Sezze tra mito e storia

di Carlo Luigi Abbenda

 

  Gli albori della storia Pontina    

I primi popoli abitatori della regione pontina

Agli albori della storia (inizio età eneolitica) il Lazio meridionale ci appare abitato da popoli autoctoni del paese, ritenutisi tali perché stanziatisi da tempi remotissimi. Una tradizione, peraltro non ritenuta molto antica dal De Sanctis, li faceva chiamare Aborigeni e ad essi, dal re Latino, sarebbe derivato il nome di Latini.

 

Il popolo latino, già agli albori della storiografia greca, ci appare distinto da quello etrusco abitante sulla riva destra del Tevere. Tutte queste vicende molto tempo prima che dal cuore dell'appennino partissero le grandi emigrazioni dei popoli italici, che avrebbero occupato progressivamente tutta l'Italia centrale e meridionale. I Latini, seppur dagli scarsi reperti archeologici, ci appaiono nettamente distinti, per quanto ad essi affini, dai popoli umbri e sabini che si vennero ad impiantare in tante zone delle pianure tirreniche.

 

Tale popolo, stabilitosi in epoca remotissima nella regione pontina, in genere pose i propri villaggi su alture forti per la loro posizione e difese anzitutto con argini di terra e di pietra. È logico quindi supporre che i Latini abbiano intrapreso la grandiosa opera di costruzione di alcuni grandiosi lavori di drenaggio rinvenuti nel territorio pontino, attraverso la realizzazione di una estesa trama di cunicoli: la supposizione è avvalorata anche dal fatto che costoro forse furono spinti a tale opere sia dalla necessità di respingere gli abitatori dei monti ma anche dal bisogno di organizzare l'opera idraulica nei terreni in cui vivevano.

 

Resta il dubbio se i Latini siano stati gli inventori del sistema di drenaggio sotterraneo o se lo abbiano appreso dai vicini Etruschi. Non è neanche accertato se i Latini abbiano costruito i citati cunicoli di loro iniziativa e in regime di piena libertà politica o se invece essi siano stati costretti a costruire tale opera dal predominio degli Etruschi, nell'epoca in cui costoro possedevano, direttamente o meno, tutto il Lazio.

 

La ricostruzione, seppure generica e parziale, della storia di questa parte del Lazio, prima che esso cadesse sotto il dominio degli Etruschi e di quello successivo dei Volsci è possibile solo partendo da qualche raro reperto preistorico ed archeologico (sepolcreti di Caracupa, di Satrico e di Velletri).

Altri indizi storici si intravvedono dalle notizie dei più antichi scrittori greci, attinte dai primi navigatori delle coste laziali (i Focesi ed i Calcidesi). Infine un altro contributo di ricerca ci è stato tramandato dalla tradizione di leggende antichissime elaborate prima del periodo greco.

  

Una seconda opinione contrastante alla prima è quella di alcuni scrittori moderni che affermano che i primi abitatori dell'Agro Pontino siano stati i Volsci per cui hanno pensato che ad essi fossero da attribuire alcuni grandiosi lavori di drenaggio rinvenuti nel territorio pontino. 

I Volsci in realtà scesero nella pianura pontina in tempi relativamente recenti e quasi in epoca storica, circa agli inizi del V secolo a.C. 

In tale periodo costoro, sboccando dalla grande valle dell'Amaseno, spinti dal bisogno dei pascoli invernali e dalla sete di conquista dei ricchi territori dei Latini Pometii, si affacciarono alle nostre distese pianeggianti, forse anche incalzati da altri popoli nomadi.

Subito dopo la venuta dei Volsci succede un periodo di guerre accanite tra loro e la lega romano-latina. 

E' illogico pensare che in tale periodo bellico i Volsci dedicassero le loro energie a compiere la poderosa impresa della costruzione dei cunicoli di drenaggio.

 

I Volsci, in realtà, alla loro discesa nella pianura pontina erano dediti principalmente alla pastorizia, come in origine i popoli montanari, e come anche la maggior parte degli Italici.

 È cosa troppo meravigliosa che essi, d'un colpo, potessero diventare esperti idraulici e grandiosi bonificatori senza un lungo periodo di tirocinio e di un'assidua pratica. 

Esclusi quindi, una volta per sempre, i Volsci, restano gli abitanti che prima di essi occupavano la regione, cioè i Latini.

L'opinione oggi più diffusa concorda nel ritenere che i Latini, gli Ausoni ( o meglio Aurunci), gli  Opici, gli Enotri,  gli Itali e i Sicani dello Stretto, facciano parte della prima ondata di popoli italici che vennero ad abitare nei territori tirrenici.  All'epoca dello storico greco Ecateo esisteva, sul territorio circostante la sponda sinistra del Tevere, il popolo dei Prisci o Casci Latini, in perenne lotta con quello abitante la riva destra dello stesso fiume.

 

I limiti del Lazio, verso l'ottavo secolo a.C., all'epoca della fondazione di Roma, erano così definiti: a Nord il Tevere, a Nord-Est l'Aniene (che forse, all'inizio, divideva i Sabini dai Latini), a Sud e Sud - Ovest, con limiti più indefiniti e sfumati, il territorio dei Latini che verso Est e Nord-Est veniva a contatto con le terre degli Ernici, mentre a Sud confinava con gli Aurunci.

In conclusione della narrazione del periodo bellico tra la lega Romano-Latina ed i Volsci invasori ricordiamo che, dopo circa un secolo e mezzo (tra il V  e il III secolo  a. C.)   di alterne vittorie e sconfitte, la vittoria finale arride ai Romani che, tra l'altro, avevano eliminati i Latini.

I Romani dunque divennero da allora i padroni assoluti di tutta la regione.


  Il quadro Geo-Economico   

Notizie storiche della regione Pontina  

L'ampia regione a sud-est del cosiddetto “Latium Vetus”, compresa tra i monti Lepini e Ausoni e il mare, non ha goduto di grande rinomanza ecologica anzi nel corso dei secoli passati una fama piuttosto sinistra ha qualificato tale sito geografico quale “terra di paludi, malsana e malarica, spopolata e pericolosa”.

 

Nel periodo fascista, proprio al momento dei lavori di bonifica, questa insalubre situazione paesaggistica fu particolarmente sottolineata per far ben risaltare la prosperità dei tempi e le capacità progettuali e realizzatrici del neo regime, accentuando il contrasto tra il passato (impero romano) e il presente (regime fascista, “neo imperiale”) .

Naturalmente in tale quadro, non, non tutto il giudizio negativo era derivante dalla solo ideologia fascista: le condizioni della regione Pontina, soprattutto a partire dalla fine dell'antichità e per tutto il medio evo, erano notevolmente peggiorate, ed i giudizi espressi erano comprensibilmente veritieri anche se non bisognava generalizzarli a tutto il territorio. Infatti la negatività dei giudizi corrispondeva perlopiù, ad una attenta analisi, soltanto a una parte di tale regione.

 

Se andiamo a raccogliere le testimonianze scritte su tale argomento possiamo riscontrare in effetti un costante e duraturo giudizio: tutti gli scrittori antichi sono stati sempre concordi nell'affermare che, nella fase arcaica della storia romana, la regione, lungi dal presentarsi come povera e malarica, sia apparsa in ben altre condizioni di sviluppo e di stato ecologico. Anzi, contrariamente a certe catastrofiche affermazioni, la nostra regione appariva quasi una sorta di Eldorado (un vero e proprio paradiso di ricchezze), un granaio inesauribile abitato da una numerosa popolazione.

Tale popolo appariva infatti come una razza tenace e bellicosa che del resto avrebbe dato molto filo da torcere ai Romani e ai loro alleati Latini prima di venire definitivamente annessa.

 

Lo stesso Livio (“Annales”  o  “Ab urbe condita” -  VI ,12), nel corso della narrazione delle guerre contro i Volsci ( conflitti senza fine,  incessantemente rinnovati per lo strenuo valore degli avversari, mai domi ), per essere il più oggettivo possibile e per approfondire la ricerca sociologica, sente il bisogno di interrogarsi sull'origine di questa ricchezza in uomini e mezzi, così contrastante con la situazione dell'epoca sua:

 

 “Sono sicuro che ai miei lettori, a parte la sazietà derivante dalla ripetizione continua delle guerre con i Volsci, che ho narrato ormai in tanti libri, si sarà presentato il problema che è parso anche a me quasi incredibile, leggendo gli autori più vicini agli avvenimenti: da dove avranno preso tutti quei soldati gli Equi e i Volsci, dopo tante sconfitte?  Si deve pensare [...] che una innumerevole moltitudine di uomini vivesse in quel luoghi, che ora non sono del tutto deserti solo perché abitati da numerosi schiavi del Romani, mentre resta pochissima gente adatta alla leva.  Comunque, tutti gli storici sono d'accordo nel riconoscere che [...]  l'esercito dei Volsci era immenso.  Si aggiungano i Latini, gli Ernici, un certo numero di abitanti del Circeo, e i coloni Romani di Velitrae».  

