Associazione Culturale Le Colonne

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Sabato 3 dicembre 2016, alle ore 18, presso la Sala polifunzionale “Le colonne”
>> Le colonne presenta il libro di Giancarlo Loffarelli 

"Don Lorenzo Milani. Prete, maestro, cittadino"

Sabato 3 dicembre 2016, alle ore 18, presso la Sala polifunzionale “Le colonne” di Tito in via Roma a Sezze, l’Associazione culturale Le colonne presenta il libro di Giancarlo Loffarelli Don Lorenzo Milani. Prete, maestro, cittadino, Pazzini editore. A presentarlo sarà Franco Abbenda, mentre le letture di alcuni brani del libro saranno affidate a Marina Eianti della Compagnia teatrale Le colonne. Coordinerà l’incontro Emiliano Campoli e sarà presente l’Autore.

Con chiarezza, completezza e capacità di coinvolgimento, il testo si propone di far conoscere a chi ne ha sentito soltanto il nome e di far riscoprire a chi lo ha letto in passato, don Lorenzo Milani nella pienezza della sua complessa e articolata personalità. I momenti fondamentali della sua vita, la radicalità delle sue scelte e la potenza esplosiva dei suoi scritti, pubblici e privati, vi vengono analizzati per far emergere l’attualità di un uomo, un sacerdote, un maestro il cui insegnamento profetico ha ancora tanto da dire su alcune questioni nevralgiche dei nostri giorni come la potenza rivoluzionaria del messaggio cristiano, la centralità della scuola per la costruzione di una civiltà più a misura d’uomo e la sfida di una convivenza pacifica fra i popoli. La lettura del testo è utile a chi, giovane, ha sentito soltanto il nome di don Milani e a chi lo ha letto in passato, per poterne scoprire o riscoprire la testimonianza in occasione del cinquantenario della morte (26 giugno 1967).

Giancarlo Loffarelli è laureato in Filosofia e in Lettere, docente di ruolo nei Licei e docente a contratto presso “La Sapienza” Università di Roma.  Drammaturgo e regista, è uno dei fondatori del Centro Nazionale di Drammaturgia Italiana Contemporanea e i suoi testi teatrali sono rappresentati da diverse Compagnie italiane, hanno ricevuto premi e sono stati tradotti in diverse lingue. Ha pubblicato romanzi e saggi. Con il film La porta, ha vinto il concorso “Fammi vedere” del Consiglio italiano per i rifugiati. Il corto è stato trasmesso dalle reti RAI come spot “Rai per il sociale”.


24 luglio 2016 - ore 21,00 -  Cavea del Parco Nazionale del Circeo a Sabaudia
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Lieder di Schumann

Domenica 24 luglio 2016, presso la Cavea del Parco Nazionale del Circeo, a Sabaudia, alle ore 21, all’interno della Rassegna “Il parco e la commedia”, andrà in scena lo spettacolo teatrale I LIEDER DI SCHUMANN di Giancarlo Loffarelli, prodotto dalla Compagnia teatrale Le colonne, con Marina Eianti, Giancarlo Loffarelli, Elisa Ruotolo ed Emiliano Campoli. Luci di Fabio Di Lenola e audio di Armando Di Lenola. 
Scritta nel 1997, la commedia I Lieder di Schumann ha debuttato, nel marzo del 1999, al Teatro Tordinona di Roma all’interno della Rassegna “Drammaturgia emergente” dove Giancarlo Loffarelli, per questa commedia, vince il premio come “Miglior autore” (giuria presieduta da Aldo Nicolaj).
Nel mese di agosto dello stesso anno, per la stessa commedia, la Compagnia teatrale “Le colonne” riceve il premio “Protagonisti del teatro” del “Festival del teatro italiano” (direzione artistica di Franco Portone e Renato Giordano).
Nel maggio del 2001, la commedia riceve una Menzione speciale a “Napoli drammaturgia in Festival” (giuria presieduta da Manlio Santanelli).
Nel maggio 2004, ancora con I Lieder di Schumann, l’autore vince il premio quale “Miglior autore” al Premio Nazionale “Giorgio Totola” di Verona. 
Dopo il debutto del 1999 per opera della Compagnia teatrale “Le colonne”, la commedia è messa in scena da diverse altre Compagnie che la presentano in numerosi teatri italiani: viene rappresentata a Roma presso il Teatro Tirso e al Festival del Teatro italiano dalla Compagnia “Marte 2010”; la Compagnia “Delitto d’autore” la porta in scena a Roma presso il Teatro Testaccio e nel corso di fortunate tournée in Campania e in Veneto; con la regia di Francesco Piotti è in scena a Roma presso il Teatro Colosseo e poi in tournée in Toscana.
Nel 2003 è stata tradotta in lingua turca per il Teatro Stabile di Istanbul e nel 2005 in lingua francese per l’Università di Nizza.
Dopo aver aperto alla commedia la strada per il considerevole successo di critica e di pubblico, la Compagnia teatrale “Le colonne” torna a metterla in scena a partire dal 2006 fino al 2015.
Attraverso un tono leggero, tutto giostrato su un umorismo di parola e non di situazione, ne I Lieder di Schumann vengono raccontate dagli stessi protagonisti le vicende di due coppie le cui vicissitudini sentimentali sono occasione per toccare le più svariate tematiche della vita a due.
Carla ed Edoardo sono sposati da diverso tempo, medico lei, pianista lui. Il loro matrimonio sembra ormai incanalato sulla strada dell'abitudine e dello scontato. Carla stringe amicizia con Ottilia, una sua paziente che fa la cantante lirica e la invita a cena insieme al "professore", il suo compagno con il quale hanno in programma di sposarsi. Ma, fatalmente, Ottilia ed Edoardo vengono attratti da una reciproca passione nata, probabilmente, dalla comune passione per la musica. Carla cerca di "vendicarsi" cercando di innamorarsi del professore che s'è messo a farle la corte.
Fin qui, la scelta formale, attorno a cui si sviluppa la storia, è quella degli stereotipi sia linguistici che di situazione. Ma quando sembra che le due coppie stiano per ricomporsi nella loro struttura originaria, un evento imprevisto imprime alla vicenda e alla sua messinscena teatrale una svolta che costituisce l’elemento caratterizzante la commedia. Vero e proprio protagonista della vicenda diventa infatti il tempo, poiché ai personaggi è data, nella finzione scenica, quella capacità non concessa all'uomo di sottrarsi ai vincoli del tempo. Questa possibilità, di entrare e uscire dalla dimensione temporale, conferisce ai personaggi e a tutto il testo, un distacco ironico che costituisce la vera cifra stilistica della commedia.


24 giugno 2016 - ore 22,00 -  cortile del Museo Archeologico di Sezze
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Racconti
Prenderà il via, venerdì prossimo 24 giugno, alle ore 22, presso il Cortile del Museo comunale di Sezze, il Progetto RACCONTI. La sottile linea rossa” ideato e realizzato dall’Associazione culturale “Le colonne”, con il primo dei cinque racconti previsti, Un Sueño en la Floresta di Augustìn Barrios Mangoré, affidato a Paolo Giusti. 

Raccontare
Dev’esserci stato un momento, all’origine dell’umanità, in cui i nostri antenati, dopo una giornata trascorsa a procacciarsi il cibo, a rendere più confortevole il rifugio che si erano trovati, ad accudire i piccoli, dopo essersi sfamati, essersi assicurati che non vi fossero pericoli nei dintorni e dopo che i piccoli si erano addormentati, si sono seduti attorno a un fuoco e uno di loro, con ogni probabilità il più anziano del gruppo, quello che aveva accumulato più esperienze nella sua primitiva vita, s’è messo a raccontare.
Certo, doveva essere già stato scoperto il fuoco e il linguaggio, doveva essersi già formata una piccola comunità. O, forse, al contrario, era stata proprio quell’innata tendenza a raccontare che aveva permesso all’uomo di scoprire il fuoco, il linguaggio e la vita sociale.
Comunque sia andata, da quel momento l’uomo non ha più smesso di raccontare storie, a volte nella piena consapevolezza di farlo, altre volte senza nemmeno rendersene conto, utilizzando la parola e il gesto, la scrittura e le immagini, e poi la musica e il teatro, e poi ancora il cinema e l’universo telematico.
Il Progetto “RACCONTI. La sottile linea rossa” nasce dal desiderio di continuare a vivere quel momento fondativo delle relazioni interpersonali che è il racconto, in un’epoca, la nostra, in cui sono radicalmente mutati alcuni degli elementi costitutivi di quell’atto ancestrale che è il raccontare: il ruolo di chi è più avanti negli anni, la compresenza fisica, il silenzio della notte, lo spirito comunitario.

La sottile linea rossa
L’espressione “la sottile linea rossa” risale al resoconto che il corrispondente del Times, William H. Russell, fece della battaglia di Balaklava, combattuta il 25 ottobre 1854 durante la guerra di Crimea. 
Quella battaglia costituì il primo dei due tentativi della Russia di rompere l'assedio di Sebastopoli, attaccando il campo britannico di Balaklava. L'esercito russo era più numeroso e l'accampamento britannico era difeso soltanto dal 93° Reggimento di fanteria Highlander e da un piccolo gruppo di Royal marines. Per poter disporre i suoi pochi uomini su un fronte più ampio, il comandante li dispose in una linea profonda due uomini, mentre normalmente avrebbe dovuto essere di quattro. La storia (o, forse, la leggenda) racconta che il comandate abbia detto ai suoi uomini “Da qui non c'è ritirata. Dovete morire là dove vi trovate”. E lo stesso racconto aggiunge che il suo aiutante di campo replicò “Se è quello che serve, lo faremo”. La cavalleria russa ruppe la carica di fronte a quella strenua difesa e si ritirò. Il giornalista inglese, descrivendo la scena che aveva osservato dalla cresta di una collina, scrisse che, tra i russi in carica e la base britannica di Balaklava, non poteva vedere nient'altro che una “thin red streak tipped with a line of steel” (“una sottile linea rossa da cui spuntavano punte d'acciaio”).
La sottile linea rossa (The Thin Red Line) è anche un film del 1998 diretto da Terrence Malick. Il titolo del film non si riferisce all’episodio sopra riportato, bensì a un verso di Rudyard Kipling: “Tra la lucidità e la follia c'è soltanto una sottile linea rossa”. Nel film, infatti, si raccontano le vicende di una compagnia di soldati statunitensi impegnati nella conquista dell'isola di Guadalcanal, nel 1942, durante la Seconda guerra mondiale, in cui si consumeranno le vicende e i tormenti interiori di un gruppo di uomini costretti a confrontarsi con i propri doveri e la follia della guerra. 
Il sottotitolo scelto per questo Progetto intende ispirarsi a entrambi i significati dell’espressione. Da un lato, vuole sottolineare l’importanza di piccoli e minoritari gesti di resistenza a una cultura dominante che tende a considerare inutile e privo di senso l’impegno dedicato alla costruzione di momenti comunitari in cui la compresenza fisica non è sostituibile da quella virtuale. Dall’altro, prova a costruire un argine a una sotterranea ma determinata volontà d’intendere i rapporti interpersonali sempre più in un’ottica conflittuale (fra generazioni, fra popoli, fra sessi, fra religioni...), laddove il racconto, di contro, costruisce legami. 

Le cinque serate
Il progetto si articola in cinque serate in cui altrettanti componenti della comunità setina racconteranno storie, in cui il contenuto della storia raccontata sarà sempre in secondo piano rispetto all’atto del raccontare. Non terranno una conferenza. Non si tratterà di un convegno. Non ci sarà un dibattito assembleare. Ci sarà, semplicemente, l’atto del raccontare una storia. Fra le cinque storie raccontate non ci sarà un filo conduttore tematico poiché la sottile linea rossa che le legherà sarà sempre e soltanto l’atto del raccontare. Si racconterà un brano musicale, un vino, un film, un evento sportivo. Ma il Progetto intende essere una sorta di Format in cui, eventualmente, in successive edizioni, si potrà raccontare un quadro, un fatto storico, una pianta, una struttura architettonica, un’opera filosofica… 

Questi i racconti della prima edizione:
Il 24 giugno, Paolo Giusti racconta Un Sueño en la Floresta di Augustìn Barrios Mangoré;
L’8 luglio, Antonio Abbate racconta Il Cecubo;
Il 29 luglio, Franco Abbenda racconta L’Annunciazione secondo Fabrizio De André;
Il 19 agosto, Giancarlo Loffarelli racconta C’era una volta in America di Sergio Leone;
Il 2 settembre, Raffaele Imbrogno racconta I tre secondi che cambiarono la storia della pallacanestro.
Le serate si svolgeranno nel cortile del Museo comunale in Largo Bruno Buozzi, dalle 22 alle 24. Con questa scelta s’intende sottolineare la centralità della comunità setina e della sua storia come condizione e finalità dell’atto del raccontare: è all’interno di quella storia e di quella comunità che nasce il racconto ed è per contribuire a farla crescere che esso è agito.
Anche la disposizione dello spazio cercherà di esprimere che non si tratta di una conferenza ma del semplice rito del racconto: colui che racconta e coloro che ascoltano saranno disposti in cerchio attorno a un piccolo fuoco (un bracere o una candela) a rappresentare l’ambientazione più tipica, fin dalla notte dei tempi, del rito del racconto.

