Sulle tracce dell'antica Vite Setina

a cura di Vittorio Del Duca

in collaborazione con Feliciano Della Mora
SOCIETA' FRIULANA DI ARCHEOLOGIA Onlus
Torre di Porta Villalta - Via Micesio, 2 
33100 UDINE - Tel/fax 0432 26560
E-mail: direzione@archeofriuli.itsfaud@archeofriuli.it, archeofriuli@yahoo.it 

Sezze, 3 marzo 2017

Recuperato l'antico Cecubo dei romani

L’esame molecolare eseguito al CREA-VIT di Susegana (TV) dalla dott.ssa Manna Crespan su presunte viti di cecubo setino, raccolte sul territorio dal presidente della Sezione Coldiretti di Sezze, Vittorio Del Duca, ha permesso di individuare l’autentica vitis setina, quasi del tutto estinta e allo stato di reliquia.

Nella foto a confronto il Cecubo a sinistra e uva fragola a destra

I campioni di vite, ognuno proveniente da vigne con storie diverse, erano stati avviati all’esame del Dna attraverso l’ARSIAL (Agenzia Regionale per lo Sviluppo ed Innovazione dell’Agricoltura del Lazio) che ha reso noti i risultati con largo anticipo sul previsto.

Purtroppo, erano in molti a Sezze a credere di conservare ancora questo antico vitigno, ma le analisi molecolari hanno rivelato che nella maggior parte dei casi si tratta di ibridi americani produttori diretti (Jacquet, Rosette, Seibelle 1000) introdotti  forse a fine Ottocento per contrastare l’azione dannosa della fillossera. In altri casi si tratta di interessanti ed antichi vitigni autoctoni già iscritti nel Registro Nazionale delle Varietà di Vite (Lecinaro, Piedirosso, Grero, Montepulciano).

Soltanto un campione è risultato dall’analisi essere l’antico cecubo dei romani e la sua storia è particolare in quanto è stato reimportato sul territorio dal Caecubus Ager di Fondi, cioè dal luogo in cui Appio Claudio il cieco, nel 312 a. C., durante la costruzione della via Appia, trovò l’antico vitigno che prese il suo nome. Cecubo deriva infatti dall’unione delle parole latine “caecum” e “ bibo”, vale a dire la bevanda del cieco.

C’è da fare al riguardo quella grande distinzione, molto comune in enologia, che il clima, il terreno, la varietà di vitigno, la località di produzione, le modalità tecnologiche di vinificazione, diversificando il gusto e il valore dei vini hanno fatto sì che lo stesso vitigno assumesse qualità e denominazioni diverse a seconda della zona di produzione. E’ il caso del vitigno cecubo, che trasferito in tempi remoti dal caecubus ager, tra l’attuale Formia e Fondi,  ai campi di Sezze si distinse per qualità, pregio e celebrità, tanto da assumere la denominazione di “vitis setina” e il suo vino “vinum setinum”

Plinio nella “Historia Naturalis” ci ha tramandato che il “vinum setinum” nasceva “supra Forum Appii”, nel luogo che la tradizione popolare ha chiamato per tutto l’Ottocento “ Pantano Luvenere ”, a ricordo delle vigne di uve nere. Questa fertile campagna è attraversata dal tratturo Caniò, dove nel 1980 fu rinvenuto il tempio arcaico della dea Giunone. Peraltro nelle immediate vicinanze scorre il fosso delle Uve Nere proveniente dalla collina, quello che la “storpiazione” dialettale ne ha poi tramutato il nome, dapprima in fosso “Uenére”, poi in “Ueniéro” ed oggi in “Venèreo”. (c.f.r. Vincenzo Tufo -Storia antica di Sezze -1901).
La bonifica di Appio Claudio, come le altre di epoca romana, non miravano a sottrare alla palude nuove terre da coltivare, ma solo a liberare la via Appia dalle acque stagnanti per permettere alle legioni romane di poter scorrere velocemente verso sud, al porto di Brindisi, nell’espansione verso oriente. Erano cioè vie militari e il territorio ne trasse benefici indiretti e solo parziali, per cui la palude tornò ad avanzare e con essa la vitis setina, che da Foro Appio fu spostata verso monte, nelle cosiddette “ terre alte” e nelle colline di Setia a fare da cornice alle ville romane, di cui ancora oggi se ne ammirano i resti.

Cio è descritto molto bene da Plinio (Storie Naturali) che definisce i colli  setini “ vitiferi colles “ e da Marziale che precisa che la vite setina cresceva nei clivi che si specchiano nella palude pontina, cioè nella parte esposta a mezzogiorno. In tali siti, il vino setino raggiunse l’apice della celebrità, tanto da essere annoverato ai primi posti tra i migliori vini italici (“antea coecubum postea falernum” – Plinio). Era il vino diletto di Cesare Augusto e di tutti gli imperatori successivi perché si diceva che facesse bene allo stomaco ( Vinum setinum Divus Augustus cunctis praetulit ) tanto che per trarne il massimo giovamento, Augusto fece costruire alle pendici della collina di Setia uno dei suoi “palatium”, i cui ruderi sono oggi conosciuti come “Le Grotte”. La tradizione popolare, a ricordo di quel maestoso “palatium”, indica ancora oggi con il nome   “ Palazzo” tutta la fertile campagna prospiciente i ruderi.

Per vari secoli, la vitis setina fu al centro dell’economia di Sezze insieme all’olio e ai cereali, e non vi fu quasi poeta dell’antichità che non abbia cantato le lodi al “vinum setinum” e alle sue innumerevoli virtù . Così Plinio, Strabone, Stazio, ma  soprattutto Marziale che ne fu un illustre estimatore, tanto da citarlo numerose volte nei suoi Epigrammi.

Secondo alcuni autori locali, il “vinum setinum” perse le sue antiche caratteristiche di bontà quando i vitigni furono dislocati dalla pianura  al territorio superiore di Sezze (Suso) e non si fecero più invecchiare per decenni come da antica usanza (c.f.r. G. Ciammarucone – Descrittione della città di Sezza – 1641; F. Lombardini – Storia di Sezze - 1909) .

I vitigni di cecubo iniziarono a scomparire dal territorio setino molto probabilmente sul finire dell’Ottocento, quando i vigneti italiani ed europei subirono gli attacchi distruttivi della fillossera e vi fu uno sconvolgimento con l’importazione di vitigni americani (uva fragola in primis) usati come portainnesti.

Ora il vitigno verrà riprodotto e potrà essere valorizzato per ampliare la piattaforma ampelografica locale e regionale, mediante selezione clonale e previa verifica dell’assenza di virosi, nel caso di un reale interesse da parte di cantine locali o di semplici estimatori.


Sezze, 10 febbraio 2017

Sulle tracce del “vinum setinum”, il cecubo di Augusto

La  sezione Coldiretti di Sezze, grazie all’Assessorato all’Agricoltura della Regione Lazio e all’Arsial  (Ente Regionale Sviluppo e Innovazione dell’Agricoltura nel Lazio) riprende le ricerche sulla “vitis setina” ed i risultati si avranno entro il mese di marzo.

Riscoprire le radici di quello che siamo e di quello che abbiamo, credo sia fondamentale per progettare il futuro di qualsiasi territorio.

La vitis setina, l’antico cecubo dei Romani  che “faceva bene” allo stomaco dell’imperatore Augusto, così da costruire alle pendici del colle setino un suo “palatium” è una delle cose che abbiamo e che stiamo rischiando di perdere.

La vitis, come ci hanno tramandato, Plinio, Strabone, Marziale, Giovenale, cresceva nel territorio setino  “supra Forum Appii”,  lungo il fosso delle Uve Nere, quello che la storpiazione dialettale ne ha tramutato il nome, dapprima in fosso “Uènére”, poi in “Uéniero” ed oggi in “Venèreo”.

Dopo l’Università di Udine, che in tre anni ha analizzato solo due dei cinque campioni di vitigni del presunto cecubo  (risultati negativi)  che le avevamo inviato a mezzo della Società Friulana di Archeologia, abbiamo deciso per una strada diversa, che siamo certi darà i suoi buoni frutti entro il prossimo mese di marzo.

Abbiamo individuato sul territorio nove rari esemplari di presunti vitigni di cecubo, situati in altrettante vigne e durante la potatura del mese di gennaio abbiamo prelevato le marze che ora, grazie all’Assessorato all’Agricoltura della Regione Lazio e al supporto tecnico scientifico dell’Arsial, si trovano nel Centro di Ricerca per la Viticoltura (CRA) di Susegana (Treviso) diretto dalla dott.ssa Manna Crespan, allo scopo di poterne  individuare con esattezza le varietà attraverso l’indagine molecolare.

Ognuno dei campioni, secondo le informazioni fornite dai proprietari delle vigne, ha una storia diversa e siamo certi che per la loro morfologia, raffrontata con le notizie storiche tramandateci dagli autori locali, almeno tre dei nove campioni dovrebbero risultare della “vitis setina”, ovvero l’antico cecubo dei Romani, scoperto da Appio Claudio il Cieco nel 312 a.C. durante la costruzione della via Appia.

Cecubo deriva dalle radici latine caecum e bibere, ossia la bevanda del cieco.

Come si ricorderà, il rinnovato interesse per la vitis setina venne qualche anno fa dagli scavi archeologici che la Società di Archeologia Friulana sta tuttora compiendo  nel Comune di Moruzzo (Udine) su una villa rustica romana e che riportarono alla luce una piastra in bronzo, di piccole dimensioni,  da stare nel palmo di una mano, con riferimento ai consoli romani vigenti nel 106 d.C e alla "vitis setina" (COMMODO ET CERIALI CONSULIBUS -VITIS SETINA), che riconduce inequivocabilmente all’antico vino Setino.

Si tratterà di capire quale rapporto poteva esistere tra il Comune di Sezze ed il Comune di Moruzzo, e se il vino setino sia stato il primigenio di importanti vitigni friulani o europei.