 

È particolarmente interessante affiancare a questo testo la descrizione che uno storico francese, il La Blanchère, diede della situazione alla fine del secolo scorso:

 

« In ottobre, nell'Appennino, si sente che la neve è prossima.  Nella pianura Pontina, le piogge di novembre stanno per ridar vita alla natura inaridita e fanno un po' diminuire la febbre. in questa fase di intermezzo, la macchia terracinese si va popolando.  Dall'Appennino romano, dagli Abruzzi [...] una folla di persone viene ad abitarvi. [...] Nell'immensa foresta Pontina ognuno ritrova la sua « lestra » , cioè una capanna costruita da lui o da quelli che Io hanno preceduto: spesso un antenato, perché le famiglie si sono perpetuate a volte per secoli in alcune di esse.  Una staccionata rinchiude gli animali; una capanna a forma di arnia le persone.  Per conto suo o di un altro, l'occupante pratica uno o parecchi dei mille mestieri della macchia: pastore, vaccaro, porcaio più spesso, talvolta boscaiolo, sempre bracconiere e vagabonda; utilizzando senza scrupoli la macchia come un selvaggio utilizza la foresta vergine, egli vive, e con la sua attività fornisce un reddito ai padroni del terreno, e al suo, che gli ha affidato le bestie, quando queste non gli appartengono.  Così passano sette mesi.  Arriva giugno, le paludi si asciugano, gli stagni della foresta anche, i bambini tremano dalla febbre, le notizie dal paese sono buone.  Per quindici giorni le strade sono coperte di persone che ritornano alle montagne.  [...] La grande industria pastorale, che insieme alla piccola fa la ricchezza dell'Italia centrale, popola nello stesso periodo le montagne. [...]  I Lepini, soprattutto nel versante sud, il Circeo, la cintura della valle, cime in tutto o in parte boscose, si popolano come per magia.  

 

Una folla di vaccari, caprai, pecorai vengono a costruirvi o a ricostruirvi le loro capanne.  Per più di sei mesi la montagna risuona dei campanacci, dei pifferi, dell'abbaiar dei cani.

[...] L'agricoltura terracinese attira ancora molte persone: la grande impresa agricola cioè, tipica soprattutto delle paludi Pontine.  Le tenute sono molto vaste, e i mercanti di campagna, gestendone più d'una, ampliano ancora il volume dei loro affari.  Siccome qui non abita nessuno, bisogna cercare altrove le braccia: è di nuovo la Ciociaria, sono le montagne napoletane che forniscono Il necessario.  Dalle zone di Sora, di Isernia, dell'Aquila, guidati dai loro «caporali, i lavoratori arrivano in bande di uomini e di donne. [...] Per più di metà dell'anno Terracina è sommersa dalla folla dalla gente venuta da fuori.  Uno straniero, vedendo la domenica 1'uscita della grande messa, si domanderebbe dove sono gli abitanti del luogo.  Tutti i costumi si mescolano: l'indigeno con il cappotto romano, sempre foderato di tessuto verde, l'aquilano dal mantello blu, l'abruzzese avvolto nella sua mantella color terra; quasi tutti calzano le «ciocie» a grosse corregge.  Quanto alle donne, la varietà dei costumi arriva almeno a cinquanta”. 

[Marie René DE LA BLANCHERE  «Essai d’histoire locale»  – 1883]

L'economia della palude Pontina, se vogliamo confrontarla con quella del "Latium Vetus”, essa sì  piuttosto misera,  non era certo un'economia povera.          In effetti essa si adattava, in modo così mirabile e più di ogni altra cosa, ad un sistema di vita arcaico che aveva delle sue particolari esigenze.

Volendo analizzare più da vicino la situazione ambientale della regione possiamo notare che la conformazione geologica della pianura è quanto mai articolata.  

A nord si trovano i terreni vulcanici delle estreme pendici dei Monti Albani, trasportati dalle alluvioni fino a Forum Appii (Borgo Faiti): questa è sempre stata una zona molto fertile, ben irrigata, adatta nelle parti alte alla coltivazione della vite, più giù alle culture orticole e anche ai cereali.  Molto fertili sono state anche le terre rosse, alle pendici dei monti calcarei del lato orientale, adatte tanto ai seminativi che ai pascoli. Anche l'area centrale, prossima alla palude, è da sempre stata piuttosto fertile.

 

Uniche zone improduttive o quasi sono quelle sabbiose del cordone litoraneo e degli stagni costieri. Tuttavia, tale zona è stata sempre ricca di foreste e molto pescosa.

Si tratta, insomma, di un ambiente particolarmente adatto a uno sfruttamento misto: cereali e ortaggi nella fascia di pianura ai piedi dei rilievi settentrionali e orientale; sulle pendici di questi, la vite e l'olivo (ancora importante rispettivamente a Velletri e a Cori); pascoli estivi per gli ovini sulle montagne, invernali ai piedi di queste; pesca negli stagni costieri, e allevamento del maiale nella foresta (una delle etimologie proposte per “Suessa Pometia”, la città più ricca del territorio pontino in epoca romana, deriva da “sus”, nome latino del   maiale).  La disposizione degli insediamenti lungo i margini del territorio, alle pendici e sulle sommità dei rilievi, coincide molto bene con le aree più fertili della pianura.

 

Per tutti questi rilievi non possiamo stupirci, quindi, che gli annalisti romani avessero molto insistito sulla ricchezza della zona in uomini e in beni, ed avessero ricordato le forniture di grano, da qui provenienti, che più volte avrebbero salvato Roma dalla carestia.

Dallo studio proposto inoltre si ben comprende come la pianura Pontina abbia costituito, fin dal periodo arcaico, la prima area di espansione per Roma e per tutta la lega Latina.

 

La Conquista Romana

La tradizione che ricorda l'occupazione romana fino a Terracina già nel periodo dei Tarquinii, a lungo considerata leggendaria, va assumendo, anche in seguito a recentissime scoperte archeologiche, contorni sempre più verosimili.

Il documento fondamentale è il celebre trattato romano-cartaginese riportato da Polibio  ( III, 2) , che lo vide a Roma, conservato nell'Aerarium.  Secondo l'autore greco su di esso era inciso il nome dei primi consoli della repubblica, e quindi la sua data sarebbe il 509 a.C. vi si leggeva “I Cartaginesi non molesteranno i cittadini di Ardea, Anzio, Laurento, Circei, Terracina, né di alcun'altra città latina soggetta a Roma, e si terranno lontani dalle città libere: se ne hanno conquistata una, la restituiranno intatta ai Romani. 

 

I Cartaginesi non dovranno costruire fortezze in territorio latino, e se vi entreranno come nemici non dovranno passarvi la notte “. Questa cronologia è stata in genere respinta, perché si è ritenuto impossibile che il dominio romano si estendesse fino a Terracina in un'epoca così antica, e si è preferito attribuire il trattato alla metà del IV sec. a.C. Tuttavia, Polibio ricorda esplicitamente l'aspetto molto arcaico dell'iscrizione, che la rendeva difficilmente comprensibile ai Romani del suo tempo (ciò che non si comprenderebbe se il trattato fosse stato di solo due secoli più antico).  Se però si deve escludere una data al IV secolo, automaticamente diviene possibile solo la fine del VI: infatti, nei primi anni del V secolo la discesa dei Volsci tagliò fuori i Romani e i Latini dalla regione Pontina per più di un secolo.  

 

La recente scoperta a Satricum di una dedica in latino, in cui appare il nome di un Publio Valerio (probabilmente da identificare con uno dei primi consoli della repubblica, il celebre Publio Valerio Poplicola), databile agli ultimi anni del VI secolo, dimostra che i Romani potevano ancora accedere liberamente, anzi dedicare monumenti importanti, in una città che tra il 495 e il 491 passa nelle mani dei loro nemici mortali, i Volsci.

  

Diviene così plausibile anche la fondazione di colonie latine già sotto i Tarquinii: Signia, Circei (Livio, I, 56); mentre dell'inizio della repubblica sarebbero Velitrae (494) e Norba (492), oltre a una rifondazione di Signia.

