Passeggiate archeologiche 

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> 18 settembre 2016:  8a tappa del Gruppo “In difesa dei Beni Archeologici”

a cura di Vittorio Del Duca e Ignazio Romano

Dal Tempio di Giunone agli Archi di San Lidano

Appuntamento alle ore 9:00 presso la rotonda ex Cirio sulla SR 156 dei Monti Lepini, per  proseguire con meno auto possibili fino all'ingresso di Tratturo Caniò, dove inizia l'escursione a piedi. Trattandosi di un'area umida è necessario l'utilizzo di stivali di gomma.

Pochi coraggiosi, a sfidare tutte le previsioni meteo catastrofiche, per la visita al sito archeologico più importante della zona guidati dalla dottoressa Elisabeth Bruckner. Si ringrazia la SPL per la pulizia del sito

Scheda tecnica
Data escursione: domenica 18 settembre 2016

Appuntamento: ore 9:00 - Rotonda ex Cirio sulla SR 156 dei Monti Lepini

Trasferimento in auto fino all'ingresso di Tratturo Caniò, via Del Murillo- 6

Partenza escursione: ore 9,30

Ritorno: ore 12,30

Distanza: Km 3,5

Dislivello: assente 

Difficoltà: T/E (percorso facile)

Tempo di percorrenza previsto: 3 h circa, soste comprese

Tipologia fondo stradale - asfalto: Km 0.5 (circa) sterrato: Km 3 (circa)
Luoghi di interesse storico: Tempio di Giunone; Archi di San Lidano

Descrizione
Il percorso proposto è di particolare interesse storico/archeologico perché attraversa un territorio ampiamente antropizzato dall'età del bronzo prima, poi dai Volsci e dai Romani fino ai nostri giorni. 
Nella foto sotto l'ingresso di Tratturo Caniò in via Del Murillo, 6

1 -  Importanza del rinvenimento dei resti del Tempio di Giunone
Il rinvenimento nel 1980 del tempio arcaico di Giunone nel tratturo Caniò, come ebbe a sottolineare il prof. Luigi Zaccheo in un suo pregevole articolo del 1985 (Il Comune Oggi – Nov 1985 –anno VII), rappresenta un fatto culturalmente molto importante, perché è il segno della penetrazione più meridionale di Roma durante la conquista del territorio dei Volsci. Con tale articolo il prof. Zaccheo, oltre ad informare su importanti reperti che erano tornati in luce, notava che se si fosse riusciti a scavare tutta l’area sacra del tempio e a ricomporre in loco le antiche strutture, Sezze avrebbe avuto il pregio di mostrare nel proprio territorio uno dei complessi più antichi del Lazio meridionale. Infatti, se consideriamo che l’area archeologica del tempio dista appena un chilometro dalla via Appia e dal Foro Appio, ed è prossima agli Archi di S. Lidano e alla Torre Petrara (tomba romana), ci sarebbero tutte le condizioni per creare un vasto parco archeologico di notevole interesse artistico, un punto obbligato di attrazione per la massa di turisti transitanti nella regione pontina. “ Il mio augurio – concludeva Zaccheo - è che lo sforzo ed il lavoro di tante persone ( negli scavi dal 1984 al 1985) abbia l’aiuto e l’incoraggiamento del Comune di Sezze, dell’ Amministrazione provinciale, della Soprintendenza Archeologica, della Camera di Commercio, dell’ EPT di Latina e delle istituzioni culturali, per fare in modo che un così ricco patrimonio archeologico non resti semidistrutto ed in abbandono per anni.” Sono passati trent’anni da allora, e i timori del prof. Luigi Zaccheo si sono rivelati una profezia, il tempio di Giunone è rimasto “semidistrutto e in abbandono” all’incuria del tempo e degli uomini, e forse lo sarà per sempre. In questo nostro paese, che ha il pregio di possedere una storia e una cultura ultramillenaria, non si riesce a far comprendere come le bellezze architettoniche e paesaggistiche, unitamente alla cultura, alle tradizioni e al buon cibo, possono creare una nuova e importante economia, alla stregua di altre realtà italiane che hanno intrapreso con successo questo percorso. Invece che lavorare per conservare e valorizzare il nostro patrimonio architettonico e ambientale si preferisce lavorare a distruggerlo, nella errata convinzione che cementificare crea lavoro e ricchezza, mentre il resto sarebbero solo chiacchiere e nostalgia del passato. L’area archeologica del tempio di Giunone, è rimasta nello stato in cui fu lasciata negli scavi degli anni 80, quando esauriti i fondi che vi furono destinati, fu recintata ed in parte coperta con una pensilina rinviando tutto a tempi migliori. Gli oggetti ritrovati furono condotti nel museo archeologico di Sezze a disposizione della collettività. La pensilina e la recinzione, ora arrugginita e tagliata in più punti, non hanno impedito ai malintenzionati di trafugare nel tempo altri tesori che molto probabilmente si celavano ancora nel sottosuolo, rubandoci con essi anche la possibilità di poter aggiungere importanti tasselli alla ricostruzione storica e culturale del territorio.

