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Sezze tra mito e storia |
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Gli albori della storia Pontina I
primi popoli abitatori della regione pontina Agli albori
della storia (inizio età eneolitica) il Lazio meridionale ci appare
abitato da popoli autoctoni del paese, ritenutisi tali perché
stanziatisi da tempi remotissimi. Una tradizione, peraltro non ritenuta
molto antica dal De Sanctis, li faceva chiamare Aborigeni e ad essi, dal
re Latino, sarebbe derivato il nome di Latini. Il popolo
latino, già agli albori della storiografia greca, ci appare distinto da
quello etrusco abitante sulla riva destra del Tevere. Tutte queste
vicende molto tempo prima che dal cuore dell'appennino partissero le
grandi emigrazioni dei popoli italici, che avrebbero occupato
progressivamente tutta l'Italia centrale e meridionale. I Latini, seppur
dagli scarsi reperti archeologici, ci appaiono nettamente distinti, per
quanto ad essi affini, dai popoli umbri e sabini che si vennero ad
impiantare in tante zone delle pianure tirreniche. Tale popolo,
stabilitosi in epoca remotissima nella regione pontina, in genere pose i
propri villaggi su alture forti per la loro posizione e difese anzitutto
con argini di terra e di pietra. È logico quindi supporre che i Latini
abbiano intrapreso la grandiosa opera di costruzione di alcuni grandiosi
lavori di drenaggio rinvenuti nel territorio pontino, attraverso la
realizzazione di una estesa trama di cunicoli: la supposizione è
avvalorata anche dal fatto che costoro forse furono spinti a tale opere
sia dalla necessità di respingere gli abitatori dei monti ma anche dal
bisogno di organizzare l'opera idraulica nei terreni in cui vivevano. Resta il dubbio
se i Latini siano stati gli inventori del sistema di drenaggio
sotterraneo o se lo abbiano appreso dai vicini Etruschi. Non è neanche
accertato se i Latini abbiano costruito i citati cunicoli di loro
iniziativa e in regime di piena libertà politica o se invece essi siano
stati costretti a costruire tale opera dal predominio degli Etruschi,
nell'epoca in cui costoro possedevano, direttamente o meno, tutto il
Lazio. La
ricostruzione, seppure generica e parziale, della storia di questa parte
del Lazio, prima che esso cadesse sotto il dominio degli Etruschi e di
quello successivo dei Volsci è possibile solo partendo da qualche raro
reperto preistorico ed archeologico (sepolcreti di Caracupa, di Satrico
e di Velletri). Altri indizi
storici si intravvedono dalle notizie dei più antichi scrittori greci,
attinte dai primi navigatori delle coste laziali (i Focesi ed i
Calcidesi). Infine un altro contributo di ricerca ci è stato tramandato
dalla tradizione di leggende antichissime elaborate prima del periodo
greco. Una seconda
opinione contrastante alla prima è quella di alcuni scrittori
moderni che affermano che i primi abitatori dell'Agro Pontino siano
stati i Volsci per cui hanno pensato che ad essi fossero da
attribuire alcuni grandiosi lavori di drenaggio rinvenuti nel
territorio pontino. I Volsci in
realtà scesero nella pianura pontina in tempi relativamente recenti e
quasi in epoca storica, circa agli inizi del V secolo a.C. In tale periodo
costoro, sboccando dalla grande valle dell'Amaseno, spinti dal bisogno
dei pascoli invernali e dalla sete di conquista dei ricchi territori dei
Latini Pometii, si affacciarono alle nostre distese pianeggianti, forse
anche incalzati da altri popoli nomadi. Subito dopo la
venuta dei Volsci succede un periodo di guerre accanite tra loro e la
lega romano-latina. E' illogico
pensare che in tale periodo bellico i Volsci dedicassero le loro energie
a compiere la poderosa impresa della costruzione dei cunicoli di
drenaggio. I Volsci, in
realtà, alla loro discesa nella pianura pontina erano dediti
principalmente alla pastorizia, come in origine i popoli montanari, e
come anche la maggior parte degli Italici. È cosa
troppo meravigliosa che essi, d'un colpo, potessero diventare
esperti idraulici e grandiosi bonificatori senza un lungo periodo di
tirocinio e di un'assidua pratica. Esclusi quindi,
una volta per sempre, i Volsci, restano gli abitanti che prima di
essi occupavano la regione, cioè i Latini. L'opinione oggi
più diffusa concorda nel ritenere che i Latini, gli Ausoni ( o
meglio Aurunci), gli Opici, gli Enotri, gli Itali
e i Sicani dello Stretto, facciano parte della prima ondata di popoli
italici che vennero ad abitare nei territori tirrenici. All'epoca
dello storico greco Ecateo esisteva, sul territorio circostante la
sponda sinistra del Tevere, il popolo dei Prisci o Casci Latini, in
perenne lotta con quello abitante la riva destra dello stesso fiume. I limiti del
Lazio, verso l'ottavo secolo a.C., all'epoca della fondazione di Roma,
erano così definiti: a Nord il Tevere, a Nord-Est l'Aniene (che forse,
all'inizio, divideva i Sabini dai Latini), a Sud e Sud - Ovest, con
limiti più indefiniti e sfumati, il territorio dei Latini che verso Est
e Nord-Est veniva a contatto con le terre degli Ernici, mentre a Sud
confinava con gli Aurunci. In conclusione
della narrazione del periodo bellico tra la lega Romano-Latina ed i
Volsci invasori ricordiamo che, dopo circa un secolo e mezzo (tra
il V e il III secolo a. C.) di
alterne vittorie e sconfitte, la vittoria finale arride ai Romani che,
tra l'altro, avevano eliminati i Latini. I Romani dunque
divennero da allora i padroni assoluti di tutta la regione. Il quadro Geo-Economico Notizie
storiche della regione Pontina L'ampia
regione a sud-est del cosiddetto “Latium Vetus”, compresa tra i
monti Lepini e Ausoni e il mare, non ha goduto di grande rinomanza
ecologica anzi nel corso dei secoli passati una fama piuttosto sinistra
ha qualificato tale sito geografico quale “terra di paludi, malsana e
malarica, spopolata e pericolosa”. Nel periodo fascista, proprio al momento dei lavori di bonifica,
questa insalubre situazione paesaggistica fu particolarmente
sottolineata per far ben risaltare la prosperità dei tempi e le capacità
progettuali e realizzatrici del neo regime, accentuando il contrasto tra
il passato (impero romano) e il presente (regime fascista, “neo
imperiale”) . Naturalmente in tale quadro, non, non tutto il giudizio negativo era
derivante dalla solo ideologia fascista: le condizioni della regione
Pontina, soprattutto a partire dalla fine dell'antichità e per tutto il
medio evo, erano notevolmente peggiorate, ed i giudizi espressi erano
comprensibilmente veritieri anche se non bisognava generalizzarli a
tutto il territorio. Infatti la negatività dei giudizi corrispondeva
perlopiù, ad una attenta analisi, soltanto a una parte di tale regione. Se andiamo a raccogliere le testimonianze scritte su tale argomento
possiamo riscontrare in effetti un costante e duraturo giudizio: tutti
gli scrittori antichi sono stati sempre concordi nell'affermare
che, nella fase arcaica della storia romana, la regione, lungi dal
presentarsi come povera e malarica, sia apparsa in ben altre condizioni
di sviluppo e di stato ecologico. Anzi, contrariamente a certe
catastrofiche affermazioni, la nostra regione appariva quasi una sorta
di Eldorado (un vero e proprio paradiso di ricchezze), un granaio
inesauribile abitato da una numerosa popolazione. Tale popolo appariva infatti come una razza tenace e bellicosa che
del resto avrebbe dato molto filo da torcere ai Romani e ai loro alleati
Latini prima di venire definitivamente annessa. Lo stesso Livio (“Annales” o “Ab
urbe condita” - VI ,12), nel corso della narrazione
delle guerre contro i Volsci ( conflitti senza fine, incessantemente
rinnovati per lo strenuo valore degli avversari, mai domi ), per essere
il più oggettivo possibile e per approfondire la ricerca sociologica,
sente il bisogno di interrogarsi sull'origine di questa ricchezza in
uomini e mezzi, così contrastante con la situazione dell'epoca sua: “Sono
sicuro che ai miei lettori, a parte la sazietà derivante dalla
ripetizione continua delle guerre con i Volsci, che ho narrato ormai in
tanti libri, si sarà presentato il problema che è parso anche a me
quasi incredibile, leggendo gli autori più vicini agli avvenimenti: da
dove avranno preso tutti quei soldati gli Equi e i Volsci, dopo tante
sconfitte? Si deve pensare [...] che una innumerevole
moltitudine di uomini vivesse in quel luoghi, che ora non sono del tutto
deserti solo perché abitati da numerosi schiavi del Romani, mentre
resta pochissima gente adatta alla leva. Comunque, tutti gli
storici sono d'accordo nel riconoscere che [...] l'esercito
dei Volsci era immenso. Si aggiungano i Latini, gli Ernici,
un certo numero di abitanti del Circeo, e i coloni Romani di Velitrae». È particolarmente interessante affiancare a questo testo la
descrizione che uno storico francese, il La Blanchère, diede della
situazione alla fine del secolo scorso: « In
ottobre, nell'Appennino, si sente che la neve è prossima. Nella
pianura Pontina, le piogge di novembre stanno per ridar vita alla natura
inaridita e fanno un po' diminuire la febbre. in questa fase di
intermezzo, la macchia terracinese si va popolando. Dall'Appennino
romano, dagli Abruzzi [...] una folla di persone viene ad abitarvi.
