ASSOCIAZIONE TIBBO TABBO

in memoria di

Antonio Campoli

Premio letterario A. Campoli - edizione 2018 - con serata conclusiva sabato 27 ottobre

Premio Letterario sezione Poesia           Premio Letterario sezione Prosa

sezione Poesia Allegato 1   Allegato 2              sezione Prosa Allegato 1   Allegato 2

Tibbo Tabbo è una associazione senza fini di lucro con la finalità di promuovere iniziative sociali in campo artistico-culturali per ricordare l’illustre figura del Poeta setino Antonio Campoli, di preservarne la memoria e trasmettere alle future generazioni la sua importante opera letteraria in dialetto di Sezze, al fine di valorizzare l’importanza del dialetto quale patrimonio di cultura e strumento di identità delle singole comunità locali. Logo ufficiale dell’Associazione è la litografia Ercole e il leone Nemeo di Marcello Tommasi - Collezione privata Antonio Campoli.

                

BIOGRAFIA: 

Antonio Campoli nasce a Sezze il 4 agosto 1930. 

Secondogenito di Luca e Matilde Ondicia Fattorini, ha due sorelle: Lucia (1927-2013) e Caterina (1934-2017), ed un fratello più piccolo, Vincenzo (1937-1942). Terminato il Liceo Classico, frequenta l'Università degli Studi di Roma “La Sapienza” dove si laurea in Giurisprudenza. Durante il periodo degli studi universitari frequenta i corsi di recitazione che si tengono presso l’Accademia “Silvio D’Amico”. In una di queste occasioni conosce e stringe amicizia con l’attore Nino Manfredi. Nel 1950, in occasione delle celebrazioni dell’Anno Santo, recita la parte di Lazzaro nella Processione del Venerdì Santo diretta da Filiberto Gigli e rappresentata a Roma, in via dei Fori Imperiali, dall’Associazione della Passione di Cristo di Sezze. 

Dal 1950 al 1954, come componente e autore di ballate, stornelli, serenate, canti alla poeta e canti a dispetto in dialetto setino, partecipa alle numerose esibizioni del Gruppo Folkloristico di Sezze che, in rappresentanza del Lazio, gareggerà alla Festa Nazionale della Montagna di Arcinazzo ottenendo il 1° posto in classifica. I testi delle canzoni scritte all’epoca da Campoli sono oggi raccolte nel volume Ripicchiozzo (2009), scritto a quattro mani con il Maestro di musica Giuseppe (Pino) Di Prospero. Nel 1959 si iscrive all'Albo Professionale dell'Ordine degli Avvocati di Latina. Conseguita l’abilitazione all'insegnamento di Lingua e Letteratura Francese nelle scuole medie inferiori, inizia a svolgere l’attività di docenza che manterrà ininterrottamente dal 1960 fino al pensionamento raggiunto nel 1983. Nel 1962 sposa Maria Teresa Tasciotti, maestra elementare, dalla quale avrà tre figli: Laura Matilde e i gemelli Luca e Paola, quest’ultima morta prematuramente all’età di 36 anni. In qualità di Pubblicista collabora con diverse testate giornalistiche tra le quali ricordiamo: Il Travaso, Gioventù, Il Lavoratore Comasco, Corriere dello Sport-Stadio, Il Comune Oggi, Nuova Informazione . Nello stesso periodo, sviluppa anche un certo interesse per la fotografia, passione questa che poi manterrà e curerà nel corso degli anni, con risultati interessanti e soddisfacenti. 