Mentre sono abbastanza comuni i ritrovamenti di anfore romane contenenti vino, non altrettanto si può dire delle viti, ed infatti questo è l’unico ritrovamento in Italia di una etichetta di vitis, e riguarda proprio la “vitis setina”. 

Ciò sta conducendo numerosi studenti universitari di ogni parte a visitare gli scavi di Moruzzo, e l’interesse maggiore è dedicato proprio all’unicità di questa etichetta. 

La ricerca è decisamente affascinante e ci auguriamo possa aprire nuovi ed interessanti scenari su questo vitigno e sull’importanza del vino setino nell’antichità, soprattutto perché sinora si era creduto che la sua fama fosse circoscritta al Latium vetus o al massimo alla Campania, come stanno a testimoniare alcune anfore di “vinum setinum” rinvenute durante gli scavi di Pompei. 


Sezze, 8 dicembre 2016

VITIS SETINA – Primi risultati del DNA eseguiti dall’Università di Udine

La Società Friulana di Archeologia, a mezzo del suo presidente dott. Feliciano Della Mora, ci comunica i risultati delle analisi molecolari eseguite dall’Università di Udine su due dei cinque campioni del presunto cecubo setino, consegnati il 04.01.2014.

 Si ricorda che ognuno di questi campioni ha una storia diversa dagli altri, secondo le informazioni fornite dai proprietari delle vigne di origine.

La loro moltiplicazione non è andata purtroppo a buon fine per tutti  i campioni  e soltanto su due di essi è stato possibile prelevare il materiale per l’estrazione del DNA ed effettuare l’analisi molecolare.

Si tratta del lotto numero 2 della vigna di Christian Giorgi (vitigno originario da una vigna dei Colli di Suso in Sezze) ed il lotto numero 3 della vigna di Francesco Di Pastina (originario della Valle Cennerella di Sezze).

Dalle analisi effettuate, che si riportano in calce, nessuno di questi due campioni corrisponderebbe all’antico “Cecubo”, così come identificato nel database del CREA-VIT  (ex Istituto Sperimentale per la Viticoltura) di Conegliano Veneto, nella sua collezione ufficiale di circa mille varietà di viti.

L’Università inoltre precisa che i due campioni di vite analizzati sono cloni della stessa varietà che non trovano corrispondenza con nessun altro profilo disponibile nel database e che, considerato il ridotto numero di marcatori analizzati, non è stato possibile fare una ricerca di parentela.

Abbiamo contattato l’Università di Udine, tramite la Società Friulana di Archeologia, e fatto sapere la nostra disponibilità a fornire i nuovi tralci dei lotti  non andati a buon fine, unitamente ad altri lotti che ci sono stati segnalati di recente. Siamo in attesa di un loro riscontro, considerato il momento propizio dell’imminente potatura e la conseguente disponibilità di marze per la riproduzione.

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Dipartimento di Scienze AgroAlimentari, Ambientali e Animali - Università degli Studi di Udine

 

Laboratorio accreditato di analisi molecolari

(Atto Regione FVG - Servizio Fitosanitario Regionale del 14/09/2004)

 

 

Campioni

Campioni di varietà dichiarati appartenere a ‘Vitis setina’ (alias ‘Cecubo’)

Richiedenti

Dott. Feliciano Della Mora per conto della Società Friulana di Archeologia Onlus, Torre di Porta Villalta, Via Micesio 2, 33100 Udine

Responsabile analisi

Dr. Serena Foria

Responsabile scientifico

Prof. Raffaele Testolin

Data consegna referto

21/11/2016

 

 

1 Ricevimento dei campioni 

 

In data 04 gennaio 2014, il presidente di Coldiretti Latina sig. Vittorio Del Duca  consegnava al dott. Feliciano Della Mora 5 lotti di marze (riferimento lettera di accompagnamento V28). Il 06 gennaio 2014 il dott. Della Mora contattava il responsabile del laboratorio di analisi molecolari, prof. R. Testolin, per la consegna del materiale che veniva contrassegnato come segue

 

Accessione

Codice lav

Descrizione (come da lettera di accompagnamento

V889

Tufo 1A

Lotto 1A Vigna di Luigi Tufo - Vitigno originario dell'antica vigna Pasqualucci in Sezze 

V890

Tufo 1B

Lotto 1B Vigna di Luigi Tufo - Vitigno prelevato a Sezze dai frati dell'Abbazia di Fossanova 

V891

Giorgi 2

Lotto 2 Vigna di Christian Giorgi - Vitigno originario dai Colli di Soso in Sezze 

V892

Di Pastina 3

Lotto 3 Vigna di Francesco Di Pastina - Vitigno originario della Valle Cennerella di Sezze 

V892

Battisti 4

Lotto 4 Vigna di Dino Battisti - Vitigno originario della Pieve del Contado (Chiesa Nova) in Sezze 

 

I campioni, rappresentati da tralci in riposo vegetativo sono stati suddivisi ciascuno in due parti, una parte è stata lasciata al dott. Della Mora (che avrebbe provveduto ad innestare il materiale da vivaista di sua fiducia) e una parte è stata trattenuta per la moltiplicazione per talea e il prelievo del materiale per l’estrazione del DNA e l’analisi molecolare.

La moltiplicazione non è andata molto bene e nel febbraio 2015 le piante erano molto piccole e a rischio di perdita. Il 29/11/2015 presso l’azienda agraria dell’Università erano sopravvissute piantine appartenenti alle accessioni Giorgi, Di Pastina e Tufo. Nella primavera 2016 le piantine in vaso erano ancora presenti in azienda. E’ stato deciso di prelevare le foglioline, cercando di non sacrificare le piante che erano piccole, per la successiva analisi del DNA. Sono stati prelevati campioni di foglie di ‘Giorgi 2’ e ‘Di Pastina 3’, mentre ‘Tufo’ era troppo stentata per dare materiale adatto all’analisi. Le foglie sono state conservate a -80 °C fino al momento della lavorazione.

 

2 Analisi molecolari (fingerprinting)

 

Per ragioni organizzative, dato che l’analisi veniva eseguita a titolo gratuito, i campioni non venivano lavorati fino ad ottobre 2016. Ad ottobre 2016 si è provveduto all’analisi molecolare del DNA.

Dalle giovani foglie conservate a -80°C è stato estratto il DNA con il metodo CTAB modificato.

Ai due campioni di ‘viti setine’ sono stati aggiunti come controlli campioni di ‘Sauvignon’ e ‘Cabernet sauvignon’, necessari per l’allineamento dei profili a quelli presenti nel database mantenuto presso il  Dipartimento, che raccoglie circa 1.000 profili di varietà di vite, prevalentemente italiane, incluso il ‘Cecubo’ mantenuto presso il CREA-VIT (ex Istituto Sperimentale per la Viticoltura) di Conegliano (TV), nella collezione ufficiale delle varietà di vite.

Sono stati analizzati i seguenti 20 marcatori microsatellite:

VChr2b, VChr3a, VChr4a, VChr5b, VChr6a, VChr7b, VChr8a, VChr8b, VChr9a, VChr9b, VChr11a, VChr12a, VChr12b, VChr13a, VChr13c, VChr14b, VChr16a, VChr17a, VChr18a, VChr 19a.

Sono stati utilizzati primers ‘forward’ fluorescinati (FAM o HEX) per l’amplificazione in PCR e successivamente la separazione dei campioni è stata fatta al sequenziatore automatico ABI Prism, usando LIZ500 come ladder per il calcolo delle dimensioni degli alleli.

 

3. Risultati

 

Dall’analisi dei profili molecolari allineati sul database di circa 1000 varietà di vite grazie ai controlli ‘Sauvignon’ e ‘Cabernet sauvignon’, è risultato che:

§         I due campioni  ‘Giorgi 2’ e ‘Di Pastina 3’ presentano profilo molecolare simile e possono essere considerati varianti clonali uno dell’altro  (13 loci amplificati correttamente, 12 matches, 1 mismatch al locus VChr11a), come appare nell’allegato 1

§         I due campioni ‘Giorgi 2’ e ‘Di Pastina 3’ hanno mostrato profili molto diversi dal profilo di ‘Cecubo’ recuperato dal database del Dipartimento, che proveniva da piante mantenute presso dall’Istituto di Viticoltura di Conegliano (TV).

§         I due campioni ‘Giorgi 2’ e ‘Di Pastina 3’ non trovano corrispondenza con nessun altro profilo disponibile nel database

§         Considerato il ridotto numero di marcatori analizzati non è stato possibile fare una ricerca di parentela.

 

I risultati dei profili analizzati sono riportati in allegato.