[...] Nell'immensa foresta Pontina ognuno ritrova la sua « lestra » ,
cioè una capanna costruita da lui o da quelli che Io hanno preceduto:
spesso un antenato, perché le famiglie si sono perpetuate a volte per
secoli in alcune di esse. Una staccionata rinchiude gli
animali; una capanna a forma di arnia le persone. Per conto
suo o di un altro, l'occupante pratica uno o parecchi dei mille mestieri
della macchia: pastore, vaccaro, porcaio più spesso, talvolta
boscaiolo, sempre bracconiere e vagabonda; utilizzando senza scrupoli la
macchia come un selvaggio utilizza la foresta vergine, egli vive, e con
la sua attività fornisce un reddito ai padroni del terreno, e al suo,
che gli ha affidato le bestie, quando queste non gli appartengono. Così
passano sette mesi. Arriva giugno, le paludi si asciugano,
gli stagni della foresta anche, i bambini tremano dalla febbre, le
notizie dal paese sono buone. Per quindici giorni le strade
sono coperte di persone che ritornano alle montagne. [...] La
grande industria pastorale, che insieme alla piccola fa la ricchezza
dell'Italia centrale, popola nello stesso periodo le montagne. [...] I
Lepini, soprattutto nel versante sud, il Circeo, la cintura della valle,
cime in tutto o in parte boscose, si popolano come per magia. Una folla
di vaccari, caprai, pecorai vengono a costruirvi o a ricostruirvi le
loro capanne. Per più di sei mesi la montagna risuona dei
campanacci, dei pifferi, dell'abbaiar dei cani. [...]
L'agricoltura terracinese attira ancora molte persone: la grande impresa
agricola cioè, tipica soprattutto delle paludi Pontine. Le
tenute sono molto vaste, e i mercanti di campagna, gestendone più
d'una, ampliano ancora il volume dei loro affari. Siccome qui
non abita nessuno, bisogna cercare altrove le braccia: è di nuovo la
Ciociaria, sono le montagne napoletane che forniscono Il necessario. Dalle
zone di Sora, di Isernia, dell'Aquila, guidati dai loro «caporali, i
lavoratori arrivano in bande di uomini e di donne. [...] Per più di metà
dell'anno Terracina è sommersa dalla folla dalla gente venuta da fuori. Uno
straniero, vedendo la domenica 1'uscita della grande messa, si
domanderebbe dove sono gli abitanti del luogo. Tutti i
costumi si mescolano: l'indigeno con il cappotto romano, sempre foderato
di tessuto verde, l'aquilano dal mantello blu, l'abruzzese avvolto nella
sua mantella color terra; quasi tutti calzano le «ciocie» a
grosse corregge. Quanto alle donne, la varietà dei costumi
arriva almeno a cinquanta”. [Marie René DE LA BLANCHERE «Essai
d’histoire locale» – 1883] L'economia
della palude Pontina, se vogliamo confrontarla con quella del "Latium
Vetus”, essa sì piuttosto misera, non era certo
un'economia povera.
In effetti essa si adattava, in modo così mirabile e più di
ogni altra cosa, ad un sistema di vita arcaico che aveva delle sue
particolari esigenze. Volendo analizzare più da vicino la situazione ambientale della
regione possiamo notare che la conformazione geologica della pianura è
quanto mai articolata. A nord si
trovano i terreni vulcanici delle estreme pendici dei Monti
Albani, trasportati dalle alluvioni fino a Forum Appii (Borgo Faiti):
questa è sempre stata una zona molto fertile, ben irrigata, adatta
nelle parti alte alla coltivazione della vite, più giù alle culture
orticole e anche ai cereali. Molto fertili sono state anche
le terre rosse, alle pendici dei monti calcarei del lato orientale,
adatte tanto ai seminativi che ai pascoli. Anche l'area centrale,
prossima alla palude, è da sempre stata piuttosto fertile. Uniche zone improduttive o quasi sono quelle sabbiose del cordone
litoraneo e degli stagni costieri. Tuttavia, tale zona è stata sempre
ricca di foreste e molto pescosa. Si tratta,
insomma, di un ambiente particolarmente adatto a uno sfruttamento misto:
cereali e ortaggi nella fascia di pianura ai piedi dei rilievi
settentrionali e orientale; sulle pendici di questi, la vite e l'olivo
(ancora importante rispettivamente a Velletri e a Cori); pascoli estivi
per gli ovini sulle montagne, invernali ai piedi di queste; pesca negli
stagni costieri, e allevamento del maiale nella foresta (una delle
etimologie proposte per “Suessa Pometia”, la città più ricca del
territorio pontino in epoca romana, deriva da “sus”, nome latino del maiale). La
disposizione degli insediamenti lungo i margini del territorio, alle
pendici e sulle sommità dei rilievi, coincide molto bene con le aree più
fertili della pianura. Per tutti
questi rilievi non possiamo stupirci, quindi, che gli annalisti romani
avessero molto insistito sulla ricchezza della zona in uomini e in beni,
ed avessero ricordato le forniture di grano, da qui provenienti, che più
volte avrebbero salvato Roma dalla carestia. Dallo
studio proposto inoltre si ben comprende come la pianura Pontina abbia
costituito, fin dal periodo arcaico, la prima area di espansione per
Roma e per tutta la lega Latina. La
Conquista Romana La
tradizione che ricorda l'occupazione romana fino a Terracina già nel
periodo dei Tarquinii, a lungo considerata leggendaria, va assumendo,
anche in seguito a recentissime scoperte archeologiche, contorni sempre
più verosimili. Il
documento fondamentale è il celebre trattato romano-cartaginese
riportato da Polibio ( III, 2) , che lo vide a Roma,
conservato nell'Aerarium. Secondo l'autore greco su di esso
era inciso il nome dei primi consoli della repubblica, e quindi la sua
data sarebbe il 509 a.C. vi si leggeva “I Cartaginesi non molesteranno
i cittadini di Ardea, Anzio, Laurento, Circei, Terracina, né di
alcun'altra città latina soggetta a Roma, e si terranno lontani dalle
città libere: se ne hanno conquistata una, la restituiranno intatta ai
Romani. I
Cartaginesi non dovranno costruire fortezze in territorio latino, e se
vi entreranno come nemici non dovranno passarvi la notte “. Questa
cronologia è stata in genere respinta, perché si è ritenuto
impossibile che il dominio romano si estendesse fino a Terracina in
un'epoca così antica, e si è preferito attribuire il trattato alla metà
del IV sec. a.C. Tuttavia, Polibio ricorda esplicitamente l'aspetto
molto arcaico dell'iscrizione, che la rendeva difficilmente
comprensibile ai Romani del suo tempo (ciò che non si comprenderebbe se
il trattato fosse stato di solo due secoli più antico). Se
però si deve escludere una data al IV secolo, automaticamente diviene
possibile solo la fine del VI: infatti, nei primi anni del V secolo la
discesa dei Volsci tagliò fuori i Romani e i Latini dalla regione
Pontina per più di un secolo. La recente
scoperta a Satricum di una dedica in latino, in cui appare il nome di un
Publio Valerio (probabilmente da identificare con uno dei primi consoli
della repubblica, il celebre Publio Valerio Poplicola), databile agli
ultimi anni del VI secolo, dimostra che i Romani potevano ancora
accedere liberamente, anzi dedicare monumenti importanti, in una città
che tra il 495 e il 491 passa nelle mani dei loro nemici mortali, i
Volsci. Diviene
così plausibile anche la fondazione di colonie latine già sotto i
Tarquinii: Signia, Circei (Livio, I, 56); mentre dell'inizio della
repubblica sarebbero Velitrae (494) e Norba (492), oltre a una
rifondazione di Signia. Il fatto che Cora, Circei, Corioli, Norba, Satricum, Setia, Velitrae
e probabilmente anche Tarracina , siano presenti nella lista dei popoli
latini collegati contro Roma in occasione della battaglia del lago
Regillo (Dionigi d'Alicarnasso, V 61, 3) è stato considerato sospetto,
e indizio sicuro della falsità della lista. Altri hanno
pensato che essa fosse tratta dal testo del trattato tra Roma e i Latini