Dal 1969 al 1979 ricoprirà la carica di Pretore onorario presso gli uffici mandamentali della Pretura di Sezze (competente anche per il territorio di Bassiano), operando attivamente ed instancabilmente contro la delinquenza comune e contro gli abusi edilizi, al punto da meritarsi l’appellativo di "Pretore d’Assalto". Sarà lui, la sera del 28 maggio 1976, ha svolgere le prime indagine e ad emettere l’ordine di fermo immediato nei confronti del deputato missino Sandro Saccucci, autore di una violenta sparatoria durante un comizio elettorale in piazza IV Novembre, al termine del quale resterà ucciso il giovane setino Luigi Di Rosa, mentre un altro giovane, Antonio Spirito, riporterà gravi ferite a una gamba. Dopo le prime indagini condotte da Campoli, i fascicoli dell’inchiesta passeranno all’Ufficio Istruttoria della Procura della Repubblica di Latina.
Nel 1970, due poesie di Campoli, Mietitura e Calci di mulo, compaiono per la prima volta in pubblico, riportate nella brochure della rassegna canora Allora…canto anch’io che si svolge per 5 serate consecutive, dal 22 al 26 luglio, presso l’Anfiteatro di Sezze. Alla manifestazione canora, organizzata dall’Amministrazione comunale setina e dall’Ente Provinciale per il Turismo di Latina, partecipano artisti che rispondo ai nomi di Claudio Villa, Sergio Endrigo, Iva Zanicchi, Bobby Solo, I Ricchi e Poveri, Al Bano, Orietta Berti, Fausto Leali, Bruno Lauzi, Tony Renis, Marisa Sannia, Tony Del Monaco, Gli Alunni del Sole, Aprhodite’s Child e tanti altri ancora. A condurre la rassegna di spettacoli serali saranno Carla Maria Puccini e Daniele Piombi. Nella veste di coautore, pubblica altre poesie in dialetto setino sui libri di Luigi Zaccheo e Flavia Pasquali: Sezze che scompare (1974) e Il Dialetto di Sezze (1976). 

In questa occasione, i versi di Campoli ricevono l’enorme apprezzamento da parte del linguista Tullio De Mauro, che rimane estremamente colpito dalla frase <<ti dòngo na sirgiata ‘n ‘ fronte>> riportata nel finale della poesia Il progresso. Nel mese di aprile 1979, sul n. 2 (Anno I), della rivista Comune Oggi, edito dall’Amministrazione comunale di Sezze, inizia a curare la rubrica Storie di paese, pubblicando il suo primo articolo, Il caffè di Manuela, sulla Sezze che “C’era una volta…”. Usando la “sublime arte della scrittura”, Campoli inizia a condurre la sua battaglia solitaria contro i cambiamenti apportati dal progresso tecnologico che avanza distruggendo quelli che erano i ritmi, le usanze, gli odori, i sapori, i suoni, le voci, i nomi e i personaggi della Civiltà contadina di Sezze; quella dei butteri, dei camperi dei massari, delle cariatòre, mostrando sempre una vena poetica che, senza nascondere la nostalgia per i tempi passati, riesce infine a ironizzare e a smontare i modelli culturali proposti dalla nuova Civiltà dei consumi. Negli anni, seguiranno altri articoli dello stesso taglio, pubblicati sempre su riviste locali ed oggi raccolti nel volume C’era una volta … Sezze – Storie di paese (2013). Nel 1981, Campoli dà alle stampa la sua prima raccolta di poesie sezzesi: La Fontana di Pio IX, alla quale seguirà la raccolta di sonetti sezzesi Tibbo Tabbo (1986). La pubblicazione del libro La Calandrella (1999) completerà quella che è la sua trilogia di poesie e sonetti in dialetto di Sezze. 

Dal 1980, dopo essersi iscritto all'Albo Professionale degli Avvocati Cassazionisti, indossa definitivamente la toga di avvocato diventando un professionista stimato da tutti per la sua serietà, lucidità, risolutezza e preparazione nell’uso dei Codici e degli atti giudiziari che gli vengono dall’esperienza maturata nelle aule di Tribunale, quand’era Pretore onorario. Un’esperienza, questa, che troviamo ampiamente riportata e descritta – sempre con lo stesso estro pungente che tende a sdrammatizzare i conflitti che emergono dai rapporti umani – nei suoi testi poetici (si veda l’intero capitolo Affari di giustizia riportato nella raccolta La fontana di Pio IX; la poesia Difensore di fiducia, in Tibbo Tabbo; Demolizione e ricostruzione, Generalità, Davanti al Gippì, Nuova procedura, Tutarella e i pentiti pubblicate nel libro La calandrella) e attraverso una importante e si-gnificativa produzione teatrale, sempre in dialetto setino: Un giorno in Pretura, Studio Legale a cui si aggiungono le opere: Livio va in pensione, I due compari, Una vincita al totocalcio, Una pelliccia per Tutarella, Il forno, Due anime in libera uscita, tutte andate in scena in diverse occasioni riportando un enorme successo di pubblico e con riscontri altrettanto positivi da parte della critica. Tra le altre cariche ricoperte è stato componente del direttivo dell’Associazione della Passione di Cristo di Sezze, presidente della Banda Comunale di Sezze, Presidente del Centro Studi Titta Zarra, vice presidente del Bonsai Club di Sezze, vice presidente del Distretto Scolastico n. 47 Sezze-Bassiano. Il 20 giugno del 1994, presso la sala "Protomoteca del Campidoglio", a Roma, riceve dalle mani del Sindaco Francesco Rutelli il Premio Simpatia, assegnatogli da una giuria composta, tra l’altro, da Gianni Borgna, Remo Croce, Alessandro Curzi, Micol Fontana, Maria Mercader-De Sica, Donatella Pecci Blunt, Alberto Sordi e che annoverava come presidente onorario Antonio Maccanico. Nel 2001, l'Amministrazione Comunale di Sezze gli ha conferito l'onorificenza di Cittadino Benemerito. Nel corso della sua lunga carriera, Campoli ha collezionato una infinità di premi e riconoscimenti. 