Sei sedie
Non è il numero delle persone che partecipano a un evento a decretarne il valore. Se così fosse, programmi televisivi dedicati a spiare uomini e donne seminudi su un’isola avrebbero un valore maggiore di una poesia di Leopardi. 
Non interessa, dunque, il numero di persone che vorranno ascoltare questi racconti e non si hanno aspettative al riguardo. Eppure, un dato numero di sedie lo si dovrà predisporre. Quale? Simbolicamente, a inizio serata verranno predisposte sei sedie. Sei erano, infatti, le Decarcie, gli antichi rioni in cui era suddivisa Sezze nel periodo Medievale, e l’aspettativa è che questa iniziativa, pensata e realizzata a Sezze e per Sezze, possa vedere la presenza (simbolicamente) di un rappresentante per ognuna delle antiche Decarcie: sei partecipanti rappresenteranno l’intera città; tutti quelli che verranno in più costituiranno una graditissima abbondanza di partecipazione e per essi verranno aggiunte, mano a mano, altre sedie.

I cinque narratori
Paolo Giusti è chitarrista e docente di chitarra. Ha seguito numerosi corsi di perfezionamento ed interpretazione chitarristica e il suo repertorio è costituito da brani di autori che vanno dal ‘700 al ‘900 moderno e contemporaneo con opere di J.S Bach, M. Giuliani, F. Sor, J.K. Mertz, A. Barrios, H.Villa-Lobos, M. Ponce, A. Piazzolla, R. Dyens e degli spagnoli F. Tarrega, I. Albeniz, J. Rodrigo. Ha svolto per anni un’intensa attività concertistica come solista, in formazione di due e quattro chitarre. Ha tenuto concerti in prestigiose sale da concerto italiane e americane, fra cui la Juilliard School di New York, la Guitar Society di Tucson (Arizona), la Lopez High School in Texas ed il Community College nel Westchester. Ha partecipato a dirette televisive di Canale 5 e RaiUno. È presidente e fondatore dell’Associazione Chitarristica “Guitar-Lab” che promuove attività accademiche e concertistiche. 
Antonio Abbate è Sommelier professionista della Fondazione Italiana Sommelier, all’interno della quale svolge attività di docenza. Collabora con i più importanti Sommelier nazionali e internazionali ed è specializzato sulle più importanti zone vitivinicole dei diversi continenti.
Franco Abbenda è medico e lavora presso il Ministero della Salute. Nel 2003 ha ideato a Sezze il 1° Tributo De André, manifestazione musicale dedicata al cantautore genovese scomparso nel 1999. Nel gennaio 2016, il Tributo ha raggiunto la quattordicesima edizione e continua la mission di provare a non far dimenticare, anzi di approfondire, riproponendo le canzoni con musicisti, con registri e narrazioni sempre diverse, le perle note e quelle più nascoste contenute nelle canzoni Fabrizio De André, parafrasando il quale, si potrebbe dire che “c’è chi la musica la fa per noia, chi se la sceglie per professione, Franco Zamamma né l’uno né l’altro: lui la fa solo per passione”.
Giancarlo Loffarelli è laureato in Filosofia e in Lettere (con Tesi di Laurea in “Storia e Critica del Cinema”). Insegna Storia e Filosofia presso l’Isiss “Pacifici e De Magistris” di Sezze e Discipline dello spettacolo presso La Sapienza di Roma. Ha collaborato come critico cinematografico alla rivista “Tempo presente” e ha scritto e diretto diversi documentari e cortometraggi, l’ultimo dei quali, La porta, ha vinto, nel 2014, il Concorso “Fammi vedere” del Consiglio italiano per i rifugiati ed è stato trasmesso, nel 2015, sulle reti RAI. Drammaturgo e regista teatrale, ha fondato e dirige dal 1979 la Compagnia teatrale “Le colonne”. Ha vinto numerosi Premi nazionali di drammaturgia; molti suoi testi teatrali sono stati pubblicati, tradotti e portati in scena da diverse Compagnie. E’ socio fondatore del Centro Nazionale di Drammaturgia Italiana Contemporanea.
Raffaele Imbrogno ha giocato a Pallacanestro raggiungendo la serie A e la nazionale Juniores. E’ allenatore FIBA (Federazione internazionale pallacanestro) e istruttore del Comitato Nazionale Allenatori. Ha scritto libri tecnici della pallacanestro e insegna presso Scienze Motorie Facoltà il Foro Italico. Attualmente è il Responsabile della Analisi tattica del Settore Squadre Nazionali della FIP, con le quali ha partecipato a quattro europei senior (maschili e femminili) e a un Mondiale Under 17 femminile. 


Venerdì 22 gennaio 2016 - ore 21,00 -  Auditorium Mario Costa
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Senza senso (unico)

Venerdì 22 gennaio 2016, alle ore 21, presso il Teatro “Mario Costa” di Sezze, all’interno della stagione teatrale organizzata dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Sezze, andrà in scena lo spettacolo Senza senso (unico) portato in scena dalla Compagnia teatrale “Le colonne” per la regia di Giancarlo Loffarelli e l’interpretazione di Roberto Baratta, Marina Eianti, Emiliano Campoli, Luigina Ricci e Marco Zaccarelli. (tecnico audio, Armando Di Lenola; tecnico luci, Fabio Di Lenola).

Il divertentissimo spettacolo è pensato a metà strada fra il teatro e il cabaret. Attraverso, infatti, un filo rosso costituito dalle canzoni e dalle musiche del tempo, vengono presentati alcuni momenti del teatro umoristico del Novecento. Alle atmosfere suggestive che rievocano il passato fanno da contrappunto le esilaranti trovate degli scrittori più divertenti del XX secolo in una carrellata che va dal periodo della rivista per giungere al                 teatro contemporaneo: da Eduardo De Filippo a Dario Fo, dai fratelli De Rege a Stefano Benni passando per Achille Campanile.

Ingresso 7€. o per abbonamento.


Sabato 10 ottobre 2015 - ore 18,00 -  Antiquarium Comunale
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Patto di omertà

Sabato 10 ottobre 2015, alle ore 18,00, presso l’Antiquarium comunale di Sezze in Largo Bruno Buozzi, l’Associazione culturale “Le colonne”, con il patrocinio del Comune di Sezze, presenta l’ultimo libro di Sergio Flamigni, già membro delle Commissioni parlamentari d’inchiesta sul Caso Moro e sul Terrorismo in Italia, uno dei massimi esperti dell’inquietante vicenda che portò al rapimento e all’uccisione di Aldo Moro e della sua scorta, nel 1978.

L’associazione culturale Le colonne, che da anni rappresenta con successo in tutta Italia lo spettacolo Se ci fosse luce (I misteri del Caso Moro) e che a questa vicenda ha dedicato un film Documentario, torna a fornire un contributo alla ricerca e alla riflessione su questa tematica presentando il libro di Sergio Flamigni Patto di omertà. Il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro: i silenzi e le menzogne della versione brigatista, Kaos edizioni.

Alla presentazione sarà presente l’Autore e Ilaria Moroni, Direttrice del Centro Documentazione Archivio Flamigni.

Secondo la vulgata ufficiale, sulla strage di via Fani e sul sequestro e l’uccisione di Aldo Moro si sa tutto ed è tutto chiaro (e chi lo nega è un dietrologo complottista). Questa vulgata ufficiale si basa sul “memoriale Morucci”, documento scritto dall’ex brigatista Valerio Morucci nel doppio ruolo di dissociato (per la ma­gistratura) e di semi-pentito (per la Democrazia cristiana).

  Confezionato in carcere dall’ex terrorista con la collabora­zione del giornalista democristiano Remigio Cavedon, il memo­riale Morucci è stato benedetto dalla Dc e infine avallato dall’ex capo delle Br Mario Moretti e da una parte della magistratura. Si tratta in realtà di un documento zeppo di omissioni, di reti­cenze, di bugie, di vuoti e di ambiguità, che racconta una verità ufficiale menzognera dall’inizio (la strage di via Fani) alla fine (la prigionia e l’uccisione di Moro).

  In questo libro l’ex senatore Sergio Flamigni denuncia la inattendibilità del memoriale Morucci, e ne ricostruisce la genesi (ispiratori, beneficiari e finalità). E dimostra come il documento sia l’approdo del “patto di omertà” stipulato degli ex terroristi con settori politici, statali e istituzionali.


8 marzo 2015
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Rumors

Auditorium Mario Costa
Venerdì 20 marzo, ore 10,00 - matinée per le scuole

Sabato 21 marzo, ore 21,00 e Domenica 22 marzo, ore 18,00
Ingresso: €.10,00 www.lecolonne.net 

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Neil Simon, nato a New York nel 1927, è uno dei più importanti commediografi del secondo Novecento, autore di numerose commedie, molte delle quali trasportate nel cinema, spesso per l’interpretazione della coppia Jack Lemmon e Walter Matthau (A piedi nudi nel parco, La strana coppia, Appartamento al Plaza, Il prigioniero della Seconda strada, Quel giardino di aranci fatto in casa, I ragazzi irresistibili, California Suite).
Con stile garbato e una grande tecnica di scrittura, Neil Simon smaschera i vizi di una borghesia americana che, dietro una grande sicurezza economica e un’immagine sociale impeccabile, nasconde un volto cinico e arrogante, votato all’antica legge dell’homo homini lupus.
Una delle sue commedie più riuscite è Rumors, scritta nel 1988, in cui a far da specchio alle ipocrisie dell’alta borghesia newyorchese sono proprio i pettegolezzi (i “Rumors”) di cui essa vive e in cui si avvolge fino a restarne soffocata.
La scena è ambientata nella lussuosa villa di Charley Brock, vice sindaco di New York, la sera in cui egli e la moglie Myra festeggiano il proprio anniversario di matrimonio. Noi non vedremo mai i due coniugi poiché, all’alzarsi del sipario, quando nella villa arriva la prima coppia di invitati, Myra è scomparsa e Charley Brock è nella sua camera da letto, semicosciente e ferito nel tentativo di suicidarsi. Ken e Chris Gorman, la prima coppia sopraggiunta, si rendono subito conto che c’è il rischio che la festa si trasformi in uno scandalo che travolgerebbe la carriera politica del vice sindaco di New York e, all’arrivo della successiva coppia di invitati, saranno costretti a inventarsi una serie di storie improbabili per giustificare l’assenza dei coniugi alla propria festa di anniversario. L’inevitabile confusione, cui i tentativi di nascondere la verità daranno luogo, sarà destinata a moltiplicarsi via via che giungeranno gli altri invitati finché dovrà esplodere all’immancabile arrivo della polizia.
L’ambientazione americana della commedia costituisce, nella fervida immaginazione di Neil Simon, semplicemente lo spunto per raccontare e sorridere sui vizi tipici di ogni essere umano in qualsiasi contesto sociale, venendo a costituire quel ruolo che il grande teatro ha sempre svolto; quello, per dirla con Shakespeare, “di reggere, per così dire, lo specchio della natura, di mostrare alla virtù le sue proprie fattezze, allo scorno la sua immagine e alla tempra e alla fisionomia stesse dell’epoca la loro forma e impronta.” (Amleto, atto terzo, scena seconda). 
Al tempo stesso, Neil Simon, soprattutto nel finale, svela il meccanismo metateatrale e metaletterario che costituisce il livello più profondo del testo e secondo il quale la realtà perde la propria consistenza oggettiva per divenire “semplicemente” prodotto della narrazione.