(foedus Cassianum), firmato nel 493 a. C. e inciso su una colonna di
bronzo presso il Comizio. In tal caso, si avrebbe una
conferma non solo dell'esistenza di tutti questi centri all'inizio del V
secolo, ma anche della loro appartenenza alla comunità politica dei
Latini. In ogni caso, la rifondazione della lega in quell'anno, dopo gli
scontri violenti che l'avevano divisa all'inizio del V secolo, è da
spiegare con le necessità difensive imposte dal nuovo, pressante
pericolo dei Volsci, che portò di lì a poco (486 a.C.) a includere nel
patto anche gli Ernici. Le guerre con i Volsci occupano tutta la storia del V secolo, e
dovettero colpire profondamente i Romani: la saga di Coriolano, che si
sarebbe cantata ancora all'epoca di Augusto, costituisce la trascrizione
mitica e poetica di tali vicende. Nella realtà, è molto
difficile ricostruire la storia, estremamente confusa e intricata, di
questo periodo. Le città della valle Pontina dovettero
essere occupate quasi tutte dai Volsci, tranne le munitissime fortezze
di Cori e di Norba. Ai limiti del territorio volsco la lotta
dovette svilupparsi intorno a Pometia, Velitrae e Antium. Caduta
ben presto la prima (che sarebbe stata distrutta più volte da! Romani,
1'ultima delle quali nel 495: e significativamente la città manca nella
lista del "foedus Cassianum", mentre è presente in quella più
antica, trasmessaci da Catone), i Romani tentarono di fondare colonie
nelle altre (a Velitrae nel 494, ad Antium nel 467): ma il fallimento di
questi tentativi risulta da [fatto che ambedue le città erano
certamente volsche ancora nel pieno IV sec. a. C.- La ripresa
dell'avanzata romana, i verifica successivamente all'incendio gallico
del 390. Lo stesso Camillo avrebbe sconfitto i Volsci nel 389 a.C. (Livio, VI
2, 13): da allora comincia l'occupazione della regione da parte dei
Romani, che trova la sua sanzione definitiva nel 359, con la creazione
della tribù Pomptina. La ribellione latina (341-338), alla
quale i Volsci diedero un contributo determinante, fu 1'ultimo,
disperato e sfortunato tentativo di capovolgere un rapporto di forze
ormai gravemente spostato in favore di Roma. Significativamente,
dopo il 338 riprende la fondazione di colonie, che si era arrestata nel
382; ma ormai si tratta di una politica diretta esclusivamente da Roma. Le colonie dedotte nella regione Pontina, dato il carattere costiero
della regione, furono esclusivamente colonie di diritto romano, cioè
piccoli insediamenti marittimi con soli 300 coloni, destinati
sostanzialmente a fini militari e di difesa delle coste, ma forse anche
alla tutela dei commerci marittimi, che verso la metà del IV secolo
iniziano un nuovo sviluppo, come dimostra la stipulazione, nel 348, di
un altro trattato tra Roma e Cartagine. Unica colonia latina è
quella installata nel 312 nell'isola di Pontiae (Ponza), forse destinata
a proteggere la costa e a garantire le rotte marittime per la Campania. Subito dopo la conclusione della guerra latina viene fondata
Antium (338), seguita molto presto da Terracina (329), e con un
certo intervallo da Minturnae (295). Le ultime due, oltre che
con funzioni portuali, si spiegano come caposaldi sulla via Appia,
tracciata in una data intermedia tra le due fondazioni (312 a.C.): esse
dominano infatti due punti strategicamente determinanti della strada: lo
sbarramento del Monte S. Angelo e il passaggio del Garigliano, che
costituisce (in antico come oggi) il confine della Campania. SEZZE, TERRACINA E PRIVERNO Tra
Leggenda e Storia Setia, Anxur, Privernum,
nomi fascinosi che evocano antiche città di tempi lontani, legati alla
favola ed al mito, quando l'uomo primitivo non aveva ancora
dimestichezza con la parola scritta e con il libro: nel riflesso
evidente della leggenda e del mito si scorge la figura di Enea cosi come
stata tramandata dal poeta Virgilio: «Canto l'armi e l'uomo che per
primo dalle terre di Troia raggiunse esule l'Italia... e le sponde
lavinie... e introdurre nel Lazio i Penati, di dove la
stirpe latina... ». Era
quello il territorio del Latium Vetus che Enea venne a dominare,
sottomettendo con Latino molti capi e re locali legati alle nostre città. Siamo qui a circa 1200 anni prima di Cristo e già tali racconti
sono registrati quasi come storia. Nel racconto favolistico e mitico invece le origini di quel
territorio e di quelle tre antiche città sorelle e rivali si agganciano
a figure ancor più mitiche ed a deità pagane. Il nome Latium sembra derivare dal suo aspetto prevalentemente
pianeggiante (dal latino "latus" ovvero ampio, spazioso), ma
l'epica e la poesia di Virgilio e di Ovidio lo vogliono far derivare da
Saturno profugo, ossia Sabazio Saga, che ivi si nascose (Saturnus
profugus Latuit, unde Latium nomen habuit) quando fuggì da Giove suo
figlio, ricoverandosi sotto la protezione di Noè o Giano, primo re dei
Latini. Proprio
la vetusta Setia si gloria di essere stata l'ospitale asilo di Saturno e
di Ercole, da cui si vanta di essere stata fondata, e di aver preso il
nome etimologico da «setis», cioè dalle setole del mantello del leone
Nemeo indossato da Ercole stesso: «Setia Plena Bonis Gerit Albi Signa
Leonis» recita lo stemma cittadino. Una lapide rinvenuta nel 1657 fra
le rovine del tempio di Ercole (sopra il quale si costruì il Seminario)
ricorda e tramanda: «Herculi fundatori S.P.Q.S». Al
tempo di Latino, re dei Latini, la città era di stirpe volsca e nel
mito setino si racconta dei favolosi intrecci d'amore e di odio che
videro protagonisti il setino Ufente e la privernate Camilla. Le origini di Privernum invece, secondo l'epopea virgiliana, si
debbono al popolo latino ma il toponimo è da ricondursi a Priverio, re
del popolo Osco, che l'avrebbe strappata ai Latini. Le vicende guerresche continuano con Metabo il figlio di Priverio
che, sconfitto da Latino, dovette fuggire da Privernum insieme con la
vergine Camilla, sua figlia. Costei, alleatasi con Turno, re dei Rutuli, ritorna in patria e
riconquista la sua città natale e quindi va a contrastare lo sbarco di
Enea nel Lazio. Camilla
morì in battaglia nel 1170 a.C. sotto i colpi di Arunte, mentre Turno
si immolò in duello contro Enea, che soggiogò tutto il territorio
laziale. La
terza città del nostro mito Terracina, l'antica Anxur, è legata
anch'essa al mito delle popolazioni volsche, cui fa pensare il nome
stesso volsco di Anxur. Il
dio Giove, invaghitosi della bella Ninfa Feronia, per vincere la sua
ritrosia ricorre ad una delle sue trasformazioni e le si presenta come
un ragazzo imberbe, cioè "Aneu xuru" o anxur, senza rasoio,
che del rasoio non ha ancora bisogno, cioè sbarbatello: è questo il
Giove fanciullo adorato nel famoso tempio terracinese. Qualcuno
ha anche immaginato per lei una precedente ma non documentata presenza
etrusca e non mancano ipotesi su una sua origine spartana. Nel racconto mitico omerico Anxur è legata a Circei, alla maga
Circe ed a Ulisse che in questi lidi venne ammaliato dalle arti di
quella mitica maga. Da menzionare è anche l'appellativo di Lucus
Feroniae ad indicare la fonte di Feronia posta presso la stessa Anxur «Jupiter
Anxurus arvis praesidet et viridi gaudens Feronia luco» recita Virgilio
nell'Eneide, mentre Orazio, nelle Satire, enuncia «Ora manusque tua
lavimus, Feronia lympha». Le
tre città sorelle e rivali accolsero il seme del cristianesimo già
dalla venuta dei primi apostoli in Italia. Gli Atti degli Apostoli (28,15) ci tramandano l'arrivo di San Paolo
e di San Luca al Foro di Appio ed alle Tre Taberne, in cui vennero loro
incontro i primi proseliti romani. San Paolo, partito da Pozzuoli alla volta di Roma, sbarcò molto
probabilmente a Terracina (Anxur), in cui propagò la nuova dottrina.