Il 27 ottobre 2016, all’età di 86 anni, circondato dall’affetto dei suoi cari, Antonio Campoli muore serenamente nella sua Sezze, luogo dove ha sempre vissuto, che ha amato, narrato ed esaltato attraverso un’eccezionale opera letteraria entrata a pieno titolo nel vasto patrimonio artistico e culturale della città lepina che annovera altri personaggi illustri. Un'opera, quella di Campoli, che resterà per sempre a testimonianza della memoria e della storia millenaria del popolo setino.


PREMI E RICONOSCIMENTI OTTENUTI DA ANTONIO CAMPOLI
Componente e autore dei testi delle canzoni del Gruppo Folkloristico Città di Sezze che, in qualità di Rappresentante del Lazio, risultò 1° Classificato alla Festa Nazionale della Montagna – Arcinazzo. 1° Classificato Premio Internazionale della Poesia dialettale – Sgurgola 1972. 1° Classificato Premio Internazionale della Poesia dialettale – Segni 1974. 1° Classificato Premio Internazionale della Poesia dialettale – Sezze 1975. 1° Classificato Premio Nazionale di Poesia dialettale Leone XIII Carpineto Romano -1978. Trofeo dei Lepini Premio biennale di Norma Premio Simpatia Comune di Roma -1994. Premio Nazionale Latina Tascabile – 1999. Conferimento della Cittadinanza Benemerita da parte dell’Amministrazione Comunale di Sezze – 2001. 1° Classificato Biennale della Poesia dialettale inedita , Premio Attilio Taggi – Sgurgola 2003. 1° Classificato Concorso “Il Percorso dei Giusti” – Gerusalemme 2010 – Comune di Sezze.

Brano estratto dalla biografia pubblicata sul sito www.setino.it
Campoli lascia di sé una immagine indimenticabile. Ha operato attivamente ed instancabilmente contro la delinquenza, contro gli abusi edilizi meritandosi l'appellativo di "Pretore d'assalto". Attualmente svolge la sua professione di Avvocato e passando dall'altra parte della barricata, si è messo al servizio dell'umanità sofferente e bisognosa di Giustizia. Stimato per la sua serietà e lucidità, profonde la sua ricchezza interiore nella sua attività, nelle sue opere, nelle sue poesie e in tutti i suoi scritti.
La sua ispirazione è pregevole il suo lirismo è misurato, scherzoso, riservato ma soprattutto, dialogo immediato di una volontà narrativa che riflette il suo legame con la gente e i luoghi della sua terra. Campoli ha scelto il dialetto di Sezze e ci narra ora con lirismo digiacomiano ora con la plasticità belliana, ora con la malinconia e la memoria di Trilussa, il trascorrere delle stagioni e della vita, i segni del tempo sulle cose e sui volti, le storie dei sezzesi, le voci dei suoi paesani, i fatti di quelle donne e di quegli uomini semplici e veri, le storie di carne e di sangue dai cuori teneri ed aspri di corpo robusto e di passioni tenaci. Campoli vive la sua poesia con quei toni ammiccanti e simpatici e con quella vena di ironia che resta discreta e composta. La sua poesia offre refrigerio con una freschezza ariosa che sembra spruzzo di fantasia carezzata dalla mano delle buone maniere a dalla filosofia nel rispetto per la sincerità interiore di Campoli in cui l’equilibrio intellettuale collima con lo specchio della sua anima. Alita nell'opera di Campoli un refolo della sua fantasia svariona, scanzonata, frizzante che traduce un temperamento propriamente " classico”.Campoli è il più prolifico poeta dialettale lepino contemporaneo e senz'altro il più equilibrato e coerente il quale ora fa il verso di Orazio, ora nei componimenti ove si celano le battute o l'aforisma, prende da Marziale. Il suo dialetto ha una sostanzialità antica ove la parola morbida, polposa, gustosa come un frutto indeiscente rinserra un seme acidulo di sorridente e cattivante ironia nient'affatto tossica.
Campoli ha il gusto del dire, del parlare, del ricercare un dialetto arcaico, che, a volte, può apparire aspro, ma che è l'espressione di una antichità apparentemente storia di cui rivendica la dignità di cultura pienamente vissuta, di cui gusta il sapore attraverso la frase breve e densa, corrispondente alla lingua di una tradizione contadina e paesana che l'erudito non ha rinnegato ma ha arricchito e vivificato attraverso la padronanza di strumenti culturali diversi dalla tradizione orale. Campoli è poeta serio e lucido, scherzoso e riservato, curialesco ed umile, comunque sempre ricco di umanità, portatore di un rapporto vivo con la sua Sezze, intenso con le persone, anche le più umili, rispettate sempre nella loro dignità umana.
Perché le tessere originali più preziose che affrescano il grande mosaico del linguaggio palpitante del popolo di Sezze non andassero perdute e non cadessero nell'oblio, era necessario e doveroso rendere i giusti meriti e indiscussi riconoscimenti ad Antonio Campoli che ha nel suo cuore, come tutti i cittadini degni di questo nome, la Sezze
immortale, la Sezze sospesa negli spazi celesti, la Sezze di antica e nobile stirpe, la Sezze piena di fascino. Al poeta che ha cantato la nostra terra nelle sue infinite sfaccettature, al poeta vivace, colorito, ricco di umanità pieno di inventiva, rapido nella battuta, dolce nel sentimento amoroso e profondamente partecipe nel dolore, va questo riconoscimento.