  

 

Udine, 23 novembre 2016

la responsabile dell’analisi

il responsabile del laboratorio

Dr.ssa  Serena Foria

Prof. Raffaele Testolin

 

firma-testolin


Sezze, 20 gennaio 2016

Vitis Setina: in attesa del DNA

In attesa di conoscere gli studi sul DNA dei campioni di vitis setina, che consegnammo all’Università di Udine e Piacenza tramite la Società Friulana di Archeologia nel gennaio del 2014, e che si spera di poter conoscere entro la fine di questo anno (si attende la fruttificazione delle viti), la medesima Società Friulana di Archeologia, a mezzo del dott. Feliciano Della Mora, ci informa sulla prosecuzione degli scavi nella villa romana di Moruzzo (UD) in cui venne rinvenuta la targhetta metallica della vitis setina. 
In particolare ci invia un
poster di studio (#19804) del DNA eseguito sulle carcasse di 4 bovini di età romana, del genere Bos Taurus, rinvenuti nella villa, nello stesso luogo dove è stata ritrovata la targhetta metallica della vitis, che ha visto coinvolti diverse Università ed Enti di Ricerca:
1) Istituto di Zootecnia Università del Sacro Cuore di Piacenza (dott.ri Licia Colli, Marco Milanesi, Stefano Capomaccio)
2) Società Friulana di Archeologia di Udine (dott.ri. Elisa Eufemi e Maurizio Bona)
3) IGA Technology Services di Udine (dott.ri Eleonora Di Centa, Alessandro Spadotto, Slobodanka Radovic, Federica Cattonaro, Paolo Ajmone Marsan)
4) Facoltà di Scienze Agrarie e Veterinarie, UNESP- Università Statale Paulista di Aracatuba (Brazil)- dott. Marco Milanesi
5) Dipartimento di Medicina Veterinaria di Perugia (dott. Stefano Capomaccio)
6) Istituto di Microbiologia- Università del Sacro Cuore di Piacenza (dott.ssa Vania Patrone)
7) Dipartimento di Scienze Agrarie ed Ambientali, Facoltà di Agraria di Udine (dott.ri Raffaele Testolin e Michele Morgante)
8) Istituto di Genomica Applicata di Udine (dott.ri Raffaele Testolin, Federica Cattonaro, Michele Morgante)

Il poster di studio, del quale riportiamo sotto l’originale (nella consueta lingua inglese), ha il seguente titolo: 

Characterization of Ancient DNA from Late Roman Age Cattle of North-Eastern Italy By Next-Generation Sequencing: Preliminary Results (Caratterizzazione di DNA antico di età tardo romana su Bovini del Nord-Est Italia, con generazione di sequenza: risultati preliminari)
Introduzione:
Durante gli scavi in una villa rustica romana del tardo impero, presso il sito archeologico Muris di Moruzzo (Udine), sono stati trovati i resti scheletrici di 4 Bos taurus, la cui morte è riferibile a peste bovina, forse Antrace ( Bacillus anthracis) o peste bovina (morbillivirus). Secondo le ceramiche, anfore e chiodi di ferro rinvenuti, il sito risale all’età augustea dell’impero romano (I secolo a.C.) ed è stato abitato sino al II secolo d.C. La villa rustica era una residenza situata in aperta campagna e rappresentava il nucleo di una grande azienda agricola (latifondo). Essendo il centro gestionale dell’azienda, la villa rustica era costituita da diversi edifici (figura 3). I bovini di Muris erano sepolti vicino alle fondamenta delle mura di uno dei piccoli annessi che circondano l’edificio principale (figura 4). Dal momento che gli scheletri erano completi e senza segni di macellazione, è stata ipotizzata come possibile causa di morte una malattia epidemica. Fonti storiche descrivono la peste bovina proprio in quel periodo e probabilmente dovuta al bacillo del genere Antrace o Morbillivirus.
Scopo della ricerca:
I)-verificare la presenza di DNA endogeno antico; 
II)-caratterizzare i genomi del bestiame romano;
III) verificare l’ipotesi di malattia epidemica 
Materiali e metodi:
Il DNA (ADNA) è stato estratto da denti e tartaro in una struttura di laboratorio dedicata, seguendo rigorosi protocolli per campioni antichi. Segue la descrizione dei procedimenti tecnici utilizzati (NuGen, Illumina MiSeq, ecc), di cui mi risparmio la traduzione, invitando eventuali interessati a visionare l’allegato poster. 
Risultati:
In sintesi, omettendo la traduzione dei procedimenti tecnici utilizzati per la mappatura del Dna antico, si ha che l'analisi con software MEGAN ha confermato che effettivamente si tratta del DNA di Bos taurus, ma ha messo pure in evidenza la (comprensibile) presenza di DNA moderno di origine ambientale (soprattutto microrganismi del suolo, invertebrati, piante e funghi. ( Figura 6).
I prossimi passi del progetto si concentreranno a:
1- creare una biblioteca di DNA (Sequencing ADNA) su una piattaforma Illumina HiSeq per aumentare la copertura e la profondità e per confermare e analizzare le varianti in dettaglio.
2- comparare le sequenze di DNA dei bovini romani (sia nucleare che mitocondriale) con genomi bovini moderni;
3- Investigare sull'eventuale presenza di agenti patogeni comuni tra bovini antichi e moderni, tramite la caratterizzazione di sequenze batteriche a livello di specie.

sotto il poster di studio (#19804)


Sezze, 24 gennaio 2014

Gli antichi vitigni setini
Nel corso della ricerca sulla “vitis setina” e sulla sua storia, ho avuto modo di approfondire e di apprendere notizie sulla viticoltura setina e sugli antichi vitigni in via di estinzione. Per migliaia di anni si è avuta a Sezze, come nel resto dell’Italia, una situazione vitivinicola quasi statica, ma nella seconda metà dell’Ottocento alcuni eventi hanno cambiato e stravolto il quadro, per il diffondersi delle malattie peronosporiche ma soprattutto a causa di un insetto proveniente dal Nord America, la “fillossera”che attacca le radici delle viti: un vero flagello che minacciò gravemente la sopravvivenza dei tradizionali vitigni europei. 

Per ovviare all’inconveniente, furono importate le viti americane, perché le osservazioni in campo avevano dimostrato come queste avessero sviluppato nel tempo una spiccata resistenza alla fillossera, proprio come parzialmente già accadeva con l’uva fragola, importata in Italia qualche decennio prima, in tempi non sospetti, ma ritenuta responsabile per lungo tempo della trasmissione dell’insetto. Sulle “barbatelle” americane furono così innestate le gemme delle nostre “vitis vinifere” più diffuse, come Ottonese, Cacchione, Cesanese , Malvasia bianca, Malvasia nera,Trebbiano, Moscato ecc., e fu possibile salvarne le specie. Ma la nostra “vitis setina”, l’antico cecubo tanto caro ad Augusto, come si comportò con gli attacchi della fillossera? Fu resistente? Oppure fu innestata o ibridata per poterla salvare? 

La “vitis setina” descritta dal Lombardini nella Storia di Sezze, e della quale fu trovato un germoglio presso il fosso Uèniero (fosso delle uve nere) che fu poi trapiantato alla Pieve del Contado (Chiesa Nova), era veramente l’antico cecubo o non piuttosto una barbatella ibrida americana del tutto simile alla nostra e finita lì chissà come e perché? 

Di certo sappiamo che quella che dovette e dovrebbe essere la vitis setina, viene oggi propagata senza necessità di alcun portainnesto americano e questo alimenta dubbi e perplessità riguardo ad un possibile Ibrido Produttore Diretto, alimentati anche dalla presenza di un raro esemplare di vite che ho potuto esaminare in loco e che è stato chiamato col nome alquanto bizzarro di “cecubo bianco”. I dubbi restano, ma ancora per poco, fino a quando cioè le Cattedre di Viticoltura delle Università di Udine, Piacenza e Milano non avranno ultimato gli esami del dna sulle viti setine, consegnate agli amici della Società Friulana di Archeologia che conduce gli scavi alla villa romana di Moruzzo. 

Ma quali sono le viti americane (barbatelle) che si diffusero a Sezze nella seconda metà dell’Ottocento per poter essere innestate o ibridate con le nostre “vitis vinifere” ?  

Principalmente furono di tre specie: la vitis labrusca (uva fragola nera o Isabella, e fragola bianca detta anche Noax), la vitis rupestris e la vitis riparia, ma soprattutto le loro ibridazioni di prima e seconda generazione, chiamati Ibridi Produttori Diretti perché non abbisognavano di innesto.  Da questi ibridi si ebbero nella nostra zona vini che molti ricordano e che si producono ancora in modestissime quantità, come il Clinto, il Clinton o Grande Clinto, il Bacò e il più famoso Fragolino. È bene ricordare che di questi vini, in ragione del loro elevato valore in alcol metilico, fu vietata la commercializzazione in luoghi pubblici, come osterie, trattorie, enoteche, ristoranti e loro cantine, ma fu consentito il consumo diretto per uso familiare. 

Eppure erano e restano piacevoli, li si beve con gioia, alcuni hanno una inconfondibile dolcezza molto gradita alle donne e ai bambini.                                                                                                     Le norme impedivano comunque di chiamarlo “vino” e ancora oggi tra alterne vicende ritroviamo nella legislazione della Comunità Europea il divieto di commercializzazione perché con il termine di “vino” va inteso solo il succo d’uva e sua fermentazione proveniente dalla specie botanica “vitis vinifera”

Ciò non toglie che la vendita e il consumo come “prodotto alcolico di fermentazione” senza citare la parola "vino" sia esteso ancora oggi in tutta Europa. Per la verità, la legge volle con questi provvedimenti tutelare più i vitigni europei che la salute dei consumatori, i quali peraltro non correvano alcun rischio. Infatti, già al momento della loro introduzione in Europa, fu dimostrato che, per avere danni dal più elevato tenore in metanolo di questi “vini non vini” un individuo adulto ne avrebbe dovuto assumere una quantità giornaliera pari un ettolitro per tutti i giorni dell’anno.
Sino agli anni sessanta del Novecento, Sezze ebbe una discreta produzione di uve, non in quantità da export ma comunque sufficiente all’uso familiare e locale. Tra le antiche vigne oggi non più esistenti, furono rinomate quelle di
Pasqualucci, La Penna, Lombardini, Maselli, Millozza, Boffi, Del Duca, e altre ancora, ma dopo la scomparsa dei latifondi non ci fu quasi agricoltore che non avesse coltivato in pianura qualche filare di uva o non avesse un pergolato. 

Così, la vite germogliava nei filari sul ciglio dei fossi, tra campi di grano e di carciofi, consociata ad altre colture, sino a quando non furono di intralcio alle moderne macchine cavafossi o alle colture intensive degli ortaggi. 

Gli immigrati “susaroli” provenienti dalla Valle del Liri, portarono nelle contrade di Suso i vitigni dei loro luoghi e qualche anziano ricorda ancora con nostalgia un vino bianco, chiamato “Biancuzzo”, che oggi non si produce più, sparito come altri vini di cui si è persa memoria. 