Una pia tradizione vuole che sant'Epafrodito, amico di San Paolo, sia
stato il primo vescovo della città. Anche
il nome di San Pietro appare pur indirettamente legato a Terracina:
un'altra leggenda dice, difatti, che Simon Mago, autore della disputa
con l'apostolo, non morì ad Ariccia ma a Terracina, dove si era
rifugiato presso amici. Da
Foro Appio, San Paolo, secondo l’usanza comune tra gli Apostoli, ordinò
e mandò un vescovo a Sezze, città sede dei Flamini, e forse anche a
Priverno. Un'antica tradizione, ripresa dal cardinale Corradini, vuole infatti
San Luca come primo evangelizzatore di Sezze che portò come dote
dell'episcopato la «Rus Caeponiae familiae». Monsignor
Palombella, vescovo di Sezze verso il 1750, in una storia della diocesi
di Sezze, era riuscito a dimostrare che lo stesso
sant'Epafrodito era stato il primo vescovo di Sezze: secondo questa
affermazione Sezze e Terracina sarebbero state veramente unite tra loro
sin dalla fondazione delle prime loro diocesi. Meno
sicure sono le notizie sul vescovado di Privernum, città andata
distrutta in età barbarica e che ha perso molti documenti della sua
antichità. Comunque Priverno era come le sue sorelle «Civitas Latii
primaria et antiqua» e non poteva essere dimenticata dai primi apostoli
che, secondo le ricordate tradizioni, vi costituirono un vescovo, a
confermare l'importanza sociale e religiosa del paese. La
prima notizia sicura di un vescovo privernate la si trova nel Liber
Pontificalis che menziona il vescovo Bonifacio, cioè colui che nel 769
aveva sottoscritto gli atti del Concilio Lateranense. A prescindere dalla questione della sede vescovile le tre nostre
città di Sezze, Terracina e Priverno, offrirono il loro tributo di
martirio sin dalle prime persecuzioni cristiane di Roma. A Terracina rifulse l'esempio coraggioso di Cesareo, un diacono
africano che fu martirizzato verso il 250 insieme al presbitero Giuliano
per essersi opposto all'uso pagano di sacrificare il giovane più bello
della città agli dei durante le feste di inizio dell'anno, ad uso
propiziatorio. Il
suo culto di diffuse subito anche a Roma e soppiantò il culto
dell'imperatore: al «Divino Cesare» si sostituì il «Divino Cesareo». Non
meno fervido fu, a Sezze, il martirio della vergine setina Parasceve,
che sotto il regno di Antonino Pio si fece immolare serenamente agli dei
pagani pur di non tradire la propria fede cristiana. Ad essa seguirono, più tardi, i martirii dei beati Crescenzio e
Crescentino, rimasti per molto tempo patroni del paese di Sezze. Rimangono
ancora lacunose notizie circa eventuali martiri in Priverno ma
probabilmente anche questa città avrà pagato il suo prezzo di sangue
cristiano per la diffusione del cristianesimo. Tornando
alle prime notizie storiche sui vescovadi cittadini la cattedralità di
Sezze, secondo il Ciammarucone, è storicamente datata all'anno 649,
epoca in cui si trovano intervenuti nei Concilii i vescovi setini. Al
X secolo risale la costruzione dell'attuale cattedrale di Santa Maria
che, andata completamente distrutta in un furioso incendio, fu
riedificata e riconsacrata il 18 agosto 1364.La chiesa ha subito
rimaneggiamenti sul finire del XVI secolo e nel 1968.L'antica cattedrale
di San Cesareo a Terracina, invece, fu consacrata nel 1704 e si è
mantenuta in ottimo stato fino ai nostri giorni. La
cattedrale di Priverno risulta infine consacrata nel 1183 da Lucio III.
Il tempio è stato restaurato nel 1792.Pur con tutta questa comunanza di
storia e di vita di fede cristiana le tre diocesi pontine, sin
dall'inizio del secondo millennio, spinte da rivalità e da sentimenti
di odio cittadino, trovarono purtroppo il modo di rivaleggiare tra loro
per la supremazia del proprio vescovado. Nel
1217 papa Onofrio III, con la bolla «Ortatur Nos», confermando
l'antichità e lo stato di unione tra le tre diocesi sorelle di
Terracina, Sezze e Priverno, stabilì che le stesse restassero unite in
perpetuo tra loro anche per ragioni di patrimonio di Mensa. Siccome
Terracina si vantava fieramente di essere stata la prima diocesi in
terra pontina, e di dover per questo avere una preminenza sulle altre
vicine, insorse Sezze a rivendicare pari antichità e dignità
giuridica. Più tardi infatti, nel 1702, insorse una controversia tra le
due diocesi per la sede di consacrazione degli olii santi. La
popolazione setina postulò tale cerimonia nella sua chiesa cattedrale
non in forza di un privilegio consuetudinario ma in qualità di cattedra
vescovile «ab immemori constituta». Portando la decisione alla Sacra
Rota il ricorso dei Setini fu ritenuto non probativo per un vizio
formale. Insorse a questo punto il cardinale Corradini a sanare l'errore
e nello stesso tempo scrisse il «De Ecclesia et Civitate Setina» per
provare la causa della cattedrale setina. A sostegno
del Corradini, e ad emendare alcuni errori formali della sua opera,
l'amico Domenico Giorgi scrisse la famosa «De Cathedra episcopali
Setiae civitatis in Latio» per affrontare il giudizio risolutivo del
papa Benedetto XIII . Ci vollero ben tre documenti pontifici per
risolvere l'intricata questione dei vescovadi ma alla fine di tutto lo
stesso papa, con la bolla «Super Universas» del 10 settembre 1725,
riconferma l'unione delle due diocesi ed unì «aeque principaliter» la
chiesa privernate, di cui enumerò gli antichi vescovi. Anche
la Sacra Rota, annullando le precedenti decisioni, confermò il giudizio
del papa con proprio decreto «Coram Olivatio» del 1768. Da quella data
le tre diocesi pontine rimasero sempre unite tra di loro con un solo
vescovo, anche se con tre curie diverse nelle tre sedi. Nel
1957, dietro richiesta del vescovo mons. Emilio Pizzoni, recentemente
scomparso, con apposito decreto concistoriale, furono riunite le tre
curie in una sola, con facoltà di nominare un solo vicario generale. Il
12 settembre 1967 un successivo decreto concistoriale rimodifica il
volto della diocesi e, sotto la guida di mons. Pintonello, alle tre
diocesi pontine fu annessa Latina (proveniente dalla diocesi
di Velletri ) per farla divenire sede centrale di una nuova diocesi
chiamata Terracina, Latina, Priverno e Sezze. Tra i
dati statistici della Diocesi, da una rivelazione abbastanza recente,
possiamo notare che il territorio diocesano insiste su 1369 kmq. ed
abbraccia ben 17 comuni (distinti in 5 foranie che raggruppano a loro
volta ben 84 parrocchie). I sacerdoti diocesani residenti sono circa 80,
i catechisti circa 800 (1 su ogni 332 abitanti). È una realtà
confortante che a tutt'oggi non esista più una frammentarietà di
diocesi, ma un'unica realtà ecclesiale, che col tempo va sempre più
fondendosi e si rende omogenea nella nuova realtà della gente pontina.