Articolo scritto per la rivista mensile di attualità-ambiente e cultura Nuova Informazione, ottobre 2016 

Antonio Campoli- La sublime arte dell’ironia. Sezze, 29 ottobre 2016
di Vincenzo Faustinella

Con la stessa serenità mostrata in vita, Antonio Campoli, Cittadino Benemerito di Sezze, se n’è andato. Va detto subito che, in quella benemerenza, non c’è solo un riconoscimento dovuto e meritato, ma è racchiuso tutto il suo vivere, conoscere e aver saputo trasmettere suoni, voci, colori e odori di questa nostra Terra che ora l’accoglie con il soffice calore materno riservato ai propri figli. Non vorrei essere banale e ricordarlo con il solito “coccodrillo” giornalistico, utile soltanto a ripetere ciò che già sappiamo di lui, della sua professione di uomo di legge, di insegnante; della sua produzione di sonetti e opere teatrali, ballate, stornelli, serenate, canti alla poeta, canti a dispetto in dialetto di Sezze; dei suoi racconti che narrano le tante “Storie di Paese”, della Sezze che “C’era una volta” e oggi non c’è più. Che poi, a dire il vero, non esiste più nella realtà, ma rimane, appunto, nei suoi scritti che hanno reso indelebile la cultura di un popolo, le sue tradizioni, le sue passioni, i suoi drammi, le tante curiosità, l’aneddotica. Insomma, la sua storia millenaria che il tempo ha cercato in ogni modo di spazzare via, ma senza riuscirci grazie a chi, come Campoli, quel tempo lo ha saputo fermare ed imprimere nella memoria collettiva usando “la sublime arte della parola scritta”. 

La Cultura popolare di Campoli ci viene descritta senza perdersi nelle teorie scientifiche di un Tentori, di un Krober, di un Radcliffe Brown, ma con un forte e sapiente senso satirico, con una composizione lirica che attinge dal vissuto, che fuoriesce attraverso una vena poetica innata (anche suo nonno, Vincenzo Fattorini, era un fine poeta), che si sviluppa da una capacità di osservazione e ascolto fuori dal comune, dai ricordi dell’infanzia e dell’adolescenza, dai momenti della prima giovinezza vissuti nella condivisione di una tragedia collettiva, quella della guerra, dello sfollamento a “Cantiero”: attimi e sensazioni che nessun libro di Storia potrà mai descrivere per cogliere la vera essenza di una condizione umana. 

Questo compito spetta ai Poeti, non agli storici, se non a quelli che, seguendo l’insegnamento di Bloch, con umiltà sapranno comparare le virtù e lo spirito antropologico di una comunità a quello che è l’aspetto cronologico degli eventi. 