16 gennaio 2015
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I Lieder di Schumann 

VENERDÌ 16 GENNAIO 2015 ORE 21                         SEZZE - AUDITORIUM “MARIO COSTA” 
Ingresso: €. 7,00 www.lecolonne.net 

Venerdì 16 gennaio alle ore 21,00 La Compagnia teatrale Le Colonne presenta all'Auditorium Mario Costa di Sezze "I Lieder di Schumann" opera teatrale scritta e diretta da Giancarlo Loffarelli
con Elisa Ruotolo, Emiliano Campoli, Marina Eianti, Giancarlo Loffarelli - audio a cura di Armando Di Lenola, luci a cura di Fabio Di Lenola.
Scritta nel 1997, la commedia I Lieder di Schumann ha debuttato, nel marzo del 1999, al Teatro Tordinona di Roma all’interno della Rassegna “Drammaturgia emergente” dove il suo autore vince il premio come “Miglior autore” (giuria presieduta da Aldo Nicolaj).
Nel mese di agosto dello stesso anno, per la stessa commedia, la Compagnia teatrale “Le colonne” riceve il premio “Protagonisti del teatro” del “Festival del teatro italiano” (direzione artistica di Franco Portone e Renato Giordano).
Nel maggio del 2001, la commedia riceve una Menzione speciale a “Napoli drammaturgia in Festival” (giuria presieduta da Manlio Santanelli).
Nel maggio 2004, ancora con I Lieder di Schumann, l’autore vince il premio quale “Miglior autore” al Premio Nazionale “Giorgio Totola” di Verona.
Dopo il debutto del 1999 per opera della Compagnia teatrale “Le colonne”, la commedia è messa in scena da diverse altre Compagnie che la presentano in numerosi teatri italiani: viene rappresentata a Roma presso il Teatro Tirso e al Festival del Teatro italiano dalla Compagnia “Marte 2010”; la Compagnia “Delitto d’autore” la porta in scena a Roma presso il Teatro Testaccio e nel corso di fortunate tournée in Campania e in Veneto; con la regia di Francesco Piotti è in scena a Roma presso il Teatro Colosseo e poi in tournée in Toscana.
Nel 2003 è stata tradotta in lingua turca per il Teatro Stabile di Istanbul e nel 2005 in lingua francese per l’Università di Nizza.
Dopo aver aperto alla commedia la strada per il considerevole successo di critica e di pubblico, la Compagnia teatrale “Le colonne” torna a metterla in scena a partire dal 2006 fino al 2015.
Attraverso un tono leggero, tutto giostrato su un umorismo di parola e non di situazione, ne I Lieder di Schumann vengono raccontate dagli stessi protagonisti le vicende di due coppie le cui vicissitudini sentimentali sono occasione per toccare le più svariate tematiche della vita a due.
Carla ed Edoardo sono sposati da diverso tempo, medico lei, pianista lui. Il loro matrimonio sembra ormai incanalato sulla strada dell'abitudine e dello scontato. Carla stringe amicizia con Ottilia, una sua paziente che fa la cantante lirica e la invita a cena insieme al "professore", il suo compagno con il quale hanno in programma di sposarsi. Ma, fatalmente, Ottilia ed Edoardo vengono attratti da una reciproca passione nata, probabilmente, dalla comune passione per la musica. Carla cerca di "vendicarsi" cercando di innamorarsi del professore che s'è messo a farle la corte.
Fin qui, la scelta formale, attorno a cui si sviluppa la storia, è quella degli stereotipi sia linguistici che di situazione. Ma quando sembra che le due coppie stiano per ricomporsi nella loro struttura originaria, un evento imprevisto imprime alla vicenda e alla sua messinscena teatrale una svolta che costituisce l’elemento caratterizzante la commedia. Vero e proprio protagonista della vicenda diventa infatti il tempo, poiché ai personaggi è data, nella finzione scenica, quella capacità non concessa all'uomo di sottrarsi ai vincoli del tempo. Questa possibilità, di entrare e uscire dalla dimensione temporale, conferisce ai personaggi e a tutto il testo, un distacco ironico che costituisce la vera cifra stilistica della commedia.


26 novembre 2014
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Loffarelli vince il premio "Fammi vedere"

Il cortometraggio "La porta" di Giancarlo Loffarelli ha vinto il Premio “Fammi vedere”, organizzato dal C.I.R. (Consiglio Italiano per i Rifugiati). La cerimonia di premiazione si è svolta lunedì 24 novembre presso il Circolo di Montecitorio a Roma.
Il Consiglio italiano per i rifugiati è un ente morale costituitosi sotto il patrocinio del UNHCR, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, e il Premio nazionale “Fammi vedere” è un concorso riservato a brevi cortometraggi della durata massima di due minuti, attraverso i quali si intendono creare racconti con il linguaggio cinematografico destinati a sensibilizzare l’opinione pubblica sul mondo dei richiedenti asilo e dei rifugiati.
La serata della premiazione, presentata dal Presidente del Consiglio italiano per i rifugiati Roberto Zaccaria (professore di Diritto pubblico all’Università di Firenze, già Presidente della RAI), ha visto, fra l’altro, la proiezione dei sei corti finalisti, al termine della quale, il Presidente della prestigiosa giuria, Roberto Faenza, ha proclamato i vincitori del primo, secondo e terzo premio. A La porta è stato assegnato il primo premio.
Oltre che dal Presidente Roberto Faenza (regista di film come Jona che visse nella balena, Sostiene Pereira, I Viceré) la giuria era composta, fra gli altri, dallo sceneggiatore Andrea Purgatori (Il muro di gomma, Il giudice ragazzino), gli attori Gabriele Lavia, Monica Guerritore, Claudio Amendola, Francesca Neri, il regista Pasquale Scimeca (Placido Rizzotto) e Walter Veltroni.
Interpretato da Marie Thérèse Mukamitsindo, rifugiata politica ruandese, La porta è stato prodotto dalla Cooperativa IACS, realizzato con la collaborazione tecnica, per le riprese e il montaggio, di Emanuele Pulitano, diretto da Giancarlo Loffarelli, che lo ha scritto insieme a Luigi Mantuano.
Una prima occasione per vedere il corto la si avrà nel corso della trasmissione RAI “Unomattina”, mercoledì 26 novembre.


28 ottobre 2013
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"Da quali stelle?" vince a Pistoia

Giancarlo Loffarelli è il vincitore della 58ª edizione del Premio Nazionale di “Vallecorsi”

Con il suo dramma teatrale Da quali stelle?, Giancarlo Loffarelli è il vincitore della 58ª edizione del Premio Nazionale di drammaturgia “Vallecorsi” di Pistoia. Così ha deciso la giuria composta dagli attori Ugo Pagliai, Nando Gazzolo e Franca Nuti, dal regista Antonio Calenda e dai critici teatrali Andrea Bisicchia, Gastone Geron, Carlo Maria Pensa e Giovanni Antonucci. La cerimonia di premiazione si svolgerà a Pistoia il prossimo 4 ottobre, quando del testo verrà presentata anche una mise en éspace.
Il dramma Da quali stelle?, strutturato nel rispetto delle cosiddette “unità aristoteliche”, si svolge, nell’arco di circa due ore, il 15 ottobre 1899, giorno del cinquantacinquesimo compleanno del filosofo Friedrich Nietzsche, nello studio ubicato in casa della sorella di questi, Elisabeth, a Weimar, dove da alcuni anni egli è rinchiuso, accudito dalla sorella, per via della follia in cui è precipitato da tempo. E’ il suo ultimo compleanno, considerato il fatto che Nietzsche morirà qualche mese dopo. E’ un compleanno speciale, poiché, approfittando di una momentanea assenza di Elisabeth, mentre il filosofo è accudito da una giovane domestica, giunge a trovarlo, inaspettatamente, il grande amore di un tempo, la bellissima Lou von Salomè, intenzionata a sottrarre Nietzsche dall’immagine artefatta che Elisabeth ne sta costruendo con la pubblicazione censurata dei suoi scritti inediti, di cui ella è, ormai, unica depositaria. Il ritorno improvviso di Elisabeth scatena un feroce duello verbale fra le due donne, al cospetto di un Nietzsche che riaffiora e continuamente risprofonda nella sua follia. Nonostante lo sfondo filosofico della vicenda, il dramma è tutto giocato sulla tensione drammatica esplosiva fra le due donne e lo struggente lirismo del misterioso rapporto che lega Nietzsche alla inquietante bellezza di Lou, la donna che, fra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, fece innamorare di sé il fior fiore dell’intellighenzia mitteleuropea: da Freud a Rilke. Il titolo dell’opera è parte della frase pronunciata da Nietzsche la prima volta in cui incontrò Lou, nella primavera del 1882, nella Basilica di San Pietro, a Roma: “Da quali stelle siamo caduti per incontrarci qui?”
Giancarlo Loffarelli (Sezze, 1961) è drammaturgo, sceneggiatore e regista. Laureato in Filosofia presso l'Università "La Sapienza" di Roma e, sempre presso la stessa Università, in Lettere con tesi di laurea in Storia e critica del Cinema. E' fondatore e direttore artistico dell'Associazione culturale "Le colonne", attiva dal 1979 nel campo della ricerca teatrale e cinematografica. Nel campo delle discipline dello spettacolo, collabora, a partire dal 2004, con l’Università degli Studi “La Sapienza” di Roma. E' stato allievo di Ugo Pirro per quanto riguarda l'attività di sceneggiatore. Ha collaborato come critico teatrale e cinematografico alla rivista "Tempo presente". Fra i suoi testi teatrali, sono da ricordare: la commedia Meglio questa!, che ha debuttato nel giugno 1995 al “Teatro dei Satiri” di Roma (il testo viene anche tradotto in lingua russa e inserito all’interno di un volume contenente opere di sei autori italiani, pubblicato a Mosca nel 2010 al fine di far conoscere in Russia le tendenze della nuova drammaturgia italiana); la commedia I Lieder di Schumann, con cui vince il premio come “Miglior autore” alla Rassegna “Drammaturgia emergente” (giuria presieduta da Aldo Nicolaj), il premio “Protagonisti del teatro” del “Festival del teatro italiano” (direzione artistica di Franco Portone e Renato Giordano), il Premio “Forio d’Ischia” (giuria presieduta da Manlio Santanelli) e il premio quale miglior autore al Premio Nazionale “Giorgio Totola” di Verona (la commedia è stata, fra l’altro, tradotta in lingua turca per il Teatro Stabile di Istanbul); la commedia Una storia da lontano con cui, nel dicembre 2000, riceve il secondo premio al “Vallecorsi” di Pistoia; il dramma Un altro uomo, con cui è vincitore della XXVIII edizione del Premio Nazionale di teatro “Fondi La Pastora”; il dramma Se ci fosse luce (i misteri del caso Moro), che viene segnalato dalla giuria presieduta da Marco De Marinis alla XV edizione del Premio nazionale per la drammaturgia “Ugo Betti” e, nel mese di ottobre 2013 (dopo esser stato oggetto di studio di una tesi di laurea presso l’Università di Siena e inserito in una pubblicazione statunitense sulla presenza del caso Moro nel cinema e nel teatro italiano) vince il Festival Nazionale d’Arte Drammatica di Pesaro; il dramma Etty Hillesum con cui ha vinto il Premio nazionale di drammaturgia “Calcante” organizzato dalla Società Italiana Autori drammatici ed è stato pubblicato sulla rivista “Ridotto”. Il 16 gennaio 2012, Giancarlo Loffarelli è uno dei fondatori del Centro Nazionale di Drammaturgia Italiana Contemporanea.


28 ottobre 2013
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"Se ci fosse luce" vince a Pesaro

“Un testo intenso in cui all’accurata ricostruzione dei fatti si è intrecciata la narrazione della struggente vicenda umana che ha tenuto alta l’attenzione su una tragica pagina della storia d’Italia, riportandola alla memoria di chi c’era e rendendola accessibile a chi, pur venuto dopo, non può non conoscere.” 