Questa nuova realtà non è nata da un improvviso colpo di spugna sulla
storia, ma dal rispetto delle persone e delle singole realtà locali che
restano ancorate alle proprie radici: ognuna con originali ricchezze
spirituali, senza alcun spirito campanilistico. Sezze agli inizi del 1900 Tra
il 1897 e il 1915 i cosiddetti "paesi della Palude", nel loro
evolversi civile e sociale, subirono una radicale trasformazione sia nel
loro assetto urbano che nella società civile. I centri storici di Sezze, Cisterna, Sermoneta, Priverno, Terracina
e San Felice governavano quel territorio dell’Agro Pontino
caratterizzato dalla secolare e nefasta presenza della
"Palude" che procurava un degrado fisico e naturale di una
grande parte della Pianura Pontina. La
condizione delle Paludi Pontine, nei primi anni del 1900, non era
diversa da quella osservata sotto il pontificato di papa Pio IX. Sotto
tale papa fu costituito, con notificazione del ministro P.D. Costantino
Cialdini, il "Consorzio degli Enfiteusi Pontini e dei possidenti
dei terreni ricadenti nella Pianta Salvati del 1793". In seguito tale ente fu prima denominato "Consorzio Idraulico
Pontino" e quindi, nel corso del 1905, "Consorzio della
Bonificazione Pontina", in vista del completamento della Bonifica. Di
fatto si protraeva un solido regime di perenne Enfiteusi che vedeva le
terre recuperate dalla bonifica di Pio VI ancora in mano a grandi
proprietari terrieri ed enfiteuti che, negando le stesse terre ai
coltivatori, riscuotevano lauti affitti senza impiegare congrui capitali
per migliorarne la produttività e le condizioni di prosciugamento. Il
sistema dell’appoderamento colonico era un sogno ancora
irrealizzabile. D’altra
parte i comuni stessi del comprensorio pontino non mostravano grandi
attenzioni verso gli sforzi del consorzio di bonifica e quindi in tutto
il territorio la situazione era stagnante e stazionaria. Nel cuore dei centri storici si incominciarono, però, a deliberare
interventi edilizi di grande rilievo. In quasi tutti i comuni pontini vennero fissate nuove regole di
vincoli ambientali attraverso nuovi piani regolatori: si ebbe così una
maggior cura dell’arredo urbano, sì fecero osservare più severamente
le prescrizioni edilizie, sia per le vecchie che per le nuove
edificazioni, pubbliche o private che fossero. Le
opere di demolizione vennero limitate allo stretto indispensabile per
non gravare gli oneri comunali degli espropri e per non compromettere la
conservazione degli antichi impianti urbani ed architettonici. Senza alterare l’unità architettonica dei centri storici i
tecnici comunali incominciarono comunque a sistemare la viabilità
interna dei paesi, trasformando talvolta in pittoresche piazze degli
angusti slarghi privi di bellezza artistica. I paesi della palude, che
sotto la protezione del Vaticano avevano conosciuto una certa prosperità,
cominciarono anche a dotarsi dei servizi civili e sociali che il secolo
del Novecento, che si apriva all’insegna del progresso, presentava
come conquiste sociali indispensabili se non quasi irrinunciabili. Le
Amministrazioni Comunali di questi nostri centri, con cautela prima e
con una certa determinazione poi, si lanciarono in opere
tecnico-urbanistiche sempre più moderne: addussero
l’acqua potabile nelle case, moltiplicarono i punti di
approvvigionamento idrico per mezzo di pubbliche fontane e fontanelle,
introdussero l'energia elettrica nella civica e pubblica illuminazione
(fino a quel tempo caratterizzata da impianti ad olio e ad acetilene). Ulteriori
conquiste della modernità dei comuni furono l’ampliamento degli
uffici postali e telegrafici nonché il rifacimento del servizio per il
trasporto della corrispondenza e dei viaggiatori dai centri urbani agli
scali ferroviari, introducendo prima la carrozza poi l’automobile al
posto della "cavalcatura". Tutti i Municipi si videro
costretti anche ad installare il telefono per collegarsi con il
capoluogo di Circondario, cioè con Velletri, e con Roma Capitale del
Regno. I vari Comuni concepirono poi dei programmi di risanamento
urbano, assicurando spazio e decoro alle sedi municipali, realizzando
qualche edificio scolastico nonché delle abitazioni popolari. Ai
primi del 1900 insomma tutto il territorio pontino era in enorme
fermento di vita sociale anche se economicamente la situazione non era
proprio florida. Un restrittivo provvedimento di governo, applicato dal
1901 in poi, aveva portato all’abolizione dei dazi sui farinacei e ciò
non venne favorevolmente accolto dalle Amministrazioni locali nei paesi
della palude. La manovra economica imposta dal governo riduceva
enormemente le entrate comunali mentre il rimborso, calcolato
forfettariamente, non risarciva le singole amministrazioni del cessato
introito. A giudizio dei vari sindaci comunali l’eliminazione di
quell’entrata non si traduceva in un proporzionale vantaggio per la
popolazione perché l’operazione finanziaria era stata concepita e
realizzata dal governo soltanto per un maggior gettito erariale. La
politica del governo però non fu sempre negativa anzi, nel 1906, lo
Stato alimentò sentimenti di speranza per una politica sociale a favore
del Mezzogiorno. A Roma venne a costituirsi un Comitato centrale di
agitazione che sosteneva strenuamente l’inclusione del Lazio, delle
Marche e dell’Umbria nell’area degli interventi speciali. Tale
rivendicazione, per tutti gli amministratori della zona pontina, sembrò
offrire una occasione insperata per poter far inserire la palude pontina
tra le aree più depresse. Le locali amministrazioni ritenevano
difficile che, al momento di varare e localizzare gli interventi di
sviluppo, il governo potesse escludere l’Agro pontino che era
notoriamente gravato di mille necessità. Per
tale motivo i vari nostri comuni aderirono senza riserve al Comitato
centrale romano. Il comune di Sezze, sulla scia di tale politica
economica, già nel 1906 si adoperò attivamente per l’istituzione nel
paese di una Cattedra ambulante di agricoltura. Dopo due anni, senza
adeguati risultati, l’amministrazione setina rinnovò la richiesta
alla provincia di Roma, dichiarandosi disposta a mettere a disposizione
il dovuto locale e i relativi contributi economici per il suo
funzionamento. Il
comune di Sezze faceva presente, per il buon esito della richiesta,
"che nella rete delle cattedre e servizi di esse" il comune
rimaneva "assolutamente fuori, mentre ha una vasta zona importante
dove l’agricoltura variatissima è tuttora all’inizio". Il
comune rappresentava ulteriormente che anche i vicini comuni di Piperno
e di Bassiano avrebbero offerti contributi per questa meritoria
iniziativa sociale. Con
delibera della Provincia Romana - deputazione del 30.03.1908 -
"Sezze e Monterotondo: istituzione di Cattedre di Agricoltura"
l’impresa vide l’atteso successo e il buon inizio d’opera. La
cattedra, a giugno del 1908, fu affidata alla direzione di Raffaele
Vita. Le amministrazioni comunali non trascurarono anche di attuare
interventi culturali, stimolando la ricerca delle proprie radici,
affinando il costume ed il gusto promuovendo e finanziando i
"civici concerti" eseguiti dalla banda municipale alla
domenica e in occasione di feste religiose, di fiere e di mercati
paesani. Vedasi,
a tal proposito, l’iniziativa culturale del Comune di Sezze (delibera
di consiglio n° 12/1906) per la divulgazione del volume di Pacifico
Croci "Dell’Agro Pontino e dei luoghi abitati e più illustri fra
Terracina, Monte Circello e l’Isola Sacra". In questi primi anni
del ‘900, nella vita delle singole amministrazioni pontine, fu
presente un costante atteggiamento a favore dell’elevazione della
qualità della vita di tutta la popolazione. Gettando
un approfondito sguardo sulle deliberazioni consiliari risalenti a quel
periodo si può notare il modo di governare degli amministratori di quel
tempo, la cultura e il loro senso di responsabilità, la loro capacità
di prevedere e provvedere ai bisogni della collettività. Le delibere
consiliari, nel loro insieme, fanno pensare ad una classe dirigente
sufficientemente consapevole dei problemi che aveva davanti a sé e
abbastanza adeguata ai tempi di allora. Per
scovare il sentimento e l’animo della civiltà comunale pontina
possiamo indagare, a titolo esemplificativo, su alcuni
"frammenti" di delibere consiliari del comune di Sezze. Anno
1903: (delibera n° 53-131/1903) La giunta comunale, preoccupata per
l’aumento del prezzo del pane e della carne "in Sezze e nei paesi
limitrofi", controlla i fornai e i macellai ricorrendo al calmiere;
il prezzo del frumento resta invariato. Anno
1904: (delibera n° 156/1904) il ministero dell’Interno concede un
sussidio di 1000 lire "ai poveri danneggiati dalle alluvioni".
La giunta comunale, in attesa dei fondi stanziati, nomina una
commissione di 10 membri e predispone un urgente piano di assistenza.