Da queste virtù e dalla spiritualità laica del popolo setino, Campoli ha saputo cogliere, nella sua complessità, tratti e caratteri di una religiosità fatta di riti, usanze, simboli, miti e leggende. Una religiosità che non rimane chiusa all’interno di un nucleo ristretto di persone, ché dalla famiglia si espande al vicinato fino a coinvolgere l’intera comunità locale. La stessa comunità locale di Ferdinand Tonnies, sopraffatta insieme ai suoi valori dalla società di massa, dal consumismo, da quello che Pasolini ha chiamato “genocidio antropologico” di una civiltà, di una cultura popolare: la civiltà e la cultura popolare contadina, vera ipofisi da cui si dirama a feedback, come una reazione endocrina, il piacere del gusto, dell’olfatto, della visione surreale di un popolo, del popolo setino che Campoli ha reso protagonista nei suoi scritti usando una terminologia originale - quella della “sirgiata ‘n ‘fronte” elogiata da Tullio De Mauro-, che attinge e ci fa scoprire, dopo un’attenta ricerca, “le cradiche” di una Terra fertile e generosa. In altri termini, quella di Campoli è un’operazione – che si sviluppa attraverso un’opera letteraria - di salvaguardia delle tradizioni setine dai risvolti politici, economici e sociali: il suo, infatti, è un generoso e convinto atto di “resistenza poetica” contro ogni tentativo di “bonifica integrale”, che si fa portavoce della rabbia di Sestilio Fattorini per la distruzione della “Macchia Caserta” da cui, secondo lo stesso, conseguirebbe lo stravolgimento degli equilibri bio-climatici di un intero territorio, a danno delle coltivazioni “sottocosta”; che si nutre della propaganda socialista di Vincenzo Campoli, dove si formerà anche la coscienza politica di Alessandro Di Trapano (cfr. L. Cappelli, Le strade della rinascita); che ha nel rigore e nel coraggio paterno di Luca Campoli l’esempio egemonico, la figura di riferimento per la sua formazione del Sé, della personalità e del carattere elegante. È così che all’epopea dei pionieri della bonifica di Pennacchi, Campoli antepone quella dei butteri, dei camperi, combattendo una battaglia solitaria spesso inascoltata: Foro Appio non è mai stato, come vorrebbero farci credere oggi, collocato all’interno di quella zona insalubre che i setini chiamavano “Piscinara”, anche perché le “do fila di spaghetti” di Parisi, “dalla piazza a Forappio”, appunto, non avrebbero avuto il gusto desiderato. 

Una battaglia civile proseguita fino alla “facciata di San Pietro”, coperta da quella che Campoli definirà con amara ironia, disprezzando l’intervento “architettonico” da 18 politico rimediato nel ‘68: "meringa. Ognuno di noi, almeno chi ha potuto e ha avuto la fortuna di conoscerlo a fondo, potrebbe raccontare qui, oggi, un aneddoto su un’esperienza fatta insieme a Campoli, magari durante una di quelle situazioni conviviali dove il suo estro, la sua ironia, il suo saper “stare in compagnia”, in mezzo alla gente, rivelavano un personaggio fuori dal comune, a dir poco sorprendente. Di zio Totto, fratello di mia madre, legato da profonda amicizia con mio padre, potrei stare qui a raccontare per ore quelli che sono episodi legati alla sfera familiare, intima e difficile da far comprendere all’esterno. 

Mentre di Antonio Campoli personaggio pubblico, sono due gli episodi che voglio ricordare e a cui ho avuto la fortuna di partecipare ed assistere di persona, e da cui ho tratto la conferma, non più condizionata da legami familiari, della grandezza del genio teatrale. Si, perché Antonio Campoli era innanzi tutto un artista della recitazione: artista della parola, dei gesti, delle pause e della mimica, oltre che artista della scrittura. La prima ai Prati della Rocca, primi anni Novanta del secolo scorso, lui insieme ad Alessandro Di Trapano, suo cugino, in un confronto tra diverse tradizioni popolari, in una sfida memorabile combattuta con la sola arma della fantasia, come accadeva un tempo nelle “osterie di fuori porta”. Con loro due a tenere banco, ad essere protagonisti assoluti, affiatati ed allenati com’erano alla palestra della “baracca del mercato comune”, detta anche “casa del popolo” di Cantiero, dove durante la stagione dei granunchi e delle carcioffole di Bufalotto, era solito trovarsi, non a caso, Pietro Ingrao. La seconda nella Maenza del post-Pucci, cioè quella della famosa frase di Bufalotto: “mi sento accomme ‘na vigna rimossa”, che io, giovane cronista di una tv locale, colsi allora mentre i risultati delle Amministrative del “90 uscivano impietosi dall’urna elettorale. 