Il fatto che Cora, Circei, Corioli, Norba, Satricum, Setia, Velitrae e probabilmente anche Tarracina , siano presenti nella lista dei popoli latini collegati contro Roma in occasione della battaglia del lago Regillo (Dionigi d'Alicarnasso, V 61, 3) è stato considerato sospetto, e indizio sicuro della falsità della lista.  Altri hanno pensato che essa fosse tratta dal testo del trattato tra Roma e i Latini (foedus Cassianum), firmato nel 493 a. C. e inciso su una colonna di bronzo presso il Comizio.  In tal caso, si avrebbe una conferma non solo dell'esistenza di tutti questi centri all'inizio del V secolo, ma anche della loro appartenenza alla comunità politica dei Latini. In ogni caso, la rifondazione della lega in quell'anno, dopo gli scontri violenti che l'avevano divisa all'inizio del V secolo, è da spiegare con le necessità difensive imposte dal nuovo, pressante pericolo dei Volsci, che portò di lì a poco (486 a.C.) a includere nel patto anche gli Ernici.  

 

Le guerre con i Volsci occupano tutta la storia del V secolo, e dovettero colpire profondamente i Romani: la saga di Coriolano, che si sarebbe cantata ancora all'epoca di Augusto, costituisce la trascrizione mitica e poetica di tali vicende.  Nella realtà, è molto difficile ricostruire la storia, estremamente confusa e intricata, di questo periodo.  Le città della valle Pontina dovettero essere occupate quasi tutte dai Volsci, tranne le munitissime fortezze di Cori e di Norba. Ai limiti del territorio volsco la lotta dovette svilupparsi intorno a Pometia, Velitrae e Antium.  Caduta ben presto la prima (che sarebbe stata distrutta più volte da!  Romani, 1'ultima delle quali nel 495: e significativamente la città manca nella lista del "foedus Cassianum", mentre è presente in quella più antica, trasmessaci da Catone), i Romani tentarono di fondare colonie nelle altre (a Velitrae nel 494, ad Antium nel 467): ma il fallimento di questi tentativi risulta da [fatto che ambedue le città erano certamente volsche ancora nel pieno IV sec. a. C.- La ripresa dell'avanzata romana, i verifica successivamente all'incendio gallico del 390.

 

Lo stesso Camillo avrebbe sconfitto i Volsci nel 389 a.C. (Livio, VI 2, 13): da allora comincia l'occupazione della regione da parte dei Romani, che trova la sua sanzione definitiva nel 359, con la creazione della tribù Pomptina.  La ribellione latina (341-338), alla quale i Volsci diedero un contributo determinante, fu 1'ultimo, disperato e sfortunato tentativo di capovolgere un rapporto di forze ormai gravemente spostato in favore di Roma.  Significativamente, dopo il 338 riprende la fondazione di colonie, che si era arrestata nel 382; ma ormai si tratta di una politica diretta esclusivamente da Roma.  

Le colonie dedotte nella regione Pontina, dato il carattere costiero della regione, furono esclusivamente colonie di diritto romano, cioè piccoli insediamenti marittimi con soli 300 coloni, destinati sostanzialmente a fini militari e di difesa delle coste, ma forse anche alla tutela dei commerci marittimi, che verso la metà del IV secolo iniziano un nuovo sviluppo, come dimostra la stipulazione, nel 348, di un altro trattato tra Roma e Cartagine. Unica colonia latina è quella installata nel 312 nell'isola di Pontiae (Ponza), forse destinata a proteggere la costa e a garantire le rotte marittime per la Campania.

 

Subito dopo la conclusione della guerra latina viene fondata Antium (338), seguita molto presto da Terracina (329), e con un certo intervallo da Minturnae (295).  Le ultime due, oltre che con funzioni portuali, si spiegano come caposaldi sulla via Appia, tracciata in una data intermedia tra le due fondazioni (312 a.C.): esse dominano infatti due punti strategicamente determinanti della strada: lo sbarramento del Monte S. Angelo e il passaggio del Garigliano, che costituisce (in antico come oggi) il confine della Campania.

 


  SEZZE, TERRACINA E PRIVERNO

Tra Leggenda e Storia

Setia, Anxur, Privernum, nomi fascinosi che evocano antiche città di tempi lontani, legati alla favola ed al mito, quando l'uomo primitivo non aveva ancora dimestichezza con la parola scritta e con il libro: nel riflesso evidente della leggenda e del mito si scorge la figura di Enea cosi come stata tramandata dal poeta Virgilio: «Canto l'armi e l'uomo che per primo dalle terre di Troia raggiunse esule l'Italia... e le sponde lavinie... e introdurre nel Lazio i Penati, di dove la stirpe latina... ».

Era quello il territorio del Latium Vetus che Enea venne a dominare, sottomettendo con Latino molti capi e re locali legati alle nostre città. Siamo qui a circa 1200 anni prima di Cristo e già tali racconti sono registrati quasi come storia. Nel racconto favolistico e mitico invece le origini di quel territorio e di quelle tre antiche città sorelle e rivali si agganciano a figure ancor più mitiche ed a deità pagane. Il nome Latium sembra derivare dal suo aspetto prevalentemente pianeggiante (dal latino "latus" ovvero ampio, spazioso), ma l'epica e la poesia di Virgilio e di Ovidio lo vogliono far derivare da Saturno profugo, ossia Sabazio Saga, che ivi si nascose (Saturnus profugus Latuit, unde Latium nomen habuit) quando fuggì da Giove suo figlio, ricoverandosi sotto la protezione di Noè o Giano, primo re dei Latini.

Proprio la vetusta Setia si gloria di essere stata l'ospitale asilo di Saturno e di Ercole, da cui si vanta di essere stata fondata, e di aver preso il nome etimologico da «setis», cioè dalle setole del mantello del leone Nemeo indossato da Ercole stesso: «Setia Plena Bonis Gerit Albi Signa Leonis» recita lo stemma cittadino. Una lapide rinvenuta nel 1657 fra le rovine del tempio di Ercole (sopra il quale si costruì il Seminario) ricorda e tramanda: «Herculi fundatori S.P.Q.S».

Al tempo di Latino, re dei Latini, la città era di stirpe volsca e nel mito setino si racconta dei favolosi intrecci d'amore e di odio che videro protagonisti il setino Ufente e la privernate Camilla. Le origini di Privernum invece, secondo l'epopea virgiliana, si debbono al popolo latino ma il toponimo è da ricondursi a Priverio, re del popolo Osco, che l'avrebbe strappata ai Latini. Le vicende guerresche continuano con Metabo il figlio di Priverio che, sconfitto da Latino, dovette fuggire da Privernum insieme con la vergine Camilla, sua figlia. Costei, alleatasi con Turno, re dei Rutuli, ritorna in patria e riconquista la sua città natale e quindi va a contrastare lo sbarco di Enea nel Lazio.

Camilla morì in battaglia nel 1170 a.C. sotto i colpi di Arunte, mentre Turno si immolò in duello contro Enea, che soggiogò tutto il territorio laziale. La terza città del nostro mito Terracina, l'antica Anxur, è legata anch'essa al mito delle popolazioni volsche, cui fa pensare il nome stesso volsco di Anxur. Il dio Giove, invaghitosi della bella Ninfa Feronia, per vincere la sua ritrosia ricorre ad una delle sue trasformazioni e le si presenta come un ragazzo imberbe, cioè "Aneu xuru" o anxur, senza rasoio, che del rasoio non ha ancora bisogno, cioè sbarbatello: è questo il Giove fanciullo adorato nel famoso tempio terracinese.

Qualcuno ha anche immaginato per lei una precedente ma non documentata presenza etrusca e non mancano ipotesi su una sua origine spartana. Nel racconto mitico omerico Anxur è legata a Circei, alla maga Circe ed a Ulisse che in questi lidi venne ammaliato dalle arti di quella mitica maga. Da menzionare è anche l'appellativo di Lucus Feroniae ad indicare la fonte di Feronia posta presso la stessa Anxur «Jupiter Anxurus arvis praesidet et viridi gaudens Feronia luco» recita Virgilio nell'Eneide, mentre Orazio, nelle Satire, enuncia «Ora manusque tua lavimus, Feronia lympha».