Nel giro di un solo mese le somme stanziate sono distribuite ai
bisognosi. Anno
1907: (mese di febbraio) l’ufficio comunale "è sempre pieno di
persone che richiedono il nulla osta per il rilascio del passaporto per
l’estero", la giunta rafforza il servizio e ne stabilisce il
rilascio "solo nei giorni di lunedì, mercoledì e venerdì"
(delibera n° 19/1907). L’emigrazione abbassa ma non elimina la
disoccupazione e, tanto meno, la miseria che tormenta i ceti più
poveri. Il comune non resta a guardare e non si sottrae all’invito del
governo di "...far eseguire lavori ove possano prendere parte i
contadini". Per superare le aspettative del governo il comune
stesso, con mezzi propri, finanzia dei progetti aggiuntivi di opere
pubbliche. Sezze
21/11/1905: Congresso dei sindaci e dei consiglieri provinciali del
circondario per discutere "la bella idea di un impianto
circondariale di una rete telefonica". La
giunta setina, per la "colletteria" postale a Foro Appio, per
l’ospitalità e il trasporto, con la vettura dalla stazione di sezze e
viceversa, ai detti sindaci e consiglieri, si accolla l’onere di tutte
le spese. E così continuò a operare la giunta di Sezze nel 1916, in pieno
periodo bellico 1915/18: siccome
l’amministrazione delle poste non poteva tenere "una persona
apposta" per la distribuzione, fuori del circuito ferroviario, dei
telegrammi che giungevano allo scalo, la giunta comunale (delibera n°
67/1916) si accollò nuovamente l’onere relativo alla distribuzione di
tutti questi telegrammi. In
conclusione nei primi decenni del secolo, l’interesse della
popolazione dei paesi della palude per la politica era notevole, anche
se molti cittadini, per ragioni di censo, erano esclusi dall’esercizio
del voto. Anche se la politica, in senso più generale, non mobilitava le
masse, tuttavia essa non lasciava indifferenti i cittadini, che avevano
la possibilità di farsi sentire nei "pubblici comizi" e nelle
elezioni per la nomina dei rappresentanti alla Provincia e alla Camera
dei deputati. (pubblicato
su "Nuova Informazione" - marzo 1998 - N° 3, pag.
220) La Grande guerra (1915-1918) nei paesi
della palude Poco
dopo la dichiarazione di guerra dell'Italia all'Austria (24/5/1915)
tutte le comunità d'Italia furono messe in stato d'allarme e di gran
fermento sociale per l'introduzione di un'economia di guerra. Lo stato
di guerra depauperò, in breve, quasi tutti i comuni del regno, e
naturalmente anche i nostri comuni pontini, che si videro privati di
tutte quelle risorse accumulate a fatica nei primi anni del secolo. Gli
amministratori locali furono quindi costretti a perseguire una politica
di estremo rigore economico e sociale, dovendo forzatamente imporre un
pesante fardello ai cittadini ridotti a sostenere dei sacrifici
inaspettati. Nel
nostro territorio pontino, cosi come in tutto il regno, furono in breve
tempo creati degli organismi sociali per favorire l'organizzazione e la
gestione di tutti quegli interventi necessari ovunque per favorire
un'economia soggetta ad uno stato di guerra. Sorsero quindi, fra gli
altri, dei Comitati a favore dei figli dei contadini morti in guerra,
delle Società di mutuo soccorso fra artigiani e campagnoli nonché dei
Consorzi agrari provinciali. Naturalmente le prime "ricchezze"
messe sotto regime d'austerità e quindi in certo senso
"calmierate", furono l'energia elettrica, il legname, il
carbone, nonché il grano ed il granoturco e tutti i generi di prima
necessità. Gli
ufficiali dell'Esercito cominciarono a requisire il grano mentre il
Commissario Generale dei combustibili nazionali requisiva vaste aree
boschive per ricavarne legna e carbone. A tale scopo furono eseguiti
tagli indiscriminati di selve boschive, lasciando in piedi soltanto
poche aree verdi di piante scadenti. Molte volte i danni alle piante
furono provocati "dal malvolere e dall'inesperienza degli operai,
in gran parte prigionieri di guerra, addetti ai lavori". Il peso di
tutti questi problemi bellici, durante il primo anno di guerra, si
percepì poco nelle deliberazioni comunali dei nostri paesi pontini ma
dal 1916 in poi le impostazioni d'austerità economica assunsero un
onere rilevante per la già povera società civile. L'illuminazione
pubblica dei nostri centri abitati, a partire dal novembre 1916, fu
ridotta della metà fino alle 22.30 e di tre quarti dalle 22.30 fino
all'alba, termine di spegnimento delle luci. A Sezze, per esempio, il
comune aveva una dotazione pubblica di ben 4500 "candele"
(lampade): la giunta, per rigore di austerità, dovette disattivarne
2893 (cioè il 64%) lasciandone in funzione solo 1607 dalle 16.30 fino
alle 06.30 del giorno successive. Per decreto, e della stessa data del
suddetto provvedimento, fu ridotto il canone di fruizione dell'energia
elettrica. Tutto ciò, come fu segnalato al prefetto, era motivato dal
fatto che "Sezze, quale paese eminentemente agricolo, ha bisogno
sempre, anche nelle ore cosiddette piccole, della stessa quantità di
luce...". Riguardo
al razionamento di generi alimentari i comuni pontini, sui prodotti di
maggiore consumo, applicarono un calmiere che stabiliva il prezzo e la
quantità pro-capite da distribuire; Tale misura generò purtroppo
inevitabilmente il cosiddetto "mercato nero" il quale non fece
altro che rifornire di pane, pasta, grano, farina, grassi, ecc. ecc.,
soltanto le famiglie più agiate e ricche. I rifornimenti all'ingrosso e
la distribuzione vennero posti sotto il controllo diretto del Comune o
di propri delegati. Alcuni comuni si rifornivano di grano e granoturco
presso il Consorzio Agrario Provinciale, altri invece ricorrevano
direttamente ai produttori. Sezze,
a più riprese, fece consistenti acquisti di tali cereali presso il
Consorzio Agrario cui aveva aderito. Nel corso del 1917 tuttavia, il
sindaco, più di una volta, fu incaricato dal consiglio "di
requisire e pagare tutto il grano che è possibile trovare in
Paese". Ad ottobre del 1917 il razionamento diventa ancor più
pesante con la "distribuzione razionale dei generi di prima
necessità" (Comune di Sezze, delibera di giunta n'192/1917 -
"Razionamento dei generi alimentari"). A Sezze vengono
assegnati, al mese, 1000 quintali di grano, 133 di pasta e 67 di riso,
su una popolazione di circa 15000 abitanti. Furono
esclusi da questa distribuzione sociale soltanto 566 persone (o perché
produttori dei beni o familiari conviventi o dipendenti dei produttori
stessi). Su 15000 abitanti solo 14434 erano in possesso del cosiddetto
"bono di famiglia" e potevano contare su una razione che
"in base all'assegnazione", era di 231 grammi di farina, 30 di
pasta e 15 di riso. La giunta setina però, considerando che la farina
era insufficiente, ne fissò la relativa razione a 300 grammi a persona,
lasciando invariata quella della pasta e del riso. La situazione invece
della "popolazione fluttuante", secondo la stima della giunta
calcolata in numero di 500 persone, era veramente tragica e la
prospettiva immediata era una dura fame. Per tali persone fu chiesta una
razione supplementare. La
situazione riguardo al consumo dello zucchero in Sezze, sempre nel corso
del 1917, era un poco migliore di quella del pane: la quota assegnata
era di 12,50 quintali al mese. Nell'estate
del 1916, -comunque, per avere un quadro del mercato alimentare pontino,
a Sezze e nei mercati degli altri paesi pontini (con qualche lieve
differenza) i prezzi dei generi di prima necessità erano così
calmierati: pasta di qualità 0,80 lire al kg.; carne di bovino 1,50
lire al kg.; un litro d'olio lire 2,30; uno di latte 0,50; un uovo lire
0,10. Nell'estate del 1917 nei primi posti del listino prezzi del calmiere
alimentare c'erano il formaggio reggiano e il burro, rispettivamente a
lire 4,80 e a lire 6,05 al chilogrammo. Come
surrogati della costosa carne bianca la popolazione consumava carne di
rana ed invece del caffè si aveva una tazza d'orzo, molto meno raro e
costoso. In conclusione nel triennio 1916 - 1918 i prezzi subirono
aumenti vertiginosi che videro alcuni prodotti raddoppiare, altri