Quella sera d’estate, primi anni del Terzo Millennio, seduti sotto la Loggia dei Mercanti, ebbi il privilegio di trovarmi al cospetto di due giganti della Cultura popolare setina: Luigi “Gino” Zaccheo e Antonio Campoli che, per più due ore - con me in religioso silenzio ad ascoltare - rimasero a scambiarsi i nomi e l’uso (in un dialetto setino che risaliva alle sue origini) di quelli che erano gli “attrezzi” del mondo contadino di Sezze, e che lo stesso Zaccheo ha saputo allestire e conservare all’interno di un prezioso Museo locale. Nell’insieme, chiudo riflettendo sulla dicotomia Campoli-famigliare e Campoli-personaggio pubblico, giungendo alla conclusione che, se fosse vissuto nell’ Anno del Signore, Antonio Campoli sarebbe stato la figura di riferimento sia per Pasquino che per Targhini e Montanari. E al posto di “Mastro Titta” - no Titta nostro, ma quello di piazza del Popolo a Roma - avrebbe sistemato le cose con una abbondante porzione di minestra di fasogli, quella che Leone XIII chiamava “minestra divina”, riferendosi al piatto cucinato da Filumena Catenaccio che “co ‘na spasa di pano/iugnivi ‘n Vaticano”.

NOTA INTRODUTTIVA ALLA RACCOLTA DI SCRITTI C’ERA UNA VOLTA…SEZZE – STORIE DI PAESE
di Vincenzo Faustinella
Nel mese di marzo del 1979, epoca in cui era del tutto impensabile lo sviluppo che - grazie all’avvento delle nuove tecnologie informatiche registrato 30 anni dopo - avrebbero avuto i sistemi di comunicazione, il Comune di Sezze adottò uno strumento semplice, ma efficace e moderno a quei tempi, per portare direttamente nelle case dei propri cittadini un riassunto delle notizie più importanti riguardanti quelle che erano le attività svolte dall’amministrazione comunale locale nei diversi settori della vita pubblica. Lo strumento in questione era una piccola rivista formato A5, copertina patinata lucida, doppia pagina spillata al centro, composta in media da una ventina di pagine, che mensilmente, con precisione svizzera, veniva recapitata a mezzo posta nelle case dei cittadini di Sezze. Titolo della testata giornalistica: Il Comune Oggi - Mensile dell’Amministrazione Comunale di Sezze. Direttore Responsabile, nei primi anni della sua edizione, è il noto giornalista e scrittore pontino, Pier Carlo Giorgi; mentre il ruolo di Direttore Editoriale viene ricoperto dall’allora primo cittadino di Sezze, Alessandro Di Trapano1. 