2 - Cenni storici sul tratturo Caniò
Unica via di accesso al Tempio di Giunone, il tratturo Caniò era anticamente percorso dalla transumanza del bestiame che scendeva dai Lepini attraverso le falde del M. Antignana, e raggiungeva la palude nei pressi del Foro Appio. Di questo tratturo non esiste più né il tracciato montano né quello pedemontano, anche se di quest’ultimo si può ritenere che in epoca remota passasse per le sorgenti di “acqua zolfa” in località La Catena, dove gli animali venivano fatti immergere. Ciò in virtù della funzione sanante dello zolfo per la cura di ferite sugli animali, specificamente sui cavalli, ma anche sugli ovini, ai quali le acque solfuree conferivano un mantello di lana candido e pulito, che costituiva un pregio commerciale ed un valore aggiunto.(1) Una opportunità cui difficilmente i pastori rinunciavano, e che con ogni probabilità ha dato il nome all’intero tratturo. “Caniò” infatti deriverebbe dal nome latino di persona “Canius “, che significa uomo dai capelli bianchi o candidi, proprio come il candore che acquistavano le pecore detergendosi nell’acqua zolfa della sorgente della Catena. Gli umanisti ci hanno sempre ricordato che in greco “to theion” era lo zolfo, ma era anche la cosa divina (divinum): non a caso il verbo theióo significa “purifico con zolfo, disinfetto”, ma corrisponde anche a «consacro agli dei». Pertanto, lo zolfo era sacro, anzi, era la “cosa sacra” con cui si curavano i mali degli uomini e degli animali, si candeggiavano lana e tessuti, si purificavano le case durante le cerimonie, si preparava la vite ed il vino etc. 
Dall’area archeologica dei resti del tempio di Giunone, provengono numerosi materiali bronzei e ceramici, fra i quali si distinguono gli ex voto: sia gli anatomici, che rimandano chiaramente a una guarigione richiesta o ricevuta di persone malate, sia quelli riproducenti ovini, bovini e un cavallo: anche qui, si crede, la presenza di animali da pascolo potrebbe non essere casuale, ma legata proprio all’azione benefica delle acque sugli armenti e sulle pecore. E della rilevanza data a questi animali, parrebbero testimoniare pure gli strumenti da lavoro venuti alla luce durante gli scavi: una lama di coltello a mezzaluna per la lavorazione del cuoio, e vari pesi da telaio, evidentemente legati alla tessitura. Gli ex voto di animali provenienti dagli scavi del Tratturo Caniò sono stati giustamente posti a confronto con altri similari rinvenuti di frequente nei depositi votivi centro-italici, fra i quali vale segnalare il noto deposito detto di Minerva Medica dall’Esquilino, da dove provengono varie statuette di animali da mandria: tori, buoi e pure cavalli oltre che altri animali.(2) Dalle mappe del catasto terreni di Sezze del 1929, che si rifanno a quelle ancora più antiche del Catasto Pontificio, il tratturo inizia da via degli Archi, a circa 650 metri dal sito archelogico degli Archi di S. Lidano e dirige verso la campagna in direzione sud per meno di 500 metri, quindi curvando verso ovest attraversa la fossella della Carrara e va ad incrociare, dopo circa 350 metri, via Murillo. L’accesso in via Murillo è da questa parte intercluso dall’aia di un fabbricato rurale, ma può essere all’occorrenza ripristinato perché non vi insistono manufatti.. L’orientamento dell’asse del tratturo nel tratto in cui inizia da via degli Archi, mostra la sua antica provenienza dalla sorgente dell’acqua zolfa della Catena, anche se tale percorso pedemontano con ogni probabilità è variato nei secoli, specie nelle contese medievali tra Sezze e Sermoneta, quando potrebbe essersi identificato per buona parte con lo storico stradone dell’Arnarello (ancora esistente e riportato in mappa nelle immediate vicinanze del tratturo, presso via Archi). Anzi si potrebbe plausibilmente ipotizzare che in un’ era molto antica tale stradone immettesse direttamente nel tratturo, raccogliendo le greggi che scendevano dalla parte ad est dell’Antignana . Il tratturo Caniò è interamente in terra battuta e così è sempre stato nei millenni, si presenta molto sconnesso e può essere percorso solo a piedi oppure da trattori o fuoristrada. Dall’intersezione di via Murillo (circa 800 metri dagli Archi) e procedendo in direzione sud- ovest verso i resti del tempio di Giunone, il tratturo Caniò scompare dalla planimetria catastale, ma la tradizione popolare lo indica ancora oggi inequivocabilmente in uno stradone di terra battuta, caratterizzato anch’esso da grossi avvallamenti e percorribile come il primo tratto solo da trattori e fuoristrada, che porta al cuore della località “Quarto Campelli”
Il tratturo termina alla fossella della Selcichia, ma sino a pochi decenni fa immetteva in via Maina e c’è ancora chi racconta di uno suo sbocco in prossimità del Foro Appio. Le origini arcaiche del tratturo Caniò, sicuramente una delle prime strade del campo setino, sono testimoniate da una parte degli oggetti rinvenuti negli scavi dell’area archeologica del tempio di Giunone che risalgono al XVI secolo a. C. (età del Bronzo Medio). Da questi oggetti si desume chiaramente la sua preesistenza sia a via degli Archi che alle altre strade del campo di Sezze, che il tratturo avrebbe attraversato in tempi più recenti, e persino alla stessa via Appia. 
Note 
(1) (2)- Università degli studi di Padova, Dipartim. archeologia- Atti del convegno, Padova 21.06. 2010 - AQUAE PATAVINAE – Maddalena Bassani: Le terme,le mandrie e Gerione- Antenor Quaderni 21 . 