Con questa motivazione della giuria, Giancarlo Loffarelli si è aggiudicato il Premio quale migliore autore alla 66ª edizione del Festival nazionale d’Arte drammatica di Pesaro, il prestigioso e più antico premio teatrale italiano (la prima edizione è del 1948 e con essa la città di Pesaro volle ricominciare a vivere dopo la Seconda guerra mondiale).   Interpretato, con lo stesso Loffarelli, da Marina Eianti, Emiliano Campoli, Luigina Ricci, Elisa Ruotolo e Maurizio Tartaglione (scene e costumi di Mario Tasciotti, collaborazione tecnica di Armando Di Lenola e Fabio Di Lenola), lo spettacolo era stato selezionato, insieme ad altre sette compagnie fra le oltre ottanta che avevano presentato domanda di partecipazione ed era stato portato in scena lo scorso 18 ottobre dinanzi a più di 500 persone che avevano riempito la platea, i quattro ordini di palchi e la piccionaia del bellissimo Teatro Rossini di Pesaro. Le ripetute acclamazioni alla fine dello spettacolo da parte di un pubblico (con notevole partecipazione di giovani) profondamente commosso, nonché le critiche entusiastiche fatte registrare sulla stampa locale, lasciavano immaginare un esito positivo che, di fatto è giunto nella giornata di domenica 27 ottobre, quando, nella Sala della Repubblica del Teatro Rossini si è svolta la premiazione.

Lo spettacolo è ormai in scena da sei anni, da quando debuttò al Teatro D’Annunzio di Latina nel 2007. In questo periodo aveva già conseguito diversi riconoscimenti: premi (come il prestigioso Premio nazionale di drammaturgia “Ugo Betti” di Camerino), una tesi di Laurea discussa su questo testo presso l’Università di Siena, l’inserimento del lavoro teatrale de “Le colonne” all’interno di uno studio americano pubblicato dal “Dickinson College” sulle opere italiane di cinema e teatro dedicate al caso Moro, il significativo riconoscimento da parte di Agnese Moro, figlia dello statista ucciso dalle Brigate rosse che, nella ristampa presso Rizzoli del libro dedicato a suo padre, Un uomo così, ha espressamente inserito lo spettacolo Se ci fosse luce (i misteri del caso Moro) fra le opere più coinvolgenti dedicate alla tragica vicenda.

La Compagnia teatrale “Le colonne”, con questo successo, continua il proprio cammino attraverso la messinscena di testi teatrali sia classici che contemporanei interpretati con grande cura dei dettagli e intensità espressiva.

Giancarlo Loffarelli aggiunge un nuovo riconoscimento ai tanti già ottenuti per diversi suoi testi teatrali: “Miglior autore” alla Rassegna “Drammaturgia emergente” con la commedia I Lieder di Schumann (giuria presieduta da Aldo Nicolaj) nel 1999; la traduzione in lingua russa della sua commedia Meglio questa! inserita all’interno di un volume contenente opere di sei autori italiani, pubblicato a Mosca nel 2010 al fine di far conoscere le tendenze della nuova drammaturgia italiana; il Premio “Vallecorsi” di Pistoia con la commedia Una storia da lontano; la Menzione speciale a “Napoli drammaturgia in Festival” (giuria presieduta da Manlio Santanelli) nel 2004 e il Premio “Forio d’Ischia” per la migliore messinscena nel 2006 con I Lieder di Schumann; la vittoria nel 2002 con il dramma Un altro uomo della XXVIII edizione del Premio Nazionale di teatro “Fondi La Pastora”; ancora con il testo I Lieder di Schumann la vittoria quale miglior autore al Premio Nazionale “Giorgio Totola” di Verona, commedia poi tradotta in lingua turca per il Teatro Stabile di Istanbul e in lingua francese per l’Università di Nizza; la vittoria, nel mese di marzo 2011, con il suo testo teatrale Etty Hillesum del Premio nazionale di drammaturgia “Calcante” organizzato dalla Società Italiana Autori drammatici, testo poi pubblicato sulla rivista “Ridotto”.


14 ottobre 2013
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Se ci fosse luce, continuano i consensi

Continua a raccogliere consensi la Compagnia teatrale “Le colonne” con lo spettacolo Se ci fosse luce (i misteri del caso Moro) scritto e diretto da Giancarlo Loffarelli (interpreti, con lo stesso Loffarelli, Marina Eianti, Emiliano Campoli, Luigina Ricci, Elisa Ruotolo e Maurizio Tartaglione; scene e costumi di Mario Tasciotti, collaborazione tecnica di Armando Di Lenola e Fabio Di Lenola). Lo spettacolo, infatti, è stato selezionato per la 66ª edizione del Festival nazionale d’Arte drammatica di Pesaro, dove la Compagnia “Le colonne” lo porterà in scena il prossimo 18 ottobre alle ore 21 presso il Teatro “Rossini”. Al concorso, oltre alla Compagnia teatrale “Le colonne”, sono state ammesse altre sei Compagnie provenienti da tutta Italia (Torino, Bolzano, Venezia, Salerno, Mantova e Verona).

Lo spettacolo è ormai in scena da sei anni, da quando debuttò al Teatro D’Annunzio di Latina nel 2007. In questo periodo aveva già conseguito diversi riconoscimenti: premi (come il prestigioso Premio nazionale di drammaturgia “Ugo Betti” di Camerino), una tesi di Laurea discussa su questo testo presso l’Università di Siena, l’inserimento del lavoro teatrale de “Le colonne” all’interno di uno studio americano pubblicato dal “Dickinson College” sulle opere italiane di cinema e teatro dedicate al caso Moro, il significativo riconoscimento da parte di Agnese Moro, figlia dello statista ucciso dalle Brigate rosse che, nella ristampa presso Rizzoli del libro dedicato a suo padre, Un uomo così, ha espressamente inserito lo spettacolo Se ci fosse luce (i misteri del caso Moro) fra le opere più coinvolgenti dedicate alla tragica vicenda.

Lo spettacolo prende spunto dal fatto che, tra il primo gennaio 1969 e il 31 dicembre 1987, ci furono in Italia 14.591 atti di violenza con motivazione politica, che fecero 491 morti e 1.181 feriti. Numeri che dicono con chiarezza che in quei diciannove anni si combatté in Italia una vera e propria guerra. All’interno di questa guerra, si colloca l’evento più tragico della storia della Repubblica italiana: il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro con la strage della sua scorta. Un evento che non ha eguali nella storia contemporanea: capi di Stato e uomini politici di primo piano sono stati assassinati, gli Stati Uniti hanno avuto l’assassinio di John F. Kennedy, ma non s’è mai verificato che uno degli uomini politici più importanti di uno Stato venga rapito, tenuto prigioniero per cinquantacinque giorni (dal 16 marzo al 9 maggio 1978) nella sua capitale e alla fine venga ucciso. A più di trent’anni di distanza da quel tragico evento, la coscienza collettiva sembra essersi dimenticata di tutto questo: cosa sanno, oggi, le nuove generazioni di quei fatti? Chi è disposto ancora a parlarne? Sembra che su quell’evento si sia deciso di far calare il velo dell’oblio. Eppure ancora molti sono i misteri che lo circondano. Come facevano le Brigate rosse a sapere il luogo preciso in cui Moro sarebbe passato la mattina del 16 marzo 1978? Perché, anziché fuggire rapidamente, i terroristi si attardarono a finire tutti gli uomini della scorta con un colpo di grazia? Cosa faceva un ufficiale dei servizi segreti quella mattina sul luogo dell’agguato? Perché le Brigate rosse collocano il loro covo in uno stabile dove ben 24 appartamenti sono riconducibili ai servizi segreti?...

A poco più di trent’anni dalla strage di via Fani e dell’assassinio dell’on. Aldo Moro, questo spettacolo teatrale intende contribuire a far conoscere alle nuove generazioni che non hanno vissuto quegli anni e a far ricordare a quelli che “c’erano”, ciò che accadde nel cuore di Roma il 16 marzo 1978, quello che seguì nel corso di 55 giorni fino al rinvenimento del cadavere di Moro la mattina del 9 maggio. Lo spettacolo non dà risposte che, finora, nemmeno la Magistratura ha saputo dare, ma solleva tutti i dubbi e le domande che attendono ancora una risposta, nella convinzione che ogni passo in più verso la verità è un contributo al rafforzamento della democrazia. Lo fa trattando una materia che ha tutta l’inesorabilità della tragedia greca, con uno stile rapido, incalzante e coinvolgente, che alterna ritmi frenetici a momenti di un lirismo struggente e che trascina il pubblico in un vortice di fatti e persone da cui si esce con una maggiore consapevolezza di ciò che avvenne e di ciò che furono, in Italia, i cosiddetti “anni di piombo”.


13 giugno 2013
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Intervista sul blog Linkiesta 
di Alessandro Paris
Aveva poco più di ventiquattro anni quando lo conobbi. Era mio professore, ma non di filosofia, di religione a scuola. Eppure è stata per me un'esperienza autenticamente filosofica quella che lui mi trasmise, la passione per il dialogo, per l'argomentazione, l'apertura di quadri interpretativi che mi hanno indubbiamente ispirato. Ma Giancarlo Loffarelli, che ora insegna filosofia e storia, è anche un drammaturgo, uno scrittore e un regista teatrale, oltre che attore. E meriterebbe di essere molto più noto di quanto lo sia, se il nostro Paese fosse più attento alla vera cultura e meno ad altre bagattelle, che tanto invece appassionano le gazzette.... Per quel poco che posso dirne, è stato un mio maestro. E' quindi con grande riconoscenza che accolgo la sua disponibilità a rispondere alle mie domande. Caro Giancarlo, puoi presentarti brevemente?

Mi sono laureato in Filosofia e poi in Lettere con indirizzo in Discipline dello spettacolo. In entrambi i casi presso l’Università di Roma “La Sapienza”. La filosofia e il teatro costituiscono da sempre i mondi in cui sono vissuto. Entrambi, fra l’altro, costituiscono ciò che mi dà da vivere: la filosofia con l’insegnamento nel Liceo classico che ho dapprima frequentato come alunno e ora come docente; il teatro con la Compagnia che ho fondato nel 1979, quando avevo diciotto anni. Scrivo testi teatrali e nel 2012 sono stato uno dei drammaturghi italiani che ha fondato il Centro Nazionale di Drammaturgia Italiana Contemporanea (CENDIC). Il contatto più diretto fra filosofia e teatro, probabilmente, l’ho sperimentato quando, alcuni anni fa, scrissi un testo (con il quale ho ottenuto un riconoscimento al Premio “Vallecorsi” di Pistoia) dal titolo Una storia da lontano sulla complessa vicenda del rapporto fra Hannah Arendt e Martin Heidegger.

Sei stato  mio professore al liceo, vediamo innanzitutto cosa è per te l’insegnamento. L’insegnamento, per me, è un modo per non essere soltanto spettatori della storia. Ce ne sono altri, ovviamente, e diversissimi fra loro (avere figli, produrre arte, fare politica, accoltellare qualcuno…), ma da un po’ di tempo a questa parte sento per me congeniale in maniera eminente contribuire alla crescita di giovani proponendo loro criteri di scelta e di orientamento nel mondo che per me sono importanti al fine di lasciare le cose un po’ meglio di come le ho trovate. Credo che tutti concordino nel rilevare che le cose, in molteplici settori, non vadano come si vorrebbe. Di fronte a questa banalissima considerazione, si può reagire pensando che nulla si possa fare per modificare qualcosa o, al contrario, credere che ci si possa impegnare per cambiare. Nella maggior parte dei casi, chi è convinto di questa seconda ipotesi, pensa che i cambiamenti possano essere diretti e veloci. Io mi sto convincendo sempre più che i cambiamenti più profondi e duraturi li si possa produrre soltanto in maniera lenta e indiretta. Ritengo che l’insegnamento, l’e-ducare nel senso più originario del termine, sia una delle strade più efficaci. Peccato che non si viva sufficientemente a lungo per vederne gli effetti! E la filosofia?

La filosofia è ciò che si trova nascosto nella parola stessa perché troppo evidente: cercare di saper gustare la vita. 

Cos’altro significa ”filìa” se non ricerca, tensione verso qualcosa? 

E “sofìa”, “sàpere”, non semplice conoscenza ma capacità di gustare. Purtroppo ho l’impressione che gli ambienti accademici abbiano fatto di tutto per trasformarla in altro e io non credo che, circa la filosofia, possano esistere, per così dire, mezze misure: o è indispensabile per la vita o non serve ad alcunché. Ne ho una conferma quotidiana nel rapporto con i miei alunni: se non riesco a far sperimentare loro che la comprensione della parola “spirito” in Hegel è fondamentale per la loro vita, è una totale perdita di tempo che debbano dedicare tre ore settimanali della loro vita ad ascoltare le mie spiegazioni. Quando cominciai a lavorare alla mia tesi di laurea in Filosofia teoretica (ero al secondo anno di corso) credevo che dire “teoretica” significasse occuparsi di quanto più lontano vi fosse dalla “vita di tutti i giorni” e mi sembrava così nobile non avere di queste preoccupazioni. Furono due anni di lavoro che capovolsero, letteralmente, le mie ingenue certezze. Considero una missione aiutare i miei allievi a non cadere nella stessa ingenuità. 