A partire dal numero 2 del mese di aprile del 1979, tra le diverse rubriche che raccontano e fotografano la vita del paese lepino, una in particolare raccoglie il consenso dell’opinione pubblica fin dal sua prima uscita, stimolando e provocando la curiosità dei lettori grazie ai suoi contenuti che si soffermano e narrano “Storie di Paese” avvincenti, coinvolgenti ed originali, spesso sconosciute alla gran parte di chi sfoglia quella rivista nell’intimità delle mura domestiche e, scorrendo le righe, si ritrova immerso in un passato che non esiste più e che parla di una Sezze ormai “scomparsa” da anni. La rubrica ha un titolo da “inizio fiaba di Andersen”: C’era una volta…”, anche se il taglio giornalistico non è fiabesco ed i suoi contenuti non sono frutto di quella fantasia che appartiene al mondo delle favole, bensì - come dicevamo prima - trattano storie accadute davvero; parlano di persone vissute realmente; raccontano aneddoti che si sono tramandati nel tempo e da cui si è formata buona parte dell’ossatura antropologica del popolo setino. A curare la rubrica “C’era una volta…” è il poeta e cultore dell’antico dialetto di Sezze, Antonio Campoli, sapiente studioso e profondo conoscitore degli usi, costumi e tradizioni locali; ricercatore attento e rigoroso, nonché divulgatore affabile della Storia millenaria di quella che Marziale chiama: “La pensile Sezze”. Laureato in Giurisprudenza, quando Campoli inizia a collaborare con Il Comune Oggi svolge già l’attività di Professore ordinario di lingua francese, è un fine ed apprezzato Avvocato patrocinante in Cassazione e per dieci anni, dal 1970 al 1979, è stato Magistrato
-1 Storico ed indimenticabile Sindaco di Sezze che con Antonio Campoli, oltre al carattere gioviale e la battuta sempre pronta, avevano in comune lo stesso nonno materno, Vincenzo Fattorini. Ivi, 20–Il Centenario di Garibaldi, pag. 88.
Onorario con funzioni di Reggente presso la Pretura di Sezze. Scorrendo fino in fondo il curriculum vitae di Campoli, scopriamo che le sue pubblicazioni in campo giuridico sono oltre duemila tra sentenze civili, penali, ordinanze etc. Oltretutto, nel corso degli anni Cinquanta e Sessanta ha svolto anche un’apprezzabile attività di Pubblicista per i quotidiani Il Corriere dello Sport, Il Corriere Comasco e per la rivista Gioventù, organo dell’Azione Cattolica Italiana. Nel mese di aprile del 1981, esattamente due anni dopo l’inizio di quella esperienza narrativa, e dopo aver pubblicato alcuni dei suoi versi dialettali all’interno di opere letterarie scritte da altri autori locali -2, Campoli pubblica la sua prima raccolta di versi che si completerà con una trilogia di poesie in dialetto di Sezze: La Fontana di Pio IX (1981), Tibbo Tabbo (1986), La Calandrella (1999).
Antonio Campoli è anche autore di ballate, stornelli, serenate, canti alla poeta e canti a dispetto che, a distanza di anni dalla loro composizione, sono stati raccolti e pubblicati in quella che è la sua ultima opera letteraria in ordine cronologico: Ripicchiozzo (2009), scritta (e cantata) a quattro mani con il Maestro di musica Giuseppe (Pino) Di Prospero. La lunga e prolifica esperienza letteraria di Antonio Campoli, vanta anche diverse opere teatrali, sempre in dialetto di Sezze: Livio va in pensione (1985), I due compari -3 (1987), Un giorno in Pretura (1989), Una vincita al totocalcio (1990), Una pelliccia per Tutarella (1993), Il Forno (2007), Studio Legale (2013). All’appello,dunque, mancava soltanto una nuova pubblicazione che raccogliesse tutti i suoi scritti, a partire proprio da quelli apparsi per la prima volta su Il Comune Oggi, passando per Nuova Informazione, I Lepini e, in ultimo, SU&GIU’, giovane testata giornalistica locale sulla quale Campoli, durante i primi anni del Terzo Millennio, aveva ripreso a pubblicare i suoi scritti curando una rubrica che si riannodava al vecchio filone di “Storie di Paese” interrotto anni prima.

Titolo della rubrica - pensate un po’!:“C’era una volta...”. 

Di conseguenza, era assodato e facile dare lo stesso titolo a questo volume che oggi raccoglie tutti gli scritti pubblicati da Antonio Campoli a partire dal 1979 in poi, e ai quali si aggiungono alcuni inediti che pubblichiamo qui per la prima volta. Avendo a disposizione soltanto il materiale cartaceo, la nostra prima operazione è stata quella di dare un ordine cronologico (lo stesso seguito da questa pubblicazione, tranne diverse eccezioni dovute al tema trattato) agli articoli conservati presso l’archivio personale di Antonio Campoli -4. Dopodiché, grazie alla preziosa e diligente collaborazione di Giuliana Ferrazzoli, abbiamo iniziato a trascrivere i testi e a salvarli su file Word. Infine, sempre sfruttando le nuove tecnologie a disposizione della comunicazione moderna (in questo caso ilmiolibro.it del Gruppo L’Espresso), abbiamo realizzato una serie di edizioni degli scritti di Antonio Campoli da sottoporre alla visione dello stesso autore per
2- Luigi Zaccheo, Sezze che scompare – Sezze, 1974; Luigi Zaccheo e Flavia Pasquali, Il dialetto di Sezze – Sezze, 1976.
3- Rappresentata in pubblico nel 2012 dalla Compagnia Teatrale “I Turapitto”. Regia di Piero Formicuccia (vedi foto a pag.40).
4- Le collezioni intere de Il Comune Oggi e Nuova Informazione, sono conservate presso l’Archivio Storico del Comune di Sezze.