Le tre città sorelle e rivali accolsero il seme del cristianesimo già dalla venuta dei primi apostoli in Italia. Gli Atti degli Apostoli (28,15) ci tramandano l'arrivo di San Paolo e di San Luca al Foro di Appio ed alle Tre Taberne, in cui vennero loro incontro i primi proseliti romani. San Paolo, partito da Pozzuoli alla volta di Roma, sbarcò molto probabilmente a Terracina (Anxur), in cui propagò la nuova dottrina. Una pia tradizione vuole che sant'Epafrodito, amico di San Paolo, sia stato il primo vescovo della città.

Anche il nome di San Pietro appare pur indirettamente legato a Terracina: un'altra leggenda dice, difatti, che Simon Mago, autore della disputa con l'apostolo, non morì ad Ariccia ma a Terracina, dove si era rifugiato presso amici. Da Foro Appio, San Paolo, secondo l’usanza comune tra gli Apostoli, ordinò e mandò un vescovo a Sezze, città sede dei Flamini, e forse anche a Priverno. Un'antica tradizione, ripresa dal cardinale Corradini, vuole infatti San Luca come primo evangelizzatore di Sezze che portò come dote dell'episcopato la «Rus Caeponiae familiae».

Monsignor Palombella, vescovo di Sezze verso il 1750, in una storia della diocesi di Sezze, era riuscito a dimostrare che lo stesso sant'Epafrodito era stato il primo vescovo di Sezze: secondo questa affermazione Sezze e Terracina sarebbero state veramente unite tra loro sin dalla fondazione delle prime loro diocesi. Meno sicure sono le notizie sul vescovado di Privernum, città andata distrutta in età barbarica e che ha perso molti documenti della sua antichità. Comunque Priverno era come le sue sorelle «Civitas Latii primaria et antiqua» e non poteva essere dimenticata dai primi apostoli che, secondo le ricordate tradizioni, vi costituirono un vescovo, a confermare l'importanza sociale e religiosa del paese.

La prima notizia sicura di un vescovo privernate la si trova nel Liber Pontificalis che menziona il vescovo Bonifacio, cioè colui che nel 769 aveva sottoscritto gli atti del Concilio Lateranense. A prescindere dalla questione della sede vescovile le tre nostre città di Sezze, Terracina e Priverno, offrirono il loro tributo di martirio sin dalle prime persecuzioni cristiane di Roma. A Terracina rifulse l'esempio coraggioso di Cesareo, un diacono africano che fu martirizzato verso il 250 insieme al presbitero Giuliano per essersi opposto all'uso pagano di sacrificare il giovane più bello della città agli dei durante le feste di inizio dell'anno, ad uso propiziatorio. Il suo culto di diffuse subito anche a Roma e soppiantò il culto dell'imperatore: al «Divino Cesare» si sostituì il «Divino Cesareo».

Non meno fervido fu, a Sezze, il martirio della vergine setina Parasceve, che sotto il regno di Antonino Pio si fece immolare serenamente agli dei pagani pur di non tradire la propria fede cristiana. Ad essa seguirono, più tardi, i martirii dei beati Crescenzio e Crescentino, rimasti per molto tempo patroni del paese di Sezze. Rimangono ancora lacunose notizie circa eventuali martiri in Priverno ma probabilmente anche questa città avrà pagato il suo prezzo di sangue cristiano per la diffusione del cristianesimo.

Tornando alle prime notizie storiche sui vescovadi cittadini la cattedralità di Sezze, secondo il Ciammarucone, è storicamente datata all'anno 649, epoca in cui si trovano intervenuti nei Concilii i vescovi setini. Al X secolo risale la costruzione dell'attuale cattedrale di Santa Maria che, andata completamente distrutta in un furioso incendio, fu riedificata e riconsacrata il 18 agosto 1364.La chiesa ha subito rimaneggiamenti sul finire del XVI secolo e nel 1968.L'antica cattedrale di San Cesareo a Terracina, invece, fu consacrata nel 1704 e si è mantenuta in ottimo stato fino ai nostri giorni.

La cattedrale di Priverno risulta infine consacrata nel 1183 da Lucio III. Il tempio è stato restaurato nel 1792.Pur con tutta questa comunanza di storia e di vita di fede cristiana le tre diocesi pontine, sin dall'inizio del secondo millennio, spinte da rivalità e da sentimenti di odio cittadino, trovarono purtroppo il modo di rivaleggiare tra loro per la supremazia del proprio vescovado.

Nel 1217 papa Onofrio III, con la bolla «Ortatur Nos», confermando l'antichità e lo stato di unione tra le tre diocesi sorelle di Terracina, Sezze e Priverno, stabilì che le stesse restassero unite in perpetuo tra loro anche per ragioni di patrimonio di Mensa. Siccome Terracina si vantava fieramente di essere stata la prima diocesi in terra pontina, e di dover per questo avere una preminenza sulle altre vicine, insorse Sezze a rivendicare pari antichità e dignità giuridica. Più tardi infatti, nel 1702, insorse una controversia tra le due diocesi per la sede di consacrazione degli olii santi. La popolazione setina postulò tale cerimonia nella sua chiesa cattedrale non in forza di un privilegio consuetudinario ma in qualità di cattedra vescovile «ab immemori constituta». Portando la decisione alla Sacra Rota il ricorso dei Setini fu ritenuto non probativo per un vizio formale. Insorse a questo punto il cardinale Corradini a sanare l'errore e nello stesso tempo scrisse il «De Ecclesia et Civitate Setina» per provare la causa della cattedrale setina.

A sostegno del Corradini, e ad emendare alcuni errori formali della sua opera, l'amico Domenico Giorgi scrisse la famosa «De Cathedra episcopali Setiae civitatis in Latio» per affrontare il giudizio risolutivo del papa Benedetto XIII . Ci vollero ben tre documenti pontifici per risolvere l'intricata questione dei vescovadi ma alla fine di tutto lo stesso papa, con la bolla «Super Universas» del 10 settembre 1725, riconferma l'unione delle due diocesi ed unì «aeque principaliter» la chiesa privernate, di cui enumerò gli antichi vescovi.

Anche la Sacra Rota, annullando le precedenti decisioni, confermò il giudizio del papa con proprio decreto «Coram Olivatio» del 1768. Da quella data le tre diocesi pontine rimasero sempre unite tra di loro con un solo vescovo, anche se con tre curie diverse nelle tre sedi.

Nel 1957, dietro richiesta del vescovo mons. Emilio Pizzoni, recentemente scomparso, con apposito decreto concistoriale, furono riunite le tre curie in una sola, con facoltà di nominare un solo vicario generale. Il 12 settembre 1967 un successivo decreto concistoriale rimodifica il volto della diocesi e, sotto la guida di mons. Pintonello, alle tre diocesi pontine fu annessa Latina (proveniente dalla diocesi di Velletri ) per farla divenire sede centrale di una nuova diocesi chiamata Terracina, Latina, Priverno e Sezze.

Tra i dati statistici della Diocesi, da una rivelazione abbastanza recente, possiamo notare che il territorio diocesano insiste su 1369 kmq. ed abbraccia ben 17 comuni (distinti in 5 foranie che raggruppano a loro volta ben 84 parrocchie). I sacerdoti diocesani residenti sono circa 80, i catechisti circa 800 (1 su ogni 332 abitanti). È una realtà confortante che a tutt'oggi non esista più una frammentarietà di diocesi, ma un'unica realtà ecclesiale, che col tempo va sempre più fondendosi e si rende omogenea nella nuova realtà della gente pontina. Questa nuova realtà non è nata da un improvviso colpo di spugna sulla storia, ma dal rispetto delle persone e delle singole realtà locali che restano ancorate alle proprie radici: ognuna con originali ricchezze spirituali, senza alcun spirito campanilistico.


  Sezze agli inizi del 1900

Tra il 1897 e il 1915 i cosiddetti "paesi della Palude", nel loro evolversi civile e sociale, subirono una radicale trasformazione sia nel loro assetto urbano che nella società civile. I centri storici di Sezze, Cisterna, Sermoneta, Priverno, Terracina e San Felice governavano quel territorio dell’Agro Pontino caratterizzato dalla secolare e nefasta presenza della "Palude" che procurava un degrado fisico e naturale di una grande parte della Pianura Pontina.

La condizione delle Paludi Pontine, nei primi anni del 1900, non era diversa da quella osservata sotto il pontificato di papa Pio IX. Sotto tale papa fu costituito, con notificazione del ministro P.D. Costantino Cialdini, il "Consorzio degli Enfiteusi Pontini e dei possidenti dei terreni ricadenti nella Pianta Salvati del 1793". In seguito tale ente fu prima denominato "Consorzio Idraulico Pontino" e quindi, nel corso del 1905, "Consorzio della Bonificazione Pontina", in vista del completamento della Bonifica.