La fine della civiltà contadina ha decretato anche la scomparsa dell’uso di fare il vino in casa, di conseguenza anche la vite non germoglia più nelle quantità di prima, quando si pigiavano le uve con le pigiatrici “a manovella”, oppure si pestavano dentro i tini a piedi nudi e calzoncini a mezza gamba, con piacere e divertimento dei giovani che vi improvvisavano veri e propri show tra canti e saltarelli, accompagnati dal suono della “tarantella”, del “cuticù”, dell’organetto, oppure in mancanza di tali strumenti percuotendo casseruole, coperchi, posate, bicchieri e persino imitando a voce gli strumenti musicali.
Il buon vino è frutto di passione e di arte che ancor prima della cantina inizia in campagna, e va dalla selezione dei vitigni alla scelta del terreno, dalla densità d’impianto alla potatura e alle varie fasi di coltivazione, ma anche la scelta del momento della vendemmia incide fortemente sul risultato finale. I cambiamenti avvenuti nella società hanno impedito, salvo rarissimi casi, che tali valori si tramandassero alle nuove generazioni, e anche l’Agricoltura setina è cambiata rispetto al passato. Si è passati da una differenziazione delle colture alla specializzazione degli ortaggi, imposta più che dalla vocazione dei terreni da ragioni economiche penalizzanti, tutte riconducibili all’ingresso male amministrato dell’Italia nella Ue, ancor prima che nel mercato globale.                    “Sèmo finito de campà” dicevano unanimemente i contadini di Sezze all’entrata dell’Italia nella CE, e la storia ha dato loro ragione. Oggi, tranne qualche appassionato, nessuno va più ad “impicciàrsi” (si fa per dire) per coltivare la vite e fare il vino.


Sezze, 4 gennaio 2014

Un convegno sulla storia della Vite Setina

Terzo incontro tra il Gruppo In Difesa dei Beni Archeologici e il Dr. Feliciano Della Mora

Sempre più interesse sta suscitando la ricerca sull’antico cecubo setino, che il Gruppo in difesa dei Beni Archeologici di Sezze sta conducendo in collaborazione con la Società Friulana di Archeologia, e a cui stanno lavorando ben tre Atenei: le Cattedre di Viticoltura delle Università di Udine, Piacenza e Milano.

Ed ora si sta pensando ad un convegno da tenersi prima ad Udine e poi a Sezze. Anche di questo si è parlato al terzo incontro tenutosi ieri (sabato 4 gennaio 2014 alle ore 17,00) presso il Museo Comunale di Sezze tra il Vicepresidente della Società Friulana di Archeologia Dr. Feliciano Della Mora e i rappresentanti del Gruppo In Difesa dei Beni Archeologici di Sezze. All'incontro era presente per la prima volta anche il Sindaco di Sezze Andrea Campoli oltre che ad alcuni coltivatori di “vitis setina” e cittadini appassionati di enologia e di storia. 

Ricordiamo che tutto nasce la scorsa estate da alcuni scavi che la Società Friulana di Archeologia sta conducendo su una villa rustica romana in Comune di Moruzzo (UD) dove nel luglio scorso è venuta alla luce una targhetta metallica risalente al 106 d. C., larga quanto il palmo di una mano, con la seguente incisione : “ Commodo et Ceriali Consulibus Vitis Setina”. 

Si sta cercando ora di capire quale rapporto poteva esistere tra il Comune di Sezze ed il Comune di Moruzzo, e se la vitis setina sia stata la primigenia di altri importanti vitigni europei. Mentre sono abbastanza comuni i ritrovamenti di anfore romane contenenti vino, non altrettanto si può dire delle viti, ed infatti questo è l’unico ritrovamento di una una etichetta di vitis, e riguarda proprio la “vitis setina”, quella che originò l’antico cecubo setino tanto caro all’imperatore Augusto. Ciò sta conducendo numerosi studenti universitari di ogni parte a visitare gli scavi di Moruzzo, e l’interesse maggiore è dedicato proprio alla unicità dell’etichetta della nostra vitis. 

La ricerca è decisamente affascinante e siamo certi, o quanto meno ci auguriamo, che potrà aprire nuovi ed interessanti scenari sull’importanza del vino setino nell’antichità e del suo vitigno, soprattutto perché sinora si è creduto che la sua fama fosse circoscritta all’antico Latium o al massimo alla Campania, come testimoniano alcune anfore di “vinum setinum” rinvenute durante gli scavi di Pompei. Per illustrare gli sviluppi della ricerca sono previsti almeno due convegni, da tenersi sia a Moruzzo entro il prossimo ottobre, che a Sezze probabilmente in occasione della Sagra del Carciofo 2015. Non si esclude in futuro un gemellaggio tra i due Comuni. 
Su richiesta dell’Università di Udine, il presidente di Coldiretti Sezze Vittorio Del Duca, con il Gruppo in Difesa dei Beni Archeologici, ha consegnato al Dr. Feliciano Della Mora, quattro lotti di tralci di “vitis setina” raccolti sul territorio tra i più rappresentativi e con una loro storia, che verranno sottoposti all’esame del DNA con il metodo comparativo (ad escludendum) con altri tipi di vitigni di cui è già noto il patrimonio genetico. Per la verità, gli stessi tralci erano già stati consegnati dal Gruppo in un analogo incontro dell’ ottobre scorso, troppo presto secondo l’Università di Udine, che ha richiesto come periodo migliore per gli esami quello prossimo o coincidente con la potatura del mese di Gennaio. Le “vitis setina” prese in considerazione sono state suddivise e consegnate secondo i seguenti quattro lotti:
Lotto 1A - Vigna di Luigi Tufo - Vitigno originario dell’antica vigna Pasqualucci sotto La Macchia
Lotto 1B - Vigna di Luigi Tufo - Vitigno dell’Abbazia di Fossanova, prelevato a Sezze dai frati sul finire dell’800, e riportato in loco da Luigi Tufo.
Lotto 2 - Vigna di Christian Giorgi – Vitigno originario da un vigneto dei Colli di Suso in Sezze
Lotto 3 - Vigna di Giovanni Di Pastina – Vitigno originario e spontaneo della Valle Cennerella di Sezze, presso la località Fontanelle.
Lotto 4 - Vigna di Dino Battisti – Vitigno originario della Pieve del Contado (Chiesa Nova) in Sezze, con ogni probabilità quella descritta dal Lombardini nella Storia di Sezze.


Sezze, 26 otobre 2013

Vite Setina, un millenario gemellaggio culturale

Gruppo In Difesa dei Beni Archeologici al secondo incontro con il Dr. Feliciano Della Mora

Decisamente affascinante la storia della vitis setina, che il Gruppo in Difesa dei Beni Archeologici di Sezze sta conducendo in collaborazione con la Società Friulana di Archeologia. Dopo i recenti scavi su una villa romana nel Comune di Moruzzo (Udine) in cui è stata rinvenuta una targhetta in bronzo del 106 d. C. con chiaro riferimento alla vitis setina ed ai consoli dell’epoca Commodo e Ceriali, si tratta ora di capire il rapporto che esisteva tra il Comune di Moruzzo con la nostra città. In particolare, la vitis setina, potrebbe aver avuto in epoca romana un’ importanza superiore a quella che già conoscevamo, con esportazioni in tutto l’impero attraverso il porto di Aquileia o di Brindisi, importanti snodi commerciali romani. E’ comunque troppo presto per poterlo affermare ed una risposta definitiva potrà venire solo dagli esami comparativi del DNA su alcuni campioni di vitis setina, che Vittorio Del Duca ha raccolto sul territorio in nome del Gruppo in Difesa dei Beni Archeologici e consegnati alla Società Friulana di Archeologia, nell’incontro di Sabato 26 ottobre nel Museo Archeologico di Sezze. 

Il Dr. Feliciano Della Mora della Società Friulana di Archeologia ricevuto nel Museo di Sezze dalla Dr. Elisabetta BrucKner, da Vittorio Del Duca, Roberto Vallecoccia, Christian Giorgi (proprietario di una vitis).

Gli esami del DNA verranno condotti dall’ Università di Udine con la collaborazione con altre Università, in particolare di Piacenza e Milano. Per la prossima primavera sono programmati due convegni, da tenersi tanto a Sezze quanto a Moruzzo, per rendere noti i risultati ottenuti dalle ricerche sia sotto il profilo storico che riguardo ad eventuali scenari economici ed occupazionali che, si auspica, ne potrebbero derivare. Abbiamo voluto brindare con il “vinum setinum” a questa ricerca decisamente affascinante assieme al dott. Feliciano Della Mora della Società Friulana di Archeologia, al quale abbiamo consegnato una dettagliata ricerca di Vittorio Del Duca, ricca di riferimenti storici sull’origine della vitis setina. Il documento sarà di supporto alla ricerca che i nostri amici friulani stanno conducendo con noi con altrettanta passione. La tappa finale, a conclusione del nostro lavoro, sarà il gemellaggio tra il Comune di Moruzzo e il Comune di Sezze. All’incontro di sabato 26 Ottobre presso l’Antiquarium Comunale, il Dr. Feliciano Della Mora della Società Friulana di Archeologia è stato ricevuto dalla Dr. Elisabetta BrucKner, da Vittorio Del Duca, Roberto Vallecoccia, Christian Giorgi (proprietario di una vitis) nel Museo di Sezze.
Di seguito la ricerca di Vittorio Del Duca, Presidente di Coldiretti Sezze e socio di “Setina Civitas”.