3 -  I reperti archeologici del Tempio di Giunone 
Sono documentati da una locandina posta accanto al tempio negli scavi degli anni 80 . Si presenta pressoché illeggibile per essere scolorita ed infranta in diversi punti, forse impallinata da qualche cacciatore annoiato, ma con un po’ di pazienza si riesce ancora ad interpretarne il contenuto. I frammenti architettonici rinvenuti sono riferibili ad un edificio sacro di ordine ionico databile nella seconda metà del II secolo a. C. ma edificato su un’area che aveva già una sua tradizione culturale e sociale. Uno spesso strato di intonaco, che almeno in parte era dipinto in rosso, giallo e nero, rivestiva tutti gli elementi architettonici scolpiti sia nel tufo che nel calcare locale. Particolarmente interessante per la storia della pianura pontina sono le due iscrizioni incise nello stucco del fregio e dell’architrave. Quella del fregio commemora la costruzione dell’edificio, forse un portico, da parte di un POSTUMIO ALBINO console, mentre quella dell’architrave ricorda un restauro del pretore LUCIO VARGUNTEIO RUFO. Sembra che proprio in occasione di questo restauro, l’iscrizione più antica sia stata cancellata, ricoprendo i solchi delle scritte di stucco bianco. Ciò avveniva nella cultura romana ogni qualvolta che un personaggio si macchiava di una infamia tale da meritare la " damnatio memoriae ", cioè la cancellazione del suo nome dalle strutture monumentali ( nomen abolendum). L’edificio sacro doveva trovarsi al centro di un santuario nel quale, come testimoniato da un'altra iscrizione incisa su di un ara, era venerata GIUNONE REGINA, protettrice del mondo femminile oltre che degli animali. La grande venerazione di cui godeva questa e forse anche altre divinità del santuario è testimoniata dai numerosi doni votivi trovati durante gli scavi condotti tra il 1984 ed il 1986. Si tratta di ex voto realizzati sia in terracotta che in bronzo e databili tra la fine del IV secolo e la fine del II secolo a. C. teste, mani, piedi, falli, uteri, statuine di offerenti, di guerrieri, di Ercole, ma anche molti vasi in ceramica a vernice nera e in ceramica comune. Altri materiali archeologici recuperati hanno rilevato che la frequentazione dell’area iniziò molti secoli prima della costruzione dell’edificio di ordine ionico. Infatti, a circa due metri dall’attuale piano di calpestio sono stati rinvenuti materiali risalenti alle fasi iniziali del Bronzo Medio (XVI secolo a. C.) e ad un livello di poco superiore una grande olla della seconda fase della Civiltà Laziale (IX Secolo a. C.). Si può ipotizzare che in età arcaica, tra la fine del VI Secolo e gli inizi del V secolo a. C. sia stato qui costruito un piccolo sacello il cui tetto era decorato con le antefisse a testa di Giunone, di Satiro, o a coppia di Menade e Satiro danzanti. Tra i doni votivi risalenti a questo periodo sono da rilevare alcune statuine bronzee (kouroi) e vasetti miniaturistici d’impasto.