raccogliere il suo parere, ascoltare i suoi consigli e apportare, eventualmente, le dovute correzioni (ci auguriamo non sia sfuggito nulla ai nostri occhi). Il prodotto finale è questa raccolta da cui emerge tutta la sensibilità del Poeta, l’esperienza umana dell’insegnante, il rigore morale (non moralista) e l’autorevolezza dell’uomo di Legge; la nostalgia dell’adolescente allegro e scanzonato verso un mondo che non esiste più; l’impegno civico e i valori etici del cittadino che si scuote e cerca di destare le coscienze degli altri di fronte agli obbrobri, all’inciviltà, all’incuria e alla distruzione sistematica di un patrimonio artistico e culturale da cui si dipana la storia di un’intera Comunità, quella di Sezze, che Campoli, usando la scrittura come suo padre Luca usava ago e filo -5, ricuce con abilità ed eleganza fino a confezionare un unico “vestito”: quello della memoria collettiva che ogni comunità sana e solidale dovrebbe preservare e tramandare ad ogni ricambio generazionale6, sfruttando quelli che sono gli strumenti della comunicazione a disposizione dell’essere umano come, in questo caso, la scrittura. Perciò - anche se in palese disaccordo con Platone che, nel Fedro, parlando per bocca di Socrate, biasima l’invenzione della scrittura perché “strumento che contribuisce a svalutare la memoria”- dobbiamo essere grati e riconoscenti al nostro Concittadino Benemerito Antonio Campoli ché, attraverso i suoi scritti, ci ha reso immuni da quella malattia sociale che -6 Franco Ferrarotti chiama amnesia di massa. <<Distruggere la memoria di un popolo – ha scritto l’illustre Maestro di Sociologia - equivale alla distruzione delle sue basi di identità, significa attentare alla sua presenza storica, cancellarne o mutilarne il significato -7>>. 

Con questa raccolta di scritti che andiamo a pubblicare, possiamo dire che le nostre “Storie di Paese” sono finalmente e concretamente al riparo da ogni tentativo di vederle (e volerle) seppellite nell’oblio. Siamo altresì convinti che questo libro riuscirà a soddisfare la nostra sete di “conoscenza”, che è anche fonte di sapere per i nostri figli, e per i figli che verranno a sostituirci in questa Comunità terrena che ogni giorno ci sforziamo a tenere unita e a rendere solidale sia all’interno del suo tessuto sociale già formato, che nei confronti di chi, in attesa di entrare, ci guarda e ci giudica attentamente dall’esterno. A cominciare dai più giovani, da quelli cioè che sono alla ricerca di radici profonde su cui impiantare e far crescere l’albero della propria vita. Campoli, attraverso i suoi scritti, ha scavato, cercato e riportato in superficie quelle radici, che sono poi le stesse che hanno permesso ad un intero popolo di crescere e progredire, di formare una propria identità culturale basata sui valori della solidarietà, dell’accoglienza, della tolleranza. Ora, spetta a noi contemporanei non disperdere i frutti della sua opera che non è solo letteraria, ma sociale, politica e culturale in senso antropologico.


5- Luca Campoli, Sarto setino di Alta Scuola, allievo di Mastroianni e lavorante di Caraceni, Roma. Dichiarato Giusto tra le Nazioni dallo Yad Vaschem, il Sacrario della Memoria di Gerusalemme, per aver salvato una famiglia di ebrei di Sezze durante i rastrellamenti nazifascisti del 1943.
6- Karl Mannheim, Le generazioni. Bologna, 2008. Prendendo spunto dal sociologo ungaro-tedesco, ci preme ricordare, e stigmatizzare, che il passaggio di consegne da una generazione all’altra non deve essere segnato a tutti i costi da conflitti insanabili che nascono dalla stravagante idea che, solo liberandosi del proprio passato, quindi delle esperienze e delle conoscenze acquisite dalla generazione “uscente”, una società riesce a rinnovarsi e a progredire.
7- Franco Ferrarotti, La tentazione dell’oblio. Bari, 1996.

Un’opera che, infatti, rappresenta il rovescio della medaglia di quella che viene esaltata come l’epopea dei pionieri che scesero a bonificare la Pianura Pontina, ma che in verità fu l’inizio della distruzione di una Civiltà millenaria.