"La Vite Setina"

VITIS SETINA, L’ANTICO CECUBO DEI ROMANI
a cura di Vittorio Del Duca
1)- Origini del vino cecubo setino
Nel Comune di Sezze si producono ancora piccole quantità di Setino, il vino diletto di Augusto (1). Non c’è dubbio che sia l’antico cecubo, il vino rosso molto pregiato che secondo il racconto di Plinio (2) si produceva nella palude pontina (“ Caecubae vites in Pomptinis Paludes madent..“) e le cui vigne si trovavano nella zona “supra Forum Appii”. Il racconto di Plinio trova riscontro nella tradizione popolare che, fino a tutto l’Ottocento, chiamava la parte di campagna sopra il Foro Appio, “Pantano Luvenère” (Pantano delle uve nere). Tale campagna, in epoca romana, era attraversata sia dall’antica via Setina con un percorso grosso modo coincidente con l’attuale migliara 41 , sia dall’arcaico tratturo Caniò, dove nel 1980 sono stati rinvenuti i resti del tempio di Giunone. Anche il nome del “Fosso Venereo, o Uèniero” che discende dalle colline di Sezze dalla cosiddetta Valle della Ciambrusca (3) e che dirige verso il Foro Appio, sembra derivare dalla storpiazione dialettale di “ Fosso delle Uve Nere”. Le viti cecube sono originarie dell'ager Caecubus, territorio che dall'attuale Formia si estendeva fino alle attuali Fondi e Terracina, dove ancora oggi si producono piccole quantità di cecubo simile al setino, che a Fondi e paesi limitrofi (Terra di Lavoro) chiamano “abbuoto”. 

Plinio elogia in modo particolare quello prodotto ad Amyclae dove le viti di cecubo crescevano in un terreno palustre e venivano maritate ai pioppi. Amyclae era un’antica cittadina di mare fondata dai Fenici a tre miglia da Terracina e a dieci da Fondi. Dopo la sua rovina, forse a causa della malaria, i superstiti ripararono alle pendici degli Aurunci in un luogo più salubre, dove ora sorge Itri, e vi piantarono le viti di cecubo che avevano portato con loro. Secondo il racconto di Columella (4), tale vitigno si chiamava dracontion, che in greco significa serpe, perché gli abitanti di Amyclae usavano questo vino per i riti sacrificali al loro dio serpente, da ciò la denominazione di “uva serpe” con cui è conosciuta in quei luoghi. Columella individuò il sito di produzione del miglior vino dell’impero sulle alture di “spelunca” (Sperlonga). La denominazione di cecubo invece, secondo le ipotesi più accreditate, sembra risalire al II secolo a. C. quando Appio Claudio il Cieco costruì la Via Appia. Nell’attraversare il tratto da Fondi a Formia, in seguito denominato ager caecubi, Appio Claudio scoprì questi viti dalle uve nere che producevano un vino di colore rosso cupo a lui particolarmente gradito; questo vino fu poi denominato Cecubo dalla congiunzione di due termini latini “caecus” e “bibo”, ossia la bevanda del cieco. 
Anche il cardinale setino Pietro Marcellino Corradini (5) riferisce che le viti cecube di Sezze provenivano “e Caecubis urbe Campaniae” e che, come ha tramandato Plinio, il vino delle viti cecube, trasferite dalla Campania ai campi setini, divenne celeberrimo (6). Secondo Orazio (Ode I,20), il cecubo era prodotto nella zona campana del Caleno sino al vulcano spento di Roccamonfina (casertano) dove è ancora possibile trovarlo in modesta quantità. C’è da fare al riguardo quella grande distinzione, molto comune in enologia, che clima, terreno, varietà di vitigno, località di produzione, modalità tecnologiche di vinificazione, diversificando il gusto e il valore dei vini hanno fatto sì che lo stesso vitigno assumesse denominazioni diverse a seconda della zona di produzione, specie se poi in una determinata zona ha dato un vino migliore di quello di origine. E’ il caso del vitigno cecubo, che trasferito dall’ ager cecubus ai campi di Sezze si distinse per qualità, pregio e celebrità, tanto da assumere la denominazione di “vitis setina” e il suo vino “vinum setinum” . 

Tale distinzione appare netta nei testi latini (Plinio, Strabone, Marziale, ecc) che parlano di vino cecubo e di vino setino, tanto da dare l’impressione, ad una lettura sommaria e poco approfondita, che si tratti di due vitigni diversi. Stesso discorso vale per Fondi, dove il vitigno cecubo viene chiamato “abbuoto”, oppure “uva serpe” come a Itri e Minturno, ma la viticoltura è ricca di esempi, basti citare il Sangiovese che a Montalcino prende la denominazione di Brunello, con la quale è conosciuto ed apprezzato in tutto il mondo. 

2)- Le antiche zone di produzione del cecubo setino
La bonifica di Appio Claudio, come le altre di epoca romana, non miravano a sottrare alla palude nuove terre da coltivare, ma solo a liberare la via Appia dalle acque stagnanti per permettere alle legioni romane di poter scorrere velocemente verso sud, al porto di Brindisi, nell’espansione verso oriente. Il territorio ne trasse benefici indiretti e solo parziali, per cui la palude tornò ad avanzare e con essa la vitis setina, che da Foro Appio fu spostata verso monte, nelle cosiddette “ terre alte” e nelle colline di Setia a fare da cornice alle ville romane, di cui ancora oggi se ne ammirano i resti. Cio è descritto molto bene da Plinio (7) che definisce i colli “ vitiferi colles “e da Marziale (8) che precisa che la vite setina cresceva nei clivi che si specchiano nella palude pontina cioè nella parte esposta a mezzogiorno (Etque paludes delicata pontinas ex arce clivi spectat uva setini). In tali siti, il vino setino raggiunse l’apice della celebrità, tanto da essere annoverato ai primi posti tra i migliori vini italici (“antea coecubum postea falernum” – Plinio) Era il vino diletto di Cesare Augusto e di tutti gli imperatori successivi perchè si diceva che facesse bene allo stomaco ( Vinum setinum Divus Augustus cunctis praetulit ) (9) tanto che per trarne il massimo giovamento, Augusto fece costruire alle pendici della collina di Setia uno dei suoi “palatium”, i cui ruderi sono oggi conosciuti come “Le Grotte”. La tradizione popolare, a ricordo di quel maestoso “palatium”, indica con il nome “ Palazzo” tutta la fertile campagna prospiciente i ruderi. Che il “palatium” sia la residenza dell’imperatore non vi è dubbio alcuno, perché con tale termine latino i romani intendevano solo ed esclusivamente la residenza dell’imperatore, mentre chiamavano tutte le altre abitazioni “domus” o “villae”, come ben descritto da Varrone, Vitruvio e Columella. 
Non era uso dei romani bere vino assoluto, lo allungavano con acqua o con la neve (setino gelidas associate nives - Marziale ) oppure con il miele (mulsum) . Bellisssimi al riguardo i versi di Marziale (10): “Oh vino di Setia, signora delle nevi, oh grandi bicchieri, quando potrò con voi estinguere la mia sete senza che il medico me lo vieti? Stolto ed ingrato, né degno del vostro piacere è colui che antepone a voi il piacere delle ricchezze!” Del vino setino ci riferisce anche Quintiliano, che piangendo nel 90 d. C. la prematura morte a Padova di Caio Valerio Flacco Balbo Setino, autore delle Argonautiche, dice che il suo grande intelletto era merito del generoso vino della sua patria: Setia ( cfr : Institutio Oratoria lib. 10 cap. 1). Il setino, in particolare, veniva invecchiato per lunghi anni e sempre Marziale rammenta le conserve o celle vinarie di Setia (“… cellis Setia cara suis” – Lib X , Epigr. 33) oggi diremmo cantine sociali, dalle quali come riferisce Plutarco, Silla estrasse i vini di quarant’anni che offrì nei banchetti dati al popolo e ai soldati dopo la vittoria su Mario nella guerra civile . Quel conservificio, ricorda il Lombardini, si trovava nella contrada detta "zona delle vigne" (11) ed era un corridoio di quattro lati, simile a quello che si può ammirare nella casa di Diomede a Pompei; venne distrutto nel 1892 per i lavori della ferrovia (la vecchia linea ferroviaria del treno a vapore detto Tuppitto). Si ha notizia informale anche di un altro conservificio ritrovato negli anni cinquanta, in località Casa di piano nei pressi del fosso Uèniero (che letteralmente si legge” fosso delle uve nere”) durante i lavori di costruzione dell’impianto irriguo del Consorzio della Bonifica Pontina, e subito demolito .Non sappiamo se le anfore siano andate perse sotto i colpi degli escavatori oppure trafugate da ignoti. Da queste devastazioni non ci pare si sia recuperato alcunché, ed è una vera iattura per la nostra storia. Infatti, i Romani avevano appreso e continuato l'uso proveniente dalle anfore di Rodi, di indicare sulle anfore il nome del console sotto il quale il vino era stato prodotto, la qualità del vino ed altre diciture, sia riportate direttamente sull'anfora (amphora litterata) oppure su una sorta di etichetta in pozzolana (pittacium) legata al collo dell'anfora stessa (12) . Il nome dei consoli sulle anfore e l’anno del loro consolato avrebbe permesso la ricostruzione storica di molti avvenimenti e forse anche il collegamento con la “vitis setina” di Moruzzo (UD). Nei conservifici o celle vinarie, i romani usavano esporre il vino al fumo (fumarium) perché acquistasse particolare sapore e per accelerarne la maturazione (13) Si racconta che sotto il Consolato di Opimio (121 a. C.) si produssero vini molto prelibati, tra cui il cecubo, che si conservarono per 200 anni. Nel Satyricon di Petronio, Trimalcione, quando venne versato il vino del consolato di Opimio, battè le mani dicendo: “ Ahimè ! Il vino vive più a lungo di un omuncolo. Inzuppiamoci le budella, perchè nel vino c’è la vita. Questo poi è autentico opimiano!‘’ Nunc est bibendum (Ora possiamo bere) dice Orazio nell'Ode I , 37 ed invita gli amici a festeggiare, danzare e a bere il cecubo in occasione della morte di Cleopatra, perchè quando la regina egiziana era viva e tramava contro l'Impero, non era lecito portare fuori dalle cantine degli antenati questo vino così pregiato. Lo stesso autore ricorda nell’ Ode II che i vini cecubi venivano custoditi e chiusi a chiave con cento catenacci, come fossero un bene prezioso, e che erano superiori ai vini offerti negli opulenti banchetti dei pontefici.
Le anfore, sino all’inizio del tardo impero furono gli unici contenitori usati dai romani per invecchiare e trasportare vino. L’uso delle botti, sia per l’invecchiamento che per il trasporto dei vini, sembra risalire secondo l’archeologia marittima al 250 d. C. 
Raramente il vino era limpido, perciò veniva filtrato con un passino( colum) oppure con un panno di lino (Ovidio affermò che l'uso del lino modificava in peggio il sapore del vino), in cui si poneva della neve, in modo da rendere il vino fresco e falsandone anche il sapore. Plinio parlò di un sacco vinario, un sacco appuntito che veniva utilizzato per filtrare il vino, per "purgarlo" dalla feccia.

