Valorizzazione dei Beni Culturali di Sezze

la rinascita culturale del territorio

San Felice Circeo, 19 maggio 2019                                                                                 

a cura di Ignazio Romano

In Difersa dei Beni Archeologici partecipa alla Giornata di studi e divulgazione

Grotta Guattari 80 anni dalla scoperta

Gli ottanta anni del neandertaliano del Circeo

di Gianfranco Biondi e Olga Rickards
Quest’anno ricorrono gli ottanta anni dalla scoperta, il 25 febbraio 1939, nella grotta Guattari sul monte Circeo, circa 80 chilometri a sud di Roma, del cranio neandertaliano conservato oggi nel Museo Nazionale Preistorico Etnografico “Luigi Pigorini” di Roma. Il reperto, individuato dal proprietario della grotta, da cui la stessa ha preso il nome, e da Damiano Bevilacqua, fu consegnato all’archeologo preistorico Alberto Carlo Blanc che lo portò a Roma per studiarlo unitamente a Sergio Sergi, il direttore dell’Istituto di Antropologia dell’università di Roma “La Sapienza”. Quel resto fossile ha riscosso tra gli antropologi una notorietà che è andata oltre la scoperta paleoantropologica, in quanto si è ritenuto che rappresentasse la prova tangibile del complesso psichismo dei neandertaliani. 

Il cranio infatti giaceva sul terreno, all’interno di un circolo di pietre, con la base rivolta verso l’alto e il foro occipitale allargato. E Sergi lo ha descritto in maniera davvero suggestiva: “Il cranio è mutilato largamente alla base [...] dove non vi è più traccia del forame occipitale. [...] L’apertura della base ha una forma abbastanza regolare come di un trapezio isoscele. [...] La superficie di frattura all’intorno sembra qua e là determinata da ripetuti colpi con un oggetto alquanto appuntito. Inoltre ad un’analisi accurata si rinvengono come ritocchi supplementari di un primo scalpellamento. È da presumere che l’apertura sia stata praticata e regolarizzata intenzionalmente al momento della morte per estrarne il cervello” (Biondi, Rickards, Umani da sei milioni di anni, Carocci, Roma, 2017, pp. 155-6).
L’interpretazione di Sergi pareva trovare sostegno nella pratica utilizzata da alcune popolazioni del Borneo e della Melanesia per prelevare il cervello dalle spoglie dei nemici a scopo di cannibalismo rituale. E la supposta sovrapposizione comportamentale ha convinto gli studiosi che i neandertaliani fossero in possesso di sofisticate funzioni mentali, all’interno delle quali si andava organizzando il primo pensiero magico-religioso.
Studi più recenti però hanno escluso quella congettura e hanno ricondotto la mutilazione ai morsi di animali che si cibano di cadaveri, forse di iene le cui ossa sono state trovate nella grotta.
La nuova interpretazione, sicuramente corretta sul piano scientifico, non ha affatto modificato l’idea che gli antropologi hanno attualmente dei neandertaliani e cioè di una specie in possesso di una struttura psichica e culturale assai complessa, con la quale la nostra specie Homo sapiens è convissuta per qualche migliaio di anni e si è incrociata, anche se a un livello decisamente modesto. L’incrocio, come hanno dimostrato gli studi di antropologia molecolare, ha coinvolto le popolazioni europee e asiatiche ma non le africane, perché è avvenuto successivamente alla nostra uscita dell’Africa.
Le ricerche di antropologia molecolare hanno anche documentato che i neandertaliani dovevano avere una carnagione chiara e una capigliatura rossiccia, che conoscevano il valore curativo di diverse piante, che potevano avere forse un linguaggio articolato piuttosto complesso e che vivevano in piccoli gruppi.
La struttura sociale dei neandertaliani era assai complessa. E proprio tale complessità ha permesso loro di procurarsi il cibo mediante la caccia di gruppo e di accudire i malati: come è stato possibile desumere dallo scheletro, trovato nel sito archeologico di Shanidar in Iraq, con tracce di artrite e mutilazioni e fratture subite in vita e a tal punto invalidanti che solo la solidarietà del gruppo può aver consentito a quell’individuo di sopravvivere. Oltre a questi aspetti devono poi essere considerati l’elevato sviluppo raggiunto dalla loro tecnologia, che è stata alla base di una produzione litica di attrezzi e armi molto avanzata; la loro capacità di produrre oggetti artistici, come sembra svelare l’incisione di un mammut su un corno d’avorio; e l’attenzione all’ornamento del corpo. 