E il rapporto tra autobiografia e filosofia?

Un rapporto inscindibile. Proprio per quanto dicevo circa la natura della filosofia, a mio avviso la filosofia è una scrittura sulla propria vita, una ri-flessione. Se guardo al mio percorso filosofico, lo vedo profondamente intrecciato alla mia vita, al mio carattere, ai miei incontri, alle mie passioni. Quando dico intrecciato intendo proprio che non riuscirei a comprendere cosa ha determinato cosa. So, per esempio, che il mio modo d’intendere il calcio nell’atto del praticarlo è profondamente legato a Heidegger, ma non saprei dire se pratico il calcio in un certo modo perché influenzato da Heidegger o se abbia cominciato a frequentare Heidegger perché intendo il calcio in un certo modo. 

Ti occupi di teatro: quanto dei tuoi studi filosofici entra nel teatro? 

Quale rapporto c’è tra le due cose?

Non c’è soluzione di continuità. Considero Čechov uno dei miei massimi riferimenti filosofici e Gadamer una delle fonti maggiori d’ispirazione per la mia attività drammaturgica. Spesso sperimento degli incroci ricchi di stimoli, come quando ho portato in scena Bianche statue contro il nero abisso, una mia lettura nietzschiana di Pirandello. Ma, più in generale, nel teatro sperimento continuamente l’assenza, perché ciò che realmente è presentato sulla scena è ciò che è assente, osceno, proprio nel senso che è fuori della scena, come la tragedia greca ha insegnato a tutto l’Occidente.

Quali libri filosofici sono importanti per la tua vita? 

E quali consiglieresti di leggere a una persona che si avvicini al pensiero?
Li elenco in ordine cronologico: Critica del Giudizio, La Fenomenologia dello Spirito, La gaia scienza, Essere e tempo, Verità e metodo. Ho cominciato a studiare il tedesco, al tempo dei miei studi universitari, per poterli leggere in lingua. Ma nessuno di questi consiglierei a chi comincia un percorso, al quale, invece, consiglierei le Confessioni di Agostino. 

A cosa stai lavorando in questo periodo?

Sto per terminare un romanzo scritto in forma diaristica dal titolo Io sono un ermeneuta. Diario postumo di un docente di scuola superiore in cui racconto un anno di vita (dal 31 agosto al 31 agosto dell’anno successivo) di un insegnante. Se penso che sono entrato nel mondo della scuola il primo ottobre del 1967, a sei anni, in prima elementare; ho terminato la mia carriera di alunno il 17 luglio 1980, il giorno in cui ho sostenuto il colloquio per quello che, allora, si chiamava Esame di Maturità; qualche mese dopo, nel marzo del 1981 ho iniziato la mia prima supplenza in una scuola superiore e, da quel momento, non ho più smesso d’insegnare; se penso a tutto questo, dicevo, mi accorgo che la scuola non è il mio lavoro ma la mia vita. In questo romanzo ho provato a condensare in un anno di scuola questa esperienza di vita.


3 gennaio 2013
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Sonata in do minore n°8 op. 13 

Lunedì 7 gennaio, alle ore 21, presso il Teatro “Lo spazio” di Roma (via Locri, 42. Zona S. Giovanni), all’interno della rassegna “Inedite Visioni”, organizzata dal Centro Nazionale di Drammaturgia Italiana Contemporanea, andrà in scena il testo teatrale di Giancarlo Loffarelli SONATA in do minore n° 8 op. 13, prodotto dalla Compagnia teatrale “Le colonne”. In scena, con l’autore, Luigina Ricci. La particolare originalità del testo consiste nel fatto che esso è strutturato secondo la tipica composizione musicale della “forma sonata”, che è sempre bitematica e tripartita: due temi (uno detto “maschile” e uno “femminile”) vengono esposti (prima parte), sviluppati (seconda parte) e infine ripresi (terza parte). In particolare, il testo segue la struttura della Sonata in do minore n° 8 op. 13 di Ludwig van Beethoven, meglio conosciuta come “Patetica”, che è più volte suonata dal protagonista maschile del testo nel corso della vicenda rappresentata.
Due attori dunque, in scena, un uomo e una donna, come due sono i temi della Sonata (un uomo e una donna). Lui è un professore di musica in pensione, completamente solo, costretto su una sedia a rotelle. Lei è la badante che si occupa del professore. Il professore è nella continua attesa che sua figlia venga a trovarlo; attesa peraltro accentuata da telefonate di lei che promette un suo imminente arrivo che, puntualmente, non si realizza. La ragazza è in continuo scambio di SMS con il suo ragazzo con il quale ha un rapporto difficile. Fra i due emerge, progressivamente, un rapporto fatto di reciproca dipendenza; economica, certamente, ma anche affettiva: lui vede in lei la figlia da cui avrebbe voluto avere quelle cure, lei vede in lui quel padre da cui avrebbe voluto avere una guida e un insegnamento. Costretti a una convivenza così continuata, la loro giornata trascorre in un’altalena di tenerezza, scontro, freddezza, rottura e riappacificazione, esattamente come la forma della Sonata sviluppa il rapporto fra il tema maschile e quello femminile.
Il progressivo palesamento di due personalità sostanzialmente bugiarde, conduce lo spettatore ad alternare sui due protagonisti giudizi opposti, essendo pressoché impossibile determinare se il loro rapporto è fondato su un reciproco, cinico sfruttamento o su una, benché paradossale, pietas. Queste reciproche bugie, infatti, non sono volgari menzogne per ingannare l’altro ma patetici tentativi per creare a se stessi mondi paralleli rispetto a un mondo reale da cui entrambi vorrebbero fuggire. E, in ultima analisi, ciò che appare sempre più è che questo reciproco mentirsi produce nei due effetti benefici: aiuta lui ad affrontare meglio gli ultimi anni della vita e l’ossessiva paura della morte; aiuta lei ad acquistare una maggiore coscienza di sé e del suo futuro.
Soltanto nel finale, il pubblico, che ha assistito a tutta la vicenda con lo sguardo pietoso di un dio che osserva dall’alto meschinità piccole e grandi, e soltanto il pubblico, non i due protagonisti, intuirà la vera realtà.


15 ottobre 2012
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Premio “Lago Gerundo” a Etty Hillesum 
Il testo teatrale ETTY HILLESUM di Giancarlo Loffarelli
, direttore artistico dell’Associazione culturale “Le colonne”, continua a convincere la critica italiana. Dopo aver, infatti, ottenuto il Premio “Calcante” della Società Italiana Autori Drammatici nel marzo dello scorso anno, nonché la pubblicazione nella prestigiosa rivista della stessa Società, “Ridotto”, ha convinto anche il Premio Letterario Internazionale “Lago Gerundo”, con sede in provincia di Milano, oggi alla sua decima edizione.

La giuria del premio, infatti, presieduta dal prof. Giovanni Antonucci (allievo di Giovanni Macchia e Giacomo Debenedetti, storico del teatro, producer RAI di programmi televisivi nel campo del teatro di prosa, già membro della Commissione Consultiva per il Teatro del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali) lo ha premiato con la seguente motivazione: “Il tragico destino di Etty Hillesum, giovane ebrea morta ad Auschwitz, è stato oggetto di testi letterari e teatrali di successo. Tuttavia questo dramma, nonostante affronti una storia ben conosciuta, ripercorre la vita di questa donna intelligente e appassionata con una scrittura scenica di qualità. Interpretato da soli quattro interpreti, alcuni dei quali impersonano più personaggi, è costruito con rigore, ma anche con una forza che riesce a emozionarci.”

Lo spettacolo è nel repertorio della Compagnia teatrale “Le colonne”, diretto dall’autore, con le interpretazioni di Marina Eianti, Luigina Ricci e Federico Ciarlo, che lo ha portato in tournée a partire dal 27 gennaio 2011 (Giornata della memoria) fino allo scorso maggio a Roma presso il Teatro dell’Orologio.

Etty Hillesum è una straordinaria figura di donna che, sia pur brevemente, ha vissuto il cuore del XX secolo in uno dei suoi momenti più bui. Ebrea olandese, muore ad Auschwitz. Benché ci abbia lasciato soltanto il suo diario e le sue lettere (pubblicati oggi in Italia da Adelphi), Etty Hillesum si presenta in tutta la complessità di una giovane donna dall’intelligenza acutissima, dalla religiosità profonda, dall’umanità eroica che la porta a dedicarsi totalmente agli altri deportati durante il periodo di internamento, dapprima nel campo di Westerbork, in Olanda e poi ad Auschwitz. Ma intelligenza, religiosità e profonda umanità, in lei coesistettero con una strabordante voglia di vivere, con una piena affermazione della sua femminilità a cui non erano estranei una profonda sensualità e un terreno gusto per la vita.

Lo spettacolo teatrale ripercorre la vita di Etty Hillesum così come essa emerge dalle sue lettere e dal suo diario, restituendoci l’alto profilo di una donna che non perse mai la sua profonda dignità anche quando fu fatta precipitare nel fango dei campi di internamento e poi di sterminio. Attorno a lei, le vicende del suo popolo e dell’umanità travolta dalla lucida follia nazista. Dai momenti felici della sua giovane esistenza ad Amsterdam al progressivo sprofondare nella tragedia, affrontata con lo spirito positivo che la porterà a scrivere, su una cartolina che lascerà cadere da una fessura del treno piombato che la porterà via dal campo di Westerbork verso quello di Auschwitz: “Abbiamo lasciato il campo cantando!”


12 agosto 2012                                         

>> Premio nazionale di Teatro Allerona (Terni)

Continua a raccogliere consensi la Compagnia teatrale “Le colonne” con lo spettacolo Se ci fosse luce (i misteri del caso Moro) scritto e diretto da Giancarlo Loffarelli (interpreti, con lo stesso Loffarelli, Marina Eianti, Emiliano Campoli, Luigina Ricci, Elisa Ruotolo e Maurizio Tartaglione; scene e costumi di Mario Tasciotti, collaborazione tecnica di Armando Di Lenola e Fabio Di Lenola). Sabato scorso 11 agosto, infatti, all’interno del Premio nazionale di Teatro svoltosi ad Allerona in provincia di Terni, lo spettacolo ha conquistato ben due premi: il premio quale spettacolo con il miglior gradimento del pubblico e la Menzione speciale della Giuria con la seguente motivazione: “Per la notevole e accurata ricerca storica su uno dei più tragici eventi della nostra storia recente, con un importante valore sociale, base per una pregevole opera teatrale capace di coinvolgere ed emozionare il pubblico”. Al concorso erano state ammesse come finaliste sette Compagnie (fra cui “Le colonne”) provenienti da tutta Italia, selezionate fra le 58 che avevano fatto richiesta di partecipazione.

Lo spettacolo è ormai in scena da cinque anni, da quando debuttò al Teatro D’Annunzio di Latina nel 2007. In questo periodo aveva già conseguito diversi riconoscimenti: premi (come il prestigioso Premio nazionale di drammaturgia “Ugo Betti” di Camerino), una tesi di Laurea su questo testo discussa presso l’Università di Siena, l’inserimento del lavoro teatrale de “Le colonne” all’interno di uno studio americano pubblicato dal “Dickinson College” sulle opere italiane di cinema e teatro dedicate al caso Moro, il significativo riconoscimento da parte di Agnese Moro, figlia dello statista ucciso dalle Brigate rosse che, nella ristampa presso Rizzoli del libro dedicato a suo padre, Un uomo così, ha espressamente inserito lo spettacolo Se ci fosse luce (i misteri del caso Moro) fra le opere più coinvolgenti dedicate alla tragica vicenda.