3)- Inizio e decadenza della coltivazione della vitis setina
L’umanità ha sempre avuto bisogno di generi di prima necessita, la richiesta di cibo è sempre stata alta, interi popoli hanno sofferto e soffrono tuttora la fame, eppure l’agricoltura ha attraversato lunghi periodi di crisi a causa del basso prezzo dei prodotti che non remunera le spese di produzione. Non è una novità dei giorni nostri, lo stesso identico problema si presentava già nel VI secolo di Roma (253 - 154 a.C) quando i generi alimentari delle province facevano aspra concorrenza a quelli italiani, e la repubblica romana si premurava di tenere bassi i prezzi dei cereali per avere dalla sua il consenso della plebe affamata e tumultuosa delle vie di Roma. Il grano della Sicilia veniva venduto al solo prezzo del trasporto, e con tutto ciò si costringevano quasi le province a portare i loro generi solamente nei mercati italici (14). Fu proprio in tale periodo che Sezze dovette sentire maggiormente il bisogno di diversificare le sue produzioni, quindi la viticoltura ed i nuovi vitigni di cecubo dovettero apparire come una buona opportunità per mitigare, unitamente all’industria dell’olio, gli effetti disastrosi della crisi. C’è da aggiungere che dopo le guerre puniche (264 -146 a. C) e come conseguenza del benessere creato dall’ impero, il vino insieme al pane si avviava a diventare un bene di largo consumo, che sino a poco tempo prima era riservato ai soli patrizi o bevuto nei postriboli. Anche le donne cominciarono ad assaporare le delizie del vino, un piacere sino ad allora riservato ai soli uomini (sopra i trent’anni ) e ad esse severamente proibito (15) Roma scelse la vite come coltivazione principale per i campi delle sue colonie: uno strumento politico per esprimere la pax romana, per sposare in tempo di pace l’attività di una legione con la realtà agricola e sociale della terra occupata (16) 
Per vari secoli , la vitis setina fu al centro dell’economia insieme all’olio e ai cereali, e non ci fu quasi poeta dell’antichità che non abbia cantato le lodi al “vinum setinum” e alle sue virtù salutari, soprattutto Marziale che ne fu un illustre estimatore tanto che lo cita numerose volte nei suoi epigrammi. Cosi Plinio, Strabone, Giovenale e Stazio . Quest’ultimo ci racconta come il vino setino fosse ricercato per aspergere i roghi dei defunti di alto grado sociale (17). “Nullam, Vare, sacra vites prius severis arborem…” scriveva Orazio (18) che tradotto: “Nessun albero prima della sacra vite pianterai o Varo perché agli astèni il dio rende tutto più difficile, né altra via esiste per cacciare i pensieri” e raccomanda “se sei saggio, ricordati di por fine alla tua tristezza e ai travagli della vita con il dolce vino”. Decisamente affascinante la storia di Roma, potenza militare ma anche agricola, non a caso il bastone del comando per le legioni romane era caratterizzato proprio dall’immagine della vite. E’ quindi da ritenere che i Romani esportarono “la sacra vite” in tutte le regioni dell’impero e trasformarono il vino in mito ed icona dell’impero stesso. Poi, nel II secolo d. C. sale al potere Domiziano e, causa la carenza di grano, ordina l’espianto delle viti da tutte le province, inaugurando un “proibizionismo” lungo duecento anni, non pienamente rispettato, fino a quando l’imperatore Probo abolisce l’editto e punta di nuovo sull’imperialismo viticolo (19). E’ quasi certo che il vinum setinum entrò in crisi sotto l’impero di Domiziano, anche se alcuni fanno risalire la scomparsa delle viti cecube ai lavori di scavo della Fossa di Nerone, un grande canale navigabile che avrebbe dovuto congiungere Ostia al lago Averno, passando per la palude pontina e a Terracina. In realtà tale fossa fu solo iniziata in prossimità dell’Averno ed i lavori furono subito sospesi perché scoraggiati dalla faraonicità dell’opera ma soprattutto dalla insostenibilità della spesa (20). Appare più veritiera invece l’ipotesi del Ciammarucone (21) e del Tufo (22) secondo i quali il vino setino avrebbe perso di importanza da quando venne meno l’abitudine di invecchiarlo per lunghissimi anni, che non di rado eccedeva la vita di un uomo . Probabilmente il vino setino venne sopraffatto dai nuovi vini per i quali non era necessario un pari invecchiamento. Il Lombardini cosi racconta : “I vini setini hanno perduto l’antica importanza da quando si variò il luogo di coltura delle viti. Le antiche vigne erano poste ai piè del monte, esposte a mezzogiorno ed in terreno alluminoso, siliceo, calcareo. Attualmente sono nella vallata di Suso, al nord di Sezze, ed in terreno calcareo, cretoso con ossido di ferro, ed arido nella siccità. La vallata per se stessa è ridente ma non è atta alla coltivazione della vite” (23).Se sotto il profilo agronomico il racconto del Lombardini è perfettamente vero non lo è altrettanto sotto quello storico, perché sino ai primi dell’ottocento la vallata di Suso era un’orrida boscaglia disabitata, come egli stesso riferisce in altra parte del libro, in cui difficilmente trovavano dimora le viti. La vallata infatti cominciò a popolarsi solo intorno al 1830 con genti emigrate dalla val Comino (Ciociaria) che portarono qui i loro usi e costumi e perché no, anche i vitigni della loro terra. Il vino setino, sappiamo dal Ciammarucone che già nel 1641 non riusciva così perfetto ed aveva perduto l’antico pregio(24).