Di fatto si protraeva un solido regime di perenne Enfiteusi che vedeva le terre recuperate dalla bonifica di Pio VI ancora in mano a grandi proprietari terrieri ed enfiteuti che, negando le stesse terre ai coltivatori, riscuotevano lauti affitti senza impiegare congrui capitali per migliorarne la produttività e le condizioni di prosciugamento. Il sistema dell’appoderamento colonico era un sogno ancora irrealizzabile.

D’altra parte i comuni stessi del comprensorio pontino non mostravano grandi attenzioni verso gli sforzi del consorzio di bonifica e quindi in tutto il territorio la situazione era stagnante e stazionaria. Nel cuore dei centri storici si incominciarono, però, a deliberare interventi edilizi di grande rilievo. In quasi tutti i comuni pontini vennero fissate nuove regole di vincoli ambientali attraverso nuovi piani regolatori: si ebbe così una maggior cura dell’arredo urbano, sì fecero osservare più severamente le prescrizioni edilizie, sia per le vecchie che per le nuove edificazioni, pubbliche o private che fossero.

Le opere di demolizione vennero limitate allo stretto indispensabile per non gravare gli oneri comunali degli espropri e per non compromettere la conservazione degli antichi impianti urbani ed architettonici. Senza alterare l’unità architettonica dei centri storici i tecnici comunali incominciarono comunque a sistemare la viabilità interna dei paesi, trasformando talvolta in pittoresche piazze degli angusti slarghi privi di bellezza artistica. I paesi della palude, che sotto la protezione del Vaticano avevano conosciuto una certa prosperità, cominciarono anche a dotarsi dei servizi civili e sociali che il secolo del Novecento, che si apriva all’insegna del progresso, presentava come conquiste sociali indispensabili se non quasi irrinunciabili.

Le Amministrazioni Comunali di questi nostri centri, con cautela prima e con una certa determinazione poi, si lanciarono in opere tecnico-urbanistiche sempre più moderne: addussero l’acqua potabile nelle case, moltiplicarono i punti di approvvigionamento idrico per mezzo di pubbliche fontane e fontanelle, introdussero l'energia elettrica nella civica e pubblica illuminazione (fino a quel tempo caratterizzata da impianti ad olio e ad acetilene).

Ulteriori conquiste della modernità dei comuni furono l’ampliamento degli uffici postali e telegrafici nonché il rifacimento del servizio per il trasporto della corrispondenza e dei viaggiatori dai centri urbani agli scali ferroviari, introducendo prima la carrozza poi l’automobile al posto della "cavalcatura". Tutti i Municipi si videro costretti anche ad installare il telefono per collegarsi con il capoluogo di Circondario, cioè con Velletri, e con Roma Capitale del Regno. I vari Comuni concepirono poi dei programmi di risanamento urbano, assicurando spazio e decoro alle sedi municipali, realizzando qualche edificio scolastico nonché delle abitazioni popolari. 

Ai primi del 1900 insomma tutto il territorio pontino era in enorme fermento di vita sociale anche se economicamente la situazione non era proprio florida. Un restrittivo provvedimento di governo, applicato dal 1901 in poi, aveva portato all’abolizione dei dazi sui farinacei e ciò non venne favorevolmente accolto dalle Amministrazioni locali nei paesi della palude. La manovra economica imposta dal governo riduceva enormemente le entrate comunali mentre il rimborso, calcolato forfettariamente, non risarciva le singole amministrazioni del cessato introito. A giudizio dei vari sindaci comunali l’eliminazione di quell’entrata non si traduceva in un proporzionale vantaggio per la popolazione perché l’operazione finanziaria era stata concepita e realizzata dal governo soltanto per un maggior gettito erariale.

La politica del governo però non fu sempre negativa anzi, nel 1906, lo Stato alimentò sentimenti di speranza per una politica sociale a favore del Mezzogiorno. A Roma venne a costituirsi un Comitato centrale di agitazione che sosteneva strenuamente l’inclusione del Lazio, delle Marche e dell’Umbria nell’area degli interventi speciali. Tale rivendicazione, per tutti gli amministratori della zona pontina, sembrò offrire una occasione insperata per poter far inserire la palude pontina tra le aree più depresse. Le locali amministrazioni ritenevano difficile che, al momento di varare e localizzare gli interventi di sviluppo, il governo potesse escludere l’Agro pontino che era notoriamente gravato di mille necessità. 

Per tale motivo i vari nostri comuni aderirono senza riserve al Comitato centrale romano. Il comune di Sezze, sulla scia di tale politica economica, già nel 1906 si adoperò attivamente per l’istituzione nel paese di una Cattedra ambulante di agricoltura. Dopo due anni, senza adeguati risultati, l’amministrazione setina rinnovò la richiesta alla provincia di Roma, dichiarandosi disposta a mettere a disposizione il dovuto locale e i relativi contributi economici per il suo funzionamento. Il comune di Sezze faceva presente, per il buon esito della richiesta, "che nella rete delle cattedre e servizi di esse" il comune rimaneva "assolutamente fuori, mentre ha una vasta zona importante dove l’agricoltura variatissima è tuttora all’inizio". Il comune rappresentava ulteriormente che anche i vicini comuni di Piperno e di Bassiano avrebbero offerti contributi per questa meritoria iniziativa sociale.

Con delibera della Provincia Romana - deputazione del 30.03.1908 - "Sezze e Monterotondo: istituzione di Cattedre di Agricoltura" l’impresa vide l’atteso successo e il buon inizio d’opera. La cattedra, a giugno del 1908, fu affidata alla direzione di Raffaele Vita. Le amministrazioni comunali non trascurarono anche di attuare interventi culturali, stimolando la ricerca delle proprie radici, affinando il costume ed il gusto promuovendo e finanziando i "civici concerti" eseguiti dalla banda municipale alla domenica e in occasione di feste religiose, di fiere e di mercati paesani.

Vedasi, a tal proposito, l’iniziativa culturale del Comune di Sezze (delibera di consiglio n° 12/1906) per la divulgazione del volume di Pacifico Croci "Dell’Agro Pontino e dei luoghi abitati e più illustri fra Terracina, Monte Circello e l’Isola Sacra". In questi primi anni del ‘900, nella vita delle singole amministrazioni pontine, fu presente un costante atteggiamento a favore dell’elevazione della qualità della vita di tutta la popolazione.

Gettando un approfondito sguardo sulle deliberazioni consiliari risalenti a quel periodo si può notare il modo di governare degli amministratori di quel tempo, la cultura e il loro senso di responsabilità, la loro capacità di prevedere e provvedere ai bisogni della collettività. Le delibere consiliari, nel loro insieme, fanno pensare ad una classe dirigente sufficientemente consapevole dei problemi che aveva davanti a sé e abbastanza adeguata ai tempi di allora.

Per scovare il sentimento e l’animo della civiltà comunale pontina possiamo indagare, a titolo esemplificativo, su alcuni "frammenti" di delibere consiliari del comune di Sezze. Anno 1903: (delibera n° 53-131/1903) La giunta comunale, preoccupata per l’aumento del prezzo del pane e della carne "in Sezze e nei paesi limitrofi", controlla i fornai e i macellai ricorrendo al calmiere; il prezzo del frumento resta invariato. Anno 1904: (delibera n° 156/1904) il ministero dell’Interno concede un sussidio di 1000 lire "ai poveri danneggiati dalle alluvioni". La giunta comunale, in attesa dei fondi stanziati, nomina una commissione di 10 membri e predispone un urgente piano di assistenza. Nel giro di un solo mese le somme stanziate sono distribuite ai bisognosi.

Anno 1907: (mese di febbraio) l’ufficio comunale "è sempre pieno di persone che richiedono il nulla osta per il rilascio del passaporto per l’estero", la giunta rafforza il servizio e ne stabilisce il rilascio "solo nei giorni di lunedì, mercoledì e venerdì" (delibera n° 19/1907). L’emigrazione abbassa ma non elimina la disoccupazione e, tanto meno, la miseria che tormenta i ceti più poveri. Il comune non resta a guardare e non si sottrae all’invito del governo di "...far eseguire lavori ove possano prendere parte i contadini". Per superare le aspettative del governo il comune stesso, con mezzi propri, finanzia dei progetti aggiuntivi di opere pubbliche.