triplicare ed alcuni quadruplicare il loro costo. Un sollievo alquanto
diffuso fu la ricomparsa sul mercato, ma sempre ad alto prezzo, del
pesce di mare o di fiume: un chilogrammo d’anguille costava 1,80 lire
mentre il carbone vegetale, Che era una delle risorse della palude
Pontina, era calmierato a mezza lira al chilogrammo. Nei grandi centri
sorsero le "cucine di famiglia" per propagandare e favorire
una regolare limitazione dei consumi alimentari. Sempre
a Sezze, nell'ambito di tali provvedimenti economici, un provvedimento
di giunta accordava alla Croce Rossa Americana l'esonero dal pagamento
del dazio per i generi distribuiti agli orfani di guerra. (
pubblicato su "Nuova Informazione" - dicembre 1998 - N°
12, pag. 220 ) La Scuola a Sezze (1900-1924) Agli inizi del
nostro secolo (precisamente nel 1903) l’intero popolo di Sezze si
venne improvvisamente a trovare in agitazione ed in uno stato di allarme
per la crisi che si era generata all’interno del locale Ginnasio: la
Fondazione De Magistris non era più in grado di reggersi economicamente
perché incapace di corrispondere il dovuto "canone " al
ministero del Tesoro. Nonostante diplomatiche richieste, con
"premure e preghiere", presso quel ministero, non si riuscì
ad ottenere la riduzione del debito e, tanto meno, l'esonero dal
relativo pagamento. In questa penosa e pressante situazione appariva
quasi inevitabile la chiusura del Ginnasio. Per tentare
un’ultima carta, e sperare in una positiva soluzione del caso, il
sindaco e l’assessore Aquilino Caciari decidono di recarsi in
delegazione a Roma presso le autorità competenti "Preoccupati del
pericolo che corre il paese di perdere questa interessante e vitale
istituzione che formerebbe l'allarme e lo sgomento della cittadinanza in
genere, dei padri di famiglia interessati in ispecie". Siccome alla
fine di quell’ anno scolastico la questione della chiusura del
Ginnasio, "tanto reclamato dalla cittadinanza ", restava
ancora sospesa, l’amministrazione pubblica di Sezze decise di inviare
una seconda delegazione a Roma "perché in unione ai deputati politici raccomandi la cosa presso i
competenti ministeri". ( cfr. delibere
di giunta n° 32-56, anno 1903 "R. Ginnasio"). Dopo tanti
affanni la questione si risolse favorevolmente e il locale Ginnasio fu
in grado di mantenersi in vita. Ciò fu una vera fortuna per tutta Sezze
che attribuiva all’insegnamento scolastico un valore di grande
rilievo. In seguito a
questo preoccupante episodio, nel novembre del 1904, la giunta del
Comune di Sezze si trova impegnata a deliberare di un’altra questione
scolastica. Oltre al
Ginnasio operavano già nel paese altre scuole di istruzione (...per il
popolo meno abbiente) che davano anch’esse una certa preoccupazione
alla pubblica Amministrazione. Poiché la
maggior parte dei frequentatori delle cosiddette "scuole
serali" erano di famiglia contadina la giunta del paese si trovò
nella necessità di adeguare le stesse alle esigenze di lavoro dei suoi
frequentatori. Per tale motivo, con delibera di giunta n° 299/1904, si
decise di sospendere le lezioni alla fine di marzo e di trasformare le
scuole dal 15 aprile al 15 giugno in festive. Succedeva, infatti, che i
contadini, normalmente a marzo, disertavano le lezioni per andare a
lavorare nella raccolta dei tanto agognati carciofi, che sono sempre
stati una vera ricchezza per tutta la popolazione. Il programma
delle lezioni, da svolgere nelle cinque scuole serali, contemplava, per
ogni settimana, ben 5 lezioni della durata minima di un’ora e mezzo,
"oltre la mezz’ora d’ingresso". (Tenendo molto a
cuore l’istruzione popolare la pubblica amministrazione deciderà
quindi di aprire altre tre scuole serali nel 1908 e due nel 1915). Bisogna
osservare che il ministero della Pubblica Istruzione non era affatto
propenso e dedito a favorire la nascita di tali scuole e per questo non
sosteneva affatto gli sforzi compiuti, tra molte difficoltà, da tutti
quei paesi dell’agro pontino. il 19 dicembre
1906 il comune di Sezze, pur difendendo le sue conquiste scolastiche
(Ginnasio e scuole serali) dovette rinunciare ad un immediato sviluppo
culturale periferico e si chiuse davanti alla richiesta degli abitanti
di Foro Appio di aprire una scuola rurale. A negare la
nascita di tale nuova istituzione furono soprattutto ragioni di bilancio
ma non mancarono peraltro interessi di campanile ad impedire
l’istituzione nella campagna di Sezze (e ciò sarebbe stato una
primizia nell'Agro pontino) di una scuola per i contadini, con un anno
di anticipo rispetto all'Agro romano. La giunta
comunale (con delibera n° 225/1906 ) respinse la domanda perché
"... i bambini che
potrebbero frequentare detta scuola non supererebbero i 15 o 20 e che
nessuno delle poche famiglie che là vivono appartiene a Sezze e che per
questo motivo non sembra giusto che il municipio debba sopportare una
spesa che andrebbe a totale beneficio di forestieri". Il problema
della scuola rimase sempre vivo a Sezze che l’anno dopo, nel 1907, si
trovò in un momento di partecipazione popolare, quando una petizione di
ben 258 padri di famiglia venne inviata al sindaco per richiedere il
ripristino dell’insegnamento religioso nelle scuole comunali, in
conformità a quanto già avveniva in altri Comuni del regno. Naturalmente
l’autorità ecclesiastica vedeva di buon grado questa impellente
petizione culturale e non nascondeva una certa impazienza: il più
direttamente coinvolto e palesemente smanioso fra tutti era don Augusto
De Angelis. La richiesta giunse a buon fine e l’anno dopo peraltro la
giunta istituì nuove scuole rurali. Nella delibera n°
222/1908 manca ogni riferimento sulla loro ubicazione mentre sono
presenti elementi indiretti sulla prevista popolazione scolastica:
"... delibera
inoltre di emettersi dei buoni per legname occorrente alla costruzione
di 100 banchi, 4 tavoli e 4 credenze per le nuove scuole da istituirsi e
di ordinare l'altro materiale a Paravia". La gestione
scolastica, tuttavia, non sempre era tranquilla ed agevole. Nella scuola
di via Bassiano si registrò un notevole affollamento di alunni
("rigurgita di alunni", scrisse la direttrice scolastica) che
l'insegnante fu costretta a sdoppiare le classi ricevendo dal Comune una
maggiorazione di stipendio nella misura dei 2/5, "solo pel tempo in cui durerà l'affluenza di alunni". La difficoltà
maggiore, in quei tempi di scarsa formazione dei docenti, era reperire
gli insegnanti. Le due scuole rurali di Suso per parecchio tempo
restarono senza titolari fino al devastante terremoto di Messina del
1909: "...L
'assessore Caciari riferisce che l'ispettore scolastico avrebbe
finalmente trovato due maestre per le due scuole rurali che mancano
d'insegnamento, ma siccome sono due profughe di Messina, mancano di
tutto ed occorrerebbe provvederle di...». La giunta si
sentì doverosamente impegnata a «soccorrere per quanto possibile
coloro che la più grande delle sventure ha colpito». Infatti, con la
somma di denaro risparmiato per la chiusura delle due scuole e "se
necessario con integrazioni", si assunse l'impegno di provvedere
anche al guardaroba e agli utensili da cucina indispensabili alle due
insegnanti messinesi per trasferirsi a Suso ( delibera n° 32/1909 ). Un
altro terremoto, quello avvenuto che si verificò in Calabria nel 1905,
aveva mostrato quanto gli amministratori fossero sensibili verso le
popolazioni terremotate. All'indomani
di "quell’immensa sventura toccata alla Calabria ", la
giunta, su invito del prefetto, nella seduta del 16 settembre 1905, si
costituì in Comitato e fece "una passeggiata di beneficenza per
raccogliere fondi in danaro ed in altro". L’Opera contro
l’Analfabetismo, creata con d.l. 28.8.1921 n° 1.371 dal ministro
Corbino, entrò in contatto con il comune di Sezze nel 1924 con
l’istituzione della scuola ai Casali, di tre scuole serali a Suso, e
della scuola rurale a Foro Appio. Il Comune si accollò il pagamento
della pigione per i locali ai Casali e a Foro Appio e
dell’illuminazione nei locali a Suso. ( pubblicato su
"Nuova Informazione" - ottobre 1997- N° 10, pag.
