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TROPPO
BUONO
con
Giulio Scarpati

Leggero,
pure troppo, questo “Troppo buono” (in prima nazionale) con Giulio
Scarpati, volto noto della nostra televisione (“Un medico in famiglia”
su tutti) e attore apprezzato per il bell’aspetto, la recitazione
“naturale” e un certo garbo, moneta quasi fuori corso nell’attuale
panorama spettacolare.
In scena lui, giacca e camicia bianca ben evidenziata dal riverbero dei
fasci di luce candida, e poco altro: uno sgabello, un leggio e un baule
sul fondo; sulla sinistra, un pianoforte a coda dietro il quale suona e
canta Bob Messini, partner e spalla di questa minuta riflessione sulla
bontà. Lo sfondo è uno schermo dai colori cangianti, sul quale vengono
proiettate immagini di repertorio, film d’epoca a sottolineare, talvolta
contraddire, quanto detto o cantato dai due interpreti.
Scarpati prende subito di petto il pubblico, infrangendo la “quarta
parete” secondo uno schema cabarettistico: “Sono troppo buono”, la
sua ammissione, in un principio d’invettiva all’indirizzo delle
insidie implicate dalla gentilezza, la disponibilità, l'altruismo.
Aneddotica infantile, riflessione semiseria, iperboliche considerazioni
frutto delle penne di Nora Venturini (regista dell’allestimento) e Marco
Presta, autore comico di buon spessore (all’opera ne “Il ruggito del
coniglio”, programma mattinale ormai storico nel palinsesto di Rai Radio
Due). Un umorismo misurato, non ipocrita, ma sempre attento a non
graffiare troppo il pubblico, il quale risponde, gradisce con tepore:
l’impressione è di non essere a teatro, ma a una cena con invitati che,
non conoscendosi, si misurano col metro della gradevolezza spiritosa.
Al monologo vero e proprio, proposto in prima persona, Scarpati mescola
citazioni, canzoni (sottolineiamo “Le beatitudini”, capitolo
ingiustamente minore di Rino Gaetano), poesie e “numeri” chiusi: dalla
lettura/reinterpretazione del “Cuore” deamicisiano al “Qualcuno era
comunista” dell’ormai ultracitato Giorgio Gaber.
Ed è proprio il milanese d’origini istriane a venirci in soccorso per
capire cosa non vada in questo “Troppo buono”: non si tratta
dell’ennesima proposizione deboluccia del pezzo sul comunismo
(utilizzato anche dalla Melato, per non dir di Giulio Casale e molti
altri), che ne fanno, forse giustamente, un “classico” dei nostri
tempi, quanto l’ennesimo tradimento dello spirito con cui fare monologhi
teatrali, con cui proporre “teatro canzone”.
Il testo di Scarpati-Presta-Venturini è debole, garbato ma debole, nella
stessa misura in cui l’attore risulta non completamente in grado di
sostenere una scena tutta da solo: la recitazione è un po’
scompaginata, Scarpati gesticola troppo, ondeggia sui fianchi, in modo
forse inutile, di certo inefficace. Messini tenta la controscena, con
facce e interventi, ma pare un po' fuori centro, sorta di spalla non
troppo a proprio agio nella parte.
Ne esce un’interpretazione simpatica, ma nulla più, a fronte di un tema
che potrebbe certo riservare sorprese e riflessioni profonde.
La musica rappresenta un punto particolarmente debole: Scarpati, benché
abbia nel curriculum anche “Aggiungi un posto a tavola”, non sembra
avere la voce del cantante, in grado di assumersi la “responsabilità”
musicale dell’allestimento, mentre Messini è un sovrappiù, in perenne
cerca d’incerta collocazione.
Il problema è che, a fronte di fondi sempre più scarsi, fare “Teatro
Canzone” rappresenta un’ottima strada per andare in scena: poche spese
(un attore solo, in genere), musiche registrate o suonate da pochi
strumentisti (Giulio Casale nel primo caso, Marcorè e Scarpati nel
secondo), una certa facilità d’allestimento. Con una non trascurabile
differenza: la professionalità necessaria al Teatro Canzone è doppia e
non basta un’attitudine scempia, tra attore e cantante: Gaber era un
fior di interprete, sia nei monologhi sia nelle canzoni, con una voce
indimenticabile, una misura nella gestione del corpo tuttora insuperata.
Non sono cose che si possano improvvisare o quasi.
Non per citare sempre il compianto Gaberscik (ma non siamo noi a tirarlo
sempre in ballo, quanto chi lo cita in scena), ma già dagli anni Ottanta
il “cantattore” lombardo cantava le insidie, e le profonde ipocrisie,
della bontà, mettendo a nudo le contraddizioni di una borghesia, spesso
coincidente col “suo” pubblico”, progressista e intimamente convinta
d’essere “dalla parte giusta”.
Ebbene, uno spettacolo sulla bontà dovrebbe quantomeno avere il coraggio
di graffiare lo spettatore e non lasciarlo con un sorrisino interte sulle
labbra, a chiedersi se sia stato proprio il caso, per una sera, d'andare a
teatro.
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