Sezze 21/11/1905: Congresso dei sindaci e dei consiglieri provinciali del circondario per discutere "la bella idea di un impianto circondariale di una rete telefonica". La giunta setina, per la "colletteria" postale a Foro Appio, per l’ospitalità e il trasporto, con la vettura dalla stazione di sezze e viceversa, ai detti sindaci e consiglieri, si accolla l’onere di tutte le spese. E così continuò a operare la giunta di Sezze nel 1916, in pieno periodo bellico 1915/18: siccome l’amministrazione delle poste non poteva tenere "una persona apposta" per la distribuzione, fuori del circuito ferroviario, dei telegrammi che giungevano allo scalo, la giunta comunale (delibera n° 67/1916) si accollò nuovamente l’onere relativo alla distribuzione di tutti questi telegrammi.

In conclusione nei primi decenni del secolo, l’interesse della popolazione dei paesi della palude per la politica era notevole, anche se molti cittadini, per ragioni di censo, erano esclusi dall’esercizio del voto. Anche se la politica, in senso più generale, non mobilitava le masse, tuttavia essa non lasciava indifferenti i cittadini, che avevano la possibilità di farsi sentire nei "pubblici comizi" e nelle elezioni per la nomina dei rappresentanti alla Provincia e alla Camera dei deputati.

(pubblicato su "Nuova Informazione" - marzo 1998 -  N° 3, pag. 220)


  La Grande guerra (1915-1918) nei paesi della palude

Poco dopo la dichiarazione di guerra dell'Italia all'Austria (24/5/1915) tutte le comunità d'Italia furono messe in stato d'allarme e di gran fermento sociale per l'introduzione di un'economia di guerra. Lo stato di guerra depauperò, in breve, quasi tutti i comuni del regno, e naturalmente anche i nostri comuni pontini, che si videro privati di tutte quelle risorse accumulate a fatica nei primi anni del secolo. Gli amministratori locali furono quindi costretti a perseguire una politica di estremo rigore economico e sociale, dovendo forzatamente imporre un pesante fardello ai cittadini ridotti a sostenere dei sacrifici inaspettati. 

Nel nostro territorio pontino, cosi come in tutto il regno, furono in breve tempo creati degli organismi sociali per favorire l'organizzazione e la gestione di tutti quegli interventi necessari ovunque per favorire un'economia soggetta ad uno stato di guerra. Sorsero quindi, fra gli altri, dei Comitati a favore dei figli dei contadini morti in guerra, delle Società di mutuo soccorso fra artigiani e campagnoli nonché dei Consorzi agrari provinciali. Naturalmente le prime "ricchezze" messe sotto regime d'austerità e quindi in certo senso "calmierate", furono l'energia elettrica, il legname, il carbone, nonché il grano ed il granoturco e tutti i generi di prima necessità.

Gli ufficiali dell'Esercito cominciarono a requisire il grano mentre il Commissario Generale dei combustibili nazionali requisiva vaste aree boschive per ricavarne legna e carbone. A tale scopo furono eseguiti tagli indiscriminati di selve boschive, lasciando in piedi soltanto poche aree verdi di piante scadenti. Molte volte i danni alle piante furono provocati "dal malvolere e dall'inesperienza degli operai, in gran parte prigionieri di guerra, addetti ai lavori". Il peso di tutti questi problemi bellici, durante il primo anno di guerra, si percepì poco nelle deliberazioni comunali dei nostri paesi pontini ma dal 1916 in poi le impostazioni d'austerità economica assunsero un onere rilevante per la già povera società civile. 

L'illuminazione pubblica dei nostri centri abitati, a partire dal novembre 1916, fu ridotta della metà fino alle 22.30 e di tre quarti dalle 22.30 fino all'alba, termine di spegnimento delle luci. A Sezze, per esempio, il comune aveva una dotazione pubblica di ben 4500 "candele" (lampade): la giunta, per rigore di austerità, dovette disattivarne 2893 (cioè il 64%) lasciandone in funzione solo 1607 dalle 16.30 fino alle 06.30 del giorno successive. Per decreto, e della stessa data del suddetto provvedimento, fu ridotto il canone di fruizione dell'energia elettrica. Tutto ciò, come fu segnalato al prefetto, era motivato dal fatto che "Sezze, quale paese eminentemente agricolo, ha bisogno sempre, anche nelle ore cosiddette piccole, della stessa quantità di luce...".

Riguardo al razionamento di generi alimentari i comuni pontini, sui prodotti di maggiore consumo, applicarono un calmiere che stabiliva il prezzo e la quantità pro-capite da distribuire; Tale misura generò purtroppo inevitabilmente il cosiddetto "mercato nero" il quale non fece altro che rifornire di pane, pasta, grano, farina, grassi, ecc. ecc., soltanto le famiglie più agiate e ricche. I rifornimenti all'ingrosso e la distribuzione vennero posti sotto il controllo diretto del Comune o di propri delegati. Alcuni comuni si rifornivano di grano e granoturco presso il Consorzio Agrario Provinciale, altri invece ricorrevano direttamente ai produttori.

Sezze, a più riprese, fece consistenti acquisti di tali cereali presso il Consorzio Agrario cui aveva aderito. Nel corso del 1917 tuttavia, il sindaco, più di una volta, fu incaricato dal consiglio "di requisire e pagare tutto il grano che è possibile trovare in Paese". Ad ottobre del 1917 il razionamento diventa ancor più pesante con la "distribuzione razionale dei generi di prima necessità" (Comune di Sezze, delibera di giunta n'192/1917 - "Razionamento dei generi alimentari"). A Sezze vengono assegnati, al mese, 1000 quintali di grano, 133 di pasta e 67 di riso, su una popolazione di circa 15000 abitanti. 

Furono esclusi da questa distribuzione sociale soltanto 566 persone (o perché produttori dei beni o familiari conviventi o dipendenti dei produttori stessi). Su 15000 abitanti solo 14434 erano in possesso del cosiddetto "bono di famiglia" e potevano contare su una razione che "in base all'assegnazione", era di 231 grammi di farina, 30 di pasta e 15 di riso. La giunta setina però, considerando che la farina era insufficiente, ne fissò la relativa razione a 300 grammi a persona, lasciando invariata quella della pasta e del riso. La situazione invece della "popolazione fluttuante", secondo la stima della giunta calcolata in numero di 500 persone, era veramente tragica e la prospettiva immediata era una dura fame. Per tali persone fu chiesta una razione supplementare.

La situazione riguardo al consumo dello zucchero in Sezze, sempre nel corso del 1917, era un poco migliore di quella del pane: la quota assegnata era di 12,50 quintali al mese. Nell'estate del 1916, -comunque, per avere un quadro del mercato alimentare pontino, a Sezze e nei mercati degli altri paesi pontini (con qualche lieve differenza) i prezzi dei generi di prima necessità erano così calmierati: pasta di qualità 0,80 lire al kg.; carne di bovino 1,50 lire al kg.; un litro d'olio lire 2,30; uno di latte 0,50; un uovo lire 0,10. Nell'estate del 1917 nei primi posti del listino prezzi del calmiere alimentare c'erano il formaggio reggiano e il burro, rispettivamente a lire 4,80 e a lire 6,05 al chilogrammo.

Come surrogati della costosa carne bianca la popolazione consumava carne di rana ed invece del caffè si aveva una tazza d'orzo, molto meno raro e costoso. In conclusione nel triennio 1916 - 1918 i prezzi subirono aumenti vertiginosi che videro alcuni prodotti raddoppiare, altri triplicare ed alcuni quadruplicare il loro costo. Un sollievo alquanto diffuso fu la ricomparsa sul mercato, ma sempre ad alto prezzo, del pesce di mare o di fiume: un chilogrammo d’anguille costava 1,80 lire mentre il carbone vegetale, Che era una delle risorse della palude Pontina, era calmierato a mezza lira al chilogrammo. Nei grandi centri sorsero le "cucine di famiglia" per propagandare e favorire una regolare limitazione dei consumi alimentari.

Sempre a Sezze, nell'ambito di tali provvedimenti economici, un provvedimento di giunta accordava alla Croce Rossa Americana l'esonero dal pagamento del dazio per i generi distribuiti agli orfani di guerra.

( pubblicato su "Nuova Informazione" - dicembre 1998 -  N° 12, pag. 220 )


  La Scuola a Sezze (1900-1924)

Agli inizi del nostro secolo (precisamente nel 1903) l’intero popolo di Sezze si venne improvvisamente a trovare in agitazione ed in uno stato di allarme per la crisi che si era generata all’interno del locale Ginnasio: la Fondazione De Magistris non era più in grado di reggersi economicamente perché incapace di corrispondere il dovuto "canone " al ministero del Tesoro. Nonostante diplomatiche richieste, con "premure e preghiere", presso quel ministero, non si riuscì ad ottenere la riduzione del debito e, tanto meno, l'esonero dal relativo pagamento. In questa penosa e pressante situazione appariva quasi inevitabile la chiusura del Ginnasio.