1 -  Gli Archi di San Lidano

Gli Archi di S. Lidano sono una massiccia struttura ad arco romano, risalente al II° secolo a.C. realizzata con grossi conci radiali di calcare locale.
In origine erano in numero di tre, ma oggi è rimasto in piedi solo quello centrale, il più alto. Dei due crollati, quello a sud è completamente sparito e ne rimane traccia solamente in qualche grossa pietra, mentre l’altro, a nord, è appena visibile grazie ad un restauro eseguito nel 1983 in maniera piuttosto spartana, per cui necessiterebbe di un nuovo ed urgente intervento.
I vari autori che hanno scritto su Sezze concordano che gli Archi furono un ponte su cui passava l’antica Via Setina ad eccezione del prof. Vincenzo Tufo (Storia Antica di Sezze,1908), secondo cui sarebbero stati un riparo per i viandanti e la Via Setina vi sarebbe passata a lato, perché erano ancora visibili, nel tempo in cui scriveva, le tracce dell’antico basolato (1). Ma un semplice riparo per viandanti non giustifica una struttura così massiccia, che sembra progettata appositamente per sopportare carichi molto pesanti e dinamici, quale una strada sopraelevata con mezzi in movimento.
Del resto, la larghezza degli Archi, anche se di soli m. 4,50 è idonea a consentire il contemporaneo transito dei carri in entrambe le direzioni e rientra nei parametri di larghezza delle carreggiate di epoca romana, comprese tra i 4 ai 6 metri in pianura e da 10 a 14 metri nei tratti tortuosi in pendio, così come nel tratto collinare tuttora esistente della Via Setina che misura m. 10,20 compresi i paracarri (2).
La stessa Via Appia era larga nel tratto pontino appena 14 piedi romani, cioè m. 4,10, e pertanto possiamo ritenere che la via Setina, di importanza minore, non dovesse superare tale misura. E’ perciò sufficientemente attendibile che gli Archi di San Lidano fossero un ponte dell’antica via Setina.
E’ stato scritto che la Via Setina, sin dalla fondazione della colonia romana di Setia (384 a.C), scendeva dal paese e conduceva ai Colli Albani, dove i setini avevano necessità di recarsi per le adunanze con gli altri confederati della Lega Latina. Qui, in una località denominata la Faiola esistevano a fine ottocento avanzi di una via che chiamavano Setina (3). Ma questo percorso, come è stato altresì scritto da più parti, era possibile anche attraverso l’antica via pedemontana volsca, che correva lungo le falde dei Lepini e che costituiva il più antico asse di collegamento tra il Lazio meridionale e la bassa valle del Tevere. Quale necessità ci sarebbe mai stata di una strada parallela alla consolare per recarsi alle adunanze sui colli Albani? Io penso nessuna, ed infatti non sembra vi siano notizie di ritrovamenti (4) che in qualche modo suffraghino l’ipotesi di un percorso autonomo della Via Setina dopo il Brivolco. Le notizie che ci sono pervenute sono imprecise e frammentarie tanto da far dire al cardinale Corradini , nel “De civitate et ecclesia setina” ( Cap I pag.5) (5), che “il percorso della Via Setina iniziava da Roma e secondo alcuni (Publio Vittore e Panvinio) immetteva nell’Appia con un diverticolo per Sezze nei pressi di Foro Appio, secondo altri avrebbe avuto invece un percorso del tutto autonomo”. 
L’unico tratto certo della Via Setina è quello tuttora esistente, discretamente conservato in qualche punto, e che discende dal paese da Porta Romana, passa frontalmente alla chiesa della Madonna della Pace (6) e costeggiando la Valle della Cunnula (7) tra alcuni pyrgos, incontra la vecchia Cappella Lombardini (8), le rovine della Chiesa di Santo Sosio (9), quelle della Chiesa della Madonna dell’Appoggio (10) e dirige in pianura con un ponte romano sul torrente Brivolco (11), dopo il quale a un centinaio di metri incrocia l’antica via pedemontana volsca (oggi chiamata Via Acquapuzza o anche Via Sicilia). Al di là di tale incrocio, non risultano mai rinvenute tracce del basolato di tale via, sia nella parte del centro abitato di Sezze Scalo che nella campagna circostante (c.f.r. Tufo V. op. cit. pag 48)
