudicata contraria
agli interessi delle imprese industriali. I rilievi dei servizi
comunitari sono riconducibili essenzialmente alla mancata notifica
preventiva dell’iniziativa legislativa italiana ai servizi della
Commissione, per le valutazioni di rito circa la compatibilità con le
norme tecniche vigenti a livello comunitario e alla contraddizione delle
disposizioni italiane con il diritto comunitario in vigore, in particolare
con l’articolo 28 del Trattato e alla direttiva 2000/13/Ce in materia di
etichettatura dei prodotti alimentari. La regola base europea a tale
riguardo è che l’indicazione obbligatoria e generalizzata, del luogo di
origine o di provenienza della materia prima agricola, incita il
consumatore a preferire i prodotti nazionali. In base alle disposizioni
europee vigenti, la specificazione dell’origine può essere apposta
sull’etichetta soltanto qualora il consumatore possa essere indotto in
errore circa l’origine o la provenienza effettiva del prodotto.
Alternative
difficili
Cosa succede adesso?
Intanto, c’è da seguire con attenzione il percorso parlamentare che
porterà alla definitiva approvazione della legge comunitaria 2007.
Non ci sono alternative a quanto è stato proposto nel disegno di legge
governativo, ma non dev’essere trascurato il fatto che i parlamentari
italiani non sono certo contenti di soccombere senza opporre qualche
resistenza, anche perché la legge 204/2004 era stata voluta in maniera
trasversale da tutti gli schieramenti politici.
Una soluzione alternativa deve
essere necessariamente trovata, non fosse altro perché ci sono
settori dove è assolutamente necessaria una maggiore trasparenza (si veda
tra tutti l’olio di oliva) e la
strada dell’origine è sicuramente coerente con due obiettivi
fondamentali: la valorizzazione della produzione agricola nazionale e la
corretta informazione del consumatore.

Sezze,
14 febbraio 2007
Intervento
sulla centrale turbogas
Sono il Presidente della Sezione Coltivatori Diretti Di Sezze.
Condivido pienamente le paure sui danni all'ambiente, all'agricoltura e alla salute
dell'uomo che certamente deriveranno dalla costruzione di una centrale
turbogas.
Penso che al fabbisogno di energia, oggi, può venire incontro
l'agricoltura, nel pieno rispetto dell'ambiente, della salute dell'uomo
oltre che degli animali. Basta accantonare i forti interessi che possono
gravitare intorno ad una centrale turbogas e sostituirla con una
ecologica CENTRALE di BIOGAS alimentata da trinciato di mais. La CO2 prodotta dalla combustione del metano ricavato da questa centrale
a Biogas permette quasi di pareggiare il bilancio dell'anidride
carbonica emessa in atmosfera: la CO2 emessa dal biogas è la stessa CO2
fissata dalle piante (o assunta dagli animali in maniera indiretta
tramite le piante), al contrario di quanto avviene per la CO2 emessa
ex-novo dalla combustione dei carburanti fossili. Si darebbe inoltre una forte spinta all'agricoltura in crisi e una buona
opportunità ai tanti agricoltori che oggi sono allo sbando e non sanno
più cosa coltivare. Inoltre cosa non da poco si possono usufruire dei
contributi Ce a fondo perduto, previsti nel Piano di sviluppo regionale,
per la produzione di energie pulite. Vogliate prendere in considerazione tale proposta e farmi sapere cosa ne
pensate, in modo tale da poter prendere iniziative di comune interesse.
In attesa porgo cordiali saluti.
Sezze,
13 febbraio 2007
La
tradizione setina del carnevale
La
consuetudine di festeggiare il carnevale a Sezze si rifà a tradizioni
popolari antichissime: si
ipotizza derivi dalle feste greche in onore di Dioniso o quanto meno dai
Saturnali romani. La seconda ipotesi è sicuramente la più plausibile per
la presenza a Sezze dei resti
del tempio di Saturno che
testimonia così la pratica del suo
culto.
Saturno
era il dio della seminagione,della prosperità dei frutteti e delle vigne
e, in generale, era considerato il fondatore dell’agricoltura
nell’Italia dell’epoca romana e Sezze ancora oggi si può considerare
una città agricola.
Sezze,
a differenza di altri paesi privi di radici storiche che danno linfa ad un
carnevale originale, ha proprie maschere: PEPPALACCHIO e PEPPA.
Peppalacchio
è un fantoccio di paglia, uno spaventapasseri, simbolo della cultura
contadina, che si ricollega ai remoti riti propiziatori greci e romani,(
nel momento del cambio della stagione), relativi ai futuri raccolti
agricoli.
Peppalacchio
veniva costruito incrociando due canne robuste (il modo più semplice ed
antico di costruire una figura umana) cui si dava forma con la paglia. Gli
anziani ricordano che esso veniva vestito con indumenti umani ormai
consunti e da gettare via:camicia, giacca, calzoni e cappello.