Tra il primo gennaio 1969 e il 31 dicembre 1987, ci furono in Italia 14.591 atti di violenza con motivazione politica, che fecero 491 morti e 1.181 feriti. Numeri che dicono con chiarezza che in quei diciannove anni si combatté in Italia una vera e propria guerra. All’interno di questa guerra, si colloca l’evento più tragico della storia della Repubblica italiana: il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro con la strage della sua scorta. Un evento che non ha eguali nella storia contemporanea: capi di Stato e uomini politici di primo piano sono stati assassinati, gli Stati Uniti hanno avuto l’assassinio di John F. Kennedy, ma non s’è mai verificato che uno degli uomini politici più importanti di uno Stato venga rapito, tenuto prigioniero per cinquantacinque giorni (dal 16 marzo al 9 maggio 1978) nella sua capitale e alla fine venga ucciso. A più di trent’anni di distanza da quel tragico evento, la coscienza collettiva sembra essersi dimenticata di tutto questo: cosa sanno, oggi, le nuove generazioni di quei fatti? Chi è disposto ancora a parlarne? Sembra che su quell’evento si sia deciso di far calare il velo dell’oblio. Eppure ancora molti sono i misteri che lo circondano. Come facevano le Brigate rosse a sapere il luogo preciso in cui Moro sarebbe passato la mattina del 16 marzo 1978? Perché, anziché fuggire rapidamente, i terroristi si attardarono a finire tutti gli uomini della scorta con un colpo di grazia? Cosa faceva un ufficiale dei servizi segreti quella mattina sul luogo dell’agguato? Perché le Brigate rosse collocano il loro covo in uno stabile dove ben 24 appartamenti sono riconducibili ai servizi segreti?...

A poco più di trent’anni dalla strage di via Fani e dell’assassinio dell’on. Aldo Moro, questo spettacolo teatrale intende contribuire a far conoscere alle nuove generazioni che non hanno vissuto quegli anni e a far ricordare a quelli che “c’erano”, ciò che accadde nel cuore di Roma il 16 marzo 1978, quello che seguì nel corso di 55 giorni fino al rinvenimento del cadavere di Moro la mattina del 9 maggio. Lo spettacolo non dà risposte che, finora, nemmeno la Magistratura ha saputo dare, ma solleva tutti i dubbi e le domande che attendono ancora una risposta, nella convinzione che ogni passo in più verso la verità è un contributo al rafforzamento della democrazia. Lo fa trattando una materia che ha tutta l’inesorabilità della tragedia greca, con uno stile rapido, incalzante e coinvolgente, che alterna ritmi frenetici a momenti di un lirismo struggente e che trascina il pubblico in un vortice di fatti e persone da cui si esce con una maggiore consapevolezza di ciò che avvenne e di ciò che furono, in Italia, i cosiddetti “anni di piombo”.


15 giugno 2012

>> Così è la (mia) vita

19 giugno a Formia, 26 giugno a Sperlonga, 30 luglio a Minturno

Dopo la “Prima” lo scorso 8 maggio presso il Teatro “Gabriele D’Annunzio” di Latina, lo spettacolo teatrale Così è la (mia) vita, un’originale produzione dell’Associazione culturale “Le colonne”, scritto e diretto da Giancarlo Loffarelli, con l’interpretazione di Maurizio Maturani (in arte Martufello), realizzata per volontà della Provincia di Latina, prosegue la sua tournée facendo tappa il prossimo 19 giugno, alle 21, presso la Corte comunale di Formia. Lo spettacolo proseguirà il martedì successivo 26 giugno, sempre alle 21, a Sperlonga e ancora per diverse date per chiudere la tournée il 30 luglio presso il Teatro romano di Minturno. 

Lo spettacolo si presenta con una struttura dichiaratamente metateatrale. Siamo all’interno di un teatro in cui una Compagnia stabile sta provando l’allestimento del proprio nuovo spettacolo. Raccontato con un frenetico registro comico, è il lavoro consueto delle prove, trascorso tra l’impegno di provare un nuovo testo e la vita quotidiana dei componenti la Compagnia teatrale, con i propri problemi: sentimentali, economici, familiari, che s’intrecciano tra di loro creando equivoci e malintesi. Presenza costante nella vita del gruppo, accanto ai membri della Compagnia, è il custode del teatro, che di esso è anche un po’ il factotum: dal fare le pulizie a rispondere al telefono, da attrezzista ad addetto alla biglietteria. Vera e propria memoria storica del teatro, benché bizzarro e imprevedibile, egli è una sorta di nume tutelare a cui tutti si rivolgono, a cui confidano i propri problemi, le proprie gioie e i propri timori. Il suo sarcasmo e la sua disincantata visione del mondo rovesciano le prospettive e producono inediti contesti. Egli ha un unico cruccio, mai rivelato ad alcuno:  a causa di un indicibile segreto, non aver potuto diventare quell’attore che avrebbe desiderato diventare, per cui il suo lavoro altro non è che un ripiego obbligato non volendo abbandonare il mondo del teatro di cui ha sempre sentito di non poter fare a meno. L’unica cosa che egli ha potuto fare è stato, assistendo immancabilmente a tutte le prove, imparare a memoria le parti di tutti i personaggi che gli sono passati davanti, salvo poi rivisitarle per fornire a esse la sua personale reinterpretazione in chiave comica. La vita del gruppo teatrale e del bizzarro custode sembra ormai essersi indirizzata su questo ripetitivo copione quando, un giorno, proprio nel momento in cui alla Compagnia si presenta la grande occasione di un inaspettato salto di qualità, accade l’irreparabile.

 

Guidato dal meccanismo metateatrale e dallo scoppiettante ritmo comico tutto costruito sulle bizzarrie del protagonista, lo spettatore si trova dinanzi al mondo teatrale letto e interpretato come una sorta di microcosmo in cui non è difficile scorgere il nostro mondo, con le sue ambizioni, i suoi tic, le sue manie, i protagonismi, descritti con una garbata ma esilarante ironia che ne fa esplodere tutti i paradossi e le contraddizioni. Al tempo stesso, intrecciata alla satira sulla società contemporanea, la commedia presenta anche una ilare riflessione sulle ragioni di un successo o di un insuccesso nella vita, su quanto essi siano dovuti al caso, al destino, alla determinazione delle persone. Il testo, infine, si avvale dell’esperienza diretta, benché mediata dalla finzione drammaturgica che ne modifica non pochi tratti, della vita artistica di Martufello stesso, cui è affidata l’interpretazione del protagonista dello spettacolo. La carriera di Martufello, in effetti, si presenta come una sorta di modello reale di come la determinazione di un giovane di provincia possa condurre al coronamento del proprio sogno artistico ed esistenziale.

 

In scena, accanto a Martufello e all’autore, gli attori della Compagnia teatrale “Le colonne”: Marina Eianti, Roberto Baratta, Luigina Ricci ed Emiliano Campoli. Le scene e i costumi sono di Mario Tasciotti. Audio e luci sono curate da Fabio Di Lenola e Armando Di Lenola.

L’ingresso a tutti gli spettacoli è libero fino a esaurimento posti. Ulteriori dettagli sono disponibili sul sito www.lecolonne.net


Venerdì 25 e Sabato 26 maggio 2012, alle ore 20,45, presso la Sala Grande del Teatro dell’Orologio, in via dei Filippini 17/a a Roma, all’interno della Rassegna “Nuda anima”

>> Etty Hillesum

La Compagnia teatrale Le colonne presenta lo spettacolo ETTY HILLESUM scritto e diretto da Giancarlo Loffarelli, in cui si racconta la breve ma intensa vita di Etty Hillesum, ebrea olandese morta giovanissima ad Auschwitz, straordinaria figura di donna e d’intellettuale, vissuta nel cuore del XX secolo in uno dei suoi momenti più bui. Benché ci abbia lasciato soltanto il suo diario e le sue lettere (pubblicati oggi in Italia da Adelphi), Etty Hillesum si presenta in tutta la complessità di una giovane donna dall’intelligenza acutissima, dalla religiosità profonda, dall’umanità eroica che la porta a dedicarsi totalmente agli altri deportati durante il periodo di internamento, dapprima nel campo di Westerbork, in Olanda e poi ad Auschwitz. Ma intelligenza, religiosità e profonda umanità, in lei coesistettero con una strabordante voglia di vivere, con una piena affermazione della sua femminilità a cui non erano estranei una profonda sensualità e un terreno gusto per la vita.

Lo spettacolo teatrale ripercorre la vita di Etty Hillesum così come essa emerge dalle sue lettere e dal suo diario, restituendoci l’alto profilo di una donna che non perse mai la sua profonda dignità anche quando fu fatta precipitare nel fango dei campi di internamento e poi di sterminio. Attorno a lei, le vicende del suo popolo e dell’umanità travolta dalla lucida follia nazista. Dai momenti felici della sua giovane esistenza ad Amsterdam al progressivo sprofondare nella tragedia, affrontata con lo spirito positivo che la porterà a scrivere, su una cartolina che lascerà cadere da una fessura del treno piombato che la porterà via dal campo di Westerbork verso quello di Auschwitz: Abbiamo lasciato il campo cantando!

Con l’Autore, sulla scena ci saranno Marina Eianti (che interpreterà il ruolo di Etty Hillesum), Luigina Ricci e Federico Ciarlo. Completano il gruppo di lavoro della Compagnia Le colonne Armando Di Lenola in qualità di tecnico delle luci, Fabio Di Lenola, tecnico audio, mentre la realizzazione dei costumi è stata affidata a Laura Giusti e Albana Abenda.

La scena nuda, su cui lo spettatore può vedere, come unici oggetti di scena alcune valigie, elemento metonimico che rimanda al destino nomade, alla diaspora del popolo ebraico e, soprattutto, alle deportazioni, è il contesto in cui l’intensa interpretazione di Marina Eianti dà corpo alla figura di Etty Hillesum, alla quale fanno corona gli altri attori, che si calano nei panni, di volta in volta, dei parenti e degli amici di Etty, delle vittime e degli aguzzini dell’immane tragedia che furono i campi nazisti. Una recitazione intima, alternata a una narrazione dinamica, sottolineata da un contrappunto musicale in cui le allegre ballate di Marlene Dietrich si mescolano alla Passione secondo Matteo di J. S. Bach, è al servizio di un racconto che non perde mai la sua tensione fino al’epilogo, che chiude lo spettacolo così come esso era iniziato.

Il testo ETTY HILLESUM di Giancarlo Loffarelli è testo vincitore del prestigioso premio nazionale di drammaturgia “Calcante” organizzato dalla Società Italiana Autori Drammatici.


Domenica 15 maggio 2011 ore 18,00                                                      Auditorium Mario Costa