4) – Sulle tracce della vitis setina
Non è poi così raro trovare a Sezze esemplari di quella che dovette essere la “ vitis setina”. Ci sono luoghi in cui ancora vegeta spontaneamente, come nella cosiddetta valle della Ciambrusca e nella valle Cennerella o Scennerella e quelle coltivate sono sparse in modestissime quantità su tutto il territorio setino La valle della Ciambrusca è situata nei pressi della parte collinare del fosso Uèniero (l’antico fosso delle uve nere), vi si ha accesso da via Acquapuzza a Sezze Scalo ( Via Sicilia) a mezzo di un tratturo che la costeggia e che conduce alla pineta del monte Antignana ( dal nome degli antichi proprietari, la gens Antonia). E’questa una delle colline dove duemila anni fa si coltivavano le vigne di cecubo, e se ancora oggi è possibile trovarne i ricacci è perchè le radici della vite, se lasciate crescere allo stato spontaneo nei propri habitat naturali, senza subire le offese dell’aratro o di altri mezzi meccanici, riescono sempre a riprodursi. Allo stato selvatico le troviamo pure nella valle della Cennerella, dove non è raro vederle arrampicate agli arbusti in una vasta riserva di caccia. Dalle loro uve il cacciatore Francesco Di Pastina, titolare di un noto supermercato setino, si accorse che dovevano essere dell’antico cecubo e una volta in pensione, animato dal desiderio di dilettarsi con un piccolo vigneto ad uso familiare, tornò nella valle, divelse alcune decine di quegli esemplari e li piantò in un suo orto a Sezze Scalo, non lontano dal fosso Uèniero, quindi nel luogo dove in epoca romana dovettero germogliare le viti. Ora possiede un bellissimo vigneto di cecubo allevato a tendone, forse il più bello che esiste a Sezze, oltre ad alcuni esemplari di Cesanese e di uve bianche tutte provenienti dalla antica e rinomata vigna della famiglia Pasqualucci, che si trovava sotto La Macchia nella parte ovest. 
Dalla medesima vigna provengono alcuni vitigni cecubi che Luigi Tufo, muratore in pensione, piantò nel suo vigneto in località Casa di piano, a qualche centinaio di metri dal fosso Uèniero, quindi nei luoghi dei vitigni primigéni. Particolare importante è che gli acini delle uve cecube provenienti dalla ex vigna Pasqualucci si presentano leggermente più grandi della media ed anche rispetto a quelle di un altro filare di cecubo della vigna di Luigi proveniente dall’Abbazia dei frati di Fossanova. A detta di Luigi, i cecubi dell’antica vigna Pasqualucci conterrebbero un tenore zuccherino più alto di quelli provenienti da Fossanova. Inolte, tra le viti cecube esaminate a Sezze, queste di Luigi sono le uniche allevate a filare, e a mio avviso è il più consono a questi antichi vitigni come ben sapevano i romani, mentre le altre sono allevate a tendone o a pergola, quindi con uve meno esposte ai benefici dei raggi solari. L’allevamento a filare lo ritroviamo anche Fondi, e più specificatamente nel vigneto della famiglia Di Trocchio in località Pantano, a un paio di chilometri di distanza dal Mercato Ortofrutticolo (MOF), dove mi sono recato per un confronto con le uve cecube setine, che sono risultate identiche
Non abbiamo antiche fonti che descrivono la vite setina, tranne quella più recente del Lombardini nella Storia di Sezze il quale racconta che un provetto agricoltore trovò a metà ottocento una vite spontanea lungo il fosso Uenièro, si accorse dal suo aspetto che non si trattava di una specie selvatica, la divelse e la piantò nell’orto della Pieve del Contado ( oggi Chiesa di S. Francesco Saverio, meglio conosciuta come Chiesa Nova) dove sino agli inizi del Novecento dava il vino cecubo per il curato(25). Di questa vite il Lombardini ne fa un’accurata descrizione (26) che si riporta integralmente, perché rappresenta l’unico indizio da cui partire per poter avere un’idea ampelografia delle viti cecube: “Tralcio color cannella, sufficientemente robusto a nodi non frequenti. Il colore della foglia è verde leggero, con la seconda pagina pulita, di forma è quasi rotonda con rilievi frequenti non molto sensibili. Il grappolo è sciolto, e di colore rosso cupo, gli acini sono ovali con peduncoli non molto corti, il sapore è zuccheroso”. E’ una descrizione purtroppo sommaria ed imprecisa per i tempi nostri, perchè il colore del tralcio, la lunghezza dei nodi, la forma e il colore delle foglie sono caratteristiche riscontrabili comunemente anche in molte varietà di vitigni che non sono cecubi, mentre riguardo agli acini ovali non è stata trovata rispondenza con quelli odierni , tranne quelli di Battisti Nello come vedremo appresso. Non sappiamo se il Lombardini abbia esaminato più piante per verificarne le caratteristiche comuni, oppure se si sia limitato all’unica pianta della Pieve, che essendo vecchiotta (fusto di 17 cm) potrebbe aver mostrato segni di malattia o di stress ambientale. In ogni caso l’esame del DNA attraverso i tralci dei cecubi visitati, che sarà affidato dalla Società Friulana di Archeologia all’Università di Udine e Piacenza ci dirà se i cecubi di oggi sono ancora quelli originari, se vi sono più qualità, o se si sono perduti per sempre.
Seguendo le tracce della vite del Lombardini mi sono recato alla Chiesa Nova nella speranza che nei paraggi avessi trovato qualcuno che si fosse premurato di perpetuarne la specie e in effetti qualcosa ho trovato nel vigneto familiare a tendone in via Montagna di Antonio Cavaricci, ex usciere dell’ospedale di Sezze in pensione. Non si tratta però del cecubo della Chiesa Nova, bensì di alcune viti provenienti dal lago delle Mole, da un modesto vigneto di un imprenditore edile, che purtroppo a causa dei suoi impegni non siamo riusciti a visitare per conoscerne l’origine ma che ci dicono provenire dall’antica vigna Pasqualucci. Nel tendone di Antonio ci sono diverse varietà di uve, e tra queste spicca una bianca alquanto strana che chiama “ cecubo bianco” di cui avevo sentito già parlare ma che non avevo avuto occasione di vedere.
Da una vigna che esisteva invece in località Chiesa Nova provengono due vitigni cecubi di Nello Battisti, allevati a pergola nella sua abitazione di via Bertonia. Le viti, di cui una vecchia e malata, sembrano tra quelle esaminate le più rispondenti alla descrizione del Lombardini, il grappolo è sciolto e gli acini sono ovali e di dimensioni tre volte superiori a quelli che comunemente si trovano tanto a Sezze quanto a Fondi. Questo vitigno, a detta del proprietario, dà un vino di un colore rosso rubino assai raro, ed in passato è stato esaminato dagli enologi di una cantina sociale che lo hanno classificato come vino cecubo. Peccato che le uve siano ora in quantità assai modesta ed insufficienti alla vinificazione, perché sarebbe stato interessante poter vedere il vino. Meritano in virtù della loro peculiarità un attento esame del DNA. 
In conclusione possiamo dire che per poter riconoscere una vite di cecubo i soli tralci non bastano, perché le analogie con le altre varietà di viti sono tante, in particolare la morfologia delle foglie, la lunghezza dei nodi ed il colore dei tralci variano in tutti i vitigni a seconda della loro distanza dall’apice e dello stadio vegetativo . Ciò che invece caratterizza maggiormente la vite di cecubo sono il grappolo, non così sciolto come comunemente si dice, e soprattutto gli acini che sono tondi, di dimensioni nettamente inferiori alle altre varietà di uva nera e con peduncolo più sottile, che da l’impressione di essere più lungo. Unica eccezione la vite di Nello Battisti, che per il grappolo sciolto e gli acini grandi ed ovali, farebbe pensare ad un'altra varietà di cecubo. 
Particolari interessanti delle antiche vigne sono le rose e gli alberi di orniello (“orneglio” in dialetto setino) ai quali la vite veniva maritata. La loro funzione non era solo di sostegno o di ornamento, ma soprattutto quella di attrarre i predatori degli insetti nocivi alla vite. Era il sistema di lotta biologica usato dai nostri avi, quando i fitofarmaci erano ancora di là da venire. Nel territorio superiore di Suso, nelle antiche ville dei notabili del paese, ora che la vigne sono state da un bel pezzo espiantate, restano gli ornielli a testimoniare il luogo che un tempo era segnato dai filari di vite e qualche rosa sparuta a bordo campo. Con il legname dell’ orniello si costruivano le botti per il vino prima che venisse soppiantato dal rovere e tutti i tipi di palerie e manici per utensili, mentre i ragazzini usavano i rami per farne forcelle per la fionde, o “ frezza “ come di solito veniva chiamata a Sezze.

NOTE
1)- Luigi Veronelli - I vini d'Italia", 1961, Canesi Editore 

2)- Plinio - Naturalis Historiae - libro XIV cap 6 e 8 

3)- Ciambrusca: in dialetto sta a significare un insieme di piante perenni, rampicanti, che avrebbero bisogno di sostegni (come la vite) – dal latino cio e ruscum 

4) – Columella – Liber de Agricoltura – libro XII 

5) – Pietro Marcellino Corradini – De primis antiqui Latio populi… - 1702 – Tomus II, pag 146 

6)- Plinio- Nat. Hist. - lib XIV cap. 6 

7)- Plinio- Nat. Hist - libro III cap 5 

8)- Marziale- libro VIII ,Epig. 112 

9)- Plinio- Nat. Hist. – libro XIV cap 6 n. 5 

10)- Marziale – lib VI, Epigramma 69 

11)- F. Lombardini – Storia di Sezze – Atesa Editrice nota 31 pag. 142. 

12) -Veronelli- Enciclopedia mondiale dei vini e delle acqueviti – Rizzoli Editore – Milano 1982- vol 2 pag. 106 

13) Giovenale – Satira 5 : ” Domani berrai vino albano o setino, del qual paese sono stati cancellati dal tempo i titoli (sulle anfore) essendosi i vecchi recipienti ricoperti di molta fuliggine”. 14) - Gli effetti determinati da questa crisi furono la scomparsa dei liberi lavoratori e l’aumento del numero degli schiavi, perchè prestavano lavoro a costo zero. Di questi infelici a Sezze ce ne dovettero essere veramente tanti, perché a quelli venuti al seguito degli ostaggi cartaginesi si aggiunsero ben presto quelli comprati dai setini dopo le guerre puniche per la vastità del territorio da coltivare. Senza parlare degli schiavi diventati tali in conseguenza della crisi, che togliendo la classe dei liberi lavoratori e dei piccoli proprietari, fece rimanere quella dei signori e dei servi ( Vincenzo Tufo – Storia Antica di Sezze- Veroli Tipografia Reali- 1908 - pag 115,116). 15) - La vigilanza era comunemente affidata alla suocera, che attraverso l’alito accertava se la nuora avesse bevuto o meno; in caso positivo veniva considerata da tutta la famiglia alla stregua di una prostituta. E’ stato anche scritto che i mariti baciavano le mogli più per accertarsi che non avessero bevuto che per amore.(ius osculi) 16) Giovanni Negri, Elisabetta Petrini – Roma caput vini – edizione I – ottobre 2011 17) Stazio – Silvae, 1 II, 7 18) - Orazio – Ode 1, 18, 1- 5 19)- Giovanni Negri, Elisabetta Petrini – Roma caput vini – edizione I – ottobre 2011 20)- Nicola Maria Nicolai – De Bonificamenti delle terre pontine- Pagliarini 1800, libro IV, pag 91. 21) - G. Ciammarucone – Descrittione della città di Sezza colonia latina di romani – Stamperia della Rev. Camera Apostolica – 1641, pag. 44 22) - Vincenzo Tufo – Storia Antica di Sezze- Veroli Tipografia Reali- 1908, pag 163 23) – F. Lombardini – Storia di Sezze – 1876 - Atesa Editrice, nota 34 pag 144 24) - G. Ciammarucone – Descrittione della città di Sezza colonia latina di romani – Stamperia della Rev. Camera Apostolica – 1641, pag. 43 - 44 25)- F. Lombardini – Storia di Sezze – 1876 -Atesa Editrice, pag 31 26) – F. Lombardini – Storia di Sezze – 1876 -Atesa Editrice , nota 34 pag 144


Sezze, 20 settembre 2013

Ecco il Cecubo coltivato a  Sezze Scalo

Bellissimo vigneto di antico Cecubo coltivato da Francesco Di Pastina

Lodi al signor Francesco Di Pastina, commerciante in pensione, con una spiccata cultura del nostro territorio che a Sezze Scalo cura un vigneto dove cresce l'antico Cecubo. Di Pastina ci ha raccontato che da giovane, quando era appassionato di caccia, notò delle viti di uva nera che crescevano spontanee lungo la Valle della Scenderella o Centerella, nella zona di Suso, al di là della “Vigna delle monache” in contrada Fontanelle. Si trattava dell'antico vitigno, già conosciuto in epoca romana e coltivato nella zona tra Fondi e Formia, che in seguito verrà chiamato Cecubo.  