Ordinando questi tasselli, possiamo dedurre che ai tempi della Lega Latina la Via Setina raggiungeva i Colli Albani raccordandosi dopo il Brivolco con l’antica strada pedemontana volsca. Solo in epoca successiva, ovvero con la costruzione della Via Appia, iniziata nel 312 a. C. dal censore Appio Claudio, e con l’importanza sempre più crescente sia di questa arteria che del Foro Appio, in termini di grosso polo di attrazione commerciale, religioso e di aggregazione della popolazione rurale (12), si avvertì la necessità di immettere la via Setina sull’Appia, con un diverticolo in prossimità del Foro, sfidando le insidie frapposte dal territorio nella località degli Archi, ricco di corsi d’acqua che tracimavano con estesi pantani.
Infatti in tale luogo convergevano da Ninfa e dintorni i fiumi Teppia, S. Nicola, Portatore, il Ninfèo o Cavata, dal monte Acquapuzza proveniva un fiume d’acqua sulfurea detto Puzza e quasi tutti si immettevano nel canale Cavata, (13) che giungeva come ora a Foro Appio. Dal Monte Acquapuzza discendeva un altro fiumicello, il Cavatella, e poco lontano il Rosciolo, un antico fiume oggi non più esistente ma del quale si aveva notizia sino al XVII secolo perché, come scrive Ciammarucone, “divertito altrove dai setini per benefitio della campagna; presso il quale si veggono alcune ruine del Monastero di Santa Cecilia fabbricato da Santo Lidano Abbate Protettore di questa Città (Sezze)…” (14).
Il Cavata, che andava a confluire nel porto fluviale di Foro Appio, era sicuramente navigabile a mezzo di piccole imbarcazioni, chiamate sandali, usati per i trasporti verso i centri collinari dei prodotti della palude (legnatico, carbone, giunchi, anguille, pesci e cacciagione). In sandalo andavano i viaggiatori romani quando da Forum Appii solevano raggiungere Terracina attraverso il canale del Decennovium (15) e si ha memoria, in tempi meno remoti, del loro uso per raccogliere e trasportare granturco quando le piogge precoci ed abbondanti estendevano la Palude Pontina fin quasi alle cosiddette ” terre alte”. I sandali erano quindi in grado di navigare non solo fiumi e canali ma l’intera palude.
Per far passare la Via Setina in quel luogo paludoso ed insidioso e dirigerla sull’Appia in direzione del Foro (con un percorso più o meno coincidente con quello dell’attuale Migliara 41, altrimenti chiamata Via Villafranca), non esisteva altra possibilità che quella di realizzare una “via aerea”, un ponte a Tre Archi, cioè a tre luci, i cui piloni di centro avevano altresì la funzione di rallentare il corso delle acque del canale (16) e agevolare il transito dei sandali.
Che il fiume fosse navigabile ce lo attesta l’altezza degli Archi rispetto al piano dei terreni circostanti; non vi sarebbe stata infatti alcuna esigenza di far salire la Via Setina su un ponte così alto, se al disotto non avessero dovuto transitarvi delle imbarcazioni.
Questa antica via d’acqua, unitamente agli altri fiumi sopra menzionati, procurava a questa zona frequenti inondazioni ed estesi pantani. Ce ne dà oggi conferma la toponomastica, poichè la località immediatamente a Nord Est degli Archi di S.Lidano, sino allo stradone dell’Arnarello, viene ancora oggi conosciuta con il nome di Pantanelle, nonostante nessuno a memoria d'uomo ne ricordi i pantani.
Inoltre quando S. Lidano, monaco benedettino, costruì nel 1046 nei dintorni degli Archi l’Abbazia di Santa Cecilia, in ossequio alla regola benedettina di una vita penitente, ancor prima di porre la prima pietra dovette bonificare il territorio paludoso circostante (come risulta dal Codice membranaceo della Leggenda medioevale di Lidano d’Antena, conservata nell’archivio della Cattedrale di S. Maria), non certo però a causa della Palude vera e propria, perchè i luoghi erano e sono tuttora ad un’altitudine di oltre 6 metri sul livello del mare, quanto piuttosto per gli estesi pantani formati dalle esondazioni fluviali, nelle cui acque non si esclude la presenza della trota di Ninfa, un pesciolino ormai estinto, originario delle sorgenti omonime e che trovava il suo habitat ideale nelle acque basse e nei pantani.