Su quest’ultimo punto ha fatto luce l’importante ricerca effettuata sul materiale rinvenuto nella Grotta di Fumane presso Verona nel 2010. Infatti, sulle ossa delle ali di vari uccelli portate alla luce nel sito e risalenti a 44.000 anni fa sono state evidenziate tracce di tagli prodotte con strumenti litici, che gli studiosi hanno ritenuto essere stati praticati per recuperare le penne da utilizzare come decorazione della persona. Quegli ominini, caratterizzati da una struttura familiare di tipo patrilocale, non sono però mai riusciti ad andare per mare.
Da ultimo, vale la pena ricordare che ancora presso Roma nel 1929 e nel 1935 sono stati trovati – precisamente a Saccopastore nei pressi di ponte Tazio – due crani neandertaliani risalenti a circa 250.000 anni fa e conservati oggi nel Museo di Antropologia della Sapienza Università di Roma.

Testimonianza del Prof. Blanc 
Questa è la testimonianza che il prof. Blanc rese all'Accademia dei Lincei sul ritrovamento del cranio nel 1939: "Ai primi di febbraio di quest'anno, il cav. A. Guattari, proprietario della Villa Guattari e dell'omonimo albergo, situato ai piedi del Monte Circeo presso San Felice, mi mostrava alcune ossa di Cervidi e di Equidi, che egli aveva rinvenuto operando uno scasso nel terreno adiacente al suo albergo, a ridosso di un'eminenza di calcare liasico, costituente l'estrema propaggine orientale del Monte Circeo. Le ossa appartenevano tutte ad animali ancora viventi in Italia, e non poteva quindi giudicarsi con certezza la loro età, ma il loro grado di fossilizzazione ed il fatto che alcune mostravano segni di frattura intenzionale mi indussero a fare calde raccomandazioni al Guattari, di non disperdere il materiale che veniva trovando, e di curarne la buona conservazione, in attesa di maggiori elementi di giudizio, insistendo inoltre sul fatto che egli avrebbe ben potuto fare, occasionalmente, qualche scoperta di grande importanza scientifica, come quella di un fossile umano. 

Ciò mi era suggerito dal fatto che da ormai vari anni ero venuto raccogliendo, nel vigneto Guattari, dei frammenti litici attribuibili al Paleolitico litoraneo, di tipo analogo a quello dell'industria esistente nelle grotte del monte Circeo e sulla costiera pontina: il che indicava che l'Uomo paleolitico aveva percorso e forse abitato quella località, così felicemente situata dal punto di vista topografico. In un sopralluogo compiuto il 15 febbraio, constatavo che nuove ossa fossili, sempre attribuibili ai medesimi generi, erano venute in luce, e rinnovavo le mie raccomandazioni al Guattari. Il 25 febbraio, passando a San Felice Circeo, proveniente da Napoli e diretto a Roma, ebbi dal Guattari la notizia che il giorno prima, nella prosecuzione dello scasso, e nel medesimo punto ove erano state rinvenute le ossa fossili, il suo operaio Vincenzo Ceci aveva scoperto l'apertura di un cunicolo sotterraneo: il Guattari stesso vi si era avventurato carponi, giungendo dopo qualche metro in una vasta cavità interamente oscura il cui suolo era cosparso di ossa. La mattina stessa del 25 febbraio, prima del mio arrivo a San Felice, il Guattari e l'elettricista Damiano Bevilacqua, penetrati nella grotta, e visitando uno degli antri secondari che si dipartono dal vano centrale, avevano notato la presenza di un teschio umano, giacente assieme ad altre ossa, in uno degli antri stessi. 