Ovviamente,
in altri periodi storici, gli abiti utilizzati cambiavano secondo i
costumi del tempo.
Alle
braccia di Peppalacchio venivano appese, con dei fili di canapa, (che si
coltivava in loco), delle grandi “saraghe”, cioè delle aringhe
affumicate che emanavano una puzza forte e insopportabile.
Peppa,
invece, pur essendo sempre uno spaventapasseri fatto con canne e paglia,
veniva elegantemente vestita con un abito da sposa bianco con un lungo
velo e, ancor prima che nascesse il vestito bianco (primi anni del
novecento) con una vecchia “dragona”, cioè il vestito da sposa e
della festa tipico delle donne antiche di Sezze, con corpetto, zinale e
grande fazzoletto adagiato a coprire petto e spalle.
La
tradizione vuole che al momento del matrimonio
Peppa fosse in stato di gravidanza, sì da prestarsi di più agli
sberleffi della folla.
Il
giovedì grasso i
personaggi venivano sposati. Si issavano su un carretto trainato da
cavalli, muli o buoi . Sullo stesso carro, che rappresentava la testa del
corteo nuziale, veniva posta una botte piena di vino per offrire da bere
gratuitamente, ai partecipanti, nei momenti di sosta.
Peppalaccho e Peppa venivano condotti per le vie del paese
sino in piazza, tra libagioni, suoni,canti,balli e scherzi, accompagnati da
gruppi mascherati e da due
personaggi anch’essi mascherati : il prete e il sindaco che, durante
tutto il tragitto si contendevano il diritto di chi avrebbe dovuto
sposarli per primo, lanciandosi a vicenda sproloqui di ogni genere e
suscitando così le risate ed il divertimento dei presenti.
Il
martedì era l’ultimo
giorno di carnevale, e come il giovedì grasso tutti lasciavano il lavoro
a mezzogiorno, per il pranzo di carnevale e ci
s’attrippaua rispettando
il carattere di sfrenata ingordigia tipico della festa. In questa
evenienza si mangiava molta carne e ciò rappresentava un caratteristica
propria del carnevale (carnem levare
in latino) e dei suoi giorni grassi.
Il prenzo terminava con dei dolci tipici “ gli struffoli”.
Dopo
il pranzo si dava inizio alla carnevalata.
Si
riprendevano Peppalacchio e Peppa, si
riportavano in giro per il paese seguiti dagli stessi gruppi del giovedì.
Il
martedì si mascheravano però più persone e partecipavano alla sfilata
anche altri carretti addobbati. La sfilata non
era unica, ma ogni gruppo, con i suoi carretti e quadri carnevaleschi,
sfilava autonomamente per le vie della città non seguendo un itinerario
prestabilito.
Alla fine della serata, però,tutti
i cortei confluivano in
piazza (Piazza dei leoni). Qui, Peppalacchio, sdraiato su una
barella di legno e paglia (un letto funerario fatto con una
struttura a forma di tavolo su cui si adagiava il fantoccio) veniva
sistemato sul rogo. Si accendeva così un grande falò e mentre
Peppalacchio bruciava, tutta la gente confluita in piazza, mascherata e
non, assisteva con manifestazione di gioia, dolore, canti collettivi, il
tutto condito con musiche e frastuoni. Era tradizione che il Comune
pagasse una donna per “piangere il morto”. Tale donna impersonava la
vedova Peppa, che, disperata intonava un canto funebre.
Mentre alcune donne a lutto (uomini
mascherati) cercavano di consolare Peppa ( ovviamente cercando di causare
le risate della gente), gli altri gruppi facevano festa suonando, cantando
e ballando intorno al fuoco.
La
popolazione assisteva al bruciare del rogo, con grande partecipazione e
cercava di trarne presagi per i raccolti della nuova stagione.
Più le fiamme sarebbero state alte
e Peppalacchio bruciato in fretta, più si prevedevano abbondanti i futuri
raccolti nei campi.
Quando il fuoco si era totalmente
consumato, si tornava a casa stanchi, ma felici della festa: il carnevale
era terminato.
C’è
da sottolineare che anche in caso di tempo cattivo il matrimonio tra
Peppalacchio e Peppa (giovedì grasso) ed il rogo di Peppalacchio (martedì)
venivano effettuati lo stesso.
Ciò
perchè si credeva che senza il matrimonio non potesse iniziare il
carnevale e che, se non si bruciava il fantoccio, il fatto sarebbe stato
di cattivo presagio per la nuova stagione.