Per tentare un’ultima carta, e sperare in una positiva soluzione del caso, il sindaco e l’assessore Aquilino Caciari decidono di recarsi in delegazione a Roma presso le autorità competenti "Preoccupati del pericolo che corre il paese di perdere questa interessante e vitale istituzione che formerebbe l'allarme e lo sgomento della cittadinanza in genere, dei padri di famiglia interessati in ispecie". Siccome alla fine di quell’ anno scolastico la questione della chiusura del Ginnasio, "tanto reclamato dalla cittadinanza ", restava ancora sospesa, l’amministrazione pubblica di Sezze decise di inviare una seconda delegazione a Roma "perché in unione ai deputati politici raccomandi la cosa presso i competenti ministeri".

( cfr. delibere di giunta n° 32-56, anno 1903 "R. Ginnasio").

Dopo tanti affanni la questione si risolse favorevolmente e il locale Ginnasio fu in grado di mantenersi in vita. Ciò fu una vera fortuna per tutta Sezze che attribuiva all’insegnamento scolastico un valore di grande rilievo. In seguito a questo preoccupante episodio, nel novembre del 1904, la giunta del Comune di Sezze si trova impegnata a deliberare di un’altra questione scolastica.

Oltre al Ginnasio operavano già nel paese altre scuole di istruzione (...per il popolo meno abbiente) che davano anch’esse una certa preoccupazione alla pubblica Amministrazione.

Poiché la maggior parte dei frequentatori delle cosiddette "scuole serali" erano di famiglia contadina la giunta del paese si trovò nella necessità di adeguare le stesse alle esigenze di lavoro dei suoi frequentatori. Per tale motivo, con delibera di giunta n° 299/1904, si decise di sospendere le lezioni alla fine di marzo e di trasformare le scuole dal 15 aprile al 15 giugno in festive. Succedeva, infatti, che i contadini, normalmente a marzo, disertavano le lezioni per andare a lavorare nella raccolta dei tanto agognati carciofi, che sono sempre stati una vera ricchezza per tutta la popolazione.

Il programma delle lezioni, da svolgere nelle cinque scuole serali, contemplava, per ogni settimana, ben 5 lezioni della durata minima di un’ora e mezzo, "oltre la mezz’ora d’ingresso".

(Tenendo molto a cuore l’istruzione popolare la pubblica amministrazione deciderà quindi di aprire altre tre scuole serali nel 1908 e due nel 1915).

Bisogna osservare che il ministero della Pubblica Istruzione non era affatto propenso e dedito a favorire la nascita di tali scuole e per questo non sosteneva affatto gli sforzi compiuti, tra molte difficoltà, da tutti quei paesi dell’agro pontino.

il 19 dicembre 1906 il comune di Sezze, pur difendendo le sue conquiste scolastiche (Ginnasio e scuole serali) dovette rinunciare ad un immediato sviluppo culturale periferico e si chiuse davanti alla richiesta degli abitanti di Foro Appio di aprire una scuola rurale.

A negare la nascita di tale nuova istituzione furono soprattutto ragioni di bilancio ma non mancarono peraltro interessi di campanile ad impedire l’istituzione nella campagna di Sezze (e ciò sarebbe stato una primizia nell'Agro pontino) di una scuola per i contadini, con un anno di anticipo rispetto all'Agro romano.

La giunta comunale (con delibera n° 225/1906 ) respinse la domanda perché "... i bambini che potrebbero frequentare detta scuola non supererebbero i 15 o 20 e che nessuno delle poche famiglie che là vivono appartiene a Sezze e che per questo motivo non sembra giusto che il municipio debba sopportare una spesa che andrebbe a totale beneficio di forestieri".

Il problema della scuola rimase sempre vivo a Sezze che l’anno dopo, nel 1907, si trovò in un momento di partecipazione popolare, quando una petizione di ben 258 padri di famiglia venne inviata al sindaco per richiedere il ripristino dell’insegnamento religioso nelle scuole comunali, in conformità a quanto già avveniva in altri Comuni del regno.

Naturalmente l’autorità ecclesiastica vedeva di buon grado questa impellente petizione culturale e non nascondeva una certa impazienza: il più direttamente coinvolto e palesemente smanioso fra tutti era don Augusto De Angelis. La richiesta giunse a buon fine e l’anno dopo peraltro la giunta istituì nuove scuole rurali.

Nella delibera n° 222/1908 manca ogni riferimento sulla loro ubicazione mentre sono presenti elementi indiretti sulla prevista popolazione scolastica: "... delibera inoltre di emettersi dei buoni per legname occorrente alla costruzione di 100 banchi, 4 tavoli e 4 credenze per le nuove scuole da istituirsi e di ordinare l'altro materiale a Paravia".

La gestione scolastica, tuttavia, non sempre era tranquilla ed agevole. Nella scuola di via Bassiano si registrò un notevole affollamento di alunni ("rigurgita di alunni", scrisse la direttrice scolastica) che l'insegnante fu costretta a sdoppiare le classi ricevendo dal Comune una maggiorazione di stipendio nella misura dei 2/5, "solo pel tempo in cui durerà l'affluenza di alunni".

La difficoltà maggiore, in quei tempi di scarsa formazione dei docenti, era reperire gli insegnanti. Le due scuole rurali di Suso per parecchio tempo restarono senza titolari fino al devastante terremoto di Messina del 1909:

"...L 'assessore Caciari riferisce che l'ispettore scolastico avrebbe finalmente trovato due maestre per le due scuole rurali che mancano d'insegnamento, ma siccome sono due profughe di Messina, mancano di tutto ed occorrerebbe provvederle di...».

La giunta si sentì doverosamente impegnata a «soccorrere per quanto possibile coloro che la più grande delle sventure ha colpito». Infatti, con la somma di denaro risparmiato per la chiusura delle due scuole e "se necessario con integrazioni", si assunse l'impegno di provvedere anche al guardaroba e agli utensili da cucina indispensabili alle due insegnanti messinesi per trasferirsi a Suso ( delibera n° 32/1909 ). Un altro terremoto, quello avvenuto che si verificò in Calabria nel 1905, aveva mostrato quanto gli amministratori fossero sensibili verso le popolazioni terremotate. 

 

All'indomani di "quell’immensa sventura toccata alla Calabria ", la giunta, su invito del prefetto, nella seduta del 16 settembre 1905, si costituì in Comitato e fece "una passeggiata di beneficenza per raccogliere fondi in danaro ed in altro".

L’Opera contro l’Analfabetismo, creata con d.l. 28.8.1921 n° 1.371 dal ministro Corbino, entrò in contatto con il comune di Sezze nel 1924 con l’istituzione della scuola ai Casali, di tre scuole serali a Suso, e della scuola rurale a Foro Appio. Il Comune si accollò il pagamento della pigione per i locali ai Casali e a Foro Appio e dell’illuminazione nei locali a Suso.

( pubblicato su "Nuova Informazione" - ottobre  1997-  N° 10, pag. 173 )

 

POESIE DIALETTALI  SEZZESI

Le Poesie della tradizione

Questa raccolta di poesie dialettali, nata da trastullo poetico, è ispirata tuttavia alla poesia di un noto poeta dialettale romanesco, di fama nazionale, Gioacchino Belli.

Le poesie dialettali in sezzese, composte durante l’anno giubilare del 2000, non sono la semplice traduzione delle poesie religiose del Belli, trasportate dal dialetto romanesco a quello sezzese, anche perché hanno in sé una struttura peculiare circa la rima e l’assonanza di termini.

Oltre a questo aspetto linguistico le poesie sezzesi risentono molto della cultura setina religiosa di un passato non molto remoto, offrendo al lettore spunti di riflessione su isi e costumi sezzesi tramite anche la funzione esplicativa di alcune puntuali note di commento.

I bbóno Capo d’anno

Bbon capo d’aglio, a llei, sòra Maria!

Accummè! nun s’arisponne? Le creste vi fanno?

Eh, oi si téta campà in alligria

senza fasse attaccà da nisun malanno.

 

Anzi, i’ stéua a pinzà, senza dice bbucia,

che facessimo ‘nzéme ‘nu cuntrabbanno:

ca quello che oi si cumbina, cummare mia

ddapò si seguita a ffà ppi tutto i’anno !