In prossimità degli Archi, si diparte la strada comunale detta Via del Pesce che va a collegarsi all’antica via pedemontana volsca e forse costituiva il tratto della Via Setina che precedeva la via aerea degli Archi. Infatti provenendo dall’Appia lungo la migliara 41 e traguardando gli Archi di San Lidano si ha la netta impressione di come la via aerea che vi passava sopra dirigesse, con un percorso coincidente pressappoco con la Via del Pesce, verso l’Antignana, alle cui falde, a pochi passi dalla via pedemontana volsca, si trovava la villa della potentissima gens Antonia. La tradizione popolare ripone nel nome di questa strada la memoria dei pesci, che può legarsi tanto alla pescosità dei canali e dei pantani della zona, quanto al fatto che attraverso questa strada si trasportava a Sezze il pesce pescato nella palude, proveniente dal porto fluviale di Foro Appio e forse scaricato dai sandali a ridosso degli Archi. 
Dopo la costruzione dell’abbazia di S. Cecilia, così chiamata dal nome della madre di San Lidano, e fino alla sua distruzione da parte di Federico II Barbarossa nel 1229, gli Archi erano denominati “Archi di Santa Cecilia”. In precedenza erano chiamati “Tre Archi” e successivamente quando San Lidano, subito dopo la sua morte, avvenuta nel 1118, divenne patrono di Sezze coram populi, la tradizione a perenne ricordo del Santo e del suo lavoro li chiamerà nei secoli con l’attuale denominazione di “Archi di S. Lidano” e il territorio limitrofo “Quarto S. Lidano” (17). 