Memore delle mie raccomandazioni e conscio dell'importanza del trovamento, il Guattari lasciò il cranio sul posto, dove io stesso dovevo poi ritrovarlo poche ore più tardi. Nello stesso pomeriggio infatti penetrai con il Guattari nella grotta, procedendo carponi nell'angusto e tortuoso cunicolo e, giunto nel vano principale, constatai che il suolo era letteralmente cosparso di ossa e corna fossili, spesso arrossate e annerite, e talvolta intenzionalmente scheggiate. Prevalevano quelle riferibili a Cervidi ed Equidi. Questi fossili giacevano qua e là, sul terreno, appena ricoperti da un lieve velo di concrezione calcarea, assumente spesso la forma di una specie di infiorescenza, composta di piccoli mammelloni calcarei, rilevati e ramificati, coralliformi. Il vano principale, che ha una forma irregolarmente ovale, e misura circa m. 3,20 x 5 e circa m. 3,65 di altezza, si dirama lateralmente ai vari antri secondari. Sulla sinistra entrando, e passando sotto un arco piuttosto basso della vôlta, si accede a due antri intercomunicanti, l'uno terminante in un piccolo lago e l'altro, di forma subovale, di circa m. 4,10 x 5,40 di diametro, dell'altezza di circa m. 1,80, e che d'ora innanzi chiamerò l'Antro dell'Uomo, contenente il teschio umano. 

Questo giaceva quasi al centro dell'antro, verso il fondo, assieme ad ossa di Cervidi, Suidi ed Equidi, scheggiate, tra alcune pietre disposte circolarmente. Quando io lo vidi, il cranio giaceva sulla sua calotta con la base rivolta in alto. Ma il Guattari mi disse che lo aveva preso tra le mani e che non escludeva di averlo rimesso al posto in posizione diversa da quella in cui originariamente si trovava, ché anzi si ricordava di aver visto in primo luogo la rotondità della calotta. Questa affermazione e la natura e distribuzione delle concrezioni calcaree aderenti al cranio mi fanno ritenere che esso riposasse con la parte occipitale in alto. Constatata immediatamente sul fossile la presenza di accentuati caratteri neandertaliani, decisi di asportarlo, giudicando imprudente di lasciarlo ulteriormente sul posto, tanto più che numerose persone (ragazzi, donne, dipendenti del Guattari ecc.) erano penetrate prima di me nella grotta e ne avevano asportato varie ossa. Non avevo con me il magnesio necessario ad una fotografia. 

Del resto, essendo il cranio già stato mosso, l'importanza di una sua fotografia in situ sarebbe stata relativa, ed il rischio di lasciarlo sul posto era, ripeto, troppo grande. Decisi anche di non toccare le ossa e le pietre framezzo alle quali esso giaceva, e raccolsi solo una piccola scapola di Cervide, che era in suo contatto. Raccomandai al Guattari di chiudere l'accesso della grotta e di non lasciarvi più entrare nessuno. Giunto a Roma, procedei immediatamente a fotografare il cranio e lo consegnai la sera stessa al prof. S. Sergi, direttore dell'Istituto di Antropologia della R. Università di Roma. Ritornando quindi sul posto il 28 febbraio in compagnia di G. A. Blanc e di S. Sergi, mi veniva consegnata dal Guattari una mandibola umana che era stata raccolta da un dipendente del Guattari stesso, Maddalena Palombi, nell'Antro dell'Uomo, a pochi decimetri di distanza dal cranio."
     Nella foto sotto il Prof. A. C. Blanc durante l'esplorazione della grotta Guattari nel febbraio del 1939

Concerto per l'Uomo a Phi all'Arnalo dei Bufali