Questa tradizione bellissima oggi
non viene più effettuata. E’ stata rispolverata negli anni 80 a cura di
una ludoteca di Sezze “ Orso Rosso” (oggi , mi pare, non più
esistente) ma non è stata
accolta con il favore e l’entusiasmo necessario, specie dei più
giovani, che hanno cercato invece un carnevale dalle forme più
consumistiche. Che peccato! Forse Peppalacchio e Peppa avrebbero dovuto
essere presentati in una forma più “modernizzata” e al passo con i
tempi.
Oggi
“il carnevale setino” esiste ancora, ma il carro
di Peppalacchio e Peppa non
c’è più.
E’stato sostituito da un carnevale consumistico, con carri
allegorici e fantocci di
personaggi locali, nazionali e internazionali che hanno fatto più
discutere durante l’anno.
Queste
notizie sono state da me tratte e ridotte dal libro “Il
Carnevale di Sezze – Origini mitologiche di Peppalacchio” di
Rosolino Trabona e Umberto De Angelis (chiamato in paese Farza) edito dal Consorzio delle Biblioteche dei Monti Lepini, Cori
(Latina) e finito di stampare 1l 16/2/1990
Caro
Ignazio
Voglio complimentarmi ancora una volta per la
completezza e la cura che poni nel tuo sito, che, come sai, apprezzo
moltissimo e consiglio sempre a chi mostra di interessarsi al nostro
paese. Recentemente, ad esempio, l'ho consigliato ad una ricercatrice di
Modena che, avendo visitato il mio sito, mi chiedeva se a Sezze
esistesse o era esistito un carnevale con delle maschere
caratteristiche. La tradizione contadina ci ha tramandato Peppalacchio e
Peppa, ma nel carnevale setino di oggi, sicuramente più
consumistico, non mi sembra ci sia traccia del passato, che qualche
decennio fa, invece, il compianto Rosolino Trabona e De
Angelis Umberto detto Farza riportarono di attualità, anche attraverso
una loro pubblicazione, che ho ridotto ad uso della ricercatrice e che
ti invio in allegato. Sicuramente saprai che l'agricoltura, oggi, sta
vivendo un momento di grave crisi, dalla quale certamente non si
risolleverà mai più, senza provvedimenti adeguati. Le cause sono
molteplici e vanno dalla chiusura di molte industrie di trasformazione
(Zuccherifici, Conservifici ecc) alla importazione di derrate agricole
da paesi lontani (Cina, Brasile, Argentina, Marocco , Egitto ecc)
in virtù del mercato globale e degli accordi accordi Wtho. Vi sono poi
concause imputabili al calo dei consumi, alle mutate abitudini
alimentari degli italiani, oltre a quelle legate al tempo meteorologico,
senza parlare poi della chiusura di molti allevamenti bovini e ovini.
Gli agricoltori non potendo più diversificare le produzioni, come
avvenuto sinora, si sono rifugiati tutti negli ortaggi ed hanno così
squilibrato il mercato del fresco con l'immissione di questa massiccia
offerta di prodotti e, quindi,danneggiandosi ulteriormente. Sezze è
ancora un paese ad economia agricola e gli effetti si stanno facendo
sentire. La Coldiretti, per tutelare l'agricoltura e i consumatori si
sta battendo per l'etichettatura dei prodotti agricoli e quindi per la
loro origine, nella consapevolezza che i nostri sono i migliori del
mondo. In questi giorni, ad esempio,sui mercati c'è un invasione di
carciofi provenienti dall'Egitto, ancor prima che arrivino i nostri.
Stiamo chiedendo controlli rigorosi, soprattutto per quando riguarda
eventuali residui di pesticidi, poiché sappiamo, ad esempio, che in
molti Stati ancora viene usato il famigerato ddt che da noi, invece, è
stato bandito da più di quarant'anni. Oggi una buona opportunità
per l'agricoltura è offerta dalla crescita della domanda di energia e
quindi dalle colture no-food a scopo energetico.Gli orientamenti
comunitari vanno in questo senso.
In questo contesto, la Coldiretti di Sezze si dichiara contro la
centrale Turbogas di Pontinia, proponendo come valida alternativa
le Centrali a Biogas, funzionanti con trinciato di mais. Di tale
proposta abbiamo interessato il Presidente del comitato Noturbogas,
Paolo Cima, per delle azioni comuni. (Ti invio la mail in allegato)
Come vedi, i problemi sono tanti! Proprio per questo, vorrei
suggerirti, per il tuo sito un angolo dell'agricoltura in cui
rappresentare un po di tutto: dalle tradizioni contadine, ai sapori,
dalle iniziative per informare i consumatori, alla tutela dell'ambiente
ecc. Va da sé, che se sarai d'accordo con questo
suggerimento, mi attiverò per offrirti il materiale e la
massima collaborazione.
Cordialmente ti saluto,Vittorio Del Duca
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