Note: 
(1) Al tempo del prof. Tufo, come egli stesso scrive, alcune tracce del basolato dell’antica via Setina si trovavano ancora a lato degli Archi, per cui esclude che siano stati il ponte di una via aerea quanto piuttosto un riparo per i viandanti. C’è tuttavia da notare che in quel tempo erano state già compiute numerose ed importanti bonifiche del territorio che avevano stravolto la morfologia fluviale, a cominciare dalla bonifica di S.Lidano, passando per quelle romane sino a quelle di papi come Sisto V (1542) o quella ancora più importante di Pio VI (1798) per cui gli alvei di alcuni fiumi, come il Cavata e Cavatella, erano stati più volte risistemati e deviati dal loro corso, mentre altri come il Teppia, il Rosciolo e loro affluenti ripieni ed eliminati. Ragion per cui, bonificati i luoghi e non passando più alcun corso d’acqua sotto gli Archi, era venuta meno la loro funzione di ponte e quindi la Via Setina risistemata a lato, in piano, per evitare inutili salite. Sicuramente il Prof. Tufo avrà fatto anch’egli queste valutazioni, purtroppo non ci dice i motivi che l’hanno indotto ad escluderle.
(2) Per i tratti in salita con curve molto angolate, si richiedeva una carreggiata doppia o tripla di quella di pianura sia per agevolare gli animali nella trazione dei carri offrendo loro più spazio di manovra, sia per ridurre il rischio di incidenti dovuti a scivolamenti o a cadute delle bestie trainanti. 
(3) V. Tufo – Storia antica di Sezze – Tipografia Reali, Veroli 1908.
(4) In realtà viene riportato dal Tufo (op. cit.) il rinvenimento nei pressi dello stradone dell’Arnarello, ( sito a circa 1,5 km di distanza ad est degli Archi), del ceppo miliario XLIII che si presunse dell’antica Via Setina . Da ciò si argui che la Via Setina passasse per tale stradone. A mio avviso, un reperto isolato e non accompagnato da altri indizi che comprovino il passaggio in quel luogo della Via Setina non dice assolutamente nulla, perché il ceppo miliario potrebbe esservi stato trasportato per diversi motivi, anche banali, che non conosciamo.
(5) P.M. Corradini – De Civitate ,et Ecclesia setina - Romae 1702 
(6) La Chiesa della Madonna della Pace fu eretta nel 1500 alla fine di tre secoli di ostilità tra setini e sermonetani sia per questione di confini, sia perché i sermonetani per allontanare le acque dal loro territorio rompevano gli argini dei fiumi deviandole verso i campi di Sezze. 
(7) Cunnula è la forma dialettale di Culla. Infatti la Valle della Cunnula è la culla della civiltà di Sezze.
(8) Dopo l’editto Napoleonico di Saint Cloud, applicato in Italia nel 1806, che vietava tra le altre cose la sepoltura nelle Chiese e dentro le mura delle città, la notabile famiglia Lombardini costruì in questo luogo della Via Setina, nei pressi della Chiesa di Santo Sosio, una cappella per i propri defunti, tuttora esistente.
(9) Non si hanno molte notizie su questa chiesa e sul culto di questo Santo, ancora oggi venerato a Castro dei Volsci (Frosinone) dove il popolo lo invoca efficacemente contro i mali delle ossa. Secondo il Martyrologium Romanorum della CEI in cui è riportato il martirologio del Venerabile Beda, si tratterebbe di San Sosio di Miseno, nato nel 205 d.C. 
Franco Zullo, autore del paragrafo del Martiriologio dedicato a Santo Sosio dice che esistono differenti versioni circa il vero nome del santo, tra Sosio, Sossio e Sosso. Noi a Sezze lo chiamiamo Santo Sosso. Tra gli studiosi è prevalente l'opinione che si tratti di un nome di origine latina, Sosius, nome di una gens romana. Le parole Sossus e Sossius dovrebbero essere una derivazione osca, con la caratteristica doppia "s" sibilante. Fu uno dei più ardenti animatori di gruppi dei primi cristiani tra Miseno e Pozzuoli. Miseno fu distrutta dai saraceni e la popolazione che scampò alla carneficina riparò all’interno, dove fondò la città di Frattamaggiore. I Benedettini, che all’inizio del X secolo ne ritrovarono le spoglie fra le rovine della chiesa misenate, ne custodirono il corpo a Napoli, presso il convento di San Severino, preservandolo dalle scorrerie dei Saraceni: grazie a loro se ne diffuse il culto in Campania, nel Lazio e persino in Africa. Nel 1807, in seguito alla soppressione del convento ad opera di Napoleone, le spoglie del Santo insieme a quelle dell'Apostolo del Norico San Severino, che per tanti secoli avevano riposato accanto nel convento dei Benedettini, furono traslate nella Chiesa madre di Frattamaggiore, dove ancora oggi sono oggetto dell'amore e della venerazione di tutti