173 )
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POESIE DIALETTALI SEZZESI Le Poesie della
tradizione Questa raccolta di poesie dialettali, nata da trastullo poetico, è ispirata
tuttavia alla poesia di un noto poeta dialettale romanesco, di fama
nazionale, Gioacchino Belli. Le poesie dialettali in sezzese, composte durante l’anno giubilare
del 2000, non sono la semplice traduzione delle poesie religiose del
Belli, trasportate dal dialetto romanesco a quello sezzese, anche
perché hanno in sé una struttura peculiare circa la rima e
l’assonanza di termini. Oltre a questo
aspetto linguistico le poesie sezzesi risentono molto della cultura
setina religiosa di un passato non molto remoto, offrendo al lettore
spunti di riflessione su isi e costumi sezzesi tramite anche la funzione
esplicativa di alcune puntuali note di commento. I bbóno Capo d’anno Bbon capo
d’aglio, a llei, sòra Maria! Accummè! nun
s’arisponne? Le creste vi fanno? Eh, oi si téta
campà in alligria senza fasse
attaccà da nisun malanno. Anzi, i’ stéua
a pinzà, senza dice bbucia, che facessimo
‘nzéme ‘nu cuntrabbanno: ca quello che
oi si cumbina, cummare mia ddapò si
seguita a ffà ppi tutto i’anno ! Tucchi i guschi
tètano ièsse missci a coppia ‘sta bella dì;
i pirfino ‘n paradisoda ‘ a gli sanchi si
sèrue piatanza dÓppia I , lu sai ,
dapò , pirché i papa ha criato i ggiubbileo? Pirché Ggiasù
Bambino s’a circunciso , i Figlio
di Ddio s’ha fatto Abbrèo! I otto di dicembro Solo pi oi,
Minicuccio méio, nun
sfutticchiamo. nun
sfutticchiamo, no, facémo
orazzione. Nun sai oi che
festa celebramo? la Santa e Immacolata Cuncezione. Tèta pinzà
che quando padro Adamo nun séppe vénce
la tintazzione i si magnaue la
mela di quiglio ramo n’paradiso si
sprangaue i’ purtono. Da quel dì
madre natura rimase sempre
sotto la cundanna i n’arisciue
pura i santa manco mèsa criatura Tra tutte li
uniugni che Ddio manna n’ci stètte
mai nu matrimognio casto i puro si non quiglio
di San Giuacchino i di
Sant’Anna. I primo di dicembro Finito è
oramai i meso di nuvembro Stanotte la
Madonna aropre dicembro! Pinsate ca fra
quinici iurnate, bene o malo Cumenza
n’chiesa La nuvena di
Natalo! Dapò, sintete
na cica, che succede: finiscono di
sunà i pifferai e teccote le
cummedie e gli carnovalo. Accusì si va
nnanze a stu paeso! I dapò
quaresima...i dapò Pasqua Cu’ gli ovuo: i a malapena
finisce i’ uttavario aricumincia la
cummedia, i scinario nouo! Chiappa,
n’zomma, i libretto Di gli lunario I t’accurgi
c’a tutto i’anno Tocca meso a
Pulicinella e meso A Ddio, senza divario! La dumano di pasqua Bbifania E’ pramente
bbéglio vidène ‘ngiro ‘schi funghecchi, ‘sci mammacci
, ‘schi furbi ciumachégli , mméso a ‘na
muntagna di giucarégli zumpéttà
accomme a spirichi fullécchi ! Arlicchigni ,
trumbétte , pulicinégli , cavagliucci ,
ssidiòle , cifalicchi , carittigni ,
ccuccù , schiÓppi i archicchi , sciabbule ,
bbirrittigni i tambureégli... Quisto pòrta
la còtta i la suttana , quiglio è
vvuistito ‘n camicio i ppianéta i quigli’atro
è ufficialo di la Bbifana. I ‘ntanto , o
prèto , o chierico , o ufficialo, le cose dduci cì
tireno le déta ; I mamma
striglia che ffinisce a mmalo. La nuttata di pasqua Bbifania - Mà ! Mà ! - Addurmite! - Nun ténco sÓnno! - I ffà ‘mpò addurmì chi i tè, dimonio dimoniétto! - Mà, mi vuoglio arizzà ! - Ggiù , ggiù , statte a gli létto ! - N’ ci arisisto ppiù, mò mi sprufonno. - I nun ti vuesto, io mÓ chiamo
Nonno! - Ancora nun è iorno. I chi mi su detto: chi ci mancaua poco? I ‘mbè t’aspetto. - Uffa, chi su scucciante ; su scucciante assai ! - Mà , guarda ‘m pò si s’ha fatto giorno allòco drèto. - Durmi ! ch ‘ancora è notte ! Ohia ! ch’ ha succésso
? - Oh Ggiassummio ! E’ ‘nu granchio a gli pèdo! - - ‘N ‘zomma , statte zitto , mò appiccio i lumino. - Finalmente: Vichi ‘mpò
cche m’ha purtato la Bfifana a la
cappa ‘gli cammino! La viggilia di Pasqua BBifania La Bbifana , a
gli figli , è nicissario di farcila
addumano , eh , sòra Tòlla ? ‘N giro a
ccumprà ci stà tanta fòlla. A quigli mei ci
la faccio tra otto dì, a gli ‘ uttavuario. ‘Ste di’
adecco , addÓ m’accòsto
accosto, quiglio mi bÓlla: alle Piaggie
Marine o a gli Piazzalo. Accusì
, pi Ótto dì ci pènzo i nun faccio malo i alla fine si
sa, chi vuenne cede i ammolla. Pinzate ‘n pò
che prezzi: a ‘nu giuchino oi cétto
quanto vulevano? otto scuchi ! I a ‘na
pupazza? ‘Nu béglio zicchino! Mò ognuno che
vuò vuenne cérca di
cacciarivu ‘ i ‘occhi. Ma quando stà
pì cchiude i buttechino i clienchi i
cercheno cu gli lanternino: la mèrce vi la
dauo pi ddò bbaioccchi ! Santa Lucia (tricidi di dicémbro) Oi è Santa
Lucia, occhi i cannéle! Urbi et Orbi fào
granne alligria. Le fémmene chi
si chiamano Lucia oi si magniano
zucchero i mmièle! dóppo
musudì sor Caio offre a tucchi ‘nu pranzo pi ddivuzzione
a ‘sta santa cu ppasta ,
vuino i carne di manzo : pi fistiggià
la guariggione séia , pi rimettise
dall’ittirizzia , da ‘na
mmalattia di gli occhi , sèria sèria. Pare che Ddio
quattr’occhi ci abbia fatto a ‘sta santa
avucata di gli guèrci : doua i porta
‘n fronte i doua a gli piatto. Ma pirchémmai,
dàpÓ , nu
venne i doua occhi
chi ci avanzino a gli piatto i chi stò
pittachi a gli ritratto? Teneta
sapé : 4 Lucie pi 4 Cantugni ogni tredici di
dicémbro su prucissiugni. La viggilia di Natalo Lillò, la viggilia di Natalo Micchite di
guardia a gli purtono Di cache
munsignoro o cardinalo I vidarai intrà
‘sta purdiscione. Mò entra ‘na
cassetta di turrono, mò entra ‘nu
barilozzo di cavialo, Mò i porco, mò
i pullastro, mò i cappono, i mmò ‘nu
fiasco di vuino ginuino i bbòno. Doppo ‘mpò
entra i gallinaccio, apprésso
i’abbacchio, le livue duci ,
i péscio di Fugliano, l’oglio di
livua, i tonno i l’anguilla di Cumacchio. ‘Nzomma fino
a nnotte , magni mano, tu
t’accurgiarai, Lillotto caro, quant’è
ddivuòto i popolo cristiano. La nuvena di Natalo Eh , è propeta vero A siconda
‘ggli guschi, Filumena ! Si fao vuenì i
ciechi zampugnari a cantà nuvena ! Mariuccia i
Maddalena Chiamino sempre
i carciuffulari Cu gli mucchi
ciechi i amari. Ti dirò ch’a
‘mmì nun mi pare nuvena Si nun sento di
ggli pirrirai ‘sta cantilena I ppuro costono
assai: tutta ‘sta
musica i tutta ‘sta canzone costa accomme a
‘na pirdiscione! Quando arriva
la dì di Santa Catarina ( cioè i 25 di
nuvembro) che
s’arisente ‘sta manfrina io arinasco
quasci a gli munno i mi pare d’èsse
di’lla terra la riggina. Pinzate ‘mpò: ci stao cerchi
povueri scemi che i pasturi
di notte nun volo. Puvuiracci
loro! Io ‘vece,
a gli létto mi giro i m’arivuoto I tra la
vueglia i gli sonno mi i gòdo! La fine di gli anno Oi sémo alle
trentuna di dicémbro i ha finito i
anno, caro Mattèo, i a
ogni chiesia tutto i popolo cristiano pi renne
grazzie a Ddio canta i Tadèo. Addumano, dapò,
si Cristo ci dà vuita , alla stessa
cchiesia cu ‘gli prèto s’intòna
n’atra antifona gradita a Sa’
Spirto Paraclèto. Ma a cché
seruono doppo tutte ‘ste funziugni: i ogn’anno nòvuo
porta cu’ ssé tanchi atri
trugni! Addifacchi ,
putete puro cantà voi che ggià Ddio
Santo tè , ‘n paradiso, atre cose da penzà piuttÓsto che ssentì
a vvoi! |