 

Tucchi i guschi tètano ièsse missci a coppia

‘sta bella dì; i pirfino ‘n paradisoda ‘

a gli sanchi si sèrue piatanza dÓppia

 

I , lu sai , dapò , pirché i papa ha criato i ggiubbileo?

Pirché Ggiasù Bambino s’a circunciso ,

  i Figlio di Ddio s’ha fatto Abbrèo!                     

 

I otto di dicembro

Solo pi oi, Minicuccio méio,

nun sfutticchiamo.

nun sfutticchiamo, no,

facémo orazzione.

 

Nun sai oi che festa celebramo?

la Santa e Immacolata Cuncezione.

Tèta pinzà che quando padro Adamo

nun séppe vénce la tintazzione

i si magnaue la mela di quiglio ramo

n’paradiso si sprangaue i’ purtono.

 

Da quel dì madre natura

rimase sempre sotto la cundanna

i n’arisciue pura i santa manco mèsa criatura

 

Tra tutte li uniugni che Ddio manna

n’ci stètte mai nu matrimognio casto i puro

si non quiglio di San Giuacchino

i di Sant’Anna.

 

I primo di dicembro

Finito è oramai i meso di nuvembro

Stanotte la Madonna aropre dicembro!

Pinsate ca fra quinici iurnate, bene o malo

Cumenza n’chiesa

La nuvena di Natalo!

 

Dapò, sintete na cica, che succede:

finiscono di sunà i pifferai

e teccote le cummedie e gli carnovalo.

Accusì si va nnanze a stu paeso!

 

I dapò quaresima...i dapò Pasqua

Cu’ gli ovuo:

i a malapena finisce i’ uttavario

aricumincia la cummedia, i scinario nouo!

 

Chiappa, n’zomma, i libretto

Di gli lunario

I t’accurgi c’a tutto i’anno

Tocca meso a Pulicinella e meso A Ddio,

senza divario!

 

La dumano di pasqua  Bbifania

E’ pramente bbéglio vidène ‘ngiro ‘schi funghecchi,

‘sci mammacci , ‘schi furbi ciumachégli ,

mméso a ‘na muntagna di giucarégli

zumpéttà accomme a spirichi fullécchi !

 

Arlicchigni  , trumbétte , pulicinégli ,

cavagliucci , ssidiòle , cifalicchi ,

carittigni , ccuccù , schiÓppi i archicchi ,

sciabbule , bbirrittigni i tambureégli...

Quisto pòrta la còtta i la suttana ,

quiglio è vvuistito ‘n camicio i ppianéta

i quigli’atro è ufficialo di la Bbifana.

I ‘ntanto , o prèto , o chierico , o ufficialo,

le cose dduci cì tireno le déta ;

I mamma striglia che ffinisce a mmalo.

 

La nuttata di pasqua  Bbifania

-         Mà ! Mà !

-         Addurmite!

-         Nun ténco sÓnno!

-         I ffà ‘mpò addurmì chi i tè, dimonio dimoniétto!

-         Mà, mi vuoglio arizzà !

-         Ggiù , ggiù , statte a gli létto !

-         N’ ci arisisto ppiù, mò mi sprufonno.

-         I nun ti vuesto, io mÓ chiamo Nonno!

-         Ancora nun è iorno.  I chi mi su detto:

chi ci mancaua poco?

I ‘mbè t’aspetto.

 

-         Uffa, chi su scucciante ; su scucciante assai !

-         Mà , guarda ‘m pò si s’ha fatto giorno allòco drèto.

-         Durmi ! ch ‘ancora è notte ! Ohia ! ch’ ha succésso ?

-         Oh Ggiassummio ! E’ ‘nu granchio a gli pèdo!

-          

-         ‘N ‘zomma , statte zitto , mò appiccio i lumino.

-         Finalmente:

Vichi ‘mpò cche m’ha purtato

la Bfifana a la cappa ‘gli cammino!                   

 

La viggilia di Pasqua BBifania

La Bbifana , a gli figli , è nicissario

di farcila addumano , eh , sòra Tòlla ?

‘N giro a ccumprà ci stà tanta fòlla.

A quigli mei ci la faccio tra otto dì, a gli ‘ uttavuario.

 

‘Ste di’ adecco , addÓ m’accòsto accosto, quiglio mi bÓlla:

alle Piaggie Marine o a gli Piazzalo.

 

Accusì , pi Ótto dì ci pènzo i nun faccio malo

i alla fine si sa, chi vuenne cede i ammolla.

 

Pinzate ‘n pò che prezzi: a ‘nu giuchino

oi cétto quanto vulevano? otto scuchi !

I a ‘na pupazza? ‘Nu béglio zicchino!

 

Mò ognuno che vuò vuenne

cérca di cacciarivu ‘ i ‘occhi.

Ma quando stà pì cchiude i buttechino

i clienchi i cercheno cu gli lanternino:

la mèrce vi la dauo pi ddò bbaioccchi !

 

Santa Lucia (tricidi di dicémbro)

Oi è Santa Lucia, occhi i cannéle!

Urbi et Orbi fào granne alligria.

Le fémmene chi si chiamano Lucia

oi si magniano zucchero i mmièle!

 

dóppo musudì sor Caio offre a tucchi ‘nu pranzo

pi ddivuzzione a ‘sta santa

cu ppasta , vuino i carne di manzo :

pi fistiggià la guariggione séia ,

pi rimettise dall’ittirizzia ,

da ‘na mmalattia di gli occhi , sèria sèria.

 

Pare che Ddio quattr’occhi ci abbia fatto

a ‘sta santa avucata di gli guèrci :

doua i porta ‘n fronte i doua a gli piatto.

 

Ma pirchémmai, dàpÓ , nu venne

i doua occhi chi ci avanzino a gli piatto

i chi stò pittachi a gli ritratto?

 Teneta sapé : 4 Lucie pi 4 Cantugni

ogni tredici di dicémbro su prucissiugni.

 

La viggilia di Natalo

Lillò, la viggilia di Natalo

Micchite di guardia a gli purtono

Di cache munsignoro o cardinalo

I vidarai intrà ‘sta purdiscione.

 

Mò entra ‘na cassetta di turrono,

mò entra ‘nu barilozzo di cavialo,

Mò i porco, mò i pullastro, mò i cappono,

i mmò ‘nu fiasco di vuino ginuino i bbòno.

 

Doppo ‘mpò entra i gallinaccio,

apprésso i’abbacchio,

le livue duci , i péscio di Fugliano,

l’oglio di livua, i tonno i l’anguilla di Cumacchio.

 

‘Nzomma fino a nnotte , magni mano,

tu t’accurgiarai, Lillotto caro,

quant’è ddivuòto i popolo cristiano.

 

La nuvena di Natalo

Eh , è propeta vero

A siconda ‘ggli guschi, Filumena !

Si fao vuenì i ciechi zampugnari a cantà nuvena !

 

Mariuccia i Maddalena

Chiamino sempre i carciuffulari

Cu gli mucchi ciechi i amari.

 

Ti dirò ch’a ‘mmì nun mi pare nuvena

Si nun sento di ggli pirrirai  ‘sta cantilena

I ppuro costono assai:

tutta ‘sta musica i tutta ‘sta canzone

costa accomme a ‘na pirdiscione!

 

Quando arriva la dì di Santa Catarina

( cioè i 25 di nuvembro)

che s’arisente ‘sta manfrina

io arinasco quasci a gli munno

i mi pare d’èsse di’lla terra la riggina.

 

Pinzate ‘mpò:

ci stao cerchi povueri scemi

che i pasturi di notte nun volo.

Puvuiracci loro!

 

Io  ‘vece, a gli létto mi giro i m’arivuoto

I tra la vueglia i gli sonno mi i gòdo!

 

La fine di gli anno

Oi sémo alle trentuna di dicémbro

i ha finito i anno, caro Mattèo,

i  a ogni chiesia tutto i popolo cristiano

pi renne grazzie a Ddio canta i Tadèo.

 

Addumano, dapò, si Cristo ci dà vuita ,

alla stessa cchiesia cu ‘gli prèto

s’intòna n’atra antifona gradita

a  Sa’ Spirto Paraclèto.

 

Ma a cché seruono doppo tutte ‘ste funziugni:

i ogn’anno nòvuo porta cu’ ssé

tanchi atri trugni!

 

Addifacchi , putete puro cantà voi

che ggià Ddio Santo tè , ‘n paradiso,

atre cose da penzà piuttÓsto che ssentì a vvoi!   

Sezze tra mito e storia