(10) La tradizione popolare narra che nel XV secolo, un carrozza mentre risaliva la Via Setina, si sganciò dai finimenti dei cavalli che la trainavano e tornò indietro nella ripida discesa prendendo velocità con tutto il suo carico di persone. Fu per puro caso che non rotolò giù per la Valle della Cunnula, perchè la sua corsa fu miracolosamente fermata da un pyrgos (torretta di avvistamento) sito sul lato della strada, dove poggiò a poco meno di un passo dal ciglio della valle. La paura per la scampata tragedia fu tanta e sul luogo dell’incidente, in segno di ringraziamento alla Madonna fu costruita una chiesetta, che il popolo chiamò in seguito Madonna dell’Appoggio. Il nostro emerito concittadino Don Massimiliano Di Pstina ha scritto che questa chiesetta, oggi diruta e pericolante sulla sottostante cava di calcare negli anni 60, fu tanto cara a San Carlo che spesso vi si recava per pregare, in particolare a chiedere grazia per il fratello gravemente ammalato. Il Santo si rivolgeva alla Beata Vergine con il Bambino, raffigurata in un pregevole dipinto tuttora esistente ma in pessime condizioni perchè sbiadito e corroso dalle intemperie. Questa chiesetta racconta una parte importante della storia di Sezze e meriterebbe un progetto di recupero per essere inserita in un percorso di pellegrinaggio dedicato ai luoghi in cui visse San Carlo. Vicinissimo ad essa sono ancora visibili, tra rovi e sterpaglie, le rovine del pyrgos che trattenne la carrozza.
(11) Il ponte sul Brivolco che attraversiamo oggi non è quello originario romano. Questo fu distrutto nella alluvione del 1909, colpito dai macigni e dai detriti trasportati dalla furia dell’acqua nella Valle della Cunnula e che distrusse anche il mulino ad acqua della famiglia Filigenzi. Il nuovo ponte fu ricostruito un poco più distante da quello romano, ma durò solo pochi decenni perché fu bombardato dagli alleati il 23 Gennaio 1944 per contrastare la ritirata tedesca da Anzio a Cassino. Quello che oggi attraversiamo è stato ricostruito dopo la guerra e nuovamente spostato dal luogo del precedente
(12) E. Bruckner – Forum Appi – Napoli, 1995
(13) - Nicolai – De Bonificamenti delle terre pontine. Rimedi e mezzi per essiccarle – Roma, Stamperia Pagliarini, 1800 - E. Bolognini –“Memorie dell’antico, e presente stato delle paludi pontine..” – Roma 1759, Stamparia Apollo
(14) G. Ciammarucone – Descrizione della città di Sezze – Stamperia della Rev. Camera Apostolica, 1641
(15) F. Gregorovius – Passeggiate per l’Italia -.Vol. I – Carboni Editore, Roma 1906 
(16) Non si ha alcuna notizia sul nome del canale navigabile che passava sotto gli Archi ed è difficile azzardare una ricostruzione storica, sia per le innumerevoli bonifiche avvenute nel corso dei secoli, che hanno stravolto la morfologia fluviale, sia per la le notizie pervenuteci che, quando esistono, sono quasi sempre frammentarie e con pochi particolari sui luoghi. 
(17) V. Venditti – La Leggenda medioevale di Lidano D’Antena o.s.b.– Marietti, 1959 – Giova notare, come afferma Don Vincenzino Venditti (op. cit. nota 1 pag 58) che l’agro di Sezze e quello Pontino è ripartito in varie contrade dette anche “Quarti”,che prendono il nome dalla natura ambientale del terreno o da qualche avvenimento di locale tradizione storica. Così abbiamo il Quarto San Lidano, il Quarto Acquaviva, il Quarto Palazzo, ecc. Tali zone o contrade, compaiono tuttora nelle mappe catastali con la denominazione di “Quarto..”.

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