>> Se ci fosse luce  

Domenica 15 maggio 2011, alle ore 18, presso l’Auditorium “Mario Costa” di Sezze, la Compagnia teatrale “Le colonne” presenta lo spettacolo Se ci fosse luce. I misteri del caso Moro di Giancarlo Loffarelli. Oltre allo stesso autore, che firma anche la regia dello spettacolo, in scena saranno: Marina Eianti, Elisa Ruotolo, Emiliano Campoli, Luigina Ricci e Maurizio Tartaglione. Le scene sono di Mario Tasciotti; tecnico audio è Armando Di Lenola, tecnico luci è Fabio Di Lenola.Questo testo, scritto nel 2006, è stato portato in scena in prima assoluta presso il Teatro “Gabriele D’Annunzio” di Latina il 6 febbraio 2007 dalla Compagnia “Le colonne” con la regia dell’Autore. Sabato 31 maggio 2008, ha ricevuto la segnalazione della Giuria della XV edizione del Premio “Ugo Betti per la drammaturgia” di Camerino, presidente Marco De Marinis, con la seguente motivazione: “Testo molto ben documentato e dall’avvincente ritmo drammaturgico. Se ci fosse luce è un ottimo esempio nella tradizione del teatro-inchiesta alla Peter Weiss in forma di oratorio civile che pone inquietanti interrogativi sulle molte verità non risolte del caso Moro.”Oltre che dalla Compagnia teatrale “Le colonne”, il testo viene portato in scena in diversi teatri italiani dalla Compagnia “Velluto rosso” di Arezzo.
Nel luglio 2009, è stata discussa una tesi di laurea su questo testo presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Siena.Lo spettacolo è stato portato in scena dalla Compagnia Le colonne, nell’arco di quattro anni, in numerosi teatri fra cui diversi teatri romani (Teatro dell’Orologio, Teatro Vittoria, Teatro Ghione). Tra il primo gennaio 1969 e il 31 dicembre 1987, ci furono in Italia 14.591 atti di violenza con motivazione politica, che fecero 491 morti e 1.181 feriti. Numeri che dicono con chiarezza che in quei diciannove anni si combatté in Italia una vera e propria guerra.All’interno di questa guerra, si colloca l’evento più tragico della storia della Repubblica italiana: il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro con la strage della sua scorta. Un evento che non ha eguali nella storia contemporanea: capi di Stato e uomini politici di primo piano sono stati assassinati, gli Stati Uniti hanno avuto l’assassinio di John F. Kennedy, ma non s’è mai verificato che uno degli uomini politici più importanti di uno Stato venga rapito, tenuto prigioniero per cinquantacinque giorni (dal 16 marzo al 9 maggio 1978) nella sua capitale e alla fine venga ucciso.A più di trent’anni di distanza da quel tragico evento, la coscienza collettiva sembra essersi dimenticata di tutto questo: cosa sanno, oggi, le nuove generazioni di quei fatti? Chi è disposto ancora a parlarne? Sembra che su quell’evento si sia deciso di far calare il velo dell’oblio. Eppure ancora molti sono i misteri che lo circondano. Come facevano le Brigate rosse a sapere il luogo preciso in cui Moro sarebbe passato la mattina del 16 marzo 1978? Perché, anziché fuggire rapidamente, i terroristi si attardarono a finire tutti gli uomini della scorta con un colpo di grazia? Cosa faceva un ufficiale dei servizi segreti quella mattina sul luogo dell’agguato? Perché le Brigate rosse collocano il loro covo in uno stabile dove ben 24 appartamenti sono riconducibili ai servizi segreti?...Questo spettacolo teatrale intende contribuire a far conoscere alle nuove generazioni che non hanno vissuto quegli anni e a far ricordare a quelli che “c’erano”, ciò che accadde nel cuore di Roma il 16 marzo 1978, quello che seguì nel corso di 55 giorni fino al rinvenimento del cadavere di Moro la mattina del 9 maggio. Lo spettacolo non dà risposte che, finora, nemmeno la Magistratura ha saputo dare, ma solleva tutti i dubbi e le domande che attendono ancora una risposta, nella convinzione che ogni passo in più verso la verità è un contributo al rafforzamento della democrazia. Lo fa trattando una materia che ha tutta l’inesorabilità della tragedia greca, con uno stile rapido, incalzante e coinvolgente, che alterna ritmi frenetici a momenti di un lirismo struggente e che trascina il pubblico in un vortice di fatti e persone da cui si esce con una maggiore consapevolezza di ciò che avvenne e di ciò che furono, in Italia, i cosiddetti “anni di piombo”.Il titolo dello spettacolo è una frase che Moro stesso scrive nell’ultima lettera alla moglie dal carcere brigatista (una lettera recapitata alla famiglia il 5 maggio 1978): “… vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali, come ci si vedrà dopo. Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo.” Moro, evidentemente, qui si riferisce alla luce sovrannaturale che la sua profonda fede gli fa sperare, ma io ritengo che “se ci fosse luce” anche su quanto avvenne in quei 55 giorni che lo videro prigioniero delle Brigate rosse, ci si potrebbe avvicinare molto di più a una verità che, a trent’anni di distanza, è ben diversa da quella giudiziaria. 
Il testo è scritto per sei attori che non hanno ruoli fissi ma spaziano continuamente dalla funzione di narratori degli eventi a interpreti diretti di essi, incarnandone, di volta in volta, i protagonisti: Moro, gli uomini della scorta, i brigatisti, i politici del tempo… E’ pensato e scritto in modo che chiunque possa seguirne lo sviluppo, anche se totalmente privo di una qualsiasi informazione preliminare sulla vicenda, proprio per contribuire a far conoscere a chi, in quel tempo, non era ancora neppure nato, uno dei fatti più importanti della nostra storia recente, probabilmente il delitto politico più sconvolgente compiuto a Roma dopo l’assassinio di Giulio Cesare.Lo spettacolo è inserito all’interno della serie di eventi organizzati dall’associazione Araba Fenice in concomitanza con il Premio nazionale “Luigi Di Rosa”. L’ingresso è libero.


Venerdì 4 giugno 2010 ore 21,00                                                      Auditorium Mario Costa

>> Central Park West

Saggio finale della scuola di teatro 2009-2010

Venerdì  4 giugno, alle ore 21, presso l’Auditorium “Mario Costa” di Sezze, gli allievi del Secondo anno di corso della Scuola di teatro della Compagnia teatrale “Le colonne”, porteranno in scena la commedia di Woody Allen Central Park West per la regia di Giancarlo Loffarelli. 

Lo spettacolo costituisce il saggio finale del Secondo anno del corso iniziato a ottobre dello scorso anno e che ha preparato gli allievi principalmente nella messinscena di commedie brillanti. In scena: Francesca Federici, Angelica Carandente, Federico Ciarlo, Andrea Zaccheo e Virginia Carandente. 

Oltre che grande regista, attore e autore cinematografico, Woody Allen ha al suo attivo un’importante attività di commediografo. Nelle sue commedie è facile ritrovare i temi classici dei films che lo hanno reso celebre: le ambientazioni alto borghesi, l’ironia su una classe intellettuale americana troppo snob, i tic della cultura ebraica, le nevrosi metropolitane; tutto espresso con la consueta ironia e le fulminanti battute. 

In particolare, Central Park West è un concentrato della caustica comicità di Woody Allen. Nell’elegante appartamento di Phyllis (Francesca Federici), affermata psicanalista, in Central Park West, a New York, giunge la sua amica Carol (Angelica Carandente) chiamata urgentemente da Phyllis che ha bisogno di un sostegno psicologico perché è appena stata lasciata dal marito, Sam (Andrea Zaccheo). Carol si è precipitata dall’amica proprio nel giorno in cui suo marito, Howard (Federico Ciarlo), già tendente alla depressione ha dovuto ricoverato in un ospizio il suo anziano padre. L’arrivo inaspettato di una paziente di Phyllis, Juliet (Virginia Carandente), si rivela come la proverbiale miccia che fa esplodere una situazione che s’è andata già progressivamente surriscaldando, in una divertente girandola di tic e nevrosi che i vari personaggi smascherano negli altri ma non in se stessi.

Le luci sono affidate a Fabio Di Lenola, l’audio ad Armando Di Lenola, mentre l’organizzazione è curata da Marina Eianti ed Emiliano Campoli.


Mercoledì 13 maggio 2009 ore 21,00                                                      Auditorium Mario Costa

>> Cielo sul palcoscenico

Saggio finale della scuola di teatro 2008-2009


Sabato 21 Febbraio 2009 ore 20,30                                                      Auditorium Mario Costa

The Backstreets

in concerto

Sezze torna a essere sensibile al grande tema della solidarietà. L'occasione è offerta dall'associazione culturale "Le colonne", da sempre attiva nei temi dell'integrazione, della crescita culturale e della costruzione di un tessuto sociale che sappia guardare alle altrui difficoltà, compiendo il proprio dovuto atto di aiuto e sostegno.

Come sempre accade, per l'associazione "Le colonne", il veicolo scelto è quello dell'arte, avendo scelto, per questa occasione, il concerto della band pontina "The backsteets".

L'incasso sarà devoluto in beneficenza, al netto delle spese, ad EMERGENCY, che sarà presente alla serata, con del proprio materiale informativo. La band di Latina capitanata dai fratelli Montecalvo, continua ad essere sensibile a queste richieste di aiuto. Nell'occasione, presenteranno brani tratti dal primo CD in lavorazione "Without roots... NO FUTURE", messaggio chiaro in questo mondo che sta andando a rotoli ... .

Per crescere ed andare avanti bisogna avere delle radici forti e non dimenticarle, altrimenti il futuro non darà nulla di buono. Questo è il messaggio che la band sta cercando di mandare nel primo cd che sta per uscire (prima dell'estate). Non mancheranno nella serata le "scorribande" giocose che coiunvolgeranno anche l'audience dei due fratelli Montecalvo a ritmo dei brani di Bruce Springsteen e di Rock Americano.

La realizzazione di questa serata è stata resa possibile grazie all'aiuto e alla partecipazione del Signor Mauro Rossi, all'interessamento dell'assessore alla cultura della Provincia di Latina Fabio Bianchi e dell'Assessore alla cultura del Comune di Sezze Remo Ghenga, con il patrocinio del Comune di Sezze. Aprirà il concerto la band setina dei DR. BRAIN  - Ingresso 3,00 €


dal 13 dicembre 2008 al 31 gennaio 2009                             Auditorium "San Michele Arcangelo" di Sezze
L'Associazione Culturale "Le Colonne"

con il patrocinio del Comune di Sezze

presenta

Scritturae 

incontro con l'autore

Auditorium "San Michele Arcangelo"

L'Associazione Culturale "Le Colonne" , da quasi trent'anni, è attiva nel settore della promozione culturale, sia in ambito locale che in quello regionale e nazionale. Tra le altre cose, nel corso del 2008, ha attivato il suo Primo Corso di Recitazione Teatrale, cui è ancora possibile aderire telefonando al numero  392-2075489.

Pur essendo maggiormente nota per la propria attività di produzione e messinscena teatrale, nel tempo, essa,  ha saputo organizzare momenti di riflessione e discussione letterarie e cinematografiche, i quali si sono rivelati importanti veicoli di partecipazione e formazione.

Sotto quest'ottica nasce "Scritturae", calendario di incontri con autori e interpreti, che  si pone come obiettivo quello di intraprendere un percorso attraverso le varie tecniche di scrittura e comunicazione. Tale calendario è articolato in quattro incontri, che avranno ad oggetto altrettante tipologie di elaborazioni artistiche. Le forme scelte sono quella cinematografica, avendo previsto un documentario su uno sceneggiatore premio Oscar per Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, per la regia di Elio Petri e con la magistrale interpretazione di Gian Maria Volonté, la scrittura narrativa, con un romanzo giallo, la scrittura musicale e quella saggistica. Tutti gli appuntamenti si svolgeranno presso l'Auditorium "San Michele Arcangelo" di Sezze.


Il primo appuntamento è previsto per sabato 13 dicembre 2008, alle ore 18:00, con la proiezione del film-documentario "Soltanto un nome nei titoli di testa" di Daniele Di Biasio, già presentato alla LXV edizione della Mostra del Cinema di Venezia.            (Ingresso gratuito)

Daniele Di Biasio, diplomato in Regia e Sceneggiatura con un corso biennale tenuto da G. De Santis e Ugo Pirro, ha scritto soggetti e sceneggiature per la televisione (Gennarino il Mastino, Ballerine e Radio airbag), ha collaborato come critico letterario e cinematografico con riviste e quotidiani (Avvenimenti, America Oggi, ecc...). E' autore di un libro di racconti (Prossima destinazione), edito da Manni Editore. Sceneggiatore e regista per il cinema e la televisione. Ha realizzato il corto "Codici" 1998, i documentari "Pesci Combattenti" 2002, "Via dell'Esquilino" 2005, "Soltanto un nome nei titoli di testa" 2008
E' fondatore con Ugo Pirro e Georgette Ranucci della rivista cinematografica
www.celluloide.it

Il Film racconta la figura di uno dei più grandi sceneggiatori italiani: Ugo Pirro.

Per Daniele Di Biasio "raccontare Ugo Pirro è un raccontare la figura dello sceneggiatore, colui che scrive il film e poi resta nell' ombra, in disparte. Poche volte, infatti, il pubblico ricorda il nome o la filmografia dello sceneggiatore perché è "soltanto un nome nei titoli di testa".

I suoi film, da "Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto" alla "Classe operaia va in paradiso", sono diventati simboli del cinema di impegno civile. In un'epoca in cui gli autori occupavano la Mostra di Venezia, Pirro era in prima fila, accanto a tanti, da Goddard a Zavattini. Con quest'ultimo ebbe una lunga e significativa corrispondenza. Si scrivevano di viaggi e incontri, ma soprattutto parlavano di idee, di metodo creativo, della solitudine dello sceneggiatore, di chi, volontariamente, scrive immagini che qualcun altro interpreterà e trasformerà in film. Alcune di queste lettere sono lette da due attori (Franco Nero e Massimo Ghini), che hanno lavorato a film scritti da Pirro in momenti diversi della sua carriera, "Il giorno della Civetta" e "Celluloide". "Con l'aiuto delle immagini dei film, delle sue interviste e di autori e attori che hanno lavorato con lui,-spiega il regista- voglio ricostruire come individuava un' idea e come, non senza contrasti e difficoltà, questa idea diventava il copione di un film". Nel documentario si alternano interviste da lui rilasciate in molte trasmissioni Rai, repertorio dell'Archivio del Movimento Operaio e interventi di autori che hanno lavorato con lui (Carlo Lizzani, Enrico Vanzina, Andrea Purgatori).

