ambiente & storia

a cura di Vittorio Del Duca


Sezze, 12 aprile 2017

Le logge

Il termine deriva dal latino medievale “laubia” che significa “pergola”. Assai diffuse nella campagna fino agli anni Cinquanta del secolo scorso, erano delle vere e proprie palafitte di modeste dimensioni, costruite con materiali di fortuna ottenuti dal territorio: pali, filagne, giunchi, canne, ecc. 
Servivano a sorvegliare le proprietà da un punto alto di osservazione, così da prevenire i furti dei prodotti agricoli, carciofi, cocomeri, uva, mais, ecc. ma anche di bestiame. Nella parte alta si accedeva a mezzo di una scala a pioli in legno, anch’essa realizzata con legni di fortuna, mentre il piano basso, a livello del terreno, si utilizzava come riparo dal sole provvisorio, per proteggere le derrate che man mano venivano raccolte.
Le “logge” non sostituivano le capanne di strame, abitazioni per eccellenza, ma erano per lo più provvisorie e stagionali, come i prodotti da raccogliere; in alcuni casi venivano costruite dai contadini per avere un giaciglio, quando per necessità di lavoro erano costretti a stare fuori casa per più giorni. Erano munite di un tetto alla buona, fatto di canne palustri o di strame, sufficiente durante il giorno per un fresco riparo dai raggi del sole e la notte dalle intemperie. Il chiarore lunare permetteva allo sguardo di spaziare lontano anche la notte, non appena gli occhi si erano adattati all’ambiente.
Le “logge”, in qualche caso erano ricavate anche su alberi di alto fusto. All’altezza delle prime ramificazioni, quelle più robuste, veniva approntato un giaciglio, sostenuto da pertiche e tavole, che aveva per materasso un cumulo di “sfogli di tuteri” (il rivestimento delle pannocchie di mais) oppure di fieno. Pare che questo materasso, pur non essendo uno degli odierni “memory”, fosse anatomico e il mal di schiena sconosciuto.


Sezze, 27 ottobre 2016
Quella finestra di fronte e la vecchina 

È una storia di paese che si svolge nel quartiere della “Capocroce”, vale a dire nel bivio tra via Corradini e via Cavour.  Protagonisti sono due proprietari di case, costruite ai lati opposti della strada, l’uno ricco e l’altro povero. Il povero, dopo essere riuscito a risparmiare qualche soldo con il suo lavoro, decide di sopraelevare di un piano la sua modesta casa. Tre belle finestre ora si aprivano sulla strada, ma ciò mandò su tutte le furie l’uomo ricco, perché la finestra di mezzo guardava proprio dentro la sua casa ed egli mal sopportava che persone umili e per giunta di ceto inferiore al suo potessero arrecare disturbo alla sua privacy.

Fece così causa al pover’uomo e forte del suo denaro riuscì a vincerla, ottenendo dal giudice di far murare la finestra centrale.

L’uomo povero, dopo aver murato la finestra con mattoni, stuccata ed intonacata, chiamò un bravo pittore perché dipingesse almeno le imposte chiuse, in modo tale che la finestra finta mantenesse l’armonia di tutta la facciata della casa. La cosa però non finisce qui, perché il poveruomo, amareggiato, durante la notte mette in atto un’idea con cui vendicarsi di quello che riteneva un torto patito.

Il signore ricco quando all’indomani, tutto soddisfatto, fece per affacciarsi alla finestra, rimase di stucco: sulla finestra murata vi erano state dipinte due ante socchiuse, dalle quali si intravedeva una bella tenda e, dietro la tenda il volto di una vecchina che curiosava fuori, proprio in direzione delle stanze del suo palazzo.

Oggi si può ancora vedere la finestra murata; vi è appesa una lamiera arrugginita ma il volto della vecchina è scomparso con il tempo, tuttavia guardando quella finestra sbiadita possiamo rivivere con un sorriso questa simpatica storia di paese.


Sezze, 12 luglio 2016
La leggenda della "stretta della femminuccia"

Quella della “Femminuccia” è una storia fantastica, tramandata oralmente dai genitori ai figli; non esiste infatti nessun testo in cui essa è narrata. A motivo della sua oralità, se ne raccontano alcune versioni, tutte con diverse motivazioni. Si tratta della storia di un fantasma dalla figura femminile, c’è chi dice di una bambina, che di notte si aggirava in Via della Libertà, chiamata per questo dal popolo “Stretta della Femminuccia”. Per maggiore precisione, la stretta della vicenda è la prima che si incontra a destra percorrendo via S. Carlo, con provenienza da Porta S. Andrea e che confluisce con un percorso ad L su Vicolo Marte (uno dei tre vicoli di Sezze che da via S. Carlo conducono alla chiesa di S. Lorenzo). 
La storia si articola secondo tre versioni:
1)-Una donna che aveva perso il figlio, di notte si aggirava in questa stretta tenendo in una mano una testa e nell’altra ago e filo; appariva a colui il quale aveva fatto tre giri intorno ad un vicino palazzo, spaventandolo. Questa versione veniva raccontata dalle mamme ai propri figli per tenerli buoni e non farli allontanare di casa.
2)-C’è chi dice che questo fantasma in realtà fosse un uomo, che travestito da donna e coperto da un grande mantello nero, si recava di notte a far visita ad una sua benestante amante. Lo scopo del travestimento era quello di nascondere la sua identità e proteggere la reputazione della donna amata.
3)- Il fantasma di una donna, che aveva avuto una cocente delusione d’amore, usciva di notte nella stretta e alle persone che incontrava chiedeva di tagliarle la testa, cioè di farla morire, perché non sopportava il dolore di essere stata abbandonata; in cambio queste persone sarebbero diventate ricche ma, nel caso non l’avessero uccisa, avrebbero avuto su di loro la maledizione perpetua.
Per questi motivi ma soprattutto per non incontrare il malefico fantasma, grandi e piccini evitavano di passare di notte nella Stretta della Femminuccia e nei vicoli che ad essa confluiscono: vicolo Dante e vicolo Marte.


Sezze, 8 febbraio 2016
I laghi dei Gricilli

1 -Aspetti morfologici e naturalistici
Ai piedi dei Lepini, ai confini tra Sezze e Priverno, troviamo immersi in una fitta vegetazione palustre i cosiddetti Laghi dei Gricilli e le numerose sorgenti che li alimentano, con la nota “Fontana di Muro”. 

L’area, che in molti chiamano ancora “Triciglia”, ricade nel territorio di Pontinia ed è importante perché rappresenta la realtà locale prima della bonifica. È un paesaggio unico nel suo genere, che conserva ancora intatte le sue peculiarità naturalistiche e il carattere paludoso e umido, tanto da essere classificato dalla Comunità Europea come Sito di Importanza Comunitaria (SIC). 

Le acque dei laghi sono fortemente mineralizzate per la presenza di alti tenori di anidride carbonica e di composti dello zolfo, ben percepiti dall’olfatto anche dai viaggiatori che transitano nella limitrofa ferrovia Roma –Napoli. 

Interessante la concentrazione in uno spazio così ridotto di acque solfuree e di acque dolci, riscontrabili in Italia solo nelle sorgenti di Tivoli e delle Terme Cutilie (VT) e che cambiano di colore e di intensità in base alla luce ed alla differente composizione chimica. Definire queste acque “dolci” è improprio, mentre sarebbe più corretto definirle “ leggermente solfuree”. La differenza di concentrazione tra acqua “zolfa” e quella “ leggermente zolfa” sono la conseguenza della diversa disposizione degli elementi tettonici che condizionano la risalita di fluidi mineralizzati profondi, in tutta l’area. 

Non meno importante la flora, che conserva ancora nel suo habitat naturale specie acquatiche come la "lenticchia d'acqua" e idrofiti radicanti del genere "la lengua d'oca" (Plantago lanceolata), oppure la fauna con rari esemplari di “testuggine palustre europea”, di uccelli come il “martin pescatore”, il “falco di palude”, il “beccapesci”, il “tarabusino” e tra i pesci la commestibile “rovella” ed altri pesciolini minori, in particolare del genere Cobitis, usata un tempo come esca per pescare nella palude. 

L’area dei Gricilli occupa un bacino di circa 10 ettari ed è attraversata dal “Diversivo Ufente”, un canale che permette alle acque sorgive, che un tempo causavano estesi allagamenti durante le piogge, di poter defluire con una idrovora nel vicino fiume Ufente. E’ possibile ancora osservare il fenomeno della fossilizzazione delle canne palustri, dovuto all’acqua sulfurea in cui sono sommerse. Ai margini dell’area, poco discosti, si notano i ruderi di Castel Valentino, che hanno dato il nome ad uno dei laghi d’acqua dolce e ad una moderna oasi di ristoro. Sono probabilmente i resti di un antichissimo “castrum”, opera di fortificazione e difesa, ritenuto da qualcuno di origine volsca. 

2)- La genesi
La genesi dei Laghi dei “Gricilli” è dovuta a fenomeni di sprofondamento (subsidenza) dei depositi fluviali e palustri, alimentati dalla risalita dal basso delle acque sotterranee provenienti dalla catena dei Lepini, che scorrono al di sotto di un circuito di rocce carsiche sepolte, nelle quali il carsismo ha generato delle cavità o grotte, chiamate in inglese dai geologi “sinkholes”, che tradotto in italiano significa “doline”. 

La volta di queste cavità riesce a sorreggersi grazie alla spinta esercitata dal basso verso l’alto dalle acque e dai gas, ma quando per varie cause si verifica un abbassamento del livello di falda, la spinta esercitata sulla roccia si riduce, facendo venir meno anche la capacità di sostegno delle volte carsiche, che sotto il peso dei sovrastanti sedimenti palustri e fluviali finiscono per cedere, creando avvallamenti e depressioni nel terreno, che mutano col trascorrere degli anni. 

È proprio in corrispondenza di queste depressioni che hanno avuto origine i “Laghi del Vescovo” e non si esclude che ne possano ancora nascere dei nuovi e scomparire dei vecchi. Per tali caratteristiche naturali sono oggetto di costosi oneri di manutenzione, che il Consorzio di Bonifica dell’Agro Pontino esegue a cadenza semestrale. 
3) Usi termali e veterinari
Le acque solforose dei laghi, già note da tempi remoti, erano apprezzate non solo per uso termale e per le malattie della pelle, ma anche come toccasana per le ferite degli animali. Gli umanisti infatti, ci hanno sempre ricordato che lo zolfo era la “cosa sacra”, quella con cui si curavano i mali degli uomini e degli animali: con lo zolfo si candeggiavano lana e tessuti, si purificavano le case durante le cerimonie, si preparava la vite ed il vino, si cospargevano le orecchie dei maiali per alcune malattie della pelle, etc. 

Nelle acque solforose venivano fatti immergere gli animali per curarne le ferite, ma anche per conferire maggior candore alla lana delle greggi, che assai numerose attraversavano il luogo durante la transumanza verso la palude. E forse il nome “Gricilli” deriva proprio da “gregis”, termine latino con cui venivano appunto indicate le greggi. Teodoro Valle [1], scrittore privernate del '600, dà una sua spiegazione del nome dei laghi e dice “Gricilli, loco così detto dal zampillar dell’acqua, della golla, che in bò senso vuol dire la bolla, atteso per l’abbondanza, è violenza, che porta l’acqua sopra la terra pare che bolla,” . Dopo il primo laghetto d’acqua dolce, denominato San Carlo, scendendo più a sud troviamo il gruppo più numeroso, composto da quattro specchi d'acqua, detti del Vescovo, dei quali tre sono sulfurei e riconoscibili dal colore celeste delle sue acque, mentre uno a forma di "otto" è d'acqua dolce e praticabile. 

Ancora più a sud, alimentato dalle acque di un canaletto che poi va a ricongiungersi con il fiume Ufente e dopo un impianto idrovoro, troviamo l'impenetrabile lago Mazzocchio, circondato da alti canneti e da alberi di eucaliptus che ne impediscono la visuale dalla strada. 

I laghi non sono molto estesi; il San Carlo, di forma circolare ha una lunghezza di 80 metri ed è profondo 22, mentre quello a forma di otto è lungo 150 metri e profondo 18. Non si conosce bene la profondità degli altri specchi e ciò ha alimentato una diceria popolare, secondo la quale alcuni sarebbero senza fondo. 
4) Iniziative di valorizzazione e fruibilità
Nel dopoguerra alcuni di tali laghi erano la meta per i “bagni” estivi degli abitanti delle campagne bonificate. Recentemente sono stati oggetto di diverse proposte ed iniziative di legge per la loro salvaguardia, tutela e valorizzazione. 

Il Comune di Pontinia, sfruttando i finanziamenti regionali GAL (Gruppi Azioni Locali), portò a termine nel 2012, in accordo con i privati, un progetto di valorizzazione e di fruizione dell’area, per aprire questo spazio ai cittadini, ai turisti e agli studiosi. 

Il progetto rientrava in un ambito turistico ancora più grande, ovvero “le vie del Mare e dei Laghi” che avrebbe guidato il turista ed il visitatore da Sonnino a Sabaudia, passando per Pontinia. 

Una sinergia che poi non si è attivata ed ognuno dei Comuni è andato avanti per conto proprio. 

Un altro progetto riguardava il finanziamento per un mercato di prodotti agricoli a km zero, ma nella scelta dei progetti la Regione preferì dirottare i fondi su quelle iniziative che avrebbero potuto diventare un volano turistico.

I lavori iniziarono con un finanziamento di circa 260 mila euro, non sufficienti a rendere fruibile l’intero percorso dei laghi, fu impiantata una cartellonistica che indicava i vari circuiti ed alcune torrette in legno aventi la funzione di punti di osservazione, ma per molteplici ragioni, non ci fu il successo sperato e la natura se ne riappropriò, diventando anche punto di qualche discarica abusiva da parte di vandali, tranne che nella parte dei bagni, gestita da privati con un ristorante. 
Tutta l’area rimane molto suggestiva e degna di attenzione, il sito resta d’importanza comunitaria (SIC) e Zona di Protezione Speciale (ZPS), ma necessita ancora in gran parte di progetti, non solo per la sua fruibilità turistica e didattica ma anche come volano di sviluppo sostenibile per l’economia agricola del territorio, che per le sue peculiari caratteristiche pedoclimatiche ed ambientali, rappresenta una serra naturale, in cui si coltivano le primizie dei più svariati tipi di ortaggi.
[1]Teodoro Valle - La città Nova di Piperno edificata nel Latio – Napoli 1646, libro secondo, cap.I, pag.9.

Per le foto in bianco e nero che seguono si ringrazia il Consorzio di Bonifica dell'Agro Pontino


Sezze, 30 dicembre 2015

E vieni in una grotta al freddo e al gelo...

Ma davvero Gesù è nato in una grotta al freddo e al gelo?  Il fatto è abbastanza controverso ed  è ancora oggetto di studi, ma una cosa è certa: la vera data di nascita di Gesù, sia per quanto riguarda il giorno sia per quanto riguarda l’anno, non la sapremo mai con certezza. I Vangeli, in questo senso, ci aiutano poco e le fonti storiche sono per lo più in contraddizione con quei pochi indizi che possiamo trarre dalle letture sacre. L’effettiva data della nascita non è esplicitamente riportata dai Vangeli di Matteo e Luca, che costituiscono le principali fonti sulla nascita Gesù, né da altre fonti del tempo.                                                                   

Nel Vangelo secondo Luca (2, 1-2) viene citato un “primo censimento” di Quirinio, realizzato “su tutta la terra” per ordine dell’imperatore Augusto, in occasione del quale avvenne la nascita di Gesù a Betlemme, al tempo di re Erode, morto probabilmente nel 4 a. C.  In questo censimento sarebbero stati censiti anche Giuseppe e Maria e per questo costretti a tornare dalla Palestina dove si trovavano, al loro luogo di origine, Betlemme, dove venne alla luce Gesù.                                                                                                 

Anche la data di questo primo censimento è oggetto di discussioni tra storici: per molti di questi, sia cristiani che laici, l’autore del Vangelo secondo Luca avrebbe erroneamente retrodatato il censimento al 6 d. C. o spostato la nascita a tale epoca forse con l’intento di collocare la nascita di Gesù a Betlemme in Israele, piuttosto che a Nazareth in Palestina (luogo di residenza di Giuseppe e Maria), mentre secondo altri, il censimento potrebbe essere avvenuto in due fasi, distanti anni l’una dall’altra.

Per altri autori, al di là della questione della data, l'avvenimento è da interpretare in chiave teologica: il censimento riguarda tutto l'impero, così anche la nascita di Gesù, che non riguarda solo gli ebrei, ma tutti i popoli dell'impero.

Secondo la maggior parte degli storici, Erode sarebbe morto nel 4 a.C., anche se vi sono state in passato ed ancora oggi ripetute proposte di altre date. La tradizionale datazione all’anno 1 a.C., il cui anno successivo è il primo del calendario giuliano – gregoriano (il numero zero non viene infatti utilizzato per indicare un anno in quasi tutti i sistemi cronologici) risale al monaco Dionigi il Piccolo nel VI secolo. Questa datazione si discosta comunque di soli uno o due anni da quella fornita dai Padri della Chiesa sin dal II – III secolo. 

Altre discussioni tra storici riguardano  il mese in cui sarebbe nato Gesù, data la gran varietà di calendari diffusi all’epoca e la varietà di computazione, per cui non sempre è immediato risalire al giorno e anno corrispondente nel calendario giuliano, utilizzato dagli storici per le date antecedenti la riforma gregoriana. Così nei  libri di storia si ritrovano diverse interpretazioni sul mese di nascita di Gesù: alcuni la collocano a novembre, altri a dicembre, altri ancora a gennaio, o a marzo, aprile, sino ad arrivare addirittura al 20 maggio quando con il tempo più mite, Gesù Bambino non poteva essere più esposto al freddo e al gelo intenso.  

La prima menzione certa della Natività di Cristo con la data del 25 dicembre risale  al 336, e la si riscontra nel “Chronographus”, redatto dal letterato romano Furio Dionisio Filocalo.

Con tutta probabilità la data venne fissata al 25 dicembre per sostituire la festa del “Natalis Solis Invicti”, (quando le giornate iniziano ad allungarsi) con la celebrazione della nascita di Cristo, indicato nel Libro di Malachia come nuovo “sole di Giustizia” (cfr. Malachia III,20).

Verosimile dunque, che la chiesa cristiana abbia scelto la data del 25 dicembre come giorno di nascita del Cristo semplicemente per cristianizzare una festa pagana molto sentita dalle masse popolari.

A tale tradizione quindi la celebrazione del Natale ha voluto collegarsi per indicare l’avvento della Luce del Mondo, che giunge a squarciare le Tenebre. È il Bambino, che venendo al mondo, inaugura una nuova vita, e porta la Luce a tutti gli uomini. Questa è la storia del Natale che, condizionata negli anni successivi da numerose leggende, ha fatto quasi perdere di vista il “vero” significato del Natale, come “giorno della nascita”.


Sezze, 14 ottobre 2015

La magia dell'autunno a villa La Penna

Nella foto tutti i partecipanti alla giornata di domenica 4 ottobre 2015 davanti alla villa La Penna

Dallo Zibaldone di Giacomo Leopardi: “Nell’autunno par che il sole e gli oggetti sieno d’un altro colore, le nubi d’un’altra forma, l’aria d’un altro sapore. Sembra assolutamente che tutta la natura abbia un tuono, un sembiante tutto proprio di questa stagione, piú distinto e spiccato che nelle altre….” 
L’autunno è giunto, la natura si veste di nuovi colori, le foglie ingialliscono e cadono, le ore di luce diminuiscono, l’aria si fa più fresca. E’ la fine di un ciclo e l’inizio di uno nuovo che si ripete. E’ il magico autunno, allietato da frutti nuovi e di varietà diverse, dai vini, dai canti, dalle buone compagnie che si ritrovano accanto al focolare, come quella riunita in questa prima domenica di ottobre, giorno di S. Francesco, nella stupenda cornice di villa La Penna, a Suso. 
Una giornata fantastica che riporta a un passato non troppo lontano, una giornata con tanti amici, cultori del bello, del buono e delle nostre più genuine tradizioni. Un grazie di cuore a Brunella e Giovanni La Penna, che hanno fortemente voluto questa festa dell’autunno e dell’amicizia, che ci hanno accolto ed ospitati nella loro tenuta come solo raramente può accadere. Un grazie anche a tutti i numerosi amici intervenuti.


Sezze, 1 agosto 2015

Pontecorvi nominato Direttore della Sanità del Vaticano

Il Dott. Alfredo Pontecorvi, nostro concittadino, Professore Ordinario e Primario di Endocrinologia e Malattie del Metabolismo (UOC) del Policlinico Agostini Gemelli dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, è stato nominato Direttore Generale dei Servizi Sanitari del Vaticano. Svolgerà provvisoriamente anche le funzioni di medico personale del Papa, il cui ruolo si è reso vacante da qualche tempo.
Il Prof. Pontecorvi è nato a Roma il 9 maggio 1957 da genitori di Sezze. Il padre è Alberto, medico in pensione assai stimato in paese, la madre è Maria Agnese Calabresi, insegnante anch’essa in pensione e sorella del compianto Nunzio Apostolico in Argentina Mons. Ubaldo Calabresi. Il papà è inoltre un benemerito confratello della Confraternita del Sacro Cuore di Gesù di Sezze, detta dei Sacconi bianchi, della quale nonno Alfredo, fu per lungo tempo Priore. Anche il Professore, sull’onda della devozione di famiglia ha recentemente manifestato la sua intenzione di entrare a far parte di questa Confraternita. 

Il Prof. Pontecorvi consegue la laurea in Medicina e Chirurgia nel luglio 1981 presso l’Università “La Sapienza” di Roma, con voti 110/110 e lode. Nel 1984 consegue il Diploma di Specializzazione in Endocrinologia e Malattie Metaboliche nella stessa Università, con voti 70/70 e lode. Nel 1992 diventa Professore Associato di Endocrinologia presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia “A. Gemelli”, Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano. Dal 2002 è Professore Ordinario di Endocrinologia e Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Endocrinologia presso il Policlinico “A. Gemelli”, Università Cattolica del Sacro Cuore, Roma. Dal 2003 è Direttore della I Scuola di Specializzazione in Endocrinologia e Malattie del Metabolismo, e Direttore del Dottorato di Ricerca in Scienze Endocrinologiche ed Endocrino-Chirurgiche Sperimentali presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia, Università Cattolica del Sacro Cuore. 

Dal 2006 è Direttore della Scuola di Dottorato di Ricerca in Scienze Fisiopatologiche ed Endocrino-Metaboliche Sperimentali (che include 5 Corsi di Dottorato) nella stessa facoltà. Il Prof. Pontecorvi ha ricevuto oltre 250 inviti in qualità di Relatore o Moderatore a Congressi e Meetings Nazionali ed Internazionali, ha presentato oltre 350 relazioni e/o posters a Congressi e Meetings Nazionali ed Internazionali ed è autore di circa 90 pubblicazioni scientifiche elencate sul database PubMed della US National Library of Medicine.
Al Prof. Pontecorvi il nostro compiacimento ed i più fervidi auguri di buon lavoro. 


Sezze, 24 maggio 2015

La Grande Guerra

È stato scritto che l’Ottocento non è finito con lo scadere cronologico del secolo, ma allo scoppio della prima guerra mondiale. All’inizio del Novecento il mondo era in forte subbuglio, le grandi potenze si disputavano con accanimento conquiste coloniali in Africa, l’imperialismo del Giappone, vincitore sui russi, avanzava in Estremo Oriente, la monarchia portoghese cadeva e quella cinese era in agonia. Questi fatti, in una umanità lanciata verso il progresso tecnologico e scientifico, erano considerati come “incidenti” fisiologici di percorso. Era la “Belle Epoque “, un’epoca in cui per la prima volta si pensava ad un domani migliore: le fatiche, le pene dei poveri, i disagi di tutti cominciavano ad essere alleviati da quelle straordinarie novità che erano la luce elettrica, la diffusione della rete ferroviaria, l’automobile.

Nessuno immaginava una guerra di quella portata. Ciò che succedeva in Europa contava più di quello che avveniva in ogni parte del mondo, l‘informazione era eurocentrica, a volte con qualche piccola concessione a quel gigantesco Stato che si era formato oltre Oceano. L’Europa era in pace, lo sarebbe rimasta per 44 anni: dal 1870, con la sconfitta della Francia da parte della Prussia, fino all’attentato di Serajevo, che fece deflagrare le polveri. Per questo, qualcuno tra gli storici ha addirittura pensato di creare un Ventesimo secolo breve, limitandolo solo a quella parte che va dal 1914 in avanti. 

Non è stato così per l’Italia in quanto, qui, la linea di demarcazione si è aperta con il sangue di Umberto I, assassinato a Monza dall’anarchico Bresci il 29 luglio del 1900.Erano tanti in Europai i carboni accesi sotto la cenere, e quello di Bresci era uno di questi. La Francia aveva subito nel 1870 la perdita dell’Alsazia e della Lorena senza mai rassegnarsi. “ Pensarci sempre, non parlarne mai” diceva il primo ministro francese Clemenceau. In Italia nasceva l’Associazione Nazionalista Italiana, con Enrico Corradini e Luigi Federzoni, che voleva la “redenzione “delle terre italiane fuori dai confini. La crescita del socialismo perseguiva nelle sue ali più estreme la rivoluzione proletaria, che, si annunciava, avrebbe completato l’opera della rivoluzione borghese del 1889 in Francia, e che avrebbe annullato le disuguaglianze sociali. Giovanni Giolitti, che direttamente o indirettamente governava l’Italia dall’inizio del secolo, pensò nel 1911 di dare sfogo a certe pulsioni del Paese con la guerra di Libia. La “quarta sponda” era allora in mano all’impero turco, il grande malato. 

Due anni prima della conquista italiana della Libia, i “giovani turchi”, avversari della corrotta stagnazione di Costantinopoli si erano impadroniti della città e deposto il sultano lo avevano sostituito con il fratello Maometto V. La Libia era un grosso scatolone di sabbia che galleggiava in un mare di petrolio, ma questa realtà sfuggì a tutti. L’impresa non fu difficile: il difficile fu invece mantenere l’occupazione, insidiata dai continui attacchi dei ribelli. Ma ben presto la Libia passò in second’ordine rispetto ad altri avvenimenti italiani ed esteri ben più rilevanti.
Nel 1912 Giovanni Giolitti introdusse in Italia il suffragio universale ( il diritto di voto a tutti i maschi alfabetizzati oltre i 21 anni che avessero assolto agli obblighi di leva) e l’anno dopo, con il “patto Gentiloni” strinse un’alleanza con i cattolici, i quali revocarono il veto papale al loro impegno nella vita pubblica, rendendo operativo il loro immenso potenziale politico. In quegli stessi anni, Benito Mussolini, giovane e aggressivo esponente del socialismo estremista, sconfiggeva in un congresso a Reggio Emilia i riformisti di Filippo Turati e diventava direttore dell’Avanti!, trasferendosi a Milano. Una serie di guerre balcaniche dava altri colpi di piccone all’impero turco e risistemava i confini della “polveriera d’Europa” ma, apparentemente, senza compromettere gravemente gli equilibri esistenti. 

Tutto questo finché le revolverate di uno studente serbo, Gavrilo Princip, membro di un’organizzazione segreta (Unità o morte), innescarono lo scoppio della Grande Guerra; e tale è rimasta nel linguaggio comune italiano a indicarne la portata e le conseguenze.Il 28 giugno 1914, Gavrilo Princip uccise a Serajevo l’arciduca ereditario dell’impero austro-ungarico Francesco Ferdinando e la moglie Sofia, che erano in visita alla Serbia. L’episodio avrebbe potuto essere contenuto in un ambito più limitato se non fosse stata l’occasione insperata per dare sfogo alle smanie di gloria militare dell’imperatore di Germania Guglielmo II, all’ansia di rivincita della Francia, alla solidarietà slava della Russia. In seguito all’attentato, Vienna presentò alla Serbia un ultimatum dalle condizioni oltraggiose, e non avendo avuto soddisfazione, il 28 luglio le dichiarò guerra. In risposta la Russia ordinò la mobilitazione generale. 

Il primo Agosto 1914 la Germania di Guglielmo II dichiarò guerra alla Russia, il giorno successivo strinse alleanza con la Turchia. Il 3 agosto dichiarò guerra alla Francia e pretese dal Belgio il passaggio delle sue truppe, ma vedendoselo negato lo invase. L’Inghilterra dichiarò allora guerra alla Germania e poi anche all’Austria e all’Ungheria. L’Austria- Ungheria a sua volta dichiarò guerra alla Russia. Nel volgere di sei settimane l’intera Europa aveva preso fuoco e le armate del maresciallo tedesco Hindeburg, conquistato il Belgio, penetravano in territorio francese.
L’Italia era legata all’Austria- Ungheria e alla Germania da una alleanza, la cosiddetta “Triplice”, i cui effetti avrebbero dovuto scattare con l’inizio del conflitto mondiale, ma con saggezza il primo ministro Antonio Salandra e il ministro degli Esteri Sidney Sonnino proclamarono la neutralità, appellandosi al fatto che l’Austria- Ungheria aveva agito senza consultarli, mettendoli di fronte al fatto compiuto. Mentre sul fronte occidentale i tedeschi, dopo una serie di successi, venivano fermati sulla Marna nell’avanzata verso Parigi, in Italia si accendeva una polemica rovente tra neutralisti e interventisti e in caso di intervento a fianco di chi? 

Il Paese era in maggioranza neutralista, e lo era anche il Parlamento, ma la spinta nazionalista era chiassosa, potente, e soverchiava per enfasi e risolutezza gli appelli alla cautela dei neutralisti. Benito Mussolini, tribuno di straordinaria efficacia, si era convertito all’interventismo ed aveva fondato a Milano per sostenerne la tesi il quotidiano “Il Popolo d’Italia”. Gli faceva eco il poeta Gabriele D’Annunzio, che aveva celebrato la conquista della Libia e che voleva la guerra, un “lavacro di sangue” che potesse unire all’Italia Trento e Trieste. Si mormorò sia che Mussolini, che l’indebitato D’Annunzio fossero stati pagati dalla Francia. Come sempre il re stava a guardare trincerandosi dietro il suo eterno alibi : non ho né occhi nè orecchi, il governo ha occhi ed orecchie per me. Tuttavia Vittorio Emanuele III, discendendo da una dinastia di militari, aveva un occhio di riguardo per gli interventisti. Per scongiurare l’attacco italiano, Vienna offrì il Trentino e qualcos’altro, ma la frana era ormai inarrestabile.
Nell’Aprile del 1915, l’Italia concluse con le potenze dell’Intesa il patto di Londra, che le garantiva in caso di vittoria Trento, la Venezia Giulia, l’Istria, parte della Dalmazia (ma non Fiume e si vedrà perché questo sia poi risultato importante). Per qualche giorno, ossia fino alla denuncia della Triplice, l’Italia fu contemporaneamente alleata di entrambe le coalizioni. 
Il 24 maggio 1915 fu dichiarata la guerra all’Austria – Ungheria (alla Germania la dichiarazione di guerra italiana arriverà solo nell’agosto dell’anno successivo). Migliaia di giovani vengono arruolati e mandati in trincea a combattere contro l’Austria, il nemico “storico”. Il “generalissimo” Luigi Cadorna, aveva avuto sui generali degli altri paesi un vantaggio considerevole: aveva potuto assistere da spettatore alle azioni e agli errori altrui, ma non imparò nulla. Uomo di forte carattere e di indubbia dirittura morale, ma anche di arida durezza, Cadorna insistette nella sua teoria dell’ “attacco frontale”. Fu uno dei molti generali “macellai” dei quali la Grande Guerra ci ha lasciato il ricordo. Centinaia di migliaia di combattenti vennero immolati, sul Carso come a Verdun, in demenziali assalti. 
I fanti si batterono spesso con eroismo pur senza capire, almeno moltissimi, e senza sapere. La guerra ebbe alte note epiche e crudeltà ignominiose, come la decimazione dei reparti accusati di viltà. In una di quelle decimazioni fu mandato al muro un italiano del Sudamerica che era venuto volontario a combattere. Tra la fine di ottobre e il novembre 1917 si abbattè sull’esercito di Cadorna la sciagura di Caporetto, ossia l’annientamento della poderosa II Armata del generale Capello a opera di alcune divisioni tedesche. 

Congiurarono per determinare il disastro, incredibili errori, leggerezze, incomprensioni: di Cadorna, di Capello, di Badoglio che era un generale di buone capacità ma che nelle emergenze perdeva la testa (lo si vide a Caporetto, lo si vide l’8 settembre 1943). Dal disastro si salvò, anche perché l’attacco e lo sfondamento erano avvenuti altrove, la III Armata comandata dal Duca d’Aosta Emanuele Filiberto, cui restò il soprannome di Invicta. In un convegno a Peschiera con i governanti alleati, il re Vittorio Emanuele III, che era sempre stato al fronte senza mai interferire sulle strategie di guerra, fece finalmente sentire la sua autorità, assicurando che gli italiani avrebbero tenuto sulla nuova linea difensiva del Piave e ricordando come anche gli altri eserciti dell’Intesa avevano ottenuto analoghi insuccessi. 

Infatti tennero i reparti affidati al generale Armando Diaz: un generale bonario che considerava i soldati uomini e non docili strumenti di “presunte” idee strategiche. Accanto a Diaz, come testa pensante, fu posto proprio Badoglio, professionista del galleggiamento. Le pagine che lo riguardarono sparirono poi nella redazione della commissione d’inchiesta sul disastro. Diaz e il presidente del Consiglio Vittorio Enanuele Orlando, un napoletano e un siciliano, poterono vantare i meriti della battaglia del Piave e della vittoria che venne nel novembre del 1918, e che era costata all’Italia 600.000 morti, 900.000 mutilati, un milione di feriti e grandi danni economici e sociali. 
Il 24 ottobre 1917 fu una delle pagine più tristi per l’Italia nella Prima guerra mondiale fu quella della disfatta di Caporetto, nell’alta valle dell’Isonzo. Il fronte italiano venne sfondato dagli austriaci con l’aiuto dell’Armata del generale tedesco Von Below, ed i soldati italiani arretrarono le posizioni, prima sul Tagliamento e poi sul Piave. La disfatta di Caporetto verrà ricordata, in rapporto alla guerra, soprattutto per due altre vicende il cui impatto sul piano storico è stato ben maggiore. 

Gli Stati Uniti difatti, che non avevano mai nascosto le proprie simpatie per l’Intesa e per i sui “cugini” inglesi, l’8 Aprile dell’anno successivo, dichiararono guerra alla Germania e allestirono un poderoso esercito per lo sbarco in Europa. Era questa, anche se non lo si capì subito, la fine di ogni speranza per i tedeschi. Come sarebbe avvenuto anche nella Seconda guerra mondiale, il peso della giovane e possente America fece sentire il suo peso. In quello stesso anno, i tedeschi agevolarono il rientro del rivoluzionario Lenin in Russia, ritenendola matura per il passaggio ad un regime bolscevico. Detronizzato l’inetto zar Nicola II, il debole primo ministro Kerenski tenne un’ombra di potere finchè con la Rivoluzione d’Ottobre i soviet leninisti si impadronirono del potere. Con la pace di Brest Litovsk la Russia usciva dalla guerra cedendo alla Germania la Polonia e l’Ucraina, entrando nelle convulsioni di una guerra civile. Ma la rivoluzione russa stava accendendo fermenti e speranze un po ovunque. 
La pace si prospettava amara e carica di rancori, non solo per i vinti ma anche per alcuni tra i vincitori, in particolare l’Italia. Tutti si ritrovarono con i lutti di una carneficina durata quattro anni, di fronte allo spettacolo di profittatori e imboscati che s’erano arricchiti mentre gli altri morivano. La delegazione italiana si era presentata a Versailles forte di quanto stabilito nel patto di Londra e poco contava la concessione della Dalmazia alla sovranità italiana, D’Annunzio e i nazionalisti reclamavano Fiume e al presidente americano non parve vero di dire: “Volete Fiume perché italiana in base al principio etnico? 

Allora ridiscutiamo ogni cosa azzerando il patto di Londra”. Orlando e Sonnino, stretti tra un’opinione pubblica infiammata ed il dilemma di Wilson non riuscirono a sciogliere utilmente, abbandonarono per qualche tempo la conferenza, ma vi ritornarono a capo chino. L’Italia non ebbe quanto garantito dal patto di Londra e la Iugoslavia non ebbe Fiume. La leggenda della “vittoria tradita” attecchì e crebbe, mentre in Germania dilagavano le frustrazioni, la rabbia, i tumulti, le insurrezioni operaie per il prezzo di sangue e per le mutilazioni territoriali derivanti da una guerra persa. Erano state poste le premesse per la nascita del fascismo e del nazismo. La conferenza per la pace tenuta a Versailles dovette tener conto dei nuovi nazionalismi balcanici, favoriti dal presidente degli Stati Uniti Woodrow Wilson.


Sezze, 30 marzo 2015

L’Addolorata e Maria Giacinta Pacifici De Magistris
Il culto dell’Addolorata, che la tradizione di Sezze ha consacrato e reso ogni Venerdì Santo per le strade del paese, è sempre stato vissuto dalla popolazione con particolare intensità sin dai tempi più remoti. Fu così che l’anno 1933 il setino Filiberto Gigli rimase singolarmente colpito da questo mistero di “Passione ”, e chiamò a raccolta i suoi concittadini per meglio potenziare il mistero, incentrato nel pianto del Gesù morto e della vergine Addolorata.

Così scriveva don Vincenzo Venditti, padre spirituale della Confraternita dei Sacconi in un articolo del mensile mariano “Madre di Dio” – anno 39° , n° 3 – marzo 1972, : “..il sacro mistero si snodava per le vie del paese tra il silenzio notturno, rischiarato dalle torce a vento, e gli animi rabbrividivano di sacro terrore al passaggio della salma di Gesù adagiata su semplice bara, mentre grida laceranti di donne accorate facevano corona alla statua benedetta dell’Addolorata, cui seguiva dietro immensa commozione di popolo di ogni ceto e condizione sociale. Dopo la seconda metà del Settecento anche la Confraternita dei Sacconi incappucciati, che aprivano la processione con il ritmo cadenzato del “ Miserere”, e i teschi e le ossa umane tra le mani, vennero ad aggiungere la lugubre nota di pianto, raccolta e potenziata dallo “Stabat Mater” che s’innalzava a tratti dal coro dei “penitenti”, quasi tutti a piedi nudi, e i più trascinanti catene. E poderose catene ricingevano le caviglie di alcuni Confratelli della “Morte”, che, celati in nero sacco, reggevano sulle spalle tre pesanti croci. Ma l’anima di tutto il movente devozionale rimaneva, con la bara di Gesù morto, il culto dell’Addolorata, onorata a tutt’oggi con la rievocazione dei dolori; ma soprattutto nella notte della Passione da tutta l’anima del popolo, che s’effondeva in un pianto interrotto, finchè il sermoncino finale, alle soglie della Chiesa, non rasserenava nell’aspettazione della prossima Resurrezione…” 
Fu in virtù di questa venerazione che la nobildonna setina Maria Giacinta Pacifici De Magistris (1760 – 1825), consorella della Confraternita del Sacro Cuore di Gesù detta dei Sacconi, regalò alla Madonna dell’Addolorata i suoi lunghi capelli, che ancora oggi si possono intravvedere sotto il manto nero che l’avvolge sino ai piedi, insieme ad una sottana finemente ricamata e ad una corona in cui fu inciso il suo nome. Poco è stato scritto sul carattere pio e religioso di questa donna e del legame che la univa alla Confraternita del Sacro Cuore di Gesù, della quale il padre, Gioacchino, fu uno dei fondatori oltre che priore , sì da dare alla figlia il nome della patrona del pio sodalizio, la Beata Giacinta Mariscotti ( beatificata nel 1726 e santificata nel 1807).
Anche lei, devota a questa santa, entrò nella Confraternita del Sacro Cuore di Gesù il 10 marzo 1780, a soli venti anni, assumendo il nome di Suor’ M. Giacinta della Beata Giacinta Mariscotti. 
Torna ad onore e vanto della Confraternita, aver avuto per consorella una donna così grande, generosa e pia, tant’è che ancora oggi i confratelli tramandano il gesto d’amore che compì nei confronti della Madonna dell’Addolorata nella chiesa di S. Pietro. 

Anche il pianto lacerante delle pie donne, che nella processione del Venerdì Santo fa da corona all’Addolorata, si dice sia stato voluto, o quanto meno perfezionato dalla stessa nobildonna, che fece istruire alcune donne del paese in un corso di canto, tenuto nel suo palazzo (l’attuale palazzo comunale). 
Maria Giacinta Pacifici, vedova senza figli del cav. Superio De Magistris, è senza dubbio la donna più importante della storia millenaria di Sezze. I proventi del suo “ nuncupativo testamento”, raggruppante gli ingenti patrimoni di tre nobili famiglie, Pacifici, De Magistris e Valletta, avrebbero dovuto essere utilizzati per il funzionamento di ben tre istituti scolastici, uno per gli uomini, uno per le donne ed uno come Scuola d’Arti e Mestieri, ma gli eventi che seguirono lo permisero solo in parte.
Nuovi studi fanno ritenere che M. Giacinta, per raggiungere con più tranquillità il nobile fine dell’istruzione, avrebbe preferito fare testamento alla Confraternità dei Sacconi, piuttosto che al Comune. Così non fu, perché la Regola della Confraternita vietava e vieta tuttora il possesso di beni immobili, ma la nobildonna vi fece ugualmente ricorso, nominando nel testamento come primi amministratori e garanti del lascito, quattro suoi confratelli che troviamo iscritti nel Libro della Ven.Confraternita dei Sacconi, anno 1767, custodito nell’Archivio Capitolare della Cattedrale, con i seguenti nomi:  Frà Simone di S. Domenico Fasci, Frà Tommaso della S. Veronica Iucci, Frà Gaetano di S. Angelo Arciprete Sodi (della Basilica di S. Maria) Frà Giuseppe di San Lorenzo canonico De Angelis (della Collegiata di S. Rocco). Anche il notaio, Antonio Demenica, al quale aveva affidato il testamento cinque anni prima di morire, è nel novero dei confratelli del Sacro Cuore di Gesù con il nome di Frà Antonio di S. Girolamo Emiliani Demenica


Sezze, 27 febbraio 2015

L'Edicola votiva della Madonna del Sacro Cuore in via San Carlo

Le edicole votive derivano dall’usanza pagana di porre le immagini dei Lares, gli dei tutelari della casa, nelle cosiddette “aedicula” (diminutivo di aedes, “tempio”) cioè in delle nicchie appositamente erette negli androni delle case, nelle strade, nei vicoli, nelle periferie e nelle strade di campagna. Con l’affermarsi del cristianesimo le immagini pagane furono sostituite da quelle cristiane, in particolare della Madonna, la figura più adorata dalla devozione popolare. Vi sono esempi sia nel centro storico che nella vallata di Suso, dove sono chiamate “cone”. Scomparse invece del tutto nel Campo inferiore, ma ricordate dalla toponomastica di alcune strade vicinali antiche (ad esempio Via Cona del Valico, strada Cona del Pozzo ecc.) e dalla storia di Giuseppe Ciammarucone, che nella sua Descrizione della città di Sezze, del 1641, ricorda (pag. 63) l’icona della Vergine presso ”il fonte dell’Acquaviva, che stando dipinta sopra d’un pezzo di ruinosa conicella, si compiace di far mille grazie a noi mortali, come ben l’attestano li voti d’ogni intorno al sacro Tempio appesi”.

Le edicole votive nel centro storico di Sezze, giunte sino ai nostri giorni, sono in tutto una decina. Gli abitanti le chiamavano “ le madonnèlle”, per via della raffigurazione della Madonna, cui hanno sempre avuta grandissima venerazione, testimoniata peraltro dal gran numero di chiese erette in Suo onore: la Cattedrale di S. Maria, la Madonna delle Grazie, la Madonna della Pace, dell’Appoggio, della Neve ed altre di cui si sta perdendo memoria. Tra le edicole del centro storico ve ne sono due, in particolare, che si distinguono dalle altre, perché in esse è raffigurata la Madonna del Sacro Cuore. Sono la testimonianza di un’antico culto, di cui troviamo traccia per la prima volta nel 1640 a Napoli, nella confraternita del Cuore di Maria, fondata dal gesuita S. Giovanni Eudes, che diffuse la devozione al Sacro Cuore di Gesù. A Sezze, tale devozione la ritroviamo nella Venerabile Confraternita del Sacro Cuore di Gesù detta dei Sacconi, fondata nel 1745 dal missionario S. Leonardo da Porto Maurizio, e nella spiritualità di S. Ignazio di Loyola, che aveva il suo centro di irradiazione nel locale collegio dei padri gesuiti, presso la Chiesa di S. Pietro, sede anche della Confraternita.

   La Confraternita in occasione del restauro del dipinto dei Santi Cosma e Damiano - 8 giugno 2013
Una di queste edicole dedicate alla Madonna del Sacro Cuore la troviamo al numero civico 7 di Via S. Carlo, quasi alla confluenza con via Roma, nell’androne delle scale di quella che fu la casa di famiglia del vescovo di Bagnoregio (VT), Ercole Boffi, che la abitò sino al 1898; l’altra si trova in via Matteotti, in prossimità della chiesa del Bambin Gesù, nella casa del canonico Silvestri, che si affaccia anche su Vicolo della Tinta. Tanto il Silvestri quanto la famiglia Boffi ebbero una particolare devozione per il Sacro Cuore, anzi, quest’ultima famiglia ha onorato con il suo nome, e per secoli, la Confraternita del Sacro Cuore di Gesù, come risulta dai registri conservati nell’Archivio Capitolare di S. Maria e come testimonia ancora l’edicola nell’androne della sua casa. 
Anche per tale sua devozione il vescovo Boffi era iscritto nella Confraternita del Sacro Cuore, assieme al papà Leonardo e alla mamma Maddalena Lupoli; il suo nome compare nel “Libro della Ven.le
Confraternita dè Sacconi – Anno 1767” con il nome di Frà Ercole di S. Ignazio di Loyola = Boffi.

La Confraternita sfila per le vie del paese in occasione della processione del Venerdì Santo

Nel 2000 il Centro Studi San Carlo da Sezze, attraverso un progetto patrocinato dalla Regione e dal Comune, eseguì il censimento delle edicole in tutto il territorio, in particolare nel centro storico, dove eseguì il restauro di cinque edicole votive, tra cui le due che raffigurano la Madonna del Sacro Cuore. Lo ricorda il Quaderno “Sezze attraverso le edicole votive tra arte, cultura e tradizione” ideato e realizzato per l’occasione da Rita Berardi e gruppo di lavoro, tra cui d. Massimiliano Di Pastina e il prof. Luigi Zaccheo. Di seguito uno stralcio di quanto riportato a pag. 11 dal Quaderno sull’edicola della Madonna del Sacro Cuore di Via S. Carlo - inizio Porta Gioberti: 
“L’edicola è architettonicamente inserita sul cantone del palazzo fine Settecento inizio Ottocento in una delle strade più antiche del paese. Testimonianza di un ex voto degli antichi proprietari, probabilmente l’antico dipinto è andato perduto e da supporre la commissione agli stessi proprietari riconducibili al Vescovo Ercole Boffi. La stampa, originale per i tratti delicati del viso della Madonna, potrebbe appartenere alla serie di stampe presenti nei confessionali della chiesa della Madonna delle Grazie del cimitero.

La Confraternita nella Cattedrale di Sezze saluta le reliquie di San Carlo - 1 novembre 2013

 Tuttavia si evince che l’originale in bianco nero sia stato presumibilmente ridipinto con colori a tempera la cui tonalità, del blù e del giallo sono presenti nelle decorazioni sia della chiesa del cimitero che nel soffitto della chiesa di San Pietro. L’autore è sconosciuto ma potrebbe essere lo stesso Vincenzo Albanesi o qualche giovane aiutante nei lavori di restauro decorativo delle chiese. L’abito bianco e il manto azzurro, il capo lievemente reclinato con gli occhi verso il basso sono classici della Madonna del sacro Cuore, che ritroviamo poco più avanti in via Giacomo Matteotti.”

La Confraternita sfila per le vie del paese in occasione della festa dei Santi Patroni - 2 luglio 2013


Sezze, 11 febbraio 2015

Il fenomeno del brigantaggio a Sezze

Durante il brigantaggio pre-unitario vi furono due episodi che scossero enormemente la città di Sezze, il rapimento del cav. Superio De Magistris nel 1812, ad opera del brigante Pasquale Tambucci detto “i matto”, e il sequestro nel 1849 dell’avvocato Leonardo Boffi per opera di ignoti delinquenti. 
Il cav. Superio De Magistris era uno degli uomini più ricchi del paese, rapito dai briganti e condotto alla Sedia del Papa, ebbe salva la vita dietro pagamento di un riscatto, dapprima di 5000 scudi d’argento e poi, non contenti i banditi, di altrettanti scudi d’oro. Il cav. De Magistris non era molto ben visto dai sezzesi, aveva fama di “uomo senza pieta” e quando venne rapito vi fu addirittura chi ne gioì. Era sposato con una donna pia ed altrettanto ricca, Giacinta Pacifici, che alla morte, forse per riscattare la memoria del marito, non avendo eredi lasciò l’ ingente patrimonio di famiglia al Comune di Sezze, per l’educazione dei giovani e l’istituzione di scuole pubbliche. Per la storia, la famiglia Pacifici aveva lo ius padronato sulla chiesa di S. Anna, e Giacinta era iscritta alla Confraternita del Sacro Cuore di Gesù detta dei Sacconi bianchi, con il nome di Suor Maria Giacinta della Beata Giacinta = De Magistris. Il padre, Gioacchino, ne era stato priore.
Una sorte tragica toccò invece a Leonardo Boffi “esimio uomo forense” nonché grosso proprietario terriero. Leonardo era un uomo pio e generoso, compiva opere di bene attraverso la Venerabile Confraternita del Sacro Cuore di Gesù, in cui era iscritto sin dal 1811 con il nome di Frà Leonardo della Beata Veronica ; era padre del futuro Vescovo, Ercole Vincenzo Boffi, anche lui devoto al Sacro Cuore e confratello nella stessa Confraternita del padre, con il nome di Frà Ercole di S. Ignazio di Loyola. Nel febbraio del 1849, primi giorni di vita della seconda Repubblica Romana, Leonardo Boffi fu rapito da alcuni malviventi insieme alla moglie, Maddalena Lupoli, conosciuta in paese come “Sòra Maddalena Boffi” e condotti alla Macchia di “San Lorenzo”, oggi Comune di Amaseno, in una zona franca infestata da briganti, tra lo Stato Pontificio ed il Regno di Napoli. Anche la signora Maddalena era iscritta alla Confraternita del Sacro Cuore di Gesù sin dal 1818, con il nome di Suor Maddalena di S. Anna. Il povero Leonardo, a forza di suppliche ai malviventi e promesse di un riscatto maggiore, riuscì a far liberare la moglie, ma non ci fu nulla da fare per lui. 

Nonostante avesse pagato un enorme riscatto per aver salva la vita, fu barbaramente ucciso ed il cadavere fatto a pezzi, forse per depistare i sospetti e le indagini verso i briganti. Di fronte a questo efferato assassinio il paese ne rimase sconvolto. Si era nel periodo in cui intere famiglie lasciavano la Val Comino per stabilirsi nella vallata di Suso, alla ricerca di migliori condizioni di vita, e si vociferò che tra i complici del delitto vi potessero essere alcuni “immigrati susaroli”, dipendenti dell’azienda agricola di Leonardo Boffi, associati ad elementi poco raccomandabili della loro terra d’origine. Si disse che essendo stato pagato il riscatto con moneta della neonata Repubblica Romana, com’era evidente che fosse data la somma ingente, questa non fu accettata dai banditi, che provenendo dal Regno di Napoli, non la conoscevano e credettero di essere stati imbrogliati con monete false o difficilmente scambiabili. Da qui la reazione violenta e scomposta. La signora Maddalena non sopravvisse allo spavento e al dolore per la tremenda fine del marito, si ammalò gravemente, e nel girò di qualche anno morì. Il figlio Ercole, aveva appena compiuto i vent’anni; né il padre né la madre lo videro ordinato presbitero nel 1852 e men che mai vescovo di Bagnoregio nel 1884, dove morì il 16 maggio 1896, rimpianto da tutti.

Nella stampa sotto Gasbarrone ferma Massarone che sta per uccidere un seminarista a Terracina


Sezze, 2 febbraio 2015

I Santi nella Grande Guerra

Alla morte di Pio X, che aveva appena fatto in tempo ad udire “i cannoni di agosto”, fu eletto papa nel 1914 Benedetto XV. La Grande Guerra era appena agli inizi ed il Papa, nel tentativo di scongiurarla, si rivolse alla comunità cattolica mondiale con l’esortazione apostolica Ubi Primum, esprimendo orrore ed amarezza per gli effetti della guerra.

Tra gli opposti schieramenti vigeva la convinzione che la guerra si sarebbe conclusa in pochi mesi, ma non fu cosi. Il conflitto si estese subito ovunque; tanto che, il Belgio che era neutrale, fu invaso dai tedeschi per essersi opposto al passaggio delle loro truppe nel suo territorio. La battaglia della Marna, che fermò l’avanzata tedesca, segnò il punto dove le speranze di una guerra breve svanirono di fronte a una guerra di posizione e di trincea. 
Nel novembre del 2014, Benedetto XV, pubblicò la sua prima enciclica Ad Beatissimi Apostolorum, rivolgendosi sia ai cattolici sia alle “altre pecore che non sono di quest’ovile” insistendo sulla rigorosa condanna della guerra e sul dovere della pace, usando non poche espressioni negative per descriverne la natura e le nefaste conseguenze: “Il tremendo fantasma della guerra domina dappertutto, e non v’è quasi altro pensiero che occupi ora le menti dei regnanti. Nazioni grandi e fiorentissime sono là sui campi di battaglia e si azzuffano in gigantesche carneficine. Nessun limite alle rovine, nessuno alle stragi: ogni giorno la terra ridonda di nuovo sangue e si ricopre di morti e feriti” . 
Ma la Santa Sede aveva sui cattolici una giurisdizione solo spirituale, e benché Italia e Francia fossero profondamente cattoliche, erano in pugno a minoranze anticlericali. Il clero era obbligato, come tutti gli altri, alla leva militare e solo quando le cose volsero al peggio, fu permessa tra i soldati la presenza di preti cappellani. Ma questo fu grazie solo all’ostinazione dei comandanti in capo, il francese Foch e l’italiano Cadorna, entrambi molto religiosi. Il primo, addirittura, fece consacrare l’Armée al Sacro Cuore, cosa che peraltro i suoi soldati stavano facendo ognuno per conto loro nell’ora più buia del conflitto. Sta di fatto che qualche settimana dopo che l’armata di Francia si era consacrata al Sacro Cuore, la Germania chiese l’armistizio. Non così era per l’Italia, il cui ministro degli esteri italiano, Sidney Sonnino, era ebreo e fanatico anticlericale, e gli alleati, Inghilterra, Stati Uniti, Russia, antipapisti. Eppure, più tardi ci furono due Servi di Dio, il barnabita Giovanni Semeria e Agostino Gemelli, che allora era ufficiale: insieme promossero la consacrazione dei soldati al Sacro Cuore. L’unico governo ufficialmente cattolico era quello austriaco. L’imperatore Carlo I, che poi fu beatificato, si batté inutilmente per la pace a fianco del papa, per una guerra che non aveva voluto ma solo ereditato.
L’Italia entrò in guerra il 24 maggio 1915 e i cattolici, pur contrari all’intervento, fecero il loro dovere come gli altri. Preti e i religiosi furono costretti ad indossare la divisa e fu già tanto se a molti di loro fu concesso il privilegio di servire la causa della guerra curando i feriti, senza dover impugnare le armi. Il generalissimo Luigi Cadorna fece in modo che dei venticinquemila sacerdoti arruolati, venisse estratto un corpo di 2.400 cappellani militari, comandati da un “ordinario castrense”, cioè un vescovo inquadrato col grado di generale. Non pochi tra i preti-soldati vennero decorati al valor militare , tra essi don Giovanni Minzoni, poi vittima di un agguato squadrista, ebbe una medaglia d’argento. E non pochi combattenti cattolici di quella guerra, anche laici, furono in seguito elevati dalla Chiesa agli onori degli altari. 
Laico era anche San Riccardo Pampuri, che a quel tempo meritò una medaglia per un’azione eroica durante la disastrosa ritirata di Caporetto. E pure Padre Pio dovette entrare in guerra, sebbene fosse già frate. Non aveva ancora le stimmate, ma era talmente malato che, alla visita, il medico militare lo definì un “morto ambulante”. Era stato dichiarato “disertore” perché non si era presentato spontaneamente; le sue febbri misteriose facevano scoppiare i termometri e ciononostante mandarono i carabinieri a prelevarlo; la Patria non voleva sentire ragioni e il cappuccino finì in uniforme. Per le sue condizioni lo misero a fare l’infermiere, ma ben presto si accorsero che il malato era lui, e lo rimandarono in convento. In quella guerra c’era anche il futuro Giovanni XXIII, il papa buono, che fu prima sergente di fanteria e poi cappellano nell’ospedale militare di Bergamo. 

Così annotò nel suo diario: “Di tutto sono grato al Signore, ma particolarmente Lo ringrazio perché a vent'anni ha voluto che facessi il mio bravo servizio militare e poi durante tutta la Prima Guerra Mondiale lo rinnovassi da sergente e da Cappellano”. 
Come non ricordare in quella guerra Vincenzo Lojali, capitano degli Arditi, due medaglie d’argento, una di bronzo e due encomi solenni al valor militare; la notte di Natale del 1916 fece intonare in trincea “Tu scendi dalle stelle”, gli austriaci risposero in coro “Stille Nacht” e fu tregua natalizia. Ferito in azione e rimasto zoppo, si fece sacerdote e nel 1938 divenne vescovo di Amelia. La sua cospicua pensione andò tutta a beneficio dei poveri. Una volta il Re, vedendolo sfilare con le decorazioni sul petto, infranse il protocollo per stringergli la mano. 

Un altro cappellano beato è Giulio Facibeni, medaglia d’argento al valore. A conflitto finito fondò l’Opera Madonnina del Grappa per gli orfani di guerra. Scrisse: “Deporre l'abito talare per indossare la veste del soldato non era neanche un'interruzione del ministero sacerdotale; un po' di quella misteriosa relazione che intercorre tra la vita del sacerdote e quella del soldato, ambedue impegnati in questo dono di sé per i fratelli, fino alla immolazione suprema”.   

Nelle foto sotto Angelo Giuseppe Roncalli, futuro Papa Giovanni XXIII e Francesco Forgione, Padre Pio

 


Sezze, 13 dicembre 2014

Lo scandalo della collana
È un fatto misterioso, ma realmente accaduto che alla vigilia della rivoluzione francese coinvolse la regina Maria Antonietta di Francia. L'episodio, che ha ispirato diversi best sellers e un paio di films, è considerato come uno di quelli che hanno maggiormente disilluso la popolazione di Francia verso la monarchia, conducendola alla rivoluzione. La collana, protagonista dello scandalo, era stata creata da due gioiellieri parigini, che per anni avevano collezionato pietre preziose con l'idea di venderle, dopo averle trasformate in un collier, alla contessa Du Barry, favorita del re Luigi XV. Dopo la morte del Re, nel 1774, i gioiellieri pensarono di offrirla alla nuova regina Maria Antonietta. Il suo costo era di 1.600.000 livres, pari a circa 500 kg d'oro.
Nel 1778 Luigi XVI offrì il gioiello alla Regina, sembra però che la donna lo abbia rifiutato, dicendo di preferire che quei soldi venissero investiti diversamente; secondo altri invece, pare che sia stato Luigi XVI a cambiare idea. Fatto sta che non se ne fece nulla. Ma i gioiellieri, lungi dal rinunciare al loro progetto, dopo la nascita del secondogenito del re, il delfino Luigi Giuseppe (1781), nel tentativo di sfruttare a loro vantaggio l'ondata emozionale dei regnanti, provarono nuovamente a vendere la collana a Maria Antonietta, ma la sovrana rifiutò ancora una volta. 

A questo punto entra in scena la contessa Jeanne Saint-Rémy de Valois, moglie del conte Nicolas De La Motte, che aveva un solo obiettivo, quello di riappropriarsi del titolo e dell'eredità dei Valois, famiglia regnante francese dal Trecento sino alla fine del Cinquecento. Per raggiungere questo scopo Jeanne era disposta a tutto, anche a fingersi confidente della Regina e ad architettare un'audace cospirazione alle sue spalle, con la complicità del marito, il conte De la Motte, e con un piano diabolico per guadagnare denaro e potere grazie alla collana. 
La contessa Jeanne de Valois, per ordire il suo piano, entrò in contatto nel 1784 con il cardinale Louis Francois Auguste Di Rohan, ex ambasciatore a Vienna. Ella sapeva che la regina Maria Antonietta non vedeva di buon occhio il cardinale poiché costui, a suo avviso, aveva raccontato alcuni suoi segreti all'imperatrice d'Austria Maria Teresa, sua madre. Inoltre, la Regina aveva sentito di una lettera in cui il cardinale parlava di sua madre in una maniera leggera ed offensiva.

Il cardinale Rohan, aspirando alla carica di Primo Ministro di Francia, stava cercando di riconquistare una buona reputazione agli occhi della Regina. La contessa jeanne Valois, fingendosi confidente di Maria Antonietta, lo convinse di avere la strada tutta in discesa, poiché grazie a lei godeva già del favore della Regina. Il cardinale pensò di approfittare di questa preziosa amicizia offerta dalla contessa, che tra l’altro gli aveva promesso di fare da tramite per una eventuale segreta corrispondenza tra lui e Maria Antonietta. Iniziò così un finto scambio di lettere tra il cardinale di Rohan e la regina Maria Antonietta, orchestrato dalla contessa Jeanne Valois de la Motte. Il tono delle lettere divenne sempre più caldo, finché il cardinale, convinto che la Regina fosse innamorata di lui, chiese un appuntamento segreto. L'incontro ebbe luogo nell'agosto del 1784 nel giardino di Versailles, ma all’appuntamento la contessa Jeanne de Valois inviò una prostituta che somigliava molto alla Regina, tale Nicole Leguay D'Oliva, che si finse Maria Antonietta, promettendo al cardinale di dimenticare tutte le incomprensioni che c’erano state nel passato. 

Lo scopo di Jeanne Valois era quello di impadronirsi del denaro che spillava al cardinale, facendogli credere che fosse destinato alle opere di carità della Regina. Tramite questi soldi, Jeanne poté ritagliarsi un suo ruolo nell'alta società francese del tempo, e molta gente credeva davvero alle sue millantate relazioni con Maria Antonietta. D'altronde, la questione è ancora aperta, perché molti storici non escludono che la Regina abbia potuto impiegare la contessa nel raggiungimento di qualche scopo, ad esempio quello di mandare il cardinale in rovina. Ad ogni modo, ecco che rientrò in campo la famosa collana. I gioiellieri, credendo alle relazioni confidenziali tra le due donne, pensarono di usare la contessa Janne de Valois de la Motte per vendere la collana alla regina Maria Antonietta. Il 21 gennaio 1785 la contessa annunciò ai gioiellieri che la Regina avrebbe acquistato la collana, ma che, per via del costo elevato del gioiello, non lo avrebbe fatto apertamente, bensì tramite un intermediario. 

Fu il cardinale de Rohan a trattare il prezzo della collana, che fu acquistata per 1.600.000 livres pagabili a rate. Affermando di essere stato autorizzato da Maria Antonietta, mostrò ai gioiellieri le condizioni dell'accordo, scritte a mano e firmate dalla Regina. Il cardinale portò a casa della contessa la collana, che un uomo, in cui de Rohan disse di riconoscere un valletto del Re, venne a prendere. Pare che il conte de la Motte, marito della contessa Jeanne de Valois, sia partito poco dopo per Londra, portandosi dietro la collana, di cui avrebbe venduto i diamanti. Al momento del pagamento, Jeanne Valois portò ai gioiellieri una nota del cardinale. Ma questo non bastò, e uno di loro andò a lamentarsi dalla Regina, che si disse all'oscuro di tutta la vicenda, affermando di non aver mai acquistato la collana in questione. Ne seguì un colpo di scena. Il 15 agosto 1785, giorno dell'Assunzione, mentre tutta la corte aspettava il Re e la Regina per recarsi alla cappella, il cardinale, che si preparava alla funzione, fu arrestato nella famosa Galleria degli Specchi di Versailles e portato alla Bastiglia. Rohan, riuscì comunque a distruggere quella che credeva essere la sua corrispondenza segreta con la Regina, e non è dato sapere se questo sia avvenuto con la complicità degli ufficiali, che non l'avrebbero impedito per evitare scandali. 

La contessa invece fu arrestata il 18 agosto, dopo aver distrutto tutto il materiale compromettente.
La polizia cominciò a lavorare per catturare i complici e furono arrestati anche Nicole Leguay d’Oliva, la prostituta sosia di Maria Antonietta, un certo Rétaux de Villette, amico della contessa e reo confesso di aver scritto le lettere a Rohan col nome della Regina, firmando per lei le condizioni dell'accordo. Anche il conte Cagliostro venne arrestato dalla polizia, ma fu riconosciuto innocente. L'unico che rimase a piede libero fu il conte de la Motte, essendo fuggito in Inghilterra, da sempre territorio nemico per la Francia. Il cardinale accettò che fosse il Parlamento di Parigi a giudicarlo. Il 31 maggio del 1786 ne risultò una sentenza sensazionale: Rohan fu assolto, mentre la contessa Jeanne Valois de la Motte fu condannata a essere flagellata, marchiata e rinchiusa nella prigione delle prostitute e manicomio, la Salpêtrière. Suo marito, assente, fu condannato alla galera a vita. Villette, infine, fu bandito, mentre la prostituta Nicole Leguay d’Oliva fu assolta.
L'opinione pubblica fu molto eccitata da questa sentenza. La maggior parte degli storici giungono alla conclusione che Maria Antonietta sia stata relativamente innocente, che il cardinale di Rohan fosse un povero ingenuo e che i coniugi de la Motte agissero in modo ingannevole, ognuno per i propri scopi. Questa fu anche l'opinione del Parlamento, anche se esso non si pronunciò sulla Regina. Molta gente continuò a pensare che Maria Antonietta avesse usato la contessa per soddisfare il suo odio verso il cardinale di Rohan. La delusione che Maria Antonietta manifestò per l'assoluzione del cardinale e il fatto che egli, dopo aver perso le sue cariche, venne esiliato nell'abbazia di la Chaise-Dieu, contribuirono a rafforzare questa idea. La contessa Jeanne Valois riuscì a scappare dal carcere la Salpêtrière, e questo creò il sospetto che la Corte l'avesse aiutata; l'assoluzione di Rohan spinse molti a credere che la Regina fosse in torto. Tutto ciò contribuì molto ad accrescere l'impopolarità di Maria Antonietta. La contessa Jeanne Valois de la Motte si rifugiò a Londra, dove pubblicò le sue Mémoires, nelle quali accusava la Regina. 
Lo scandalo della collana di diamanti ebbe un ruolo importante negli anni che precedettero la rivoluzione, perché contribuì a screditare la monarchia francese. Maria Antonietta era una figura impopolare, e i pettegolezzi salaci sul suo conto la resero più che un peso alla figura del marito. Non riuscì mai a scrollarsi di dosso l'immagine di una donna che era stata capace di perpetrare una frode multimilionaria per i suoi scopi politici. Il fatto che circolassero voci sulla sua vita sessuale e sulle beghe riguardanti la collana, non la avvicinò certo al popolo. Inoltre, lo scandalo spinse Luigi XVI ad avvicinarsi alla moglie, il che non lo aiutò a risolvere i successivi dilemmi politici. Dopo la deposizione, l'arresto e l'instaurazione della Repubblica, fu giudicato colpevole di alto tradimento dal tribunale rivoluzionario, venne condannato a morte e ghigliottinato il 21 gennaio 1793. Maria Antonietta seguì la stessa sorte il 16 ottobre dello stesso anno.


Sezze, 21 ottobre 2014

I Butteri

A Sezze erano chiamati “uttéri ” (ragazzi), ma con tale termine dialettale venivano intesi tutti gli addetti al governo del bestiame allo stato brado, in grado di cavalcare. Pochi conoscevano veramente le arti del buttero, come la cattura con il lazo di bovini ed equini allo stato brado, la “merca” del bestiame, la doma dei cavalli, tutte cose che non si potevano improvvisare ma che richiedevano una lunga e comprovata esperienza. A Cisterna divenne famoso il buttero Augusto Imperiali, che vinse il cow boy americano Buffalo Bill, in una sua tournée in Italia. Buffalo Bill giunse in Italia la prima volta nel 1890, sbarcando a Napoli dove fece i primi spettacoli, quindi la carovana si spostò verso Roma fermandosi nella zona di Cisterna di Latina, ove a seguito di una discussione col duca Onorato Gaetani sulle abilità dei suoi butteri di domare e cavalcare i cavalli, sfidò i butteri a sellare e cavalcare alcuni puledri americani, senza essere sbalzati dalla sella, nell'arena dello spettacolo circense Wild West Show. A capo di un gruppo di nove compagni, Imperiali, l'8 marzo 1890 a Prati di Castello (Roma), vinse la sfida lanciata da Buffalo Bill.
La gran massa dei butteri era composta da ragazzi (per questo chiamati “utteri”), spinti al lavoro dalla necessità all’età di sette otto anni, senza aver mai frequentato la scuola o al massimo dopo aver ripetuto più volte la prima o la seconda elementare. La loro vivacità giovanile si abbrutiva con la vita di campagna e di palude, dove permanevano tutta la settimana, isolati e tagliati fuori da ogni mezzo di comunicazione, in quei tempi piuttosto carenti anche nelle città. La cura del bestiame richiedeva un impegno continuo ed orari di lavoro estenuanti dall’alba sino tramonto, a volte persino di notte, quando lo richiedeva l’emergenza (fuga di buoi, parti, lupi, alluvioni, ecc) . Il loro compito era quello di “ngarrare” il bestiame ai pascoli delle riserve, custodirlo per evitare che sconfinassero nei seminativi di grano, portarlo ad abbeverare alle sorgenti, condurle la sera al recinto (arrestrègne i bovi) per la mungitura, assisterle nel parto. ecc. L’unico passatempo per questi giovani dall’animo semplice era nella capacità di inventare, raccontare, o semplicemente ascoltare ogni forma di volgarità capace di suscitare il riso dei compagni.
Ogni sabato pomeriggio era consuetudine che tornassero in paese per riscuotere la paga nei palazzi dei loro padroni, in tale occasione riempivano le osterie e le strade, dove si rovesciavano ubriachi cantando canzonacce, alla stregua dei Bravi del Manzoni, e finendo spesso in risse. Per tale motivo e perché non venissero molestate dagli “utteri”, era buona norma che le ragazze si rinserrassero nelle case e non uscissero per alcun motivo, tanto meno che si affacciassero alla finestra. 
Nella loro ignoranza, gli "utteri" erano capaci di comporre delle filastrocche, quasi sempre volgari ed irripetibili, per questo andate perdute senza rimpianto. Tuttavia, qualcuna tra le più “pulite “ è rimasta; ricordo un anziano buttero, che vantava di essere stato alle dipendenze di mio nonno, raccontarne una, che faceva riferimento alle osservazioni meteo, e in particolare a quelle che chiamava la “regola del tre”. E’ un peccato che ne ricordi solo l’ultima parte, tuttavia quel poco che mi è dato di ricordare recitava più o meno così: 
“ Uènto scilocco, tre ddì ti tocco,
nu salto fa i bbòuo e trè la uàcca, 
doppo trè nebbie ci v’è l’acqua, 
doppo tre bbaci…la patacca”

Conviene qui spiegarne il significato, ovvero, che i venti sciroccali toccano il volto dei butteri (e non solo il loro) per tre giorni, tale è infatti la loro durata, - che mentre il toro fa un solo salto per coprire una mucca, queste quando “vanno in amore “ lo manifestano giocando a saltarsi addosso tra loro almeno tre volte, - che tre giornate nebbiose terminano quasi sempre con una giornata di pioggia. L’ultima strofa si commenta da sé, e anche se può apparire un tantino cruda ed indecente, è giustificata perché completa “la regola del tre”

Enrico Coleman - Tempo piovoso - Campagna Romana


Sezze, 22 luglio 2014

In nome del popolo Francese

La sentenza che si riporta è un atto che risale all’occupazione francese dello Stato Pontificio, e alla proclamazione della breve “Repubblica Romana” (1798 – 1799), considerata dagli storici come sorella della rivoluzione francese. Le truppe napoleoniche guidate dal generale Berthier, avevano invaso Roma con il pretesto dell’uccisione del generale Duphot; di li a poco Pio VI sarebbe stato tradotto in esilio in Francia, dove perì; le chiese e il territorio depredati di numerosi tesori; la politica fiscale del governo francese si mostrò più oppressiva di quanto non fosse mai stata quella del governo pontificio. 

L’insieme di queste vicende scatenò una forte reazione del popolo, fedele alla propria religione e al proprio sovrano. I tumulti, partiti da Roma, si estesero ben presto in tutti gli angoli dell’ex Stato pontificio e sfociarono con l’abbattimento dell’albero della libertà, issato dai francesi in tutte le piazze. Al fianco del popolo in rivolta accorsero le truppe borboniche del Regno di Napoli, subito respinte dai francesi e da un distaccamento alleato di polacchi. A Sezze, secondo quanto riportato dal Lombardini (Storia di Sezze), alcuni cittadini più arditi mossero loro incontro, e celati dietro le siepi ed altri ripari della campagna, li accolsero a fucilate. Molti soldati caddero uccisi, in specie da un tal Giovanni Ceccano, che narrasi non tirasse un colpo in fallo, ma il numero e la disciplina prevalsero, e, fugati quei pochi, la truppa entrò in città, che sbigottita attendeva la vendetta del vincitore, che non si fece attendere. 

Fu ordinato il saccheggio della città, e, se questa si liberò da tanta iattura, dovette essere grata ai saggi e prudenti cittadini, poche ore innanzi ricercati a morte, i quali preso il comando militare poterono ottenere che quest’ordine venisse revocato. Si dovette però pagare una somma non mite, consegnare alcune argenterie della Cattedrale che non erano state nascoste e fra queste un artistico paliotto d’argento massiccio, e compensare con altrettanto argento il busto di San Lidano, che volentieri i cittadini somministrarono pur di non cederlo ai francesi. 
La repressione non fu di lunga durata, perché dopo poco tempo il cardinale Ruffo arruolò alcuni insorti napoletani, che capeggiati da Rodio e da fra Diavolo ( i Sanfedisti) giunsero a Sezze, commettendo lungo il loro cammino ogni sorta di atrocità. Cacciarono però i francesi e contribuirono alla liberazione dello Stato Pontificio ed al ripristino del potere temporale dei papi. Il Rodio pretese dal cessato municipio repubblicano di Sezze la somma di seimila scudi, ma si accontentò poi di molto meno.
Questa premessa si è resa necessaria per la conoscenza delle vicende storiche che precedettero la sentenza, tratta da “Collezioni di carte pubbliche, proclami, editti, ragionamenti ed altre produzioni tendenti a consolidare la rigenerata Repubblica romana – Tomo III – Roma 1798”. La sentenza è interessante perché conserva memoria di alcuni fatti e di alcuni personaggi della rivolta a Sezze. Non è comunque la sola, ve ne sono ancora altre, che riportano i nomi di Vincenzo e Raimondo Cardarelli, Filippo Maselli, Luigi Rocchi, tutti riconosciuti “non reo” e che ci inducono a pensare che i francesi si mostrarono con Sezze veramente magnanimi, contrariamente ad altri luoghi dove furono eseguite numerose sentenze di fucilazione. La Commissione Militare del Dipartimento del Circeo, riunita nella sala della Municipalità di Sezze era composta da: Mallard Aiutante Maggiore nella 12° Brigata di Fanteria di Battaglia Presidente, Gueny Capitano nella medesima mezza brigata, Vergne Sottotenente, Laforge Sottotenente, e Depuis Capo d’Alloggi, tutti e tre del 19 Reggimento dei Cacciatori a Cavallo. 

Relatore il cittadino Guiraud Sottotenente nel medesimo Reggimento.

n. 116
LIBERTA’                                                                 UGUAGLIANZA

S E N T E N Z A

Della Commissione Militare stabilita nel Dipartimento del Circeo.
In nome del Popolo Francese
Li 27 Vendemmiale Anno 7 Repubblicano
La Commissione militare, stabilita nel Dipartimento del Circeo in virtù dell’Articolo 5. Della legge dei 13 Termifero Anno 6 . sic. si è adunata in una delle Camere della Municipalità di Sezze ad oggetto di giudicare -Vincenzo Biasucci, accusato di essere stato uno dé Capi Autori Istigatori della ribellione di Sezze Dipartimento del Circeo contro l’Armata, e la Repubblica Francese, d’avere con le armi alla mano fatto battere la Cassa per radunare il Popolo, di averli detto di tranquillizzarsi perché era alla sua testa, di aver detto ai ribelli di andare a prendere il piombo, che era sulla Chiesa di S. Rocco della detta città di Sezze, di aver ordinato l’arresto del Cittadino Rauffi, Patriota di Sezze. -Saverio Biasucci , accusato di aver preso parte alla rivoluzione di Sezze Dipartimento del Circeo contro l’Armata, e la Repubblica Francese. – Giuseppe Biasucci, accusato di essere stato uno de’ Capi della rivoluzione di Sezze Dipartimento del Circeo contro l’Armata e la Repubblica Francese, di avere con altri due Notari pubblici sottoscritto, ed apposto il suo Sigillo di Notaro su di un atto, nel quale facevano dichiarare agli abitanti di Sezze, che si davano al Re di Napoli, e rinunciavano alla Repubblica Romana. – Antonio Valletta, accusato di avere unitamente con Giuseppe Biasucci sottoscritto, e posto il suo Sigillo di Notaro sopra di un atto, nel qualefacevano dichiarareagli abitanti di Sezze, che si davano al Re di Napoli, e rinunciavano alla Repubblica Romana.– Lidano Maria Degrandis, accusato di avere unitamente colli due Notari di sopra indicati fatto sottoscrivere, ed apporre il suo Sigillo di Notaro sopra di un atto, col quale facevano dichiarare agli abitanti di Sezze, che si davano al Re di Napoli, e rinunciavano alla Repubblica Romana.
Essendo stata aperta la Seduta, interrogati del loro nome, cognome, età, professione, luogo di nascita, e domicilio, hanno risposto chiamarsi il primo Vincenzo Biasucci di anni 48, vivendo delle sue entrate, e domiciliato a Sezze; il secondo Saverio Biasucci di anni 40, amministratore dei Beni del Comune di Sezze, nato e domiciliato in Sezze; il terzo Giuseppe Biasucci di anni 37, Notaro, e Procuratore nato, e domiciliato a Sezze; il quarto Antonio Valletta di anni 34, Notaro ed Avvocato, nato e domiciliato a Sezze; il quinto Lidano Maria Degrandis di anni 37, Notaro, nato e domiciliato a Sezze.
Dopo di aver istruito i detti accusati delle incolpazioni che loro si danno, e prove, che se recano, ed averlo fatto interrogare dal Presidente & c. la Commissione Militare dichiara alla maggiorità di quattro voti, che Vincenzo Biasucci, non essendo stato Capo della suddetta ribellione, che al contrario non ha cercato che a ricondurre il buon ordine, non è reo. Che Saverio Biasucci non è reo. Che Giuseppe Biasucci, essendo stato forzato, e minacciato di perdere la vita, se non sottoscriveva, ed apponeva il suo Sigillo sopra del suddetto atto, non è reo. Che Antonio Valletta, essendo stato costretto, come Giuseppe Biasucci, per forza a sottoscrivere, ed apporre il suo Sigillo sopra il sudetto atto, non è reo.
Onde la Commissione Militare dichiara, che i cittadini Vincenzo Biasucci, Saverio Biasucci, Giuseppe Biasucci, Antonio Valletta, e Lidano Maria Degrandis, sono assoluti delle accuse dirette contro di essi, ordina in conseguenza, che siano immediatamente in libertà & c.
Fatto, chiuso, e giudicato nella Seduta pubblica di Sezze nel giorno, mese, ed anno sudetto, ed i Membri della Commissione insieme col Relatore hanno sottoscritto la seguente Sentenza.
Per copia conforme = Guiraud Relatore
Vincenzo Biasucci, Saverio Biasucci, Giuseppe Biasucci, Antonio Valletta, e Lidano Degrandis sono stati messi in libertà alle ore tre doppo mezzogiorno.


Sezze, 12 giugno 2014

Forum Appii

Per lungo tempo, nonostante gli scritti, in particolare quelli di Orazio, si è contestata l’ubicazione del Foro Appio nel territorio di Sezze, ponendola nei pressi dell’abbazia di Fossanova. Di questa “pura fantasia” ristabilisce la verità storica nel 1641 il Ciammarucone, che con dovizia di argomenti dimostra in modo inoppugnabile come il sito fosse “dirimpetto a Sezza” (1)

Difatti, le vicende storiche di Foro Appio ( “Frappio” in gergo popolare) che conosciamo, sono legate alla realizzazione della via Appia e all’importanza che la “regina viarum” ha avuto attraverso i secoli. 
Le notizie circa la sua costruzione non sono molte, tuttavia Livio (2) ci dice che “ insigne in quell’anno (312 a. C.) fu la censura di Appio Claudio e di Claudio Plauzio, ma presso i posteri è il nome di Appio che fu di più fortunata memoria, perché costruì la Via e portò l’acqua all’Urbe: tali cose portò a compimento da solo, avendo l’altro rinunciato alla carica di censore”.
Era uso di allora intitolare una stazione al costruttore di una via romana e così è stato per “Forum Appii”. 
Lo troviamo infatti come tale nell’ “Itinerarium Provinciarum Antonini Augusti” del 217 d.C. e qualche anno dopo, nel 250, nella “Tabula Peutingeriana” (3). Foro Appio ebbe grande importanza anche come porto fluviale per le imbarcazioni che da qui conducevano al tempio della dea Feronia presso Terracina (Monte Leano) attraverso il canale costruito dal console Cetego nella bonifica del 160 a. C.
Orazio, in un suo pernottamento presso questa stazione, durante il suo viaggio da Roma a Brindisi, avvenuto nel 38 d. C. (secondo l’opinione di Weichert) (4), ci descrive (5) la notte trascorsa qui, non molto bene per la verità, perché disturbato dal gracidìo delle “palustri rane”, dai “rei mosconi” e da barcaioli ubriachi e imbroglioni, che “ruttando vino… cantavano Ben dio, da me lontana”.

La presenza della palude giustifica “le palustri rane”, tanto che qualche fornace locale ne fece il marchio di fabbrica per i propri prodotti, come testimoniano alcune ceramiche rinvenute in loco e attualmente custodite nel Museo Comunale del nostro paese.
Foro Appio, assieme alla stazione di “Tripontium” (Tre Ponti) e “Tres Tabernae” (Cisterna) verso Roma e quella di “Ad Medias” (Mesa di Pontinia) verso Napoli, ebbe notevole importanza perché costruito quasi alla fine del XLIII miglio dell’Appia, all’inizio cioè del “Decennovium”, il tratto di 19 miglia che da Tripontium conduce a Terracina, alle sorgenti di Feronia, ai piedi del Monte Leano. Tale importanza è testimoniata altresì dai cippi miliari dell’epoca, visibili a “Mesa ” (già Ad Medias, per trovarsi a metà del Decennovio) in cui oltre alla distanza da Roma, figura anche la distanza dall’inizio del Decennovio.

Cippo Traianeo – Ricorda il restauro di Traiano della via Appia
Foro Appio non fu solo una semplice stazione di sosta ma anche un importante centro di insediamento con funzioni aggregative della popolazione rurale e passaggio obbligato di piccole e numerose imbarcazioni, i sandali, che attraverso la confluenza del fiume Cavata trasportavano i prodotti della palude (legnatico, carbone, giunchi, anguille, pesci e cacciagione) verso i centri collinari , fermandosi probabilmente a ridosso degli Archi di S. Lidano, dove il nome di una strada, la via del Pesce, ce ne tramanda la memoria storica. La popolazione rurale si recava al Foro per ogni genere di affari (mercati, trasporti, leva, commerci, ecc) ma era pure un punto d’incontro per feste religiose. Vi fu eretta, in onore di Traiano, la statua della dea Bellona(6) ed era collegato, a mezzo del tratturo Caniò, al vicino Tempio della Dea Giunone, meta di culto per invocare fertilità alle nostre terre e raccolti abbondanti. Nel luogo del tempio della dea Giunone , chiamato sino all’ottocento “Pantano Luvenere” (le uve nere), c’erano gli estesi vigneti di cecubo appartenenti alla villa della gens Calpurnia. Erano i vigneti descritti da Orazio , quelli che da “supra Forum Appii” giungevano ai piedi della nostra collina, passando a ridosso del “Fosso delle Uve Nere “ ( Fosso Veniero). 

Il miglio 42 dell’antica via setina al casale Rappini oggi Pietrosanti
Dagli Atti degli Apostoli (28°capitolo) sappiamo che a Foro Appio fece tappa San Paolo, che veniva condotto prigioniero a Roma e che una folla di fedeli, avutane notizia, gli corse incontro e lo accompagnò sino a Tres Tabernae. Paolo, “vedutili, ringraziò Dio e prese animo” (7)
Probabilmente, dopo Appio Claudio, e dopo la fine della Repubblica, la gente Claudia dovette mantenere qualche diritto su Foro Appio se è vero che Claudio Druso, quando tentò di impadronirsi della penisola italica, si fece erigere qui una statua col diadema (8).
Neanche con la fine dell’impero romano, Foro Appio dovette perdere la sua importanza, in quanto nel Medio Evo fu sede vescovile(9) anche se non si conoscono i nomi dei vescovi, al contrario di Tres Tabernae. Il Tufo, nella sua “Storia Antica di Sezze” dice: “ Non deve destar meraviglia la notizia che al Foro Appio s’ebbe il vescovado poiché nel Medio Evo i vescovi pullularono dappertutto per la somministrazione di certi sacramenti, la quale non poteva esser fatta da semplici sacerdoti. Si può anche supporre che il Foro Appio non abbia perduta l’importanza dell’età romana e che una nuova, anzi, ne abbia acquistata con la vicina abbazia di S. Cecilia, fondata da S. Lidano, monaco benedettino, morto il 1118….. poichè nei tempi medievali, le genti, in ispecie sparse per la campagna, spesso calcavano la via del convento per trovare la pace dell’anima, il conforto delle loro sventure…”
L’importanza, probabilmente avuta da Foro Appio nel Medio Evo, può essere desunta indirettamente anche dai lavori di bonifica intrapresi da Teodorico, re Ostrogoto, che nel 1500 si adoprò per il prosciugamento delle paludi e costruì il Portatore per recare a mare le acque dell’Ufente; tali lavori si resero necessari per l’estendersi della palude pontina che rendevano impercorribile il Decennovio. Due iscrizioni simili, custodite a Mesa di Pontinia, una di fronte all’altra, nel palazzo fatto costruire da Pio VI come l’altro di Foro Appio, ma rinvenute, secondo la testimonianza del Nicolai (10) in una vecchia cucina del palazzo vescovile di Terracina, testimoniano l’opera di bonifica in tale modo: “ Nostro signore gloriosissimo il re Teodorico…ha felicemente e con l’ausilio di Dio reso di nuovo praticabile ed ammirabilmente sicuro per il viandante il decennovio della via Appia da Trepponti sino a Terracina, nonché i luoghi che sotto i regni precedenti, erano stati inondati dallo straripamento da destra e da sinistra”. Va da sè che se questo tratto di strada non avesse avuta la sua importanza, non si sarebbe proceduto alla bonifica, ma si sarebbe preferito il percorso dell’antica via pedemontana volsca (Sermoneta, Sezze, Case Nuove, Priverno) come in effetti avvenne più tardi, quando l’avanzare della palude e l’infierire della malaria portarono poco a poco alla distruzione del Foro.
NOTE
1) Giovanni Ciammarucone – Descrittione della città di Sezza- Stamperia R. C.A . -1641 
2) Plinio – Historiae Naturalis, libro III, capo 5°
3) Tabula Peutengeriana - La Tabula Peutingeriana è la copia di una mappa romana, risalente al XII – XIII secolo, che mostra in modo schematico tutte le strade dell’impero e le distanze tra di esse. Deve il suo nome all’umanista bavarese Konrad Peutinger ed è custodita presso l’ Hofbibliothek di Vienna. Nel 2007 è stata inserita dall'UNESCO nell'Elenco delle Memorie del mondo.
4) Tito Berti – Paludi Pontine – 1884 pag. 66
5) Orazio – Libro I satira 5
6) La dea Bellona era una dea guerriera, l’ombra femminile di Marte. Il suo nome deriva da bellum (guerra). A Foro Appio fu rinvenuta un iscrizione traianea, (CIL X , 6482) che ricorda la dedica di un tempio a Bellona in onore di Traiano, da parte di Geminia Myrtis e Anicia Prisca. Le due donne sono madre e figlia delle illustri gens Geminia e gens Anicia attestate a Sezze, Cori e Terracina; la loro parentela si desume da altra epigrafe (CIL X, 6483) rinvenuta poco distante, nei pressi del casale della famiglia Pietrosanti a Villafranca (già proprietà Rappini), con la quale, anni dopo, dedicarono un aedem cultoribus Jovis Axorani (tempio per la venerazione di Giove) in onore di Adriano e in memoria di Anici Prisci c/oniugis (coniuge e padre) 
7) Atti degli Apostoli (28,12-15)
8) D. Giorgi – De Cathedra Episcopali Setiae civitatis in Latio – Romae 1727
9) D. Giorgi – op. cit.
10) Nicolai – De Bonificamenti delle terre pontine- 1800


Sezze, 2 giugno 2014

La memoria storica di Foro Appio

Foto del 1991 di Vittorio Del Duca dove la cartellonistica riporta ancora l’indicazione del Foro Appio

L’ultima escursione del Gruppo in Difesa dei Beni Archeologici di Sezze, da Foro Appio al tempio della Regina Giunone del tratturo Caniò, ha nuovamente riportato l’attenzione sulla necessità della conservazione della memoria storica dei luoghi.
Dinanzi al casale che fu dei Ferraioli e dei Zannelli, fatto costruire da Pio VI durante la bonifica del 1778, campeggiava sino al 1995 un cartello stradale dell’Anas con la scritta BORGO FAITI e sotto, tra parentesi (già Forum Appii). In quello stesso anno, il cartello fu sostituito da quello attuale, che così recita: “Borgo Faiti” e tra parentesi (Latina), cancellando il “già Forum Appii” e la memoria storica del luogo, che per un certo periodo continuò ad essere affidata ad una vecchia scritta che campeggiava a lato dello stesso fabbricato ed eliminata nel duemila con i lavori di restauro. 
Sono trascorsi venti anni dal 1995, e nonostante le proteste del momento, il cartello è rimasto sino ad ora tale e quale. Se all’Anas hanno dimostrato di non conoscere la storia, ancora più colpevole rimane il silenzio dell’Amministrazione Comunale di Sezze, che nonostante la denuncia del 1995, non è mai intervenuta.

La cartellonistica attuale dove è scomparsa la dicitura -Foro Appio-

-Oggi che è stato cancellato il “già Foro Appio” - scrive Antonio Campoli nel suo libro “C’era una volta …Sezze” (pag. 185) –, l’assassinio di questo monumento millenario, che insiste tutto sul territorio di Sezze, è completo e il dramma è catastrofico. La tutela del patrimonio artistico e monumentale è un dovere sacrosanto di chi amministra la nostra città.
Agli stupratori della memoria, ripetiamo solo: “Agite nunc, quos tuba excitavit ad judicium” e li invitiamo a togliersi di dosso l’indifferenza più atroce, il pressappochismo più insulso, l’ignoranza più grassa, facendo ripristinare nel territorio di Sezze l’indicazione di Forum Appii, eliminando la scritta Borgo Faiti che invece sorge sulla riva destra del Canale Linea. Negli ultimi 60 anni abbiamo perduto il 90% di Sezze perché indifesa, perché amministrata da personaggi che hanno tutelato il territorio con superficialità, a tentoni, per sentito dire, per tradizione, contribuendo così tragicamente a togliere ai luoghi il sapore e la memoria e disinteressandosi totalmente di un patrimonio inestimabile. Il territorio di Sezze, con i suoi luoghi storici, è stato in gran parte trasformato e stravolto-
Dopo la denuncia dell’avv. Antonio Campoli fatta nel lontano 1995, oggi ne parte una nuova, quella del Gruppo in Difesa dei Beni Archeologici di Sezze. Riusciremo a dare una scossa a questa Amministrazione comunale perché abbia una maggiore sensibilità verso i Beni Comuni ?

Il fabbricato di Foro Appio costruito sulla confluenza del fiume Cavata sul Linea Pia durante la Bonifica di Pio VI nel 1778, già proprietà dei Ferraioli e dopo dei Zannelli 


Sezze, 16 maggio 2014

Il bombardamento di Sant'Andrea

Racconto tratto dal libro di Francesco Berti " Pensando a Sezze" 

Atesa Editrice - Latina 1985 (pag. 89,90,91,92)

Dopo i bombardamenti del 23 e 27 Gennaio 1944,  il paese non fu più sicuro e la popolazione cercò riparo dalle bombe sia nella campagna superiore di Suso che in quella inferiore dell’Agro Pontino. Le grotte carsiche, assai numerose nel territorio superiore, furono il riparo di intere famiglie, come testimonia in modo assai eloquente un dipinto su roccia, posto all’ingresso della grotta dell’Arnalo dei Bufali, già famosa per il ritrovamento nel 1932 del dipinto rupestre neolitico dell’uomo a phi.

Dipinto di ringraziamento su roccia, all’ingresso della grotta carsica Arnalo dei Bufali
Il disagio di quei giorni terribili si accrebbe a dismisura perché Sezze rimase fuori dai rifornimenti alimentari, che prima del bombardamento aereo del 23 gennaio venivano distribuiti con la carta annonaria.

Archivio Azienda Agricola Del Duca - Carta annonaria per i lavoratori, distribuita a mezzo delle aziende agricole in cui prestavano servizio.

Archivio Az. Agricola Del Duca - Carta annonaria per giovani dai 9 ai 10 anni (oggi diremmo bambini, ma nel 1943 venivano considerati idonei al lavoro)
La causa principale del mancato rifornimento alimentare fu la difficoltà che i mezzi di trasporto incontravano nel raggiungere il nostro Comune, in quanto era tagliato fuori dal traffico ferroviario e da quello viario, per l’apertura della testa di ponte di Anzio, da una parte, e dal fronte americano che si era fermato sul Garigliano e a Cassino. Il grano, immagazzinato nel Consorzio Agrario di Sezze Scalo, era stato assegnato, nel mese di Novembre, agli agricoltori locali per la semina. Le uniche scorte reperibili erano quelle depositate nei magazzini privati (i granai), le quali erano gelosamente custodite dai possessori, come ci riferisce il prof. Francesco Berti, testimone di quei giorni drammatici, che ricorda a memoria futura nel suo libro “Pensando a Sezze” – Lucania Editrice, 1985.
Durante lo sfollamento, racconta il prof. Berti, si verificò che alcuni cittadini, pur avendo il grano non avevano la possibilità di ricavarne la farina, in quanto i mulini erano chiusi per mancanza della forza motrice derivante dalla corrente elettrica. I più coraggiosi si posero sulle spalle piccole quantità di grano ed andarono a macinarli nei mulini ad acqua che ancora funzionavano nei comuni al di là dei Monti Lepini, in provincia di Frosinone. Altri si adattarono a schiacciare i chicchi di grano, di mais, di avena o di orzo con la piccola macina girata a mano, come nei secoli scorsi, o passati dal macinino del caffè. La farina ottenuta, in una giornata di lavoro da più persone, non bastava mai a soddisfare i bisogni della famiglia, anche se si utilizzavano, per il consumo, le scorze del grano, ossia la crusca. A volte, però, la famiglia era costretta a rinunziare a parte della farina ottenuta per venderla, ricavare così i soldi per l’acquisto di altri beni di cui non disponeva. Le piccole derrate che si rendevano disponibili, andavano a rifornire il mercato “nero” che era sorto, spontaneamente, alla porta della città.
Verso la fine del mese di febbraio 1944, infatti, lungo il muro esterno della chiesa di S.Andrea comparvero le prime bancarelle dei “borsari neri”. Man mano che si diffuse la notizia della istituzione del mercato il numero dei venditori e dei compratori aumentò. Il luogo scelto, S. Andrea, dava garanzia dal riparo di eventuali incursioni aeree; perché fuori porta, lontano da crolli delle case. La domenica mattina il mercato si movimentava di più. Si notava, tra l’altro, l’arrivo di forestieri. Il forte assembramento incominciò a destare preoccupazioni agli assidui frequentatori. Nei giorni che precedettero il bombardamento furono visti volteggiare, nel cielo di Sezze, aerei da ricognizione del Comando Alleato.
I più temerari continuarono a recarsi nella piazza per i loro affari. Domenica 21 maggio, però accadde che a Porta S.Andrea, verso le ore 10,30 si aggiravano un centinaio di persone. Ad un tratto, in direzione di Monte Trevi, ad est della città, si udì il rombo dei motori di aerei i quali si gettarono in picchiata sulle case del paese sganciando il loro carico di bombe. Gli ordigni micidiali caddero sulla chiesa, facendo crollare il tetto, il campanile e parte del muro esterno che limitava un lungo tratto della piazza. Dopo un giro sull’Agro Pontino, gli aerei ricomparvero nel punto di prima e completarono lo scarico del loro pesante fardello di morte, distruggendo anche la Chiesa Collegiata di San Rocco. Dopo la seconda ondata, quando tornò un poco di calma e la paura del ritorno degli aerei fu scongiurata, allora si contarono le vittime. 71 i morti e poche decine i feriti.
Si disse che l’attacco aereo era stato provocato dalle “stanghe” dei carretti, che i contadini avevano lasciato sulla piazza, puntate verso il cielo (come si usava) come cannoni messi a difesa del paese. La fantasia popolare, a volte, è molto fervida e arriva a fare delle congetture fuori dalla realtà. Il 22 maggio, ancora altri due bombardamenti: furono distrutti la colonia agricola femminile, ma senza danni per le persone, eccetto un maresciallo tedesco ucciso, e parecchie case. Rimasero lesionato l’Ospedale e la chiesa di San Bartolomeo. Nei giorni seguenti, fino al venerdì sera, quando vennero le truppe americane, i cannoneggiamenti danneggiarono il fabbricato del Capitolo della Chiesa stessa, ma non gravemente. Durante questi cannoneggiamenti si ebbero a deplorare 8 vittime tra la città e la campagna.

L’occupazione di Sezze

Alla fine del mese di maggio del 1944 le truppe alleate entrarono a Sezze. Prima di occupare il paese, risalendo la collina dallo scalo ferroviario, le artiglierie anglo americane cannoneggiarono la periferia della città dal lato ovest che guarda verso il mare. L’attacco durò un’intera giornata e servì a fiaccare gli avamposti tedeschi lasciati a proteggere la loro ritirata. Nella notte, tra il giorno 26 e il 27 maggio, il cielo intorno a Sezze divenne rosso di fuoco per i colpi di artiglieria sparati.

 


Nella foto la Cattedrale colpita da un colpo di granata degli alleati

Istituto Luce >
Documentario del cannoneggiamento degli alleati di Sezze
Solo alle prime luci del giorno le fanterie alleate salirono il costone del colle setino non potendo proseguire la marcia diversamente con i mezzi meccanici, in quanto la strada carrozzabile era stata interrotta in più punti. Il ponte del Brivolco e l’ultimo muraglione nella curva sotto il Guglietto erano stati fatti saltare per aria dalle cariche di dinamite poste dai tedeschi per sabotaggio. Il comando alleato era stato informato delle interruzioni stradali e per questo motivo era stato deciso di occupare la città lepina provenendo da più direzioni. Le truppe partite dal fronte di Anzio furono fatte risalire da ovest, mentre quelle partite da Cassino risalirono dalla piana di Ceriara per il Macchione in direzione dei Colli di Suso. I reparti armati provenienti da est erano formati, per la maggior parte, da soldati di colore.
Il giorno 26, con il buio della sera, i soldati negri occuparono la parte alta della vallata che domina la conca di Suso dalla parte di Monte Nero e si fermarono in attesa che facesse giorno, per proseguire l’avanzata. Il contatto dei soldati con la popolazione civile creò alcuni problemi anche d’ordine sessuale. La lunga e forzata astinenza, e il carattere focoso dei marocchini, spinse gli uomini della truppa ad infastidire le donne setine sfollate nei casolari sparsi nella zona, a volte senza avere alcun rispetto dell’età delle vittime poste sotto la loro violenza.
Durante la notte furono commessi molti stupri. Alcuni tentativi, però andarono sventati per la reazione degli uomini che riuscirono a difendere le donne della loro famiglia. Dopo il passaggio della truppa, nei giorni che seguirono, si seppe che furono vittime anche degli uomini presi in luoghi isolati. Elide Rosella, una ragazza di 25 anni, venne uccisa a colpi di fucile perché non volle cedere alla violenza marocchina. Corse voce che la giovane tenne testa ad un folto gruppo di soldati impedendo ad essi di consumare un qualunque rapporto con l’aiuto dell’anziana madre Geroloma.
Qualche giorno prima dell’arrivo degli americani un altro delitto fu compiuto ai Colli. L’agricoltore Ernesto Zaccheo, sfollato di Sezze, fu ucciso dai tedeschi nel momento in cui tentava di salvare, dal rastrellamento, il suo mulo. Alla vista dei tedeschi, che nella zona dei Colli andavano razziando muli e cavalli per sfuggire all’accerchiamento e darsi alla fuga, era montato sulla sua bestia e si stava dirigendo verso la montagna, luogo sicuro da ogni razzia, venne freddato da una raffica di mitraglia.


Sezze, 14 marzo 2014

Le antiche cisterne di raccolta dell'acqua

La posizione collinare di Sezze e la relativa lontananza dalle sorgenti, ha sempre rappresentato un ostacolo per l’approvvigionamento idrico della popolazione, almeno sino al 1866, quando Pio IX , su progetto dell’ingegnere Armellini, fece zampillare l’acqua, per la prima volta, nella fontana di piazza De Magistris. L’acqua giunse per caduta e per ferreos tubos dalla sorgente di Monte S. Angelo, nel Comune di Bassiano, a sette chilometri da Sezze. La fontana di Pio IX, alleviò notevolmente le condizioni igienico sanitarie della città, alle quali la popolazione aveva da sempre cercato di rimediare in diversi modi. 

Primo tra tutti la costruzione, ai piani interrati, di grosse cisterne in muratura per la raccolta delle acque piovane, che vi confluivano dal tetto dell’abitazione, a mezzo di tubi in lamiera zincata. Le pareti delle cisterne erano intonacate con malta cementizia impermeabile per evitare dispersioni, e sulla sua sommità, un tubo, con pendenza verso la via pubblica o nella fognatura, manteneva costante il livello massimo dell’acqua, impedendo alle piogge particolarmente abbondanti di tracimare ed invadere il piano terra delle abitazioni. Le cisterne erano chiuse sulla sommità da una volta, e una piccola apertura, per lo più quadrangolare, permetteva di prelevare l’acqua a mezzo di un secchio legato ad una funicella.

  Tale apertura, spesso funzionava da livello, e l’acqua che vi tracimava in caso di piogge persistenti, era convogliata nella vicina fognatura attraverso un canaletto aperto di cemento. Le cisterne avevano una capacità di 8 – 20 metri cubi, ma l’acqua contenuta era stagnante e malsana, si prestava a quasi tutti gli usi domestici, ma non ad essere bevuta. Così prima che l’acqua di sorgente scaturisse dalla Fontana di Pio IX, le nostre nonne scendevano dal paese verso le fonti più vicine, con conconi di rame o con arciole in terracotta, portate abilmente sulla testa e poggiate su di una morbida coroglia, (straccio arrotolato a forma di corolla). Le fonti più vicine erano quella dell’Oro in località Fontanelle, le Fontane o il Puzziglio in località Zoccolanti. Nei primi del Novecento, con l’energia elettrica, comparvero in ogni angolo del paese le fontane, e in ognuna delle sue porte di accesso fu costruito un fontanile per abbeverare gli animali. 

Trascorsero alcuni decenni, e quando i rubinetti entrarono nelle abitazioni, le cisterne esaurirono la loro funzione. Furono in parte demolite ed in parte adattate a ripostigli con la costruzione di alcuni scalini, principalmente per l’invecchiamento dei vini in bottiglia. Infatti, la profondità delle cisterne, che in alcuni casi superava i tre metri, faceva sì che al loro interno la temperatura si mantenesse piuttosto fresca e costante in ogni periodo dell’anno ed ideale per la conservazione del vino. E’ grazie a queste diverse destinazioni, se tali manufatti, sfidando il tempo e le modernità, sono giunti sino a noi, a testimoniare non solo il passato e le difficoltà nell’approvvigionamento idrico, ma anche quanto sia importante per ogni essere vivente e per l’intera umanità disporre di acqua limpida e pura, in un ambiente sano e protetto da ogni forma di inquinamento.


Sezze, 3 febbraio 2014

70 anni fa il primo bombardamento su Sezze
Con lo sbarco ad Anzio degli Alleati ( 22 -31 gennaio 1944) e con la conseguente ritirata tedesca verso la linea Gustav a Montecassino, il nostro paese divenne teatro delle operazioni belliche. Il primo bombardamento su Sezze, ad opera delle forze anglo americane contro postazioni tedesche, risale a domenica 23 Gennaio 1944. Tra le 8.30 e le 9 uno stormo di aerei puntò sulla città, distruggendo il ponte sul Brivolco, unica comunicazione con la pianura; gli aerei presero successivamente di mira il centro abitato, sganciando alcune bombe nei pressi del piazzale della Cattedrale di S. Maria e sulla Chiesa del Bambin Gesù che rimase distrutta insieme ad alcune case. I bombardamenti furono accompagnati da intensi mitragliamenti. Le vittime accertate furono una ventina. Dopo quattro giorni, il 27 gennaio, gli alleati ritornano con un secondo raid aereo.  

A distanza di settanta anni, sono sempre meno le persone che ricordano quei momenti terribili, ma ne abbiamo una testimonianza diretta nel racconto di un nostro concittadino, Francesco Berti, attraverso uno dei suoi libri che scrisse nel 1985 “Pensando a Sezze”. Al tempo del bombardamento, Francesco aveva quasi 17 anni e frequentava il terzo Ginnasio delle scuole di Palazzo Rappini. Ecco il suo racconto:
Giovedì 27 gennaio 1944 alle ore 10,30 la campana della scuola aveva appena suonato il cambio dell’ora e nella terza B l’insegnante di disegno cominciava a spiegare le proiezioni geometriche, quando, all’improvviso, Palazzo Rappini cominciò a tremare. Da alcuni giorni in paese si correva da un punto all’altro per osservare da lontano con il binocolo il movimento lento delle navi che lungo la costa tirrenica, tra Anzio e Nettuno, si avvicinavano per scaricare uomini e materiali per lo sbarco della truppa da guerra e poi ripartivano. Notizie concrete non arrivavano a Sezze. I fascisti si affannavano a dire che lo sbarco era fallito e che da un momento all’altro gli invasori sarebbero stati rigettati in mare, mentre Radiofonte, la voce del popolo, annunciava l’imminente arrivo dei “liberatori”. L’incertezza e la curiosità regnavano ed era frequente incontrare nei punti più alti del paese gruppi di persone che scrutavano l’orizzonte verso il mare oltre la Pianura Pontina.

Monumento ai Caduti. alle spalle Palazzo Rappini con a sinistra ancora la parte colpita dai bombardamenti

Alle ore 10,30 Palazzo Rappini fu scosso da un forte colpo e porte e finestre cominciarono a tremare. Dai banchi gli alunni si precipitarono all’uscita. Ricordo l’insegnante di disegno, Professor Giuseppe La Manna, davanti all’uscio già ostruito dalla figura del Preside Pietro Buldo. Sulle pendici della nostra collina squadriglia di aerei scaricavano il loro micidiale fardello e, trasportato dal vento, si alzava un acre odore di polvere. Allo spavento per gli scoppi si unì un nauseante odore che stringeva la gola. Palazzo Rappini continuava a tremare. Sulla porta dell’aula preside e professore, guardandosi esterrefatti, si interrogavano senza parole, ma noi forzammo la fragile barriera delle loro braccia e di corsa cercammo la via d’uscita. Nell’atrio della scuola si erano già rifugiati gli abitanti delle case vicine, che ritenevano luogo sicuro perla sua volta “a botte” e trattennero alcuni di noi, mentre un folto gruppo proseguì la corsa verso l’aperto. 

Ricordo che tra i presenti c’era: Alessandro Manzi, detto Macodde; Angelo La Penna, Giuseppa Cavallo , Francesca Berti, ossia “zia Checchinella”, Marietta Piccaro, la moglie di Antonio Pallottone, Agnesina Zaccheo consorte di Feliciotto e “Francisco gliù Vargaro” al secolo Francesco Fanelli. Spaventati come puledri, inseguiti attraverso il corridoio che conduce alla palestra, uscimmo all’aperto. Alla testa del gruppo c’erano: Dario Lucidi, Giorgio Cardarelli, Luca Forcina, Salvatore Gionta, Tullio Tulli, Angelo Cologi, Luca Le Foche, Socrate De Angelis, Alessandro Rosella, Fausto Fattorini, Antonio Cardarelli, Romolo Coluzzi, Romolo Pozzi, Mario Di Raimo, Sergio D’Ottavi. Fuori, sotto gli alberi, lungo il muro, vedemmo alcune macchine tedesche segnate con la croce rossa, cariche d’esplosivo abbandonate dai militari, che si erano sdraiati addosso al muro del terrapieno della palestra. Alla nostra vista, in coro, gridarono: Picoli, picoli, actung, actung. Il loro intervento fu la nostra salvezza, perché, in poco tempo, la zona circostante il Parco della Rimembranza fu sconvolto dalle bombe sganciate dagli aerei che arrivarono ad ondate successive.

Ospedale e chiesa San Bartolomeo dopo il bombardamento del 1944

La scalinata dell’ospedale venne distrutta; a Castelletto gli alberi volavano come foglie al vento d’autunno. In poco tempo il luogo cambiò aspetto. Il rombo degli aeroplani, che volavano a bassa quota per colpire con maggiore precisione il bersaglio, si confondeva con il sibilo assordante degli ordigni lanciati. Allontanatesi i bombardieri ci fu un lungo silenzio. Alcuni studenti ripresero la fuga; altri, spaventati da tanta desolazione, preferirono tornare indietro tra la gente che urlava atterrita. In un attimo fummo a Santa Lucia e, scavalcando i muretti a secco che tenevano la terra della collina, giungemmo a Villapetrata, da dove si domina la vallata di Suso e ad Ovest il panorama di Sezze. Seguì un altra ondata di aerei, ma questa volta gli obiettivi erano cambiati e le bombe caddero in aperta campagna, sugli Zoccolanti, alla Valle della Culla, a Santo Sosio, alle Fontane. Scossi dallo spavento vagammo lungamente per le pendici del colle di Santa Lucia, lungo il vecchio cimitero e solo nel tardo pomeriggio ci rifugiammo in una grotta nei pressi della Sedia del Papa, dove trovammo molte persone del paese: Valeria Cinque, Ludovico Marchetti e signora, una parte della famiglia di Ferruccio Pandolfini che raccontavano le loro tristi esperienze del mattino. Ognuno cercava di fare un bilancio dei danni, indicando le zone del centro cittadino più colpite dalle bombe. 

Piazza Margherita. Sullo sfondo la chiesa di San Rocco distrutta dal bombardamento

Ludovico Marchetti arrivò a dire “che tutto il paese era ormai distrutto” ma si parlava dei quartieri di Santa Maria, di San Pietro, della Spianata, dell’Arringo come i più colpiti. Era questa la zona della mia abitazione, dove avevo lasciato mio padre malato e gli altri fratelli minori. Credendoli sotto le macerie decisi di andare a portare loro il mio aiuto, lasciando gli amici. Incurante di ogni pericolo, rifeci la strada percorsa al mattino. Arrivato alle Spiagge Marine, all’angolo con Borgo Felice Cavallotti, Monsignor Giovanbattista Carissimo, Arciprete del Duomo di Santa Maria, che si allontanava dal paese con la vecchia madre in direzione dei Colli, mi avvertì del pericolo cui andavo incontro, poiché i militari tedeschi stavano rastrellando le persone per condurle a scavare le macerie nei luoghi più colpiti. Il sacerdote si era appena allontanato, quando sentii le voci rauche dei tedeschi che con i fucili spianati mi invitavano a seguirli. Fino a che la luce del giorno lo permise, scavammo tra i calcinacci delle case distrutte a Santa Maria, tirando fuori brandelli di carne umana. A sera, quando il buio della notte ebbe invaso ogni angolo, stremato dalle forze e dalla disperazione, mi appoggiai ad un muro cadente e chiusi gli occhi, mentre la gola si stringeva sempre di più per la polvere ed il fumo ingoiati, mi addormentai pensando….perché tanto disastro……........................................................................................................................................
Tratto da :  Francesco Berti – Pensando a Sezze – Lucania Editrice – Latina 1985 
Chi è Francesco Berti? 

Maestro elementare, nato a Sezze il 27 aprile 1927, ha insegnato per anni in paese e poi in varie scuole dell’Agro Pontino. Nel 1961 si trasferì a Latina, ma non abbandonò mai i rapporti con il paese natio. E’ stato consigliere comunale, dell’Ospedale civile e della Colonia Agricola Pontina dal 1953 al 1960.

Sullo sfondo la chiesa del Bambin Gesù


Sezze, 3 gennaio 2014

Vecchia Sezze

Nel centro storico di Sezze, negli anni 60, appena superato largo Bruno Buozzi (oggi Museo Archeologico) ed imboccata via Diaz, c’era subito a destra il “Supercinema” di Petrianni e davanti il negozio di calzature della famiglia Tamburini che molti ricorderanno ancora. Sul finire dell’Ottocento, il locale del negozio "Tamburini" ospitava il bar “Barbitto” con le “cùcume” a carbone e le caffettiere a vapore per la preparazione del caffè. L’energia elettrica doveva ancora arrivare, e questo bar era tra i preferiti dalle masse contadine, al pari di quello di “Amalia Ciaramella” in via Roma (oggi Bar Ciaglia). Vi si sostava non solo per una tazzina di caffè o per un bicchiere di buon vino, ma anche per una partita a carte con gli amici, per una “passatella” o semplicemente per giocare a “morra”. C’era un altro bar, che però il ceto contadino non amava frequentare, ed era il bar di “Toto Valente” in piazza De Magistris, riservato alla elìte setina della media ed alta borghesia. Le classi sociali erano allora ben definite ed anche le loro frequentazioni erano mirate. 

Le differenze culturali ed i ranghi erano assai sentiti e conducevano inevitabilmente ad una reciproca e riverente distanza dalle masse popolari. Ognuno con i suoi pari ed anche i matrimoni erano concertati secondo queste regole. Allo stesso modo, il ceto popolare contadino non amava le passeggiate nel viale dei Cappuccini, perché il luogo era frequentato dai “signùri” e dalle “signòre” che usavano sfoggiare qui gli abiti, i gioielli, ma anche le carrozze ed i cavalli più belli. Si racconta di un tale che addirittura aveva ferrato i suoi cavalli con gli zoccoli d’oro. Va da sé, che tanta ostentazione di ricchezza era poco gradita alle masse popolari che non potevano sopperire alle più elementari necessità, ma erano costrette a fare buon viso a quella “casta”, da cui non di rado dipendeva il loro destino lavorativo.


Sezze, 4 novembre 2013

Tradizioni setine del giorno dei morti

La memoria del passato con le sue tradizioni e usanze, dovrebbe essere diffusa fra le nuove generazioni. Sono la nostra stessa vita, la nostra storia. Storia di Sezze e dei Setini. Sono nipote di contadini e figlio di buttero; ho ereditato questi esempi di vita dalla mia famiglia, e di quel mondo ormai lontano, ne mantengo grandi ricordi. Sezze non ha mai avuto negli anni passati un ambiente diverso da quello contadino e zootecnico e, quel mondo e chi proviene da quel mondo ha un patrimonio da ricordare e tramandare. Io, come l’amico Vittorio Del Duca, ho la fortuna di averne (Antonio Danieli).
Il primo novembre, giorno dei Santi, le nostre nonne tornando dalla messa, portavano a casa un bicchiere di acqua santa da posare sul comodino alla sera, prima di coricarsi. Era credenza comune che i nostri morti, nella ricorrenza del due novembre venissero a farci visita durante il sonno. Nel bicchiere non c’era solo acqua benedetta ma anche un dito di olio, sul quale si faceva galleggiare un triangolino di lamiera sottile, a mezzo di tre piccoli sugheri posti ai vertici. Al centro del lamierino, un foro minuscolo permetteva ad uno spago, (detto " stoppino") di essere acceso e di alimentarsi con l’olio, così come un lumino fa con la cera. Intorno al bicchiere venivano poste, appese al muro, le foto dei defunti. 

Si dice che il lume doveva essere acceso per due motivi : il primo era quello di rappresentare che li portavamo nel nostro cuore come una fiamma accesa ad illuminare il loro ricordo. Il secondo motivo era che le anime dei defunti dovevano essere aiutate a tornare nel nostro mondo, illuminando il loro cammino. Far trovare una stanza buia era come far trovare una porta chiusa. Si raccontava che le anime dei nostri cari, venendoci a trovare, immergevano il dito nel bicchiere, facevano il segno della Croce e se ne andavano contenti di averci rivisto e di essere stati onorati. Oggi, raccontandolo ai nostri giovani, forse suscitiamo un sorriso di tenerezza, ma allora era un culto, una credenza, era espressione di genuinità e semplicità di animo. Sempre come devozione ai defunti, il giorno dei morti si costumava a pranzo la minestra di favette, e chi poteva vi aggiungeva anche della cipolla fritta che dava più sapore e profumo. Le favette ovviamente erano quelle secche e venivano messe a “mollo” in acqua il giorno prima. Una volta, da bambino, la nonna me la fece assaggiare, ne conservo un buon ricordo e posso assicurare che era veramente eccellente. 

Anche oggi la mangerei volentieri; peccato però che quelle favette, una volta così comuni, siano un po’ difficili da trovare! Per quanto riguarda le favette c’è da aggiungere che non solo erano un ottimo alimento per la nutrizione umana, ma anche per quella dei bovini. Si sfruttava anche la loro proprietà di fissare l’azoto atmosferico nel terreno, così da rappresentare dopo il letame il primo fertilizzante biologico conosciuto dai nostri nonni. Spesso le fave venivano seminate allo scopo di interrarne i residui come fertilizzanti della coltura successiva. Questa pratica agricola, detta “sovescio”, viene ancora oggi usata nell’agricoltura biologica, in luogo dei concimi chimici azotati.


Sezze, 3 settembre 2013

Sulle tracce dell'antica "Vitis Setina"

A Moruzzo (Udine) recenti scavi archeologici danno alla luce un reperto sorprendente

Recenti scavi archeologici condotti nel Comune di Moruzzo (Udine) su una villa rustica romana, hanno riportato in luce una piastra in bronzo, di piccole dimensioni da stare nel palmo di una mano, con riferimento ai consoli vigenti nel 106 d.C e ad una "vitis setina" (COMMODO ET CERIALI CONSULIBUS VITIS SETINA) che inequivocabilmente riconduce all’antico vino Setino, così famoso nell’antichità, come ci è stato tramandato da Plinio, Strabone, Marziale, Giovenale ed altri. Nell'intenzione di approfondire la conoscenza di questo rinvenimento e del vino Setino, la Società di Archeologia Friulana che conduce gli scavi, con regolare autorizzazione del Ministero per i BB CC e della Soprintendenza Archeologica del FVG, ha chiesto la collaborazione del Comune di Sezze e del Gruppo in difesa dei Beni Archeologici che fanno capo al setino.it per capire quale rapporto poteva esserci tra l’antica Setia e la loro zona. Il 31 Agosto u.s, presso l’Antiquarium di Sezze, è venuto a trovarci, dopo uno scambio di mail, il vice Presidente della Società Friulana di Archeologia, il dott. Feliciano Della Mora, che è stato ricevuto dalla Direttrice del museo Dott. Bruckner, Ignazio Romano, Vittorio Del Duca e Roberto Vallecoccia. 

Ne è scaturito un percorso comune di ricerche e di incontri, compreso due convegni sui risultati della ricerca da tenersi tanto a Sezze quanto a Moruzzo. Fondamentale sarebbe ritrovare dei vitigni dell’antico vino setino e attraverso gli esami sul DNA, condotti dall’Università di Udine e di Milano, capire se il nostro vino sia stato il progenio di alcuni vini friulani o di altri vini esportati dagli antichi romani in tutto l’impero, anche attraverso Aquileia, importante snodo commerciale di epoca romana e non lontana dal Comune di Moruzzo. Questo ritrovamento apre scenari inaspettati sull’importanza nell’antichità del vino setino e dei suoi vitigni, soprattutto perché si pensava che la sua fama non avesse travalicato i confini del Latium Vetus. Vittorio Del Duca ha reperito qualche vitigno, ma per essere certi della loro autenticità ne occorre più di uno. Il Lombardini, nella Storia di Sezze di fine ottocento scrive che un esemplare della vitis setina si trovava, nel suo tempo, presso la Pieve del contado dove dava del vino per il curato. 

È da verificare se tale luogo coincida con la chiesa di S.Francesco Saverio, alias “chiesa nuova”, e se qui esiste ancora qualche rinascente. Di seguito la descrizione che fa il Lombardini (nota 33 pag. 144) della vite setina ed in particolare di un germoglio rinvenuto quasi per caso presso il fosso Uenièro o Veniero, storpiazione dialettale di “fosso delle Uve Nere”. Plinio, nella Historia Naturalis afferma che le vigne di si trovavano nella zona “supra forum Appii, ubi nascitur vinum setinum” ed infatti, in passato, quella località intorno al tempio di Giunone del tratturo Caniò, era chiamata chiamata “Pantano Luvenere”.
“Tralcio color cannella, sufficientemente robusto a nodi non frequenti. Il colore della foglia è verde leggero, con la seconda pagina pulita, di forma è quasi rotonda con rilievi frequenti non mo0lto sensibili. Il grappolo è sciolto, e di colore rosso cupo, gli acini sono ovali con peduncoli non molto corti, il sapore è zuccheroso. I vini hanno perduto l’antica rinomanza da quando si variò il luogo della coltura delle viti. Le antiche vigne erano poste a piè del monte, esposte a mezzogiorno ed il terreno alluminoso, siliceo, calcareo. Attualmente sono nella vallata di Suso al nord di Sezze ed in terreno calcareo cretoso con ossido di ferro, ed arido nella siccità. La vallata per sé stessa è molto ridente, ma non è atta alla coltivazione della vite” Dello stesso parere son tutti coloro che hanno scritto la storia di Sezze.
Leggendo “Storia antica di Sezze” del Tufo, nel capitolo dedicato al “Vino Setino”, ad un certo punto si legge “ quando non s’ebbe più il cecubo, in sua vece si usò il vino setino..” e dà le caratteristiche del cecubo setino. Ciò ha indotto nell’equivoco che i vini di Sezze fossero più di uno, cosa che non trova riscontro in altri autori, tanto meno in Plinio cui il Tufo fa esplicito riferimento nella nota. Evidentemente, il prof. Tufo ha sottinteso una parte del periodo di Plinio , cioè “quando a Roma non s’ebbe più il cecubo, in sua vece si usò il vino setino…”
Nell’antichità il nostro vino era molto apprezzato come quello che faceva bene allo stomaco e non c’era imperatore che non lo volesse nella sua tavola. Si dice che Cesare Augusto costruì a Sezze il suo “Palatium” proprio per gustare in loco le sue virtù’. La zona del palazzo dell’imperatore oggi si chiama “Le Gotte” (sulla vecchia 156) e la contrada prospiciente viene ancora oggi chiamata “Quarto Palazzo” in ricordo del maestoso palazzo dell’imperatore. 

È da notare che i latini intendevano per “palatium” solo ed esclusivamente la dimora degli imperatori. Marziale in uno dei suoi Epigrammi dice che il vino di Sezze si beveva freddo, con il ghiaccio, allungato con l’acqua o addizionato di miele, ma soprattutto vecchio dai cinque ai quindici anni e più. Silla dette da bere ai suoi legionari il vino setino vecchio di quaranta anni. L’abitudine di non invecchiare il vino, unitamente allo spostamento delle vigne nella zona di Suso, sono state secondo il Ciammarucone (Descittione della città di Sezza – 1642) le concause della decadenza del vino setino.

Chiunque avesse notizie di vitigni dell’antico vino setino, tuttora esistenti, è pregato di segnalarlo scrivendo a info@setino.it  Per l’esame del DNA ne basta un tralcio. La Società Friulana di Archeologia è in contatto con le università di Udine, Piacenza e Milano per gli accertamenti - www.archeofriuli.it

31 agosto 2013: le foto della visita al museo di Sezze del Presidente della "Società Friulana di Archeologia" Dott. Feliciano Della Mora, ricevuto dalla Dott.ssa Elisabeth Bruckner e dai rappresentanti del gruppo 

"In Difesa dei Beni Archeologici" Ignazio Romano, Vittorio Del Duca e Roberto Vallecoccia. 


Sezze, 18 luglio 2013

Il Tempio di Giunone Regina e il Tratturo Caniò

prossima meta delle "passeggiate archeologiche" a settembre

1 -  Importanza del rinvenimento dei resti del Tempio di Giunone
Il rinvenimento nel 1980 del tempio arcaico di Giunone nel tratturo Caniò, come ebbe a sottolineare il prof. Luigi Zaccheo in un suo pregevole articolo del 1985 (Il Comune Oggi – Nov 1985 –anno VII), rappresenta un fatto culturalmente molto importante, perché è il segno della penetrazione più meridionale di Roma durante la conquista del territorio dei Volsci. Con tale articolo il prof. Zaccheo, oltre ad informare su importanti reperti che erano tornati in luce, notava che se si fosse riusciti a scavare tutta l’area sacra del tempio e a ricomporre in loco le antiche strutture, Sezze avrebbe avuto il pregio di mostrare nel proprio territorio uno dei complessi più antichi del Lazio meridionale. Infatti, se consideriamo che l’area archeologica del tempio dista appena un chilometro dalla via Appia e dal Foro Appio, ed è prossima agli Archi di S. Lidano e alla Torre Petrara (tomba romana), ci sarebbero tutte le condizioni per creare un vasto parco archeologico di notevole interesse artistico, un punto obbligato di attrazione per la massa di turisti transitanti nella regione pontina. “ Il mio augurio – concludeva Zaccheo - è che lo sforzo ed il lavoro di tante persone ( negli scavi dal 1984 al 1985) abbia l’aiuto e l’incoraggiamento del Comune di Sezze, dell’ Amministrazione provinciale, della Soprintendenza Archeologica, della Camera di Commercio, dell’ EPT di Latina e delle istituzioni culturali, per fare in modo che un così ricco patrimonio archeologico non resti semidistrutto ed in abbandono per anni.” Sono passati trent’anni da allora, e i timori del prof. Luigi Zaccheo si sono rivelati una profezia, il tempio di Giunone è rimasto “semidistrutto e in abbandono” all’incuria del tempo e degli uomini, e forse lo sarà per sempre. In questo nostro paese, che ha il pregio di possedere una storia e una cultura ultramillenaria, non si riesce a far comprendere come le bellezze architettoniche e paesaggistiche, unitamente alla cultura, alle tradizioni e al buon cibo, possono creare una nuova e importante economia, alla stregua di altre realtà italiane che hanno intrapreso con successo questo percorso. Invece che lavorare per conservare e valorizzare il nostro patrimonio architettonico e ambientale si preferisce lavorare a distruggerlo, nella errata convinzione che cementificare crea lavoro e ricchezza, mentre il resto sarebbero solo chiacchiere e nostalgia del passato. L’area archeologica del tempio di Giunone, è rimasta nello stato in cui fu lasciata negli scavi degli anni 80, quando esauriti i fondi che vi furono destinati, fu recintata ed in parte coperta con una pensilina rinviando tutto a tempi migliori. Gli oggetti ritrovati furono condotti nel museo archeologico di Sezze a disposizione della collettività. La pensilina e la recinzione, ora arrugginita e tagliata in più punti, non hanno impedito ai malintenzionati di trafugare nel tempo altri tesori che molto probabilmente si celavano ancora nel sottosuolo, rubandoci con essi anche la possibilità di poter aggiungere importanti tasselli alla ricostruzione storica e culturale del territorio.
2 - Cenni storici sul tratturo Caniò
Unica via di accesso al Tempio di Giunone, il tratturo Caniò era anticamente percorso dalla transumanza del bestiame che scendeva dai Lepini attraverso le falde del M. Antignana, e raggiungeva la palude nei pressi del Foro Appio. Di questo tratturo non esiste più né il tracciato montano né quello pedemontano, anche se di quest’ultimo si può ritenere che in epoca remota passasse per le sorgenti di “acqua zolfa” in località La Catena, dove gli animali venivano fatti immergere. Ciò in virtù della funzione sanante dello zolfo per la cura di ferite sugli animali, specificamente sui cavalli, ma anche sugli ovini, ai quali le acque solfuree conferivano un mantello di lana candido e pulito, che costituiva un pregio commerciale ed un valore aggiunto.(1) Una opportunità cui difficilmente i pastori rinunciavano, e che con ogni probabilità ha dato il nome all’intero tratturo. “Caniò” infatti deriverebbe dal nome latino di persona “Canius “, che significa uomo dai capelli bianchi o candidi, proprio come il candore che acquistavano le pecore detergendosi nell’acqua zolfa della sorgente della Catena. Gli umanisti ci hanno sempre ricordato che in greco “to theion” era lo zolfo, ma era anche la cosa divina (divinum): non a caso il verbo theióo significa “purifico con zolfo, disinfetto”, ma corrisponde anche a «consacro agli dei». Pertanto, lo zolfo era sacro, anzi, era la “cosa sacra” con cui si curavano i mali degli uomini e degli animali, si candeggiavano lana e tessuti, si purificavano le case durante le cerimonie, si preparava la vite ed il vino etc. 
Dall’area archeologica dei resti del tempio di Giunone, provengono numerosi materiali bronzei e ceramici, fra i quali si distinguono gli ex voto: sia gli anatomici, che rimandano chiaramente a una guarigione richiesta o ricevuta di persone malate, sia quelli riproducenti ovini, bovini e un cavallo: anche qui, si crede, la presenza di animali da pascolo potrebbe non essere casuale, ma legata proprio all’azione benefica delle acque sugli armenti e sulle pecore. E della rilevanza data a questi animali, parrebbero testimoniare pure gli strumenti da lavoro venuti alla luce durante gli scavi: una lama di coltello a mezzaluna per la lavorazione del cuoio, e vari pesi da telaio, evidentemente legati alla tessitura. Gli ex voto di animali provenienti dagli scavi del Tratturo Caniò sono stati giustamente posti a confronto con altri similari rinvenuti di frequente nei depositi votivi centro-italici, fra i quali vale segnalare il noto deposito detto di Minerva Medica dall’Esquilino, da dove provengono varie statuette di animali da mandria: tori, buoi e pure cavalli oltre che altri animali.(2) Dalle mappe del catasto terreni di Sezze del 1929, che si rifanno a quelle ancora più antiche del Catasto Pontificio, il tratturo inizia da via degli Archi, a circa 650 metri dal sito archelogico degli Archi di S. Lidano e dirige verso la campagna in direzione sud per meno di 500 metri, quindi curvando verso ovest attraversa la fossella della Carrara e va ad incrociare, dopo circa 350 metri, via Murillo. L’accesso in via Murillo è da questa parte intercluso dall’aia di un fabbricato rurale, ma può essere all’occorrenza ripristinato perché non vi insistono manufatti.. L’orientamento dell’asse del tratturo nel tratto in cui inizia da via degli Archi, mostra la sua antica provenienza dalla sorgente dell’acqua zolfa della Catena, anche se tale percorso pedemontano con ogni probabilità è variato nei secoli, specie nelle contese medievali tra Sezze e Sermoneta, quando potrebbe essersi identificato per buona parte con lo storico stradone dell’Arnarello (ancora esistente e riportato in mappa nelle immediate vicinanze del tratturo, presso via Archi). Anzi si potrebbe plausibilmente ipotizzare che in un’ era molto antica tale stradone immettesse direttamente nel tratturo, raccogliendo le greggi che scendevano dalla parte ad est dell’Antignana . Il tratturo Caniò è interamente in terra battuta e così è sempre stato nei millenni, si presenta molto sconnesso e può essere percorso solo a piedi oppure da trattori o fuoristrada. Dall’intersezione di via Murillo (circa 800 metri dagli Archi) e procedendo in direzione sud- ovest verso i resti del tempio di Giunone, il tratturo Caniò scompare dalla planimetria catastale, ma la tradizione popolare lo indica ancora oggi inequivocabilmente in uno stradone di terra battuta, caratterizzato anch’esso da grossi avvallamenti e percorribile come il primo tratto solo da trattori e fuoristrada, che porta al cuore della località “Quarto Campelli”
Il tratturo termina alla fossella della Selcichia, ma sino a pochi decenni fa immetteva in via Maina e c’è ancora chi racconta di uno suo sbocco in prossimità del Foro Appio. Le origini arcaiche del tratturo Caniò, sicuramente una delle prime strade del campo setino, sono testimoniate da una parte degli oggetti rinvenuti negli scavi dell’area archeologica del tempio di Giunone che risalgono al XVI secolo a. C. (età del Bronzo Medio). Da questi oggetti si desume chiaramente la sua preesistenza sia a via degli Archi che alle altre strade del campo di Sezze, che il tratturo avrebbe attraversato in tempi più recenti, e persino alla stessa via Appia. 
Note 
(1) (2)- Università degli studi di Padova, Dipartim. archeologia- Atti del convegno, Padova 21.06. 2010 - AQUAE PATAVINAE – Maddalena Bassani: Le terme,le mandrie e Gerione- Antenor Quaderni 21 . 
3 -  I reperti archeologici del Tempio di Giunone 
Sono documentati da una locandina posta accanto al tempio negli scavi degli anni 80 . Si presenta pressoché illeggibile per essere scolorita ed infranta in diversi punti, forse impallinata da qualche cacciatore annoiato, ma con un po’ di pazienza si riesce ancora ad interpretarne il contenuto. I frammenti architettonici rinvenuti sono riferibili ad un edificio sacro di ordine ionico databile nella seconda metà del II secolo a. C. ma edificato su un’area che aveva già una sua tradizione culturale e sociale. Uno spesso strato di intonaco, che almeno in parte era dipinto in rosso, giallo e nero, rivestiva tutti gli elementi architettonici scolpiti sia nel tufo che nel calcare locale. Particolarmente interessante per la storia della pianura pontina sono le due iscrizioni incise nello stucco del fregio e dell’architrave. Quella del fregio commemora la costruzione dell’edificio, forse un portico, da parte di un POSTUMIO ALBINO console, mentre quella dell’architrave ricorda un restauro del pretore LUCIO VARGUNTEIO RUFO. Sembra che proprio in occasione di questo restauro, l’iscrizione più antica sia stata cancellata, ricoprendo i solchi delle scritte di stucco bianco. Ciò avveniva nella cultura romana ogni qualvolta che un personaggio si macchiava di una infamia tale da meritare la " damnatio memoriae ", cioè la cancellazione del suo nome dalle strutture monumentali ( nomen abolendum). L’edificio sacro doveva trovarsi al centro di un santuario nel quale, come testimoniato da un'altra iscrizione incisa su di un ara, era venerata GIUNONE REGINA, protettrice del mondo femminile oltre che degli animali. La grande venerazione di cui godeva questa e forse anche altre divinità del santuario è testimoniata dai numerosi doni votivi trovati durante gli scavi condotti tra il 1984 ed il 1986. Si tratta di ex voto realizzati sia in terracotta che in bronzo e databili tra la fine del IV secolo e la fine del II secolo a. C. teste, mani, piedi, falli, uteri, statuine di offerenti, di guerrieri, di Ercole, ma anche molti vasi in ceramica a vernice nera e in ceramica comune. Altri materiali archeologici recuperati hanno rilevato che la frequentazione dell’area iniziò molti secoli prima della costruzione dell’edificio di ordine ionico. Infatti, a circa due metri dall’attuale piano di calpestio sono stati rinvenuti materiali risalenti alle fasi iniziali del Bronzo Medio (XVI secolo a. C.) e ad un livello di poco superiore una grande olla della seconda fase della Civiltà Laziale (IX Secolo a. C.). Si può ipotizzare che in età arcaica, tra la fine del VI Secolo e gli inizi del V secolo a. C. sia stato qui costruito un piccolo sacello il cui tetto era decorato con le antefisse a testa di Giunone, di Satiro, o a coppia di Menade e Satiro danzanti. Tra i doni votivi risalenti a questo periodo sono da rilevare alcune statuine bronzee (kouroi) e vasetti miniaturistici d’impasto.


Sezze, 26 giugno 2013

Parco della Rimembranza: l'importanza storica dei luoghi

A monito per i futuri amministratori di Sezze, impegnati a

 riqualificare e non a cancellare i luoghi storici della città.

Dalla ” Relazione sull’opera svolta dal Comitato pro Monumento ai Caduti di Sezze e resoconto finanziario”, redatta nel maggio del 1926 dall’ Avv. Francesco Maciocie, pretore in Sezze.

Sezze, maggio 1926
S
ubito dopo la fine della grande guerra, i sezzesi ebbero in animo di onorare i loro Caduti con un monumento, affinchè non venisse mai perduta la memoria del grande sacrificio compiuto dai loro figli per la Patria. Ci furono diversi tentativi per costituire un comitato che traducesse in fatti il nobile desiderio della cittadinanza, ma tutti fallirono miseramente e la bella idea non vide mai la sua attuazione. Gli anni si susseguivano agli anni, finchè un gruppo di cittadini molto stimati in paese, con a capo il medico Angelo Baldassarini ed il maestro elementare Giuseppe Ficacci, ritenendo disdicevole che Sezze non avesse ancora fatto nulla per eternare la memoria dei suoi eroi, si rivolse al giudice della Pretura, Avv. Francesco Maciocie, affinché, valendosi della sua autorità di magistrato, desse soluzione ad un problema molto sentito dalla cittadinanza, mettendo insieme la volontà e l’opera delle persone più fattive e rappresentative del paese. 

Il magistrato non indugiò, e la sera del 27 aprile 1923 fu tenuta in un aula del municipio un’adunanza, cui parteciparono numerosi cittadini e rappresentanti di tutte le classi sociali. Il proposito di onorare i Caduti era il desiderio di tutti gli intervenuti, ma ci fu ampia discussione sul come, vale a dire se fosse stato meglio erigere ai nostri un monumento, o piuttosto compiere opere di bene in loro memoria, destinando i fondi che si sarebbero raccolti alla sistemazione di una o più corsie dell’ospedale da intitolare ai Caduti. Questa idea, caldeggiata dal Sig. Umberto Sauzzi, aveva del buono perché avrebbe portato un contributo non indifferente alla soluzione di un grosso problema ospedaliero, ma i più si pronunciarono per un monumento, perchè “la continua visione di esso, richiamasse tutti, ma specialmente i giovani, ad alti sensi di amor di patria e ne accendesse gli animi ad egregie cose”. Risolta questa prima questione si passò a discutere sul luogo e sulla forma del monumento. 

Il maestro Giuseppe Ficacci propose che fosse costruita una grande colonna con illuminazione notturna, posta al di fuori dal paese e sulle rocce prospicienti la pianura, visibile dal mare, alla quale si sarebbe dato accesso a mezzo di un ampio viale fiancheggiato da alberi, ognuno dei quali sarebbe stato intitolato ad uno dei Caduti di Sezze. Questa magnifica idea, però, oltre ad essere troppo dispendiosa rispetto ai fondi che si pensava di raccogliere, avrebbe sottratto il monumento alla “continua visione” dei cittadini, per cui l’adunanza si pronunciò per un monumento dentro le mura cittadine o al massimo nelle immediate adiacenze , in un luogo da definirsi nel prosieguo. La cosa più urgente al momento era quella di raccogliere fondi, e per raggiungere tale scopo fu deciso, su proposta del cittadino Pasqualucci Colombo, di nominare un Comitato che venne eletto all’unanimità nelle persone dei Signori:
1) – Carlesimo Giovanni – cieco di guerra, Presidente onorario
2) – Macioce Avv. Francesco, ex combattente e pretore, Presidente.
3) – Baldassarini Dott. Angelo, capitano medico di complemento, Ufficiale Sanitario.
4) – Ficacci Giuseppe, decano degli insegnanti elementari.
5) – Pasqualucci Colombo – mutilato.
6) – Cav. Don Tommaso Damiani.
7) – Mazza Giuseppe, colonnello ex combattente.
8) - La Penna Aristide, mutilato, Segretario
9) – Savatoni Giuseppe,ex combattente, cassiere.
Il Comitato si mise subito all’opera ed essendo imminente il 24 maggio 1923, ricorrenza dell’entrata in guerra dell’Italia contro l’Austria Ungheria, si pensò ad una grande festa commemorativa allo scopo di trascorrere ai cittadini qualche ora insieme, nell’esaltazione della patria e per raccogliere fondi. L’Italia infatti,era uscita dalla “grande guerra” prostrata e lacerata da una profonda crisi politica, sociale ed economica che nel 1922 l’aveva condotta al fascismo, con la marcia su Roma di Benito Mussolini. La cittadinanza rispose meravigliosamente alla festa organizzata dal Comitato e la cerimonia riuscì esattamente come gli ideatori l’avevano pensata. Continuando nella sua opera di raccolta fondi, il Comitato organizzò ben 14 tombole a piazza dei Leoni come si costumava all’epoca, ed altre ne avrebbe ancora promosse se non avesse trovata nel 1925, data in cui il fascismo consolidava il suo potere, l’invincibile opposizione di chi allora reggeva le sorti del Comune, cioè proprio di quell’autorità dalla quale avrebbero dovuto invece aspettarsi il maggiore aiuto.
La Relazione non fa menzione di come questa “invincibile opposizione” venne esercitata, ma ne comprendiamo appieno le ragioni, dato il particolare momento storico che l’Italia stava vivendo.
L’ attività svolta dai membri del Comitato non si fermò e continuò a dare i suoi frutti, sia pure in maniera silente, ed i risultati furono sempre soddisfacenti. Tutte le occasioni furono buone per raccogliere denaro nel nobile intento, e quando queste non si presentavano, furono create; fu bussato a tutte le porte e tutti risposero con slancio. Il Circolo giovanile cattolico organizzò una recita pro- monumento al teatro del Seminario; Pietro Paqualucci tenne al teatro comunale una serata di esperimenti ipnotici e la Società filodrammatica vi diede una rappresentazione. Ci fu anche una sottoscrizione cittadina che fruttò varie migliaia di lire, tanto per quel tempo. Lo slancio con cui si sottoscrissero i cittadini di tutti i ceti sociali e delle più disparate idee politiche fu veramente commovente. Il paese, in nome dei Caduti, sembrò dimenticare le lotte che lo dividevano e il Comitato, per la nobiltà dello scopo per cui lavorava, vide stringersi intorno a sè l’intera cittadinanza. 

L’attività del Comitato non si fermò a questi risultati, ma svolse le pratiche necessarie verso enti pubblici e privati, locali e di altri paesi, per raccogliere il maggior numero possibile di contributi. Tutti risposero all’appello: dal Circolo giovanile cattolico a quello femminile di San Giovanna D’Arco, dal Capitolo della Cattedrale alla Cassa Operaia S. Antonio; dalla Cooperativa agricola setina alla Cassa di Risparmio di Velletri; dalla Società Bovaria al Circolo Cittadino; dalla Società filodrammatica al Patronato Scolastico, tutti inviarono con premura la loro offerta. Il Comitato volle rivolgere anche il suo appello agli emigrati d’America, nei quali pulsava forte il sentimento d’amore per la patria lontana, e gli emigrati risposero generosamente secondo le possibilità di ciascuno. Si era fatto così un grosso passo avanti, ed al Comitato parve opportuno riunire l’assemblea dei cittadini, dalla quale era sorto, per discutere sul seguente ordine del giorno:
1)- Resoconto dell’opera svolta.
2)- Decisione del luogo in cui doveva sorgere il monumento
3)- Nomina di un nuovo Comitato, avendo il primo deciso di sciogliersi per aver esaurito lo scopo per il quale era stato creato: la raccolta dei fondi.
La riunione si tenne al teatro comunale, l’assemblea approvò l’opera svolta dal Comitato e volle che del nuovo Comitato facessero ancora parte tutti i membri del primo, e che in aggiunta vi fossero aggregati la Signora Gaetana Trombone in rappresentanza delle madri e delle vedove dei Caduti, ed il Sig. Angelo Torelli per i padri. Riconfermata così la fiducia nel Comitato il Presidente Avv. Maciocie passò ad illustrare un progetto, che aveva a suo tempo stilato con l’Ing. Comunale Millozza Giovan Battista, circa il luogo dove sarebbe dovuto sorgere il monumento. I criteri della scelta furono:
1) - Dare a Sezze un monumento che fosse una vera e propria opera d’arte.
2) – Scegliere, per erigerlo, non la solita piazza o sfondo di viale, ma una località che potesse, col volgere degli anni, diventare una villa.
3) – Riunire in un’opera sola il parco della rimembranza e il monumento. Sezze avrebbe così avute raccolte in un solo luogo le sacre memorie della guerra. 
Nessun luogo parve più adatto degli orti siti dietro il Regio Ginnasio (Scuole Rappini) lungo la passeggiata dei Cappuccini. Sezze avrebbe avuto così un monumento ed un parco di gran lunga superiore a quello dei paesi vicini. L’assemblea approvò il progetto all’unanimità e dette ampio mandato di fiducia al Comitato, sia per la scelta dell’artista che l’avrebbe realizzato che per il completamento dell’opera. Il dott. Angelo Baldassarini propose come artista “quell’illustrazione dell’arte italiana che risponde al nome del prof. Massimo Galelli” (1863 -1956) cremonese, sposato con la setina Cesira Passerini. Il Comitato accettò con entusiasmo la proposta, e la notizia di una scelta così felice fu accolta con pari entusiasmo da tutti i cittadini, senza distinzione alcuna. 
Il Galelli venne a Sezze nella prima quindicina del Dicembre 1924 per prendere contatto col Comitato, visitò la località scelta ed osservò che i dislivelli ivi esistenti non andavano eliminati, ma mantenuti con qualche adattamento: ne avrebbe guadagnato il senso artistico. Così mentre l’artista lavorava alla sua magnifica opera, il Comitato intensificava le pratiche amministrative, sia per avere libera la località scelta, sia per ottenere un congruo contributo dal Comune.
Risultato delle pratiche svolte furono:
1) – La delibera presa dal Sig. Commissario, colonnello Mazza Giuseppe, per la consegna al Comitato del terreno sul quale doveva sorgere il parco della rimembranza e il monumento;
2) – la delibera per la trasformazione, a spese del Comune, degli orti in parco della rimembranza;
3) – la delibera per la concessione del residuale concorso di lire diecimila da parte del Comune per l’erezione del monumento;
4) – provvedimento per l’emissione del mandato di lire cinquemila, contributo provvisorio del Comune per l’erezione del monumento, in bilancio fin dal 1923;
Tutte queste delibere furono a suo tempo approvate dall’Autorità tutoria.
Il prof. Galelli intanto aveva terminata la prima e più importante parte del proprio lavoro, e nel luglio 1925 tornò a Sezze con tutti i disegni del parco e con il bozzetto del monumento. Il tutto fu esposto al pubblico in una sala del caffè Valenti in piazza De Magistris, ed ammirato per alcuni giorni da tutta la cittadinanza. Il Comitato mise a disposizione del Galelli i mezzi necessari per l’attuazione dell’opera, e questi prima di ripartire per iniziare il suo lavoro, prese accordi per la scelta degli alberi con il prof. Montanari della Cattedra di agricoltura presso la Colonia Agricola Pontina.
Mentre nel Trentino veniva lavorata in pietra speciale la base del monumento, il 10 febbraio 1925, una rappresentanza del Comitato si recò a Roma, nelle persone del Presidente Avv. Maciocie, del dott. Baldassarini, e del rappresentante del Comune, colonnello Mazza, per interessare il Ministro Fedele, della cui amicizia il Baldassarini si onorava, alla pratica che si intendeva svolgere presso le competenti autorità per ottenere il bronzo per il monumento. Non fu possibile ottenere il bronzo gratuitamente, perché era vietato da disposizioni superiori, tuttavia fu promesso che sarebbe stato ceduto al prezzo di listino, così come era stato pagato, senza alcun aggravio. Ciò rappresentava comunque un indubbio vantaggio. 
Intanto il prof. Galelli, che stava eseguendo i lavori, chiese dell’iscrizione da porre al basamento del monumento. Il Comitato, riunitosi alla presenza del nuovo Commissario comunale , l’Avv. Sponta, in sostituzione del colonnello Mazza andato via da Sezze o mandato via dal regime fascista, approvò l’iscrizione che vi figura ancora oggi, e che fu proposta dal dott. Baldassarini:

AI FIGLI CADUTI
UMILI NELLA GLORIA GRANDI NEL SACRIFICIO
SEZZE RICONOSCENTE
1915 1918

Intanto urgeva iniziare i lavori per la costruzione del parco della rimembranza, ed il Comune, che aveva assunto l’impegno di realizzarlo a sue spese, bandì l’asta per l’appalto dei lavori, ma andò deserta. Il motivo fu perché il Comune, non avendo sufficienti risorse finanziarie, aveva posto la condizione che l’appaltatore sarebbe stato pagato a due anni dall’inizio dei lavori. Sorse così un nuovo problema da risolvere. Il Comune fece sapere al Comitato che delle ventiduemila lire circa preventivate per il parco, avrebbe potuto darne la metà con il bilancio 1926 ed il resto con il bilancio del 1927, mentre il contributo di diecimila lire per il monumento, già deliberate ed approvate avrebbe potuto darle solo ad inoltrato 1926. 
Di fronte a queste difficoltà, il Comitato decise di ricorrere ad un prestito bancario e si rivolse alla Banca Regionale che si mostrò ben disposta, ma chiese che le garanzie per il finanziamento fossero prestate non dal Comitato come tale, ma dai singoli membri del Comitato stesso, i quali ne avrebbero risposto con beni personali. Il Comitato, per quanto ciò non rientrasse nel mandato affidatogli dalla cittadinanza, perché la sua attività doveva limitarsi al solo monumento, mentre ai parchi avrebbero dovuto pensare i Comuni, pur di raggiungere il nobile scopo si assunse l’impegno di pensare anche al finanziamento del parco. Quindi si rivolse al Sindacato Terrazzieri perché assumesse i lavori ed assicuratesene la collaborazione, pregò il Commissario del Comune di bandire subito l’asta perché i lavori iniziassero nel febbraio 1925 e il monumento potesse inaugurarsi all’epoca prestabilita, cioè il 24 Maggio 1926. Il Commissario, pur riconoscendo l’opportunità della proposta, rispose che era necessario un rimpasto in seno al Comitato per sostituire il Sig. Torelli Angelo che nel frattempo era deceduto ed altri due membri che diceva dimissionari, il sig. Pasqualucci Colombo ed il sig. La Penna Aristide. L’affermazione del Commissario destò non poca sorpresa, perché il Pasqualucci non si era mai dimesso mentre le dimissioni del Sig. La Penna Aristide erano state respinte da oltre un anno. Anche se nella relazione del Presidente del Comitato, Avv. Maciocie, non viene espressamente detto, da essa si evince che i due uomini non erano graditi al fascio e pertanto dovevano presentare “volontariamente” le loro dimissioni. Ob torto collo, di fronte a questa decisione, il Maciocie pregò il Commissario “di sostituire il defunto Torelli con un altro padre di Caduto, e gli altri due con cittadini di pieno gradimento del Fascio locale, ma che potessero spiegare nel Comitato una concorde opera con gli altri”. Furono invece indicati tre nominativi di persone che non avevano i requisiti richiesti dal Presidente del Comitato, che pertanto fu costretto ad osare, dicendo al Commissario che di sostituzione non si poteva parlare. 
Nel frattempo il prof. Galelli comunicava che la base del monumento era pronta per l’invio ed il Comitato si attivò presso il Ministro delle Comunicazioni per il trasporto gratuito dalla stazione di Trento a quella di Sezze.
Erano le cose a questo punto, quando il Commissario del Comune , per tutta risposta comunicava che il Prefetto della provincia, con suo decreto del 20 aprile 1926, scioglieva il Comitato ed incaricava esso Commissario di costituirne uno nuovo. Il provvedimento era motivato da inattività del Comitato (?) e dal pericolo di turbamento dell’ordine pubblico, ai sensi dell’art. 3 della legge Comunale e Provinciale.
Il Parco della Rimembranza con annesso monumento fu terminato nel 1926, come era stato deciso, ma non fu mai inaugurato ufficialmente. Come tutti sappiamo raffigura un robusto soldato in atto di baciare la bandiera.
Grande fu l’amarezza del disciolto Comitato, che tanto si era prodigato per la realizzazione dell’opera, superando ostacoli infiniti, ed il Presidente Maciocie , in conclusione della sua relazione dice che da uomo d’ordine, fin dalla giovinezza, era “abituato ad inchinarsi agli ordini delle Autorità anche quando, come nel caso, li riteneva ingiusti.”
Sottolinea però che il vero giudizio lo daranno la storia ed i cittadini, e che “Ospite in Sezze, non può che augurarsi che in nome dei loro Caduti, i sezzesi cancellino le discordie, dimentichino gli odi e vivano nell’amore delle loro famiglie, nella concordia di cittadini che si riconoscano finalmente tutti figli di una medesima terra, nel lavoro fecondo dei campi, nel lavoro che è legge santa dell’umanità per la quale i singoli e la patria ricevono impulso ad una lenta sì ma perenne ascensione verso un più alto e sereno ideale di vita”
La prima cosa che mi viene da dire è che, qui a Sezze, cambiano i tempi e le persone, ma il modo di fare della politica rimane sempre lo stesso. I cittadini più sensibili e disinteressati, quelli che impiegano il loro tempo per amore del proprio paese hanno sempre trovato gli ostacoli più grandi proprio in quelle autorità dalle quali avrebbero invece dovuto aspettarsi l’aiuto maggiore. Onore ai nostri Caduti in guerra, figli di Sezze e delI’ Italia, ed onore e gloria ai nostri concittadini del Comitato del 1923, che grazie alla loro opera ne hanno permesso il ricordo imperituro. 

RESOCONTO FINANZIARIO
___________________
ATTIVO
Libretto Banca Regionale……………………………………………………………………….. £ 634,45
Libretto Cassa di S. Antonio………………………………………………………………… £ 10452,00
Libretto Cassa di S. Antonio…………………………………………………………………… £ 845,40
Consolidato 5% convertito in contanti…………………………………………………………. £ 2532,25
Tombola del 3 giugno 1923 …………………………………………………………………… £ 1120,00
Tombola del 13 giugno 1923……………………………………………………………………. £ 1040,15
Tombola del 24 giugno 1923……………………………………………………………………. £ 380,05
Tombola del 2 luglio 1923……………………………………………………………………… £ 1461,75
Tombola del 22 luglio 1923……………………………………………………………………. £ 3411,00
Tombola del 8 giugno 1924……………………………………………………………………… £ 1073,20
Tombola del 13 giugno 1924…………………………………………………………………… £ 1434,00
Tombola del 22 giugno 1924……………………………………………………………………… £ 638,66
Tombola del 2 luglio 1924………………………………………………………………
.............. £ 1407,88
Tombola del 20 luglio 1924………………………………………………………………………. £ 392,26
Tombola del 21 settembre 1924…………………………………………………………............... £ 172,05
Tombola del 5 ottobre 1924……………………………………………………………………….. £ 57,07
Sottoscrizione cittadina…………………………………………………………………………… £ 3175,00
Sottoscrizione emigrati (Di Trapano Luigi) ……………………………………………………….. £ 1682,00
Sottoscrizione emigrati ( Luigi Malizia) …………………………………………………………. £ 1760,00
Sottoscrizione emigrati (Di Gigli Lidano) ………………………………………………………….. £ 1415,00
Dall’emigrato Barletta Edmondo ……………………………………………………………………£ 100,00
Dal Sig. Zannelli Ettore …………………………………………………………………………..  £ 100,00
Dal Sig. Pietrosanti Angelo ……………………………………………………………………… £ 150,00
Serata del 24 maggio 1923 ……………………………………………………………………… £ 1679,95
Serata Pasqualucci Pietro ……………………………………………………………………… £ 197,85
Serata filodrammatica …………………………………………………………………………… £ 300,00
Comune di Sezze ……………………………………………………………………………… £ 5000,00
Cassa di S. Antonio …………………………………………………………………………… £ 2500,00
Cassa di Risparmio di Velletri…………………………………………………………………… £ 1500,00
Banca Credito e Valori ……………………………………………………………………………£ 100,00
Circolo Femminile Cattolico ……………………………………………………………………… £ 25,00
Capitolo della Cattedrale ………………………………………………………………………… £ 50,00
Cooperativa Agricola Setina………………………………………………………………………£ 200,00
Patronato Scolastico …………………………………………………………………………… £ 200,00
Società Bovaria ………………………………………………………………………………… £ 500,00
Anonimo ………………………………………………………………………………………  £ 100,00
Anonimo ……………………………………………………………………………………… £ 100,00
Comitato Festa S. Antonio (1923)……………………………………………………………… £ 100,00
Comitato Festa S. Antonio (1924) ……………………………………………………………… £ 100,00
Circolo Maschile Cattolico ………………………………………………………………………£ 200,00
Corrisposta fitto erba terreno parco………………………………………………………………£ 100,00 
Interessi ……………………………………………………………………………………….£ 2082,50 
__________
TOTALE ................................................................................................................................. £ 50.806,47

PASSIVO
Perdute nel fallimento della Credito e valori ………………………………………………………£ 3085,42
Spese varie come da documenti ………………………………………………………………… £ 946,90
_____________
TOTALE ....................................................................................................................................£ 4032,32

RIEPILOGO
Attivo………………………………………………………………………………………… £ 50.806,47
Passivo ………………………………………………………………………………………   £ 4.032,32
________________
RESIDUO ATTIVO ................................................................................................................ £ 46.774,15

N.B. – Aggiungendo a detta somma lire diecimila che il disciolto Comitato aveva avuto cura di far deliberare dal Comune, come suo ulteriore contributo; lire cinquecento, quale contributo del Circolo Cittadino, e le somme già sottoscritte da cittadini e non ancor versate, si raggiunge una cifra che oscilla sulle 60 mila lire.
Sezze, maggio 1926 
dalla Relazione dell’ Avv. FRANCESCO MACIOCIE


Sezze, 21 maggio 2013

Nessuna malattia degli olmi

L'incuria, le potature non disinfettate, l’evidente danneggiamento provocato con mezzi meccanici alle radici superficiali degli olmi nel tentativo di renderle piane, sono state le concause che hanno determinato una leggera sofferenza su quattro dei nove alberi del filare dell’ex viale dei Cappuccini. Dall’esame visivo della corteccia e dalla sezioni dei rami e dei tronchi non è stata rilevata in nessuna pianta la presenza dell’ ascomicete ophiostoma ulmi (responsabile della tracheomicosi comunemente chiamata grafiosi) né di gallerie sottocorticali procurate dai coleotteri scolitìdi, vettori della propagazione della malattia.

 Sezione trasversale del tronco                                      Radici spianate con mezzi meccanici
Gli studi condotti in ogni parte del mondo hanno accertato che le piante più aggredite dalla grafiosi sono quelle più anziane. Se così è, come spiegare la salute dei due olmi ultrasecolari posti a una cinquantina di metri dal filare incriminato?  Ci sono diversi lati poco chiari in questa vicenda e gli interrogativi sono più che legittimi. 

Perché per la realizzazione del marciapiede dell’ex viale dei cappuccini sono stati commissionati ben due progetti? Perché il primo, che prevedeva il marciapiede dalla parte opposta al filare di olmi, quindi più funzionale, è stato abbandonato? 

Perché si è sentita la necessità di incaricare un altro progettista per redigere un secondo progetto e cambiare l’ubicazione del marciapiede? 

Perché nel progetto gli olmi figurano come malati da estirpare se la relazione vegetazionale per giustificarne l’espianto è stata commissionata solo il giorno prima del taglio? 

Se invece dalla relazione vegetazionale fosse risultato, al contrario, che gli olmi erano sani, quale sarebbe stata la sorte del marciapiede e dei lavori già appaltati ed iniziati? 

Tutto questo ci spinge a ritenere che il taglio degli alberi è stato solo il frutto di una scelta politica strabica e sorda alle richieste dei cittadini, che niente e nessuno avrebbe mai potuto fermare la scellerata decisione di privare il paese di un bene così prezioso


Sezze, 21 maggio 2013

L'escamotage per disboscare è sempre la malattia degli alberi

L'agente causale della grafiosi dell’olmo, tirata in ballo dal comunicato stampa del Comune di Sezze, è un fungo la cui diffusione viene facilitata da un coleottero scolitide che abita la corteccia degli Olmi. Le prime diffusioni del patogeno in Italia risalgono agli anni 30, vale a dire trenta anni prima che venissero abbattuti quelli secolari della Passeggiata dei Cappuccini per far posto alle attuali palazzine. Sembra che il fungo prediliga le piante secolari, ma a Sezze la presenza del patogeno non è mai stata segnalata, anzi, nei pressi degli Archi di San Lidano, esiste addirittura un fosso consorziale, da sempre conosciuto come “fossella dell’olmo”, dove questa specie cresce spontanea e rigogliosa (vedasi foto). Sembra pure che la grafiosi non attecchisca laddove sono presenti tracce di inquinamento da monossido di carbonio (emesso dallo scappamento delle auto) che ne ostacolerebbero la propagazione.


Sezze, 5 maggio 2013

Salviamo gli olmi del viale dei Cappuccini

Gli olmi di Viale dei Cappuccini sono beni comuni e testimoni di civiltà. Sono portatori di molteplici valori e costituiscono, quali risorse straordinarie, il patrimonio storico-ambientale del paese e come tali devono essere tutelati e mantenuti. Offrono umilmente i loro doni, anche a chi vuole abbatterli, tra cui l’assorbimento di anidride carbonica e il rilascio vitale di ossigeno, operazione di riciclo necessaria soprattutto nei centri urbani. Offrono l’ombra preziosa che ci accompagnerà in tanti giorni di caldo intenso, ma anche la loro bellezza. Danno ospitalità ad altre specie viventi, tra cui gli uccelli insettivori che eliminano senza prodotti chimici, ad esempio, una grande quantità di zanzare. Quegli olmi sono beni comuni che aiutano a farci vivere meglio. Alberi e marciapiedi non sono incompatibili, i nostri olmi possono rimanere al loro posto, contribuendo ancora per secoli a farci vivere meglio. Lo hanno già fatto per i nostri padri e lo faranno per i nostri figli. Chi non ha cura degli alberi dimostra di non avere cura della propria salute, figurarsi se può averne per quella dei cittadini. La legge n.10bdel 14 gennaio 2013, entrata in vigore il 16 febbraio scorso, obbliga i Comuni sopra i 15mila abitanti a piantare un albero per ogni bambino registrato all'anagrafe o adottato, oltre a tutelare quelli già esistenti. Non è una novità, perchè l'obbligo di piantare un albero per ogni neonato era già stato introdotto in Italia con la legge Cossiga-Andreotti n.113 del 29 gennaio 1992, ma tutto è rimasto lettera morta.
Ora per "assicurarne l'effettivo rispetto", la legge n.10 introduce modifiche alla precedente disposizione. Un altro cambiamento riguarda i tempi: la piantumazione dovrà avvenire entro sei mesi, e non più dodici, dalla nascita o dall'adozione. Nonostante il basso tasso di natalità italiano, la legge dovrebbe riuscire a contrastare, almeno in parte, la perdita di zone verdi nel Paese, che secondo l'Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) è di otto metri quadrati al secondo.

A vigilare sul rispetto della normativa sarà il Comitato per lo sviluppo del verde pubblico istituito presso il ministero dell'Ambiente, mentre i Comuni dovranno comunicare informazioni sul tipo di albero scelto per ogni bimbo e il luogo in cui è stato piantato, provvedendo anche a un censimento annuale di tutte le piantumazioni. Sempre per tutelare il verde pubblico, la legge introduce norme a tutela degli alberi monumentali e ridefinisce la Giornata nazionale dell'albero, celebrata il 21 novembre, che punta a "perseguire, attraverso la valorizzazione dell'ambiente e del patrimonio arboreo e boschivo, l'attuazione del protocollo di Kyoto", e prevede attività formative in tutte le scuole.


Sezze, 4 gennaio 2013

La leggenda della regina Camilla e del principe Ufente

Questa è una di quelle antichissime favole che si perdono nella notte dei tempi e che ci sono state tramandate dai nostri nonni, i quali usavano raccontarle nelle lunghe serate d’inverno accanto al camino,trascorse in famiglia e con gli amici. Presi come siamo dallo stile di vita impostoci dalla società moderna, dai nuovi mezzi di comunicazione e dalle “meditazioni “ su facebook, rischiamo di perderne completamente la memoria storica. 

Per questo, grazie alla traccia che mi è stata suggerita dalla nostra cara amica Filomena Danieli, una vera ricercatrice sempre prodiga di informazioni su storia, cultura e tradizioni setine, ho pensato di ricostruire questa antica leggenda, quasi del tutto scomparsa dai miei ricordi. La leggenda narra in chiave mitologica come ebbero inizio le diatribe e gli eterni scontri tra sezzesi e pipernesi. 
Camilla,la leggendaria regina privernate dei Volsci cantata nell’Eneide di Virgilio, era figlia di re Metabo e della regina Casmilla. Si dice che il padre non fosse ben visto dai suoi sudditi e che per questo un brutto giorno gli si ribellarono invadendo la reggia (come sono cambiati i tempi !). Ci furono scontri, tafferugli e in molti perirono, ma re Metabo riuscì a fuggire, prese in braccio la piccola Camilla di soli pochi mesi e cercò scampo nella foresta, sotto una pioggia torrenziale. Cammina e cammina, tra pozzanghere e fango, inseguito da uomini armati, giunse al fiume Amaseno, prossimo allo straripamento e con le acque intorbidite per la troppa pioggia caduta in quei giorni. Metabo si rese conto che non sarebbe mai riuscito ad attraversare il fiume a nuoto con la bambina tra le braccia, e per di più bisognava fare presto perché gli inseguitori stavano per raggiungerlo. 

Ebbe così una idea fulminea: prese una grossa scorza di sughero dal tronco di un albero, vi pose la piccola Camilla e l’avvolse in un telo, legò il tutto alla sua lancia e con grande impeto la scagliò dall’ altra parte del fiume, dopo averla affidata e consacrata alla dea Diana. La dea accolse le suppliche del povero Metabo e pose la piccola sotto la sua protezione, fin quando il padre non la raggiunse a nuoto sfidando la corrente del fiume. Camilla crebbe così nella foresta nutrendosi di latte di pecora e di radici, e vestendosi con pelli di tigre; divenne sacerdotessa di Diana ed insieme ad alcune ancelle imparò a combattere e a cavalcare, diventando una vera guerriera, una sorta di amazzone. 

Camilla però aveva in animo un solo desiderio, quello di vendicare il padre e di riconquistarne il regno, la sua Priverno. Si narra che insieme alle ancelle cavalcasse più veloce del vento e che i loro cavalli erano capaci di attraversare sterminati campi di grano senza far cadere una sola spiga a terra. Un bel giorno finalmente riconquista il regno paterno e diventa regina dei Volsci. La regina Camilla, oltre che valorosa, era anche una donna bellissima e numerosi principi l’avrebbero voluta come sposa. Tra i suoi pretendenti c’era Ufente, principe degli “Ufentini”, chiamato “Bufento” nella tradizione popolare, un uomo forte e bello ma soprattutto innamoratissimo di Camilla. 

Costei però non era una donna come tutte le altre, perché come abbiamo visto, il padre l’aveva consacrata alla dea Diana, e lei stessa da adolescente ne era diventata sacerdotessa. Il suo cuore quindi apparteneva a Diana come pure la sua verginità. Non potendo essere corrisposto da Camilla, Ufente si rivolse agli dei, perché lo aiutassero a conquistare la regina. Gli dei allora erano un po’ come i nostri ministri e Giove, il padre di tutti gli dei, era come il Presidente del Consiglio. Ognuno nell’ Olimpo aveva il suo “ministero”, ma tutti insieme formavano una maggioranza più o meno coesa (proprio come oggi), per questo gli dei non volendo dispiacere a Diana, protettrice di Camilla, consigliarono il principe Ufente di dimenticarla e di cercare come sposa un'altra donna. Ufente però era molto innamorato, e come sempre accade in amore non poteva immaginare la sua vita senza Camilla, né i suoi occhi discernevano altra donna che potesse reggere al confronto. 

Il principe decise così di sfidare gli dei, trovando ogni giorno un nuovo stratagemma per incontrare la regina e per tentare di conquistarne il cuore. Camilla, anche se diversa dalle altre, era pur sempre una donna, ed anche molto tentata dall’amore e dalla perseveranza del principe, per cui invocò Diana di darle la forza ed il coraggio di resistergli. Diana, che ben comprendeva le ragioni della sua “assistita” per aver anche lei fatto voto di castità in seguito alle profferte del dio Amore, trasformò il principe Ufente in fiume. Ma anche da fiume, il principe non smise di amare e di desiderare la bella Camilla, spostò pian piano il suo corso verso la reggia per esserle più vicino, e come da uomo ebbe cura della sua persona, così da fiume volle che le sue acque fossero sempre fresche e limpide e ordinò agli uomini della sua tribù, la Ufentina, di curare le sue rive in modo che restassero sempre verdi e profumate da fiori, insomma una sorta di Eden. 

Camilla, in un caldo giorno d’estate, attratta da queste acque così invitanti, decise di bagnarsi in compagnia delle sue ancelle, e legati i cavalli ai rami di alcuni alberi si denudò delle vesti e si tuffò. Ad Ufente non parve vero che Camilla venisse ad abbracciarlo nel proprio letto e rispose accarezzandola con le sue acque limpide, provocando un turbine di sensazioni sino ad allora sconosciute ad entrambi. Camilla rimase incantata da tanta dolcezza, ed Ufente, oramai incapace di resistere al suo fascino, con un gioco d’acqua la imprigionò in un vortice di passione e di sentimenti, alla quale la regina non seppe opporre resistenza. Ufente visse così il suo sogno d’amore che… non durò a lungo perché presto cedette al desiderio di palesarsi . La regina Camilla sentendosi tradita, odio' lui e tutti gli Ufentini. Da qui' l'eterna diatriba e gli scontri tra Sezzesi e Privernati.


Sezze, 8 dicembre 2012

Sulle tracce della tribù Ufentina

Giovanni Ciammarucone nel 1641 in “ Descrizione della Citta di Sezza” così parlava dell’ Ufente, il mitico fiume che origina dalle fresche sorgenti poste ai piedi di Sezze, meglio conosciute con il nome di “Mole Muti”, “ Sardellane” e “Scafa Rappini” (la scafa era una barca, oggi in disuso) :
“Nasce l’Ufente in piè della montagna setina con letto navigabile nell’istesso fonte; e lentamente scorrendo nel mar Tirreno si nasconde; celebre ne ’tempi nostri per le grosse pesche di spigole, e di cefali, che in quello si fanno con reti, e con altri ordegni piscatorii, venendo prima intorbidare l’acque con grosso branco di bufali. Tali pesche si fanno per l’ordinario in ogni tempo dell’anno, eccetto che nel fondo dell’invernata, ma particolarmente nella settimana santa se ne fa una solennissima dalli Signori Governatori di Campagna per regalare gl’Eminentissimi Signori Nipoti di Papi;…” 

Il fiume ha origini antichissime che si perdono nella notte dei tempi; viene cantato nell’Eneide di Virgilio ed incarna uno dei nemici che contrastano la mitica figura di Enea, appena sbarcato nel Lazio a seguito della distruzione della sua città, Troia. 
Nella vicina Priverno, che con Sezze ha sempre avuto una rivalità secolare, il nostro paese veniva identificato con “gliò Bufente” come testimoniano alcune storielle ancora in voga sino a qualche decennio fa tra “la Regina Camilla e gliò Bufente” inventate dai pipernesi per denigrare Sezze. Il nostro paese rendeva pan per focaccia con un'altra serie di racconti tra “I Bufento e la Camilla” quasi sempre imbastiti di volgarità, al pari di quelli di Priverno. Priverno è nota per le sue origini volsche, e Camilla ( figura immaginaria, secondo Ciammarucone ed altri) regina di Volsci e figlia di re Metabo, morì per mano di Arunte combattendo con i suoi guerrieri al fianco dell’alleato Turno contro Enea, dalla cui progénie verrà poi fondata Roma. (Eneide di Virgilio canto VII vv. 803 -817 e canto XI vv. 498 – 915.) 
Se però i pipernesi chiamavano Sezze “gliò Bufente”, storpiando il nome del fiume Ufente, una ragione doveva pure esserci e questa la possiamo trovare ancora una volta nel libro del Ciammarucone, che si rifà ad un passo di Tito Livio: “Da questo Ufente venne denominata la Tribù Ufentina, che insieme con l’altre votava nel Senato Romano; di cui ancor vive la memoria in un marmo intagliato dell’antica Fregelle; hora Ponte Corùo, di lui fece menzione Livio nel libro IX della prima Decha con queste parole: Eo anno dua addite Tribus Ufentina e Falerina..” Conosciamo veramente molto poco di questa tribù; possiamo solo dedurre da Tito Livio che si sviluppò lungo le rive dell’Ufente e che nel 318 a.C. faceva parte della Lega Latina e partecipava con rappresentanti alle sedute del Senato Romano.

Il nome “gliò Bufente” affibbiato a Sezze, potrebbe dunque trovare una giustificazione dal fatto che la tribù Ufentina o Ofentina , che abitò le rive dell’Ufente, abbia trovato una sistemazione proprio nelle rive sotto Sezze e che i privernati idealizzarono con tale nomignolo tutta la zona, ivi compresa la nostra città, che peraltro in tutti i testi antichi non figura mai con tale nomignolo ma sempre con il suo vero nome. 
Del resto, la tribù Ufentina, non avrebbe mai potuto trovare luogo migliore delle sorgenti dell’Ufente, soprattutto in quel tratto che va dalle Mole Muti (dal nome dell’antico proprietario) alla sorgente della Scafa Rappini, e dall’Arnalo dei Bufali (dove fu ritrovato il dipinto rupestre dell’uomo a phi), fino a Ponte Ferraioli. Chi conosce questi luoghi sa che sarebbero stati ideali ad ospitare una tribù di pescatori e di agricoltori quale doveva essere l’Ufentina, non solo per le numerose sorgenti e polle d’acqua che fanno invidia a Ninfa, ma anche perchè l’Ufente era navigabile e pescoso, ed i terreni circostanti potevano essere facilmente irrigati da una fitta rete di canalicoli, in cui ancora oggi scorrono le acque sorgive, e che hanno dato a tutta la contrada la denominazione di “Canalelle”. 
Se così fù, le numerose grotte carsiche che si vedono nel monte dirimpetto le sorgenti del fiume, e ai cui piedi passava la ferrovia di “Tuppitto” ed ora la Roma – Napoli, avrebbero potuto essere abitate dalla tribù Ufentina, cosi come la villa situata tra i pascoli della Società Bovaria, i cui resti oggi sono comunemente chiamati “villa romana”. Osservando i ruderi e il sito di questa villa, posta ad una quota di circa 70 metri di altitudine, si desume che dovette essere piùttosto ampia, costruita su più livelli e servita da una copiosa sorgente d’acqua che scaturiva dalle rocce, e di cui ancora oggi se ne ravvisano i segni.
Quanto sarebbe bella una passeggiata in battello sull’Ufente!


Sezze, 7 dicembre 2012

La vicenda di Sandro e Lidanuccio alle Canalelle

Alessandro Di Prospero, mio anziano cugino, nato in Via Corradini ( a gli Montòno), ma vissuto sempre fuori come ufficiale di Finanza, è stato certamente il primo radiamatore di Sezze ma anche un personaggio piuttosto unico per la sua simpatia e per la passione che da sempre nutre per le radiocomunicazioni. Recentemente ha partecipato via radio ai soccorsi in Giappone a causa dello tsunami ed oggi segue il Voyager 1 che esce dal sistema solare. Molto curioso ed interessante è ciò che racconta di sé nel suo blog di elettronica: 
“Nato a Sezze Romano (LT) il 4.11.1928, all'età di circa 14 anni (Tempo di guerra) iniziava a dedicarsi con passione allo studio e sperimentazione della radiotecnica in genere prima rivolgendo la sua attenzione alle apparecchiature più semplici e a quelle militari trovate in trincee abbandonate, su carri armati od automezzi distrutti nonché su aerei, e poi alle intercettazioni varie compreso anche Radio Londra. Ancora minorenne, a causa di questa passione o inclinazione, veniva "osservato" ( Periodo post Fascista ) dai Carabinieri di Sezze per le sue attrezzature tecniche che, se pur primordiali, per loro erano molto "particolari" e quasi "misteriose". 

Già le sue antenne semplicemente filari sul tetto di casa, costituivano novità, curiosità e interrogativi non solo per le Forze di Polizia ma per tutti. Al suo paese, peraltro agricolo e popoloso, le radio riceventi dei programmi EIAR si potevano contare con le dita di una mano. I suoi genitori ed in particolare sua madre N.D. Geltrude DEL DUCA, impaurita dalle continue visite della Polizia e di altri "strani signori....di Roma", contrastava questo suo figlio affinché cessasse di "giocare" con quelle strane cose, anche perchè senza rendimento economico ma soltanto costose e dannose per le numerose tegole rotte sul tetto. Ancor più pericolose perchè potevano costituire intralcio ai suoi "veri" studi letterari classici peraltro impostigli.” Sandro, come tutti i ragazzi della sua età, aveva però anche tanti amici coi quali amava fare delle lunghe passeggiate fuori porta. Ecco cosa mi ha raccontato in un recente scambio di mail, che mi piace riportare con le sue testuali parole, perché significative di un passato abbastanza recente:
Ricordo Lidanuccio "Bersagliero" ora anziano come me e spero ancora in vita. Una volta con questo mio amico scendemmo fino alle "CANALELLE" dove il padre, afflitto da una grave forma di artrosi e per l'estenuante lavoro con la zappa, era rimasto anchilosato a schiena ricurva. Con il suo lavoro indescrivibile era riuscito a costruirsi (Incredibile...!) una piccola isola di terra di circa (Penso) un migliaio di mq. ove, meraviglia delle meraviglie, crescevano ortaggi rigogliosi a non finire. Ebbene quel giorno quel povero padre non aveva nemmeno il pane per sè e nemmeno un pezzo di pizza "roscia" cotta in casa la sera prima. Notai il suo dispiacere velato. Ma io e Lidanuccio ci accontentammo di un bel pomodoro a testa e un pò di sedano col sale. Per bere ? L'acqua che scorreva ai lati dell' "isola". Ancora un ricordo con questo Lidanuccio detto Bersagliero come il padre: andammo a caccia di Quaglie di notte con un lume a carburo ed una campanella. Esito completamente negativo e ci accontentammo di mangiare dei lumaconi trovati fra le erbacce e fatti alla brace con un focarello. Premi ricevuti da questo mio comportamento ed azioni ? Botte da mio Padre e da mia Madre nonché, e non raramente, dai miei fratelli maggiori, Lidano e Filiberto.”


Sezze, 8 novembre 2012

Pio VI alla "Sedia del Papa" prima dell'esilio

Il cardinale Giovanni Angelo Braschi salì al soglio pontificio nel 1775 assumendo il nome di Pio VI. Nacque a Cesena il 27 dicembre 1717 e morì a Valence (Francia) il 29 agosto 1799. Come Sisto V, appena eletto ebbe in animo di studiare a fondo le possibilità di bonificare radicalmente le Paludi Pontine. Dopo due anni di studi, le opere di bonifica furono intraprese nel 1777 a cominciare da Terracina e durarono ben 21 anni, fino al 1798, con una spesa dieci volte maggiore di quella prevista inizialmente. Quando il Papa si accinse ad effettuare i lavori, i sezzesi , che pur non avevano mai visto di buon occhio la bonifica del territorio, perché dalla palude derivava loro una discreta economia (pesca, legname, carbone, etc) non protestarono affatto, ma fecero sapere alla Reverenda Camera Apostolica di mirare all’attribuzione delle terre redente e soprattutto di non tollerare una eventuale assegnazione ai forestieri, in loro luogo. 

Il Papa nominò direttore dei lavori l’ingegnere idraulico bolognese Gaetano Rappini e gli affiancò nell’opera altri due ingegneri : Gerolamo Scaccia e Gaetano Astolfi. La manodopera disponibile nello Stato Pontificio non era sufficiente, furono così incaricati diversi caporali di reperirla nel limitrofo Regno di Napoli e finanche nelle patrie galere, in cambio di amnistia o di sconti sulla pena. Il Papa, da bonificatore autentico si recò per un ventennio a rendersi conto personalmente dei lavori da lui voluti e sono innumerevoli le permanenze a Terracina dove iniziarono i lavori, ma anche le visite a Sezze, per ammirare dall’alto della “Sedia del Papa” le terre redente, come già aveva fatto il suo predecessore Sisto V e come ci attesta una stampa di Raphael Morghen "Les Marais Pontains" la cui matrice è conservata presso il British Museum di Londra.

 

Qui sopra la stampa di Raphael Morghen, “Le Marais Pontains” del 1798, rappresenta un momento all’inizio della breve vita dell’occupazione francese con la Repubblica Romana, e vede Pio VI avviarsi all’esilio scortato dai soldati francesi, ma vuole osservare per l’ultima volta la sua opera dall’alto di Sezze alla “Sedia del Papa

Quando nel 1798 gli avvenimenti politici portarono il Direttorio della Repubblica francese ad ordinare al generale Berthier di arrestare Pio VI e condurlo in Francia, la bonifica era quasi ultimata ed i territori di Sezze, Priverno e Terracina risentivano degli effetti benefici dell’opera del Papa. Pio VI si avviò così prigioniero in terra straniera, dove l’anno dopo morì, non prima però di aver espresso il desiderio di ammirare per l’ultima volta la sua opera dall’alto, e come si è detto non molto lontaqno della “Sedia del Papa”. 

Nel territorio di Sezze, allora molto più vasto, e su quello di Terracina e Priverno furono scavate le fosse miliarie, parallele tra loro e distanziate un miglio romano l’una dall’altra, che confluirono ortogonalmente nel nuovo canale lungo la Via Appia, chiamato Linea Pio in onore del Papa. Lungo le fosse miliarie furono costruite le strade “migliare”, i lunghi rettilinei che ancora oggi si percorrono per imboccare l’Appia. Tra le migliare furono messi a coltura i nuovi campi redenti, ma non però dai poveri contadini che fino all’ultimo sperarono, ma non più di tanto, di diventare se non proprietari, almeno enfiteuti. Per loro si verificò (nulla di nuovo sotto il sole) proprio quello che avevano paventato: i forestieri diventarono gli unici beneficiari del territorio bonificato. Rappini infatti, venne nominato marchese e gli si concesse buona parte del terreno bonificato al di qua dell’Appia in enfiteusi perpetua ereditaria, i terreni al di là dell’Appia furono parimenti concessi a Luigi Braschi - Onesti figlio di Giulia sorella di Pio VI, mentre 400 ettari furono assegnati alla Mensa Vescovile (cioè al clero). 

Così la bonifica di Pio VI, che si era presentata come una vera e propria riforma agraria, fallì il suo scopo. 

Degli 80.000 ettari ne furono bonificati solamente non più di 12.000 ma le opere fatte furono durature e consentirono alla bonifica integrale di Mussolini di operare nel “Circondario interno” di Pio VI, vale a dire nelle campagne di Sezze, Priverno e Terracina, partendo da un certo grado di evoluzione modesto sotto il profilo economico e sociale, ma di gran lunga superiore allo stato selvaggio della rimanente parte di territorio da bonificare, cioè il “Circondario esterno” degli ingegneri bonificatori di Pio VI.


Sezze, 30 ottobre 2012

In onore a Catone il Censore: “DE AGRI CULTURA”

Nome: Marcus Porcius Cato                      Nascita: Tusculum, 234 a.C. circa           Morte: 149 a.C.
Mestiere: politico, generale e scrittore     Soprannome: il Censore

“...Io credo che chi si dà ai commerci sia uomo ardito e solerte in acquistare ricchezze, ma pieno di pericoli e sciagure. Dagli agricoltori invece escono uomini fortissimi e valorosissimi soldati, e il loro profitto è giusto e non ha nulla di odioso, e non son tratti a cattivi pensieri coloro che a questa attività si sono dati.” Così scriveva Catone il Censore oltre duemila anni fa nel Liber de agri cultura, meglio conosciuto come De agri cultura, la più antica opera latina di agricoltura a noi pervenuta…occorre dargliene atto perché le sue parole hanno trovato conferma nei secoli. Il trattato di Catone ci rivela la vita, la mentalità, i procedimenti tecnici e i criteri economici di un agricoltore di epoca romana, ma ci rivela anche quanto, nella res pubblica di allora, fossero presenti molte delle attuali anomalie: “I ladri di cose private passano la vita in carcere; i ladri pubblici vanno coperti d’oro e di porpora.” 

Nel Liber de agri cultura, Catone tratta non solo di come coltivare i campi ma anche di veterinaria e di medicina, di consigli per chi deve acquistare un fondo, di come costruire una villa, un frantoio, un torchio, vi si trovano ricette di cucina, informazioni sui prezzi di mercato, sul modo di mantenere la servitù, su quali devono essere i doveri del padre di famiglia; insomma offre tutte le informazioni per chi vive in campagna e della campagna…non mancano neanche le formule di preghiera per invocare gli dei sull’abbondanza dei raccolti e una buona salute per coltivare i campi. Nello scrivere il De agri cultura, Catone pensa ad una proprietà media di 100 – 250 iugeri, corrispondenti ad una odierna azienda agricola di 25 – 60 ettari; non tratta i vari argomenti in maniera organica e spesso è anche ripetitivo, però l’esposizione è concreta e pratica, la forma semplice e rude. 

Vediamo un passo a proposito dei doveri di un padre di famiglia: “Quando il capo di una casa va nelle sue terre, appena resi i dovuti omaggi ai Lari tutelari della casa, vada nella medesima giornata, se gli è possibile, a girar per la sua terra, e se proprio non può, lo faccia il giorno dopo; e quando s’è ben reso conto di come il fondo sia coltivato, di ciò che è stato fatto e di ciò che rimane da fare, chiami il villico e chieda a lui quanti lavori siano fatti e quanti ne restino da fare, e se quelli compiuti siano stati fatti a tempo. Osservi il bestiame per accrescerlo; lo venda se il prezzo è buono, come pure l’olio ed il vino in esubero; e venda i buoi vecchi e gli armenti e le pecore malandate, la lana, le pelli, il carro vecchio e la vecchia ferraglia, gli schiavi vecchi e tutto ciò che c’è di superfluo. Il capo di famiglia deve essere pronto a vendere, non a comprare.”
Marco Porcio Catone nacque a Tusculum, l’odierna Frascati da una famiglia di agricoltori rimasta plebea per aver sempre rifiutato le più importanti cariche civili; e agricoltore fu lui stesso, quando, gli impegni militari, glielo permettevano. Visse tra il III e II secolo a. C. (234 – 139) in un periodo cruciale della storia di Roma: la seconda guerra punica con la calata di Annibale dalle Alpi e le terribili perdite inflitte alle legioni romane sul Ticino, sul Trebbia e sul Trasimeno, sino alla disastrosa battaglia di Canne; un periodo caratterizzato da grossi conflitti sociali tra la nobiltà ed inuovi ceti che si affacciavano alla vita pubblica, dalla scomparsa della piccola proprietà e dalla nascita del latifondo, dal continuo afflusso di stranieri dalla Grecia e dall’Oriente, spesso più intraprendenti dei Romani ma che Catone vedeva come il fumo agli occhi, un attentato alla cultura romana. Insomma, Marco Porcio Catone visse proprio nel periodo in cui Roma si avviava alla conquista del mondo e di quelle vicende fu protagonista indiscusso. 

Nella vita pubblica percorse tutti i gradi del cursus honorum: fu uomo politico, scrittore, questore, console, pretore, e per ultimo censore. I censori avevano il compito di compilare ogni cinque anni i ruoli dei contribuenti in occasione del censimento, avevano la vigilanza sui lavori pubblici e sui costumi dei cittadini; Catone in questa sua carica represse severamente e con imparzialità ogni forma di corruzione pubblica e privata tanto da valergli l’appellativo di “ censore” che gli rimase per sempre; benché sin dagli inizi del cursus si era caratterizzato come moralizzatore della vita pubblica. Condusse una lotta accanita contro il lusso. Impose pesanti tasse sugli abiti da lusso, sugli ornamenti personali, specialmente delle donne, e sui giovani schiavi comprati come concubini. Successivamente, anche senza più ricoprire cariche, ebbe un enorme prestigio e dominò il Senato. 

Di carattere tenace e di mentalità conservatrice, fu assertore del nazionalismo, tanto nella vita quanto nella letteratura. Ebbe come direttiva costante la preoccupazione di distruggere Cartagine, nella quale vedeva una rivale della potenza romana…famosa la sua frase Carthago delenda est (Cartagine è da distruggere) a conclusione di tutti i suoi discorsi in Senato. Osteggiò l'introduzione in Roma della cultura e della filosofia ellenica, e, in opposizione ai molti autori romani che scrivevano in greco, compose tutte le sue opere in latino, inaugurando un costume destinato a rimanere costante. In quel mondo in trasformazione, Catone rappresentò la democrazia rurale e tradizionalista e si impegnò sempre accanitamente a difendere le antiche virtù di quelle generazioni, composte soprattutto da agricoltori, che avevano formato la grandezza di Roma.


Sezze, 5 agosto 2012
La festa di gli Saluàtoro

Era il 1933 ed alcuni bambini si recavano a gruppi alle “coste” di Sezze, passando dalla torretta di via Corradini, per raccogliere arbusti e rovi per farne corone con cui cingersi la testa in occasione della processione di Gesù Salvatore ( i Saluatòro). La ricorrenza vera e propria della festa cadeva il giorno dell’Assunta, a Ferragosto, ma si usava portare in processione “ i Saluatòro” ogni volta che prolungati periodi di siccità o piogge persistenti minacciavano i raccolti oppure la germinazione dei semi. In una società contadina come quella di Sezze, infatti, le buone o la cattive stagioni facevano la differenza e potevano significare abbondanza o carestia perché non si avevano a disposizione i mezzi che oggi conosciamo per potervi ovviare. 

La processione usciva dalla Cattedrale di Santa Maria percorrendo le strade del centro, ma prima di rientrare in chiesa i fedeli sostavano in preghiera al Belvedere ( i muro la terra) con la statua del Salvatore rivolta verso la pianura e invocavano la pioggia oppure il sole, a seconda delle circostanze. Così è stato riferito che in caso di piogge persistenti si implorava: “ Sole Madonna che spacca le prède, lu grano n’se mete, n’se po’ più campà” e la preghiera non cambiava di molto in caso di siccità: “Acqua Madonna che spacca le prede, lu grano n’se mete, n’se pò più campà ” Accadeva talvolta che la preghiera fosse esaudita, ma il più delle volte era necessario portare nuovamente in processione il Salvatore perché, come sosteneva l’Arciprete di Santa Maria Don Carissimo, i fedeli non avevano pregato con il sufficiente fervore. 
Per la Madonna dell’ Assunta le “ pagnottelle de gli Saluàtore” erano una consolidata tradizione della quale non si poteva fare a meno, un dolce all’insegna della devozione a Gesù Salvatore, da consumarsi solo dopo la benedizione. Così ogni bambino inforcava la pagnottella ad una canna e al passaggio della processione la innalzava al cielo verso la statua del Salvatore per la benedizione. Nella Chiesa di S. Rocco, bombardata dagli Alleati nel 1944, nel dipinto dell’ Assunta, San Rocco era raffigurato con una pagnottella tra le mani.


Sezze, 9 luglio 2012
PRG: giù le mani dalle zone agricole

Questo Piano Urbanistico Comunale, se passerà così come approvato, snatura la vocazione tipica del territorio perché sottrae all’Agricoltura, la principale risorsa del paese, diverse centinaia di ettari di terreno altamente produttivo per far largo alla speculazione edilizia. Stime precise dicono che annualmente vengono sottratti all’Agricoltura italiana qualcosa come 68.200 ettari di terreno per il consumo di suoli residenziali, industriali e per infrastrutture. E’ un dato questo che può inorgoglire gli idolatri dell’urbanistica ma fa inorridire tutti coloro che, come noi, hanno a cuore l’Agricoltura, il paesaggio e le bellezze naturali, perché si basa su incrementi demografici e fabbisogni edilizi irreali e sovrastimati. Un altro dato deve far riflettere tutti: l’Agricoltura è una attività che comunque rimane sul territorio, l’industria al contrario il più delle volte delocalizza lasciando inutili cattedrali nel deserto ( Mira Lanza di Pontina, Mazzocchio, etc) Anche la Variante al Piano Regolatore di Sezze è incorsa a nostro avviso in questa sovrastima e, come già accaduto per altri Comuni italiani, si cerca di costruire molto perché il fiume di denaro virtuale creato dall’economia finanziaria deve trovare luoghi in cui materializzarsi : città e territorio. 

Non permetteremo però a nessuno di sottrarci del prezioso suolo agricolo, su questi terreni c’è un pezzo della nostra storia ma anche del nostro futuro; l’urbanizzazione, quando serve, riteniamo vada fatta sui terreni poveri e marginali. Considerata quindi l’importanza della Variante Generale al Piano Regolatore del Comune di Sezze e l’impatto che questa produrrà sul territorio agricolo di pianura e di conseguenza sull’economia agricola, Coldiretti auspica una riapertura dei termini per dar modo a forze sociali, culturali e politiche oltre che ad associazioni, imprenditori e tecnici, di meglio valutare la Variante e presentare le osservazioni nell’interesse generale del paese. La riapertura dei termini, si rende necessaria a causa dell’importanza della materia ma soprattutto per la sua vastità e complessità che allo stato attuale sembra, a nostro avviso, non abbastanza compresa dai più.


Sezze, 10 giugno 2012
Storia sismica di Sezze
Dopo il recente terremoto che ha sconvolto l’Emilia, regione fino ad ora ritenuta a bassa sismicità, i geologi si affrettano ad aggiornare le mappe e gli italiani, da nord a sud, si interrogano sulla sicurezza dei loro territori. Nessuno può dire con certezza se le sporadiche scosse avvertite da due anni nel territorio emiliano fossero in qualche modo paragonabili a quelle che dal luglio 2011 mettono in apprensione Latina e la fascia lepina, certo è che sinora entrambe le aree erano ritenute a basso rischio sismico sulla base dei dati storici. La memoria dell’uomo, come asseriscono i geologi, è comunque troppo corta e lacunosa rispetto ai tempi di ritorno di un sisma nella stessa area, che quasi sempre sono più lunghi di quelli dei dati delle serie storiche disponibili. La storia italiana è piena di esempi di terremoti devastanti avvenuti in zone ritenute asismiche. 

Basta ricordare alcuni dei più recenti come quello con epicentro nella Marsica che il 13 Gennaio 1915 distrusse Avezzano e Sora, mietendo decine di migliaia di vittime e che portò molto spaventò anche a Sezze e nei paesi limitrofi, oppure quello del Belice del 1968. Cercando notizie riguardo ai terremoti con epicentro Sezze, ho trovato nel Portale d’Abruzzo, nella sezione dei terremoti storici dal 217 a.C. al 2002, che uno solo ha riguardato direttamente la nostra città e precisamente quello del 2 Febbraio 1756, giorno della Candelora, con epicentro nelle colline di Sezze di magnitudo 4,63, superiore di quasi un grado a quello avvertito nella città il 15 febbraio 2012 alle ore 21, 46 con epicentro Tor Tre Ponti Per quanti desiderassero notizie più approfondite sulla sismicità della nostra area rimandiamo ai siti che ci sono stati suggeriti dalla mail della Dott.ssa Viviana Castelli, sismologa storica dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia di Bologna, che ringraziamo vivamente per il materiale fornito e per essersi accreditata al Setino.it
>----- Original Message ----- 
>From: <viviana.castelli@bo.ingv.it>
>To: <info@setino.it>
>Sent: Saturday, March 31, 2012 11:53 AM
>Subject: Storia sismica di Sezze

Buongiorno, mi sono imbattuta nel vostro blog mentre stavo cercando notizie sul vostro concittadino san Carlo da Sezze. Ho così potuto leggere il vostro rapporto sul recente terremoto che ha interessato il vostro territorio. Oltre a complimentarmi per il lavoro esauriente e l'eccellente impostazione mi permetto di segnalarvi come strumento di consultazione sul tema della storia sismica delle località italiane il Database macrosismico italiano 2011 (da cui è ricavata la storia sismica di Sezze che vi allego) http://emidius.mi.ingv.it/DBMI11/query_place/
Se vi interessa sviluppare il tema, in chiave di preparazione e riduzione del rischio sismico, potrete trovare utili spunti al link http://www.edurisk.it
Se poi voleste esplorare il tema del terremoto come fenomeno che fa parte del nostro ambiente, anche culturale, suggerisco http://santemidionelmondo.wordpress.com
Cordiali saluti
Viviana Castelli (sismologa storica)
Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia-Bologna


Il rapporto di cui parla la dott. Viviana Castelli è quello a firma di Vittorio Del Duca dal titolo “Terremoto: the day after” pubblicato all’indomani della scossa avvertita a Sezze il 15 febbraio scorso, con epicentro a Tor Tre Ponti. 

Per quanti interessati a prenderne visione si suggerisce di visitare il sito www.aziendaagricoladelduca.it  nella sezione eventi del menù principale oppure su questa pagina.


Sezze, 15 aprile 2012
Le radici dei carciofi di Sezze

L'Azienda Agricola Del Duca che ha radici secolari nel territorio del Comune di Sezze, del quale ha condiviso gli usi, i costumi, i mezzi di produzione e l’organizzazione della civiltà contadina, è stata la prima in assoluto a coltivare il carciofo romanesco in maniera intensiva. Nel 1897, il “campero” Alessandro Del Duca, allora conosciuto in paese come "Ndruccio Del Duca" affittò in località Roscioli alla migliara 47, nei pressi di Casal Volpe oggi Casale Bruciato, un appezzamento di terreno di un rubbio e mezzo (ettari 2,50) da investire a carciofi. I terreni appartenevano al vasto latifondo del “Patrimonio Rappini di Casteldelfino” delle cui tenute “nonno Ndruccio” era già in parte affittuario o come solevasi dire in quel tempo “mercante di campagna”.

Ricevuta di affitto del fondo in località Quarto Roscioli di Sezze del 15 Agosto 1897
Fu scelto quel luogo anche su consiglio dell’amministratore del Patrimonio Rappini, tale Ignazio Di Giorgi, perché ritenuto il più idoneo alla produzione di carciofi tra i pochi allora disponibili. Non è da dimenticare infatti che nel territorio di Sezze, come in tutto l’Agro romano imperava il latifondo e pertanto non si coltivavano piante ortive ( non ve ne era ancora necessità) ma solo cereali in forma estensiva, oltre a sconfinati pascoli per l’allevamento del bestiame allo stato brado con relativi procoi e masserie, come viene ricordato dal Lombardini, dal Tufo e da altri storici locali. I bulbi ( “ruzzole” o “cipollicchi” in dialetto) necessari alla propagazione delle piante, circa 20.000, furono raccolti con gran fatica negli orti dei terrazzamenti nella collina di Sezze e ai suoi piedi, in quelle poche “piaie” (terreni pietrosi) coltivate ad orto, le quali dopo lo smembramento del latifondo della famiglia Ferri, divennero assai numerose oltre che preziose per l’espansione della coltura dei carciofi. Da ogni pianta si ottennero da due a cinque bulbi e la difficoltà a reperirli fu notevole, tant’è che nonno Ndruccio potè seminare solamente poco più della metà della terra presa in affitto, e che completò solo nell’anno successivo con i rinascenti. 
I carciofi avevano avuto sino ad allora un’importanza solo per il consumo locale, come del resto tutte le piante da orto. Qualcosa però stava mutando e nonno Ndruccio, capostipite dei moderni imprenditori lo avvertì immediatamente.

 Carciofi alle "piaie" dove ora si trova l’Ufficio Postale di Sezze Scalo
Infatti, il progresso scientifico e tecnologico di fine Ottocento ed inizio Novecento, unitamente all’esplosione demografica, stava conducendo ad una profonda ed irreversibile trasformazione dell’intero sistema produttivo, economico e sociale con l’ampliamento dei mercati e della domanda di beni. Nel 1878, l’enciclica Rerum Novarum di Leone XIII (al secolo Gioacchino Pecci di Carpineto), aveva scosso non poco l’apparato borghese latifondista, il socialismo bussava alle porte della borghesia e le grandi proprietà terriere cominciavano a sfaldarsi perché non erano più in grado di garantire il tenore di vita ai loro padroni. L’esplosione demografica di Roma, che passò dalle 300.000 anime del 1881 ai 500.000 abitanti all’inizio del nuovo secolo, fece aumentare la domanda di beni di consumo, di nuove abitazioni, ed ebbero inizio molte opere pubbliche. I latifondisti colsero questa opportunità economica e iniziarono a vendere e smembrare i latifondi per investire nell’edilizia, ma tra gli acquirenti non ci furono i piccoli contadini, non ne avevano ancora la capacità economica. Tra i primi a vendere fu il latifondista Ferri, (con proprietà dove ora sorge l’abitato di Sezze Scalo e oltre l’attuale ferrovia Roma - Napoli), che volle “privilegiare” i suoi contadini. Costoro, per poter acquistare, accesero dei mutui con la Cassa operaia cattolica “S. Antonio da Padova” fondata a Sezze nel 1908 dal sacerdote setino Don Costantino Aiuti, ma poiché in tanti non furono in grado di onorare i debiti contratti, buona parte dei terreni finirono all’asta e il latifondo appartenuto alla famiglia Ferri passò, in buona parte, nelle mani di una nuova classe borghese che li rilevò così ad un prezzo assai conveniente. Per i piccoli contadini iniziava un periodo di lotte e di occupazioni delle terre, per poterne possedere “una misura”, “tre terzi”, o “un rubbio”, che culminerà nel biennio rosso (1919 – 1920). Accanto ai contadini in lotta per l’occupazione delle terre va ricordata l’opera meretoria e benefattrice del sacerdote Don Giuseppe Del Duca (1855 – 1929), fratello di Nonno Ndruccio ed amico di Don Sturzo, parroco della Collegiata di San Rocco prima e di Sant’Andrea dopo, morto il 31 Dicembre 1929 in assoluta povertà per aver donato i suoi averi e le offerte della Chiesa ai poveri, tra il rimpianto dell’intera popolazione di Sezze. Anche la popolazione di Sezze era in progressivo aumento: la statistica del 1853 rinvenne 8000 abitanti, il censimento del 1871 del nuovo Regno d’Italia ne enumera 9.440, che divennero 10.960 nello stato civile al 31 dicembre 1891. A tale data i due terzi della popolazione era dedita all’agricoltura. In conseguenza del progresso scientifico e tecnologico, nel 1892 venne realizzato il tronco ferroviario Velletri – Sezze Romano – Terracina, ad un solo binario e con treno a vapore, che i Sezzesi chiamavano “Tuppitto” per via del suo tup tup. Tale ferrovia velocizzò i trasporti dal Lazio Meridionale a Velletri, importante snodo ferroviario del tempo, e da qui fino a Roma ed il Nord Italia. L’insieme di tutte queste condizioni, ma soprattutto la consistente domanda di beni che proveniva dal mercato annonario della Capitale e parzialmente dal nord Italia, gettarono le basi per l’espansione della coltura dei carciofi che, grazie alla ferrovia, ne aveva accorciate le distanze rendendo più economico il trasporto. Basti pensare che un carrettiere, per portare un modesto carico a Roma, impiegava non meno di due giorni, compreso il ritorno e le soste.

Stand alla I Sagra del Carciofo - 1970 
I carciofi ottenuti furono spediti da nonno Ndruccio al Mercato Annonario della Capitale, in un primo momento a mezzo di carri trainati da cavalli, ma ben presto con i buoni consigli dei concessionari di questo mercato, che nel frattempo si erano attrezzati, le spedizioni avvennero per ferrovia con le carrozze merci di “Tuppitto” da Sezze Scalo a Velletri e quindi a Roma Ostiense. In queste spedizioni ferroviarie l’Azienda agricola Del Duca fu subito coadiuvata da altri camperi del calibro delle famiglie Angelini ( conosciuta in paese col soprannome “Vaccarella”) Coltrè, Boffi, Fanelli, Iucci, Pietrosanti, La Penna, Berti, Maselli e altri ancora. I buoni risultati ottenuti da queste spedizioni ferroviarie fecero sì che la coltura dei carciofi, sino ad allora rilegata agli orti di Sezze o ai piedi della collina su poche ” piaie” si estendesse un pò ovunque nella pianura pontina , fino a raggiungere il suo apice di produzione con la Bonifica Integrale delle Paludi Pontine, quando i nostri contadini si spinsero a coltivarli nei terreni bonificati, fino a Terracina e a Campomorto (oggi Campoverde ) nelle più svariate forme di contratti agrari. Questi buoni risultati ottenuti dalle spedizioni ferroviarie fecero sì che tutti i carciofi prodotti a Sezze venissero a concentrarsi nel piazzale della Stazione ferroviaria, che presto divenne un centro per la commercializzazione del carciofo, il cosiddetto mercato spontaneo che durerà sino a metà degli anni 90. Tale mercato spontaneo, nei primissimi decenni del Novecento, grazie anche allo sviluppo dei trasporti su gomma, assunse i connotati di un vero e proprio mercato stagionale alla produzione, con commercianti provenienti da Torino, Milano, Bologna, Rimini, Perugia a mezzo dei primi autocarri Fiat BL 18, con i fari a carburo che si accendevano con i cerini come quelli delle biciclette, ma anche dall’Abruzzo, da Roma, Velletri e i Castelli Romani con “Balilla” trasformate in autocarri, e non si fermerà neanche durante i due conflitti mondiali e le guerre libiche. 

Contadini di Sezze in Libia durante la guerra- 1936

Africa orientale- Uno sceicco degli Habab coi sottocapi
Per avere una idea dell’imponenza di questo mercato e della enorme ricchezza che ne scaturiva per l’economia di Sezze, basti dire che dagli anni trenta e sino agli anni sessanta, ogni mattina vi confluiva a raggiera da ogni strada del campo di Sezze, una lunga fila di carri, carretti, barrozze, asini e muli che in periodi di punta arrivava a toccare fino a cinque o sei chilometri. 
Sezze Scalo, quasi completamente disabitato sino a tutto l’ottocento, in virtù dell’economia creata dai carciofi vide sorgere le prime osterie,vere tappe obbligate di ristoro per contadini, commercianti e sensali, le prime case con annessi magazzini per la lavorazione dei carciofi, attività commerciali e di trasporti legati all’agricoltura, officine, attività artigianali e persino una industria come l’Ansaldo, per le traverse ferroviarie. 
Insomma Sezze Scalo, grazie al mercato dei carciofi, sviluppava le caratteristiche di un grosso insediamento commerciale, tanto che nel 1946 il primo Sindaco del dopoguerra, il socialista Ovidio De Angelis, alle prese con il grosso problema della ricostruzione dai bombardamenti ,vi ipotizzò una delocalizzazione delle case distrutte del centro storico, perché convinto dell’ immenso sviluppo economico di questo nuovo insediamento. 

Salvatore Santucci, detto Toto, con il figlio Antonio, coadiuvanti nella produzione di carciofi dell’Azienda Agricola Del Duca - 2012 
L’ Azienda Agricola Del Duca, non si è limitata alla sola coltivazione dei carciofi romaneschi ma anche alla loro selezione varietale. Dalle piante degli orti di Sezze e delle "piaie" , l’opera selettiva ultracentenaria, iniziata con nonno Ndruccio, successivamente continuata in forma societaria dai figli Vincenzo, Pietro, Giuseppe, Agrippino e ai giorni nostri dal nipote Vittorio, ha dato origine ai carciofi delle foto.

Operaie addette alla raccolta dei carciofi - 2012
Scopo di questa selezione varietale è stata quella di produrre carciofi con le caratteristiche richieste dal mercato, ottima pezzatura con colorazione verde e violetta dei capolini, gambo lungo con gran numero di foglie, che neanche le norme per le confezioni a marchio IGP sono riuscite a contenere. 
Nel nostro caso, siamo riusci a selezionare carciofi con gambo fino a 52 cm, superando la lunghezza di una normale cassetta a standard europeo (50 cm) e con un numero di foglie che passa da tre a cinque. Questi carciofi sono l’ideale per la confezione in mazzi, mentre per quella in cassette si rende a volte necessario spuntare ii gambi di qualche centimetro togliere qualche foglia.
Un record di selezione varietale insuperabile, come il loro sapore, che le terre ed il clima di Sezze rendono unico ed inimitabile!

> Le foto e il testo appartengono all’Archivio dell’Az. Agricola Del Duca. Per la loro riproduzione è necessaria l’autorizzazione del proprietario. Le notizie di questo testo sono state tratte dalla ricerca, in corso di estensione, sulle origini e sviluppo del carciofo a Sezze, autore Vittorio Del Duca.


Sezze, 18 febbraio 2012
Terremoto: the day after

1) La cronaca
Sezze 15 febbraio 2012 ore 21, 46 - La terra trema per qualche secondo: neanche il tempo di rendersi conto di ciò che accade, lo sguardo corre al lampadario che rimane fermo e senza oscillazioni, poi subentra la paura e molti, temendo nuove scosse, si danno alla fuga. Si fugge da casa, si va in strada, con i bambini in braccio o per mano. Si cercano conferme dai vicini ed ognuno racconta le proprie sensazioni, chi di vetri che vibrano, chi del boato come di un treno che entra in galleria, a chi è “ballata” la poltrona, a chi il letto e così via. 

Una vecchia signora che vive sola, si affaccia impaurita alla finestra: “m’ha ballato tutta la casa” dice alle persone in strada, poi richiude la finestra, prende il rosario tra le mani e prega Santa Barbara ; la paura di una nuova scossa non la fa però concentrare nella preghiera, si scusa con la Santa e va a cambiarsi l’intimo e l’abito, non si sa mai, i soccorritori potrebbero ritrovarla tra le macerie e non vuole farsi trovare in disordine. E’ stato un moto sussultorio e per fortuna senza danni. 

Trascorrono alcuni minuti e passata la paura si rientra in casa: c’è chi si accorge di aver chiuso la porta e lasciate le chiavi dentro, chi nel fuggi fuggi è caduto ed ora mette il ghiaccio sulle contusioni, chi telefona ai figli, chi ai genitori, chi agli amici. La televisione era rimasta sintonizzata sul festival di Sanremo, ma si cambia canale per avere notizie dell’epicentro, anche se tutti sospettano che sia a Tor Tre Ponti, dove dal Luglio scorso giungono segnali inquietanti, mai però così netti come stasera. I più evoluti “smanettano” su internet e presto danno a tutti la conferma: epicentro nella Pianura Pontina a Tor Tre Ponti, tra Latina e Sermoneta, intensità 3,8 della scala Richter e 6,9 Km di profondità, sciame sismico avvertito sino a Gaeta, alla periferia sud di Roma, in tutta la catena dei Lepini sino al Frusinate.
Sezze 16 febbraio 2012 - Nei bar, nelle edicole, nei luoghi di lavoro non si parla d’altro, si sfogliano i giornali che hanno appena fatto in tempo a riportare la notizia prima di andare in macchina. Dalla parrucchiera, una arguta professoressa di Scienze, più superstiziosa che scienziata, spaventa gli astanti con le profezie Maya sulla imminente fine del mondo, teorizzando macchie solari, inversione dei poli terrestri e collegamenti con i recenti ed eccezionali freddi che hanno investito tutta l’Europa.
2)- La Storia
I libri di storia su Sezze non riportano notizie di terremoti catastrofici, segno che probabilmente non ci sono mai stati, anzi i nostri nonni ne attribuivano il merito alla Valle della Cunnula, che secondo loro “li smorza” in quanto la valle “divide le montagne”. L’assenza di catastrofi è testimoniata anche dal gran numero di antichi edifici tuttora presenti nel centro storico, che hanno sfidato i secoli. 

Non va però sottaciuto quello che dicono i geologi, ovvero che in paesi come il nostro, che hanno ospitato civiltà millenarie, la memoria storica dei terremoti è troppo corta e lacunosa per descrivere appieno la sismicità, talvolta caratterizzata da tempi di ritorno più lunghi delle serie storiche disponibili. Il terremoto di ieri sera con epicentro a Tor Tre Ponti si dice che rappresenti una novità nella Pianura Pontina, ma anche terremoti come quello del Fucino (13.01.1915) e quello della valle del Belìce (15.01.1968), che seminarono morte e distruzione, erano in aree ritenute asismiche sulla base dei dati storici. 

Sezze si trova in zona ritenuta sismica, ma non di grado elevato, e la nostra memoria storica si è limitata sinora a ricordare le scosse di terremoti delle zone limitrofe, per fortuna senza danni, come quelli con epicentro nel cono vulcanico dei Colli Albani (1899 - 1927) che danneggiarono Nemi , i Castelli romani, Velletri e persino Roma, oppure quello più recente dell’Irpinia (1980). Ma c’è stata a Sezze una forte scossa che è passata alla storia: è quella che distrusse Avezzano il 13 Gennaio 1915, ricordata come ”il terremoto della guerra 15 -18”. In quegli anni le case erano sprovviste di soffitto e pertanto si poteva scorgere tutta l’intelaiatura del tetto, le travi e le cantinelle; così è stato raccontato dai nostri nonni, trovatisi in casa al momento del sisma, di aver visto “uscire e rientrare “ le travi dalle mura maestre, seguendo il moto ondulatorio del terremoto.

Alcune lavannare (lavandaie) mentre lavavano la biancheria alle “Fontane” videro l’acqua della vasca ritirarsi per più volte, quasi a sparire, per poi subito riemergere tracimando. Non so se fu per lo spavento, ma mi è stato raccontato che le poverette non fuggirono, ma pensarono ad un prodigio e si inginocchiarono in preghiera. Probabilmente non sapevano neanche cosa fosse un terremoto. 

Vi fu tanto sconcerto e tanta paura, ma al di là di qualche intonaco che cadde non si riscontrarono danni di rilievo alle cose o alle persone. Quel sisma, del settimo grado della scala Richter, distrusse Avezzano e quasi tutto il territorio della Marsica. Ad Avezzano su 13.000 abitanti ne sopravvissero solo 3.000. Anche la cittadina di Sora fu distrutta, registrando circa 3.000 vittime. Cercando notizie su internet riguardo ai terremoti con epicentro Sezze, ho trovato nel Portale d’Abruzzo, nella sezione dei terremoti storici dal 217 a.C. al 2002, che uno solo ha riguardato direttamente la nostra città e precisamente quello del 2 Febbraio 1756, con epicentro nella collina di Sezze e magnitudo 4,63, superiore di quasi un grado a quello dell’altra sera. 

Non c’è alcun riferimento relativo ai danni subiti, tuttavia quanti interessati ad uno studio approfondito, possono verificare se esisti notizia nell’Archivio comunale di Sezze.


Sezze, 28 novembre 2011
Rischio frane

L’Italia frana perché il 25 per cento delle campagne negli ultimi 50 anni sono state abbandonate o coperte dal cemento. I recenti fenomeni che hanno colpito un po’ tutto il territorio nazionale, ma che fortunatamente hanno risparmiato il nostro, non deve farci ritenere che viviamo in una sorta di paradiso immune da catastrofi. Vale perciò la pena di soffermarsi alla cronaca locale di oltre un secolo fa, all’autunno del 1909, quando Sezze e il suo territorio venne colpito da uno spaventoso e terribile nubifragio. E’ stato raccontato che l’acqua, con una furia inusitata, riuscì a staccare dei grossi macigni dalle pareti della Valle della Cunnula e a trasportarli a valle frammisti a fango e detrtiti nel torrente Brivolco, dove come una bomba distrussero l’antico ponte romano della via Setina, oltre al mulino ad acqua della famiglia Filigenzi, di cui ancora oggi si notano i resti. Il paese rimase isolato per diversi giorni, finchè non fu ricostruito il ponte. 

Ho sentito raccontare in famiglia, che alcuni buoi di mio nonno, impauriti dal nubifragio, riuscirono a rompere le recinzioni delle riserve e a mettersi in salvo raggiungendo le falde del Monte Antignana, dopo aver attraversato a nuoto diversi tratti impraticabili. I libri di storia locale narrano anche di un altro evento simile avvenuto il 31 Dicembre 1800, tre giorni dopo il terremoto che sconquassò Velletri e che fece tremare le nostre campagne e tutta la fascia dei Monti Lepini. . Non era ancora avvenuto il processo di urbanizzazione e di cementificazione selvaggia, la pianura era palude, lo Scalo era pressoché disabitato, come pure la parte ad ovest del Ponte della Valle e perciò i danni furono piuttosto contenuti, ma l’economia setina subì un duro colpo, perché oltre ai seminativi e alle scorte di foraggi andò perduto per annegamento un grande patrimonio di bestiame bovino ed ovino. 

Il progressivo abbandono del territorio collinare e montano da parte dell’uomo , avvenuto negli ultimi 50 anni, il processo di urbanizzazione e di cementificazione selvaggia, sono fenomeni in grado di procurare oggi disastri ancora maggiori perché tutto ciò non è stato accompagnato da un adeguamento della rete di scolo delle acque. I cambiamenti climatici che si manifestano con un aumento della frequenza di eventi estremi, la maggiore intensità delle precipitazioni e la relativa impossibilità di assorbire l’enorme quantità di acqua che cade in pochi minuti, rappresenta un mix micidiale che impone una più attenta politica della prevenzione, capace di invertire una tendenza che sta mettendo a rischio la sicurezza idrogeologica del Paese. 


Sezze, 7 novembre 2011
La Congiura degli schiavi cartaginesi a Setia

( Livio – Ab Urbe condita)
Le guerre puniche furono uno scontro gigantesco tra due grandi potenze: Roma e Cartagine. Roma era un città che si incamminava verso il dominio del mondo con il sacrificio, la collaborazione delle sue colonie e con il sangue dei suoi figli. Cartagine era una forte potenza marinara, aveva le sue mura presso le coste di Tunisi e da qui espandeva i suoi commerci in tutti gli scali del mediterraneo; il suo esercito era composto di mercenari, assoldati da gente ricca ed opulenta e affidato alle strategie di generali molto abili. Le guerre puniche furono le più lunghe della storia, durarono per oltre un secolo e coinvolsero le legioni delle colonie latine, tra cui Setia, che combatterono al fianco di quelle romane per tutto il tempo delle ostilità. 

Per combattere Cartagine, Roma dovette improvvisarsi potenza marinara ed inventò un nuovo modello di battaglia navale sul tipo di quella terrestre, in cui era insuperabile. Con questa strategia, nella prima guerra punica riuscì a sconfiggere la flotta cartaginese (242 a.C.) presso le isole Egadi, ma Cartagine disattese il trattato di pace con i Romani e tentò la riscossa con Annibale, il quale dopo aver espugnato Sagunto alleata di Roma nella Penisola Iberica, discese dalle Alpi ed inflisse notevoli perdite alle legioni romane al Ticino, al Trebbia e al Trasimeno, sino alla disastrosa battaglia di Canne, dove perirono quarantamila soldati romani. Il terrore subito per queste sconfitte fu immenso e ad inquietare gli animi con cattivi presagi si aggiunsero le superstizioni: furono viste statue sudare sangue, fulmini atterrare i simulacri degli dei, brillare due soli nella notte e nel cielo di Setia fu vista un’immensa fiaccola estendersi da oriente ad occidente. Ciò nonostante Roma non si dava per vinta e molte colonie, tra le quali Setia, esauste per le sconfitte patite, impaurite dalla continua perdita di vite umane e senza ricambi di uomini, fecero sapere al Senato romano che non sarebbero state più in grado di inviare nuovi soldati e mezzi alle legioni. Roma. 

Sempre secondo il racconto di Livio (1) Roma inviò ambasciatori presso le colonie ribelli perché fossero ammonite e non pregate; diciotto di esse furono recuperate, mentre dodici, tra cui Setia, si rifiutarono di obbedire. I Senatori proibirono allora che di queste non si facesse alcuna menzione e che i loro ambasciatori non fossero né trattenuti né licenziati e neppure fossero chiamati dai Consoli. Questo tacito castigo parve del tutto consono alla dignità del popolo romano, fu però solo provvisorio e dettato dalla prudenza imposta dal delicato momento, perché sei anni dopo, appena distrutta Cartagine (146 a.C.) Roma non esitò a vendicarsi delle colonie ribelli, imponendo loro una doppia contribuzione di uomini in quanto ripopolate da sei anni di riposo, mentre da ogni cittadino fu pretesa una gravosa tassa annuale pari ad un asse per ogni mille di proprietà. A Cartagine fu imposto dai vincitori romani il versamento di 50.000 scudi all’anno per cinquanta anni e, come garanzia dei pagamenti, furono tradotti a Roma numerosi ostaggi prelevati dalle famiglie cartaginesi più ricche ed illustri, con un seguito di schiavi e prigionieri di guerra a loro servizio, e per quello delle genti latine. Questi, non contenti di risiedere a Roma, furono successivamente trasferiti a Setia, Norba, Circei, Signia e Ferentino.
Mentre questi nobili ostaggi erano a Setia, i loro servitori insieme ad altri schiavi cartaginesi che erano stati acquistati dai Setini sul mercato di guerra per i lavori agricoli, pensando di essere numerosi e perciò forti, tentarono di organizzare una rivolta. Inviarono alcuni compagni a Norba e a Circei perchè informassero gli altri schiavi dell’aggressione da compiersi sui setini quando tra pochi giorni questi sarebbero stati intenti a compiere giuochi solenni nell’Anfiteatro, in onore di Ercole. Il piano era quello di irrompere nel paese, cogliere di sorpresa i setini e fare clamore con una strage di cittadini, quindi assalire Norba, liberarvi altri schiavi, crescere di numero ed unirsi a quelli di Circei, quindi imbarcarsi verso Cartagine. Nottetempo però, due schiavi accompagnati da un liberto si recarono frettolosamente a Roma per riferire al pretore Lucio Cornelio Merula il piano della rivolta forse perchè intimoriti da una probabile repressione oppure perchè ingolositi dal premio che avrebbero potuto ricavarne o per entrambe le cose. Il pretore, fece rinchiudere le spie ed avvertì immediatamente il Senato, che con seduta straordinaria lo autorizzò a recarsi a Setia in gran segreto, onde soffocare la rivolta. Merula, partito con cinque legati, strada facendo arruolò tutti coloro che trovava a lavorare nei campi, formò un esercito di duemila uomini e giunse alla volta di Setia senza che nessuno qui immaginasse la ragione del suo arrivo. Merula arrestò i capi della rivolta ma gli altri schiavi, vistosi scoperti, tentarono la fuga verso la campagna dove furono inseguiti dai soldati romani ed uccisi. 

Alcuni riuscirono a nascondersi e si rifugiarono a Preneste, “ senonchè neanche qui furono lungamente al sicuro, giacchè riferendosi poscia che Preneste doveva essere occupata dagli avanzi dell’esercito dei congiurati di Sezze, il pretore romano subito vi si recò, condannando a morte tutti gli schiavi sospetti di ribellione, che furono 500” (2) La congiura degli schiavi cartaginesi finì quindi nel nulla e ai due che avevano tradito fu data come premio la libertà e 25.000 assi ciascuno, mentre al liberto che li aveva accompagnati fu data una ricompensa di 100.000 assi. A Setia e alle altre colonie di custodia, fu ordinato di non permettere che gli ostaggi potessero uscire in pubblico e di rinchiudere i prigionieri nelle carceri con un ceppo al piede di peso non inferiore a dieci libbre (3). 
Note 
1 - Livio - Ab Urbe condita, libro XXVII capo X 
2 – V. Tufo – Storia antica di Sezze – Veroli 1908 
3 – Livio – Ab Urbe condita, libro XXXII capo XXVI


Sezze, 22 settembre 2011
Crudeltà di Sermoneta verso Sezze

Nell’anno 1499, era Signore di Sermoneta e Bassiano Giacomo Caetani. Sezzesi e Bassianesi avevano avuto alcuni diverbi in merito al pagamento di certe tasse, dalle quali i Bassianesi erano stati esentati con regolare sentenza. Sezze era sotto il diretto dominio della Chiesa, mentre Sermoneta e Bassiano pur facendo parte dello Stato Pontificio erano feudi della famiglia Caetani. I Sezzesi, a causa delle tasse protestarono energicamente, avvennero tafferugli e fatti di sangue. In Aprile, Bassianesi e Sermonetani protetti da Giacomo Caetani organizzarono delle rappresaglie nel territorio di Sezze, infersero ingenti danni alla pianura e ai monti e ruppero gli argini dei fiumi Puzza, Falcone e Fiumicello inondando vasti campi di frumento, orzo e legumi per un valore di 5.000 ducati. Distrussero a sud di Acquapuzza la Torre di Porto (Torre Petrata) uccidendo il castellano Zurino D’Andrea Rossi da Sezze e vi asportarono armi e munizioni per un valore di 2000 ducati. Era allora Papa lo spagnolo Alessandro IV Borgia, che si adoperò per mettere pace tra i due paesi, senza ben riuscirvi in verità, tant’é che appena un anno dopo, nel 1500, Semonetani e Bassianesi guidati da Giacomo Caetani e i Setini si scontrarono in battaglia nel campo delle Tartarelle. 

Per i nostri fu una vera e propria carneficina: perirono circa 600 uomini e numerosi innocenti, a quelli che cercavano di riscattare la vita col denaro e con implorazioni di pietà veniva risposto “Carne vogliamo, non denaro…” I Caetani posero poi delle sentinelle lungo le vie che conducevano a Roma perché la notizia della crudeltà efferata compiuta verso Sezze non giungesse al Governo Pontificio, ma papa Alessandro VI, nonostante ciò, fu egualmente informato e spedì il vescovo di Assisi, Geremia Volaterano, per appurare la verità ed agire di conseguenza. Poichè correva voce che i Caetani avevano al proprio servizio dei facinorosi, il Papa spedì assieme al suo rappresentante anche suo figlio Cesare Borgia, meglio conosciuto come Duca Valentino, con un esercito misto di italiani e francesi pronto ad intervenire qualora i Caetani avessero opposto resistenza. I fatti avvennero come previsto, anzi Giacomo Caetani all’ingiunzione di arrendersi rispose che era onorato di mantenere fede al giuramento di difendere i propri sudditi. Ci fu battaglia, le truppe del Duca Valentino si spinsero sotto le mura di Sermoneta. Sotto il tiro di due cannoni posizionati sul castello caddero 200 francesi, ma le truppe di Cesare Borgia riuscirono egualmente a sfondare la difesa e ad entrare in paese compiendo una strage. Giacomo Caetani tentò la fuga ma fu fatto prigioniero da un capitano francese che non lo aveva mai perso di vista, fu condotto a Roma e fatto morire in Castel S. Angelo, come sospetto di lesa maestà. Al fratello Guglielmo, che aveva combattuto con lui, fu usata clemenza e fatto fuggire alla corte di Mantova. 

La crudeltà e l’efferatezza compiuta dai Caetani verso Sezze, gettò il discredito su questa famiglia e fu di occasione al Borgia per cacciarli da tutti i loro feudi, compresi quelli di Norma, Maenza e Roccagorga appartenenti ad un altro ramo della famiglia Caetani. I feudi furono incamerati dallo Stato Pontificio. Non