Una volta in pensione il nostro signor Francesco si ricordò di quelle viti, ritornò in quella valle, ne divelse alcune e ne fece un piccolo vigneto ad uso familiare che ora germoglia rigoglioso a poche decine di metri dalla rotonda sulla SS156 che da accesso al paese di Sezze. Nello stesso vigneto è custodita anche un’altra varietà di uva nera pressoché scomparsa dal territorio setino, si tratta del Cesanese, proveniente dall’antica vigna dei Millozza sempre nella zona di Suso.

Cenni di storia sui "conservifici" di epoca romana a Sezze

I Romani appresero e continuarono l'uso, proveniente dalle anfore di Rodi, di indicare sulle anfore il nome del console sotto il quale il vino era stato prodotto, la qualità del vino ed altre diciture, sia riportate direttamente sull'amfora (amphora litterata) oppure su una sorta di etichetta in pozzolana (pittacium) legata al collo dell'anfora stessa (cfr  Veronelli - Enciclopedia Mondiale dei vini e delle acqueviti - Rizzoli Editore, Milano 1981, Vol. 2, pag. 106)

Marziale rammenta le conserve di Setia (“… cellis Setia cara suis” – Lib X , Epigr. 33) oggi diremmo cantine sociali, da cui, come riferisce Plutarco, Silla estrasse i vini di quarant’anni che offrì nei banchetti dati al popolo dopo la vittoria su Mario nella guerra civile. Il Lombardini, nella Storia di Sezze riferisce dell’esistenza nella contrada detta "zona delle vigne" di una conserva di vini (nota 31 pag. 142). Era un corridoio di quattro lati, simile a quello che si può ammirare nella casa di Diomede a Pompei e venne distrutto nei lavori del 1892 per i lavori della ferrovia (la vecchia linea ferroviaria del treno a vapore detto Tuppitto). È da desumere che da questa distruzione non si sia recuperata alcuna anfora, ammesso che ve ne fossero. 

Si è vociferato di un altra distruzione di un conservificio di vini con ritrovamento di anfore, questa volta  avvenuta  in tempi più recenti, sul finire degli anni 50, durante i lavori di scavo per la posa dei tubi dell’impianto irriguo consortile Campo Setino, nelle vicinanze del Fosso Uéniero (che letteralmente si legge fosso delle uve nere), ma non sappiamo se le anfore siano andate perse sotto i colpi degli escavatori oppure trafugate da ignoti.

Nelle foto il signor Francesco Di Pastina nella sua vigna e mentre brinda con Vittorio Del Duca

Nelle foto sopra una bottiglia di Cecubo di Formia della vendemmia del 1966

Ricerche sul Cecubo di Formia >>  http://www.cittadiamyclae.net/vinocecubo/index.htm

Le due specie a confronto: il Cesanese e il Cecubo, quest'ultimo riconoscibile per gli acini minuti

Tra le varietà coltivate dal signor Francesco Di Pastina, vicino alla vigna citata, c'è anche il genere Sorbus (genericamente Sorbo nella foto sopra) comprende alberi e arbusti della famiglia delle Rosacee. Le specie appartenenti al genere Sorbus sono molto numerose e producono tutte frutti simili, ma molto diversi per grandezza e anche per colore. Dante Alighieri lo cita come frutto aspro, in contrapposizione al fico, che ha frutti dolci.
« ed è ragion, ché tra li lazzi sorbi si disconvien fruttare al dolce fico. »


Sezze, 3 settembre 2013

Sulle tracce dell'antica "Vitis Setina"

A Moruzzo (Udine) recenti scavi archeologici danno alla luce un reperto sorprendente

Recenti scavi archeologici condotti nel Comune di Moruzzo (Udine) su una villa rustica romana, hanno riportato in luce una piastra in bronzo, di piccole dimensioni da stare nel palmo di una mano, con riferimento ai consoli vigenti nel 106 d.C e ad una "vitis setina" (COMMODO ET CERIALI CONSULIBUS VITIS SETINA) che inequivocabilmente riconduce all’antico vino Setino, così famoso nell’antichità, come ci è stato tramandato da Plinio, Strabone, Marziale, Giovenale ed altri. Nell'intenzione di approfondire la conoscenza di questo rinvenimento e del vino Setino, la Società di Archeologia Friulana che conduce gli scavi, con regolare autorizzazione del Ministero per i BB CC e della Soprintendenza Archeologica del FVG, ha chiesto la collaborazione del Comune di Sezze e del Gruppo in difesa dei Beni Archeologici che fanno capo al setino.it per capire quale rapporto poteva esserci tra l’antica Setia e la loro zona. Il 31 Agosto u.s, presso l’Antiquarium di Sezze, è venuto a trovarci, dopo uno scambio di mail, il vice Presidente della Società Friulana di Archeologia, il dott. Feliciano Della Mora, che è stato ricevuto dalla Direttrice del museo Dott. Bruckner, Ignazio Romano, Vittorio Del Duca e Roberto Vallecoccia. 

Ne è scaturito un percorso comune di ricerche e di incontri, compreso due convegni sui risultati della ricerca da tenersi tanto a Sezze quanto a Moruzzo. Fondamentale sarebbe ritrovare dei vitigni dell’antico vino setino e attraverso gli esami sul DNA, condotti dall’Università di Udine e di Milano, capire se il nostro vino sia stato il progenio di alcuni vini friulani o di altri vini esportati dagli antichi romani in tutto l’impero, anche attraverso Aquileia, importante snodo commerciale di epoca romana e non lontana dal Comune di Moruzzo. Questo ritrovamento apre scenari inaspettati sull’importanza nell’antichità del vino setino e dei suoi vitigni, soprattutto perché si pensava che la sua fama non avesse travalicato i confini del Latium Vetus. Vittorio Del Duca ha reperito qualche vitigno, ma per essere certi della loro autenticità ne occorre più di uno. Il Lombardini, nella Storia di Sezze di fine ottocento scrive che un esemplare della vitis setina si trovava, nel suo tempo, presso la Pieve del contado dove dava del vino per il curato. 

È da verificare se tale luogo coincida con la chiesa di S.Francesco Saverio, alias “chiesa nuova”, e se qui esiste ancora qualche rinascente. Di seguito la descrizione che fa il Lombardini (nota 33 pag. 144) della vite setina ed in particolare di un germoglio rinvenuto quasi per caso presso il fosso Uenièro o Veniero, storpiazione dialettale di “fosso delle Uve Nere”. Plinio, nella Historia Naturalis afferma che le vigne di si trovavano nella zona “supra forum Appii, ubi nascitur vinum setinum” ed infatti, in passato, quella località intorno al tempio di Giunone del tratturo Caniò, era chiamata chiamata “Pantano Luvenere”.
“Tralcio color cannella, sufficientemente robusto a nodi non frequenti. Il colore della foglia è verde leggero, con la seconda pagina pulita, di forma è quasi rotonda con rilievi frequenti non mo0lto sensibili. Il grappolo è sciolto, e di colore rosso cupo, gli acini sono ovali con peduncoli non molto corti, il sapore è zuccheroso. I vini hanno perduto l’antica rinomanza da quando si variò il luogo della coltura delle viti. Le antiche vigne erano poste a piè del monte, esposte a mezzogiorno ed il terreno alluminoso, siliceo, calcareo. Attualmente sono nella vallata di Suso al nord di Sezze ed in terreno calcareo cretoso con ossido di ferro, ed arido nella siccità. La vallata per sé stessa è molto ridente, ma non è atta alla coltivazione della vite” Dello stesso parere son tutti coloro che hanno scritto la storia di Sezze.
Leggendo “Storia antica di Sezze” del Tufo, nel capitolo dedicato al “Vino Setino”, ad un certo punto si legge “ quando non s’ebbe più il cecubo, in sua vece si usò il vino setino..” e dà le caratteristiche del cecubo setino. Ciò ha indotto nell’equivoco che i vini di Sezze fossero più di uno, cosa che non trova riscontro in altri autori, tanto meno in Plinio cui il Tufo fa esplicito riferimento nella nota. Evidentemente, il prof. Tufo ha sottinteso una parte del periodo di Plinio , cioè “quando a Roma non s’ebbe più il cecubo, in sua vece si usò il vino setino…”
Nell’antichità il nostro vino era molto apprezzato come quello che faceva bene allo stomaco e non c’era imperatore che non lo volesse nella sua tavola. Si dice che Cesare Augusto costruì a Sezze il suo “Palatium” proprio per gustare in loco le sue virtù’. La zona del palazzo dell’imperatore oggi si chiama “Le Gotte” (sulla vecchia 156) e la contrada prospiciente viene ancora oggi chiamata “Quarto Palazzo” in ricordo del maestoso palazzo dell’imperatore. 

È da notare che i latini intendevano per “palatium” solo ed esclusivamente la dimora degli imperatori. Marziale in uno dei suoi Epigrammi dice che il vino di Sezze si beveva freddo, con il ghiaccio, allungato con l’acqua o addizionato di miele, ma soprattutto vecchio dai cinque ai quindici anni e più. Silla dette da bere ai suoi legionari il vino setino vecchio di quaranta anni. L’abitudine di non invecchiare il vino, unitamente allo spostamento delle vigne nella zona di Suso, sono state secondo il Ciammarucone (Descittione della città di Sezza – 1642) le concause della decadenza del vino setino.

Chiunque avesse notizie di vitigni dell’antico vino setino, tuttora esistenti, è pregato di segnalarlo scrivendo a info@setino.it 

Per l’esame del DNA ne basta un tralcio. La Società Friulana di Archeologia è in contatto con le università di Udine, Piacenza e Milano per gli accertamenti - www.archeofriuli.it

31 agosto 2013: le foto della visita al museo di Sezze del Presidente della "Società Friulana di Archeologia" Dott. Feliciano Della Mora, ricevuto dalla Dott.ssa Elisabeth Bruckner e dai rappresentanti del gruppo 

"In Difesa dei Beni Archeologici" Ignazio Romano, Vittorio Del Duca e Roberto Vallecoccia. 

a cura di Vittorio Del Duca