 "Chi ha conosciuto Ugo Pirro -spiega Di Biasio- non può non essere rimasto colpito dal suo modo di intendere il cinema, il racconto per immagini. Tutto ciò che guardava o leggeva finiva, con il tempo, per diventare l' idea per una pellicola. E' per questa ragione che fare un documentario su Ugo Pirro non può prescindere dal raccontare il suo istinto creativo, la sua veggenza, il suo impegno politico e civile"

Nei primi anni '90, Ugo Pirro curava una rubrica sul Messaggero. Nei suoi articoli, in anni non sospetti, aveva individuato i grandi problemi di oggi, dall'immondizia alla mancanza di valori nelle nuove generazioni. Ancora prima, negli anni '80, scrisse un testo: "Sala dei professori", che racconta di un preside ebreo che in nome della laicità della scuola fa togliere i crocefissi dalle aule. Un episodio che molti anni dopo ha riempito le pagine della cronaca. Lo sceneggiatore Ugo Pirro era capace di vedere avanti, di cogliere e raccontare con anticipo qualcosa che stava per accadere o cambiare nella società. "Con anticipo…- amava ripetere ai suoi allievi - "…ma non troppo, perché altrimenti non vi capiscono".


Sabato 20 dicembre 2008, alle ore 18:00, sarà la volta de "Il colpevole è Maigret", romanzo giallo, presentato nell'edizione 2008 della Fiera del libro di Torino, scritto da Giancarlo Loffarelli, insieme ad altri sette autori, seguendo un intreccio narrativo sicuramente innovativo ed interessante.

Diversi i motivi che convergono a denotare l'indubbia originalità del romanzo.-spiega Loffarelli- Se tali motivi li si volesse presentare nella successione con cui essi si presentano all'occhio del lettore, si dovrebbe cominciare dalla pagina 5, dove, come se ci trovassimo dinanzi a un testo teatrale, ci vengono presentati i "personaggi" del romanzo. Già nella stessa pagina, però, quello che potrebbe sembrare un testo teatrale si presenta subito anche come una sorta di locandina dello spettacolo tratto da quel testo teatrale: accanto ai "personaggi", infatti, compaiono gli "interpreti", che altri non sono se non gli stessi autori del romanzo i cui nomi il lettore ha già avuto modo di leggere sulla copertina.

Insieme a Arrigo Casalini, Laura De Bortoli, Gabriella Geddo, Antonietta Lombardozzi, Anna Maccario e Pierpaolo Rovero, sotto la direzione di Francesco Rodolfo Russo, direttore editoriale della "Giancarlo Zedde", scrittore, poeta e animatore culturale, Giancarlo Loffarelli ha potuto sperimentare una particolare forma di scrittura partecipata, che costituisce la caratteristica principale di questo romanzo.

"Il colpevole è Maigret" ruota intorno a un copione che sembra collegare vicende distanti una quindicina d'anni: la sparizione di due donne. Cronologicamente la prima svanisce da una villa di Bordighera mentre la seconda dalla Facoltà di Architettura dell'Università di Torino. Quest'ultima scomparsa dà l'avvio alla storia sviluppata da un narratore, che concepisce i personaggi e suggerisce la traccia, e da sette interpreti che, alternandosi nei capitoli, raccontano soggettivamente la porzione di verità di cui sono in possesso. I sette protagonisti sono impersonati da altrettanti autori che nella realtà possiedono competenze analoghe a quelle dei personaggi del romanzo.
In questo modo, narratore e interpreti costruiscono un originale romanzo a più mani che, fra indizi e colpi di scena, va oltre il genere letterario del "giallo", pur giocando con esso.

"Il colpevole è Maigret", già di per se, si mostra quale contaminazione tra varie forme di comunicazione artistica, infatti il primo capitolo, antefatto dell'intera vicenda, si presenta sotto forma di scrittura fumettistica, arte praticata da uno dei personaggi del romanzo.

La sorpresa del lettore continua quando giunge a pagina 9,-continua Loffarelli- laddove inizia il primo Capitolo del romanzo. Qui, anziché trovare, come ci si aspetterebbe, il testo letterario del capitolo, ci s'imbatte in una tavola disegnata. L'effetto di spaesamento comincia a montare. Il libro sembra ora presentarsi come un "fumetto". Le sei pagine che compongono, infatti, il primo capitolo riportano 25 tavole disegnate in un affascinante bianco e nero: una casa in collina immersa in un paesaggio notturno, giovani corpi addormentati, una giovane donna che si sveglia ed esce fuori dalla casa fino a inoltrarsi in un bosco, un misterioso precipitare di eventi, il corpo della ragazza riverso a terra. Morta? Addormentata? Finalmente, il lettore giunge a pagina 15, dove inizia il secondo Capitolo. Qui il nostro lettore sembra rincuorarsi: finalmente qualcosa di "normale". Una rigorosa narrazione in terza persona, come ci si sarebbe aspettato fin dall'inizio, compone l'intero capitolo. Certo, quanto si narra nel secondo Capitolo non presenta alcun collegamento con le tavole del primo, ma, forse, più avanti si capirà meglio. A pagina 33, però, vale a dire all'inizio del terzo Capitolo, il lettore è nuovamente sorpreso: ora la narrazione non è più in terza persona ma in prima. Egli intuisce che a parlare è uno dei personaggi del romanzo che vive in prima persona gli avvenimenti narrati. Da questo momento, è un precipitare continuo nel corpo della vicenda, di personaggio in personaggio, ognuno intento a raccontare in prima persona gli avvenimenti che il narratore, di tanto in tanto, torna a raccontare in terza persona. Fino alla fine. Quando si scopre chi è l'assassino della povera ragazza dell'inizio. Il nostro lettore, però, già conosce l'autore del delitto. Fin da quando egli ha preso in mano il romanzo che ha appena terminato di leggere, sulla copertina era già stampata la soluzione del "giallo": Il colpevole è Maigret.Già! Ma chi è Maigret?

Dopo essere stato presentato nell'edizione 2008 della Fiera del libro di Torino, "Il colpevole è Maigret" giunge a Sezze, offrendo  una valida occasione per conoscere e interagire con l'autore e per ascoltare alcuni brani tratti dal lavoro di   Giancarlo Loffarelli, che verranno interpretati dagli attori Marina Eianti, Roberto Baratta e Elisa Ruotolo, della Compagnia Teatrale "Le Colonne".


Per domenica 4 gennaio 2009, sempre alle ore 18:00, è prevista l'esibizione del "Quartetto Rodrigo", composto dai chitarristi Paolo Giusti, Fabio Morosillo, Massimiliano Romano e Marco Martelli.

Dopo il linguaggio documentaristico-cinematografico e la scrittura narrativa, con un romanzo giallo, è giunto il momento musicale. Il "Quartetto Rodrigo" è una formazione chitarristica nata nel 2007 dal sodalizio artistico, dalle affinità musicali e dall'amicizia personale di questi quattro chitarristi pontini. 
L'amore condiviso per la musica spagnola, ha fatto si che il quartetto fosse intitolato a Joaquin Rodrigo, il compositore spagnolo del '900 che più di ogni altro ha arricchito il repertorio chitarristico con capolavori assoluti, primo fra tutti il celebre "Concierto de Aranjuez" per chitarra e orchestra e il bellissimo "Concierto Andaluz" proprio per quattro chitarre e orchestra. 

Pur provenendo da diverse esperienze musicali e da differenti percorsi formativi, i quattro musicisti hanno come denominatore comune la scuola chitarristica del M° Massimo Gasbarroni che ha curato la loro preparazione fino al conseguimento del diploma, presso il Conservatorio "O. Respighi" di Latina e il "S.Pietro a Majella" di Napoli.
I brani che verranno eseguiti sono il "Concerto in re mag." di A. Vivaldi, "Suite Andalucia" di E. Leccona, "El testament d'Amelia" di E. Becherucci, "Overture dal Barbiere di Siviglia" di G. Rossigni, "Carmen Suite" di G. Bizet e "Finale" di J. Zaradin.


In conclusione, sabato 31 gennaio, ore 18:00, verrà presentato "Il Paese doppio. Questione atlantica e questione morale negli scritti di Aldo Moro", di Giancarlo De Angelis, saggio vincitore del premio Città di Castello 2007.                                                      (Ingresso gratuito)

 interverranno

Il Senatore Sergio Flamigni, il Prof. Francesco M. Biscione, il Dr. Buno Vella, l’Onorevole Domenico Di Resta.

Sabato 31 gennaio, alle ore 18:00, presso l’Auditorium “San Michele Arcangelo” di Sezze si chiude questo ciclo di incontri culturali denominato “Scritturae”.

Dopo l’ottima riuscita della proiezione del film documentario di Daniele Di Biasio, la presentazione del romanzo giallo “Il colpevole è Maigret” di Giancarlo Loffarelli e il concerto del “Quartetto Rodrigo”, verrà presentato il libro di Giancarlo De Angelis “Paese doppio. Questione atlantica e questione morale negli scritti di Aldo Moro”, edito dalla casa editrice Edimond.

L’appuntamento, già di particolare interesse, verrà impreziosito dalla presenza di esponenti politici e illustri conoscitori sia degli scritti e del pensiero dell’Onorevole Aldo Moro, che dei fitti misteri che si celano dietro il suo rapimento e la sua tragica morte, per mano delle Brigate Rosse.

Interverranno, infatti, il Consigliere Regionale Domenico Di Resta, il Professor Francesco Maria Biscione, esperto del caso Moro e studioso attento degli scritti lasciati dal presidente democristiano durante i giorni di prigionia, il Dottor Bruno Vella e il Senatore Sergio Flamigni.

Il Senatore Sergio Flamigni, dopo aver iniziato l'attività politica nel 1941 con la partecipazione all'attività clandestina di un gruppo culturale di giovani antifascisti di Forlì, ha aderito al Partito comunista, per poi sedere sugli scranni parlamentari per ben nove legislature, dal 1968 al 1987, facendo parte di numerose commissioni parlamentari di inchiesta , tra cui quella sul caso Moro, quella sulla loggia massonica P2 e la Commissione speciale bicamerale antimafia. Al termine della sua esperienza  parlamentare ha continuato nella sua attività di studio e ricerca, sia pubblicando numerosi saggi, ultimo dei quali è "Le idi di Marzo - Il delitto Moro secondo Mino Pecorelli" (2006), sia costituendo il Centro di Documentazione “Archivio Flamigni” di Oriolo Romano.

Per l’Associazione culturale “Le Colonne”, quest’occasione si presenta come la continuazione del percorso di studio delle vicende legate allo Statista della democrazia cristiana, iniziato con la messinscena dello spettacolo teatrale “Se ci fosse luce. I misteri del caso Moro”, di Giancarlo Loffarelli, che, dopo una tournèe iniziata nel 2007, nei prossimi mesi, tornerà in scena nella provincia di Latina.

Per l’ autore, Giancarlo De Angelis “Il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro sono stati l’evento cruciale del primo cinquantennio della nostra repubblica; eppure l’intera vicenda è stata consegnata prematuramente all’archivio della memoria, sebbene la comprensione degli eventi rimanga parziale e tutti i protagonisti non abbiano assolto fino in fondo al dovere della verità, alimentando dubbi ricorrenti e serie perplessità su quanto è accaduto. La percezione del suo autentico significato è stata addirittura più chiara a ridosso dei fatti che nel successivo trentennio. La storiografia non ha dato un contributo significativo alla collocazione della figura di Moro lungo l’impervio cammino della giovane democrazia italiana, anzi ha spesso eluso la questione. La politica, da parte sua, lo ha presto cancellato dal proprio orizzonte ideale e ha archiviato ancora più in fretta quella stagione, cosicché la stessa discussione sulle sorti dell’Ulivo come contenitore delle culture cattolica, socialista e comunista non ha mai evocato il pensiero, la riflessione, le scelte dello statista democristiano, vero demiurgo dell’incontro della cultura cattolica prima con quella socialista, poi con quella comunista. L’opinione pubblica, infine, ha dimenticato altrettanto rapidamente, travolta dalle molteplici emergenze del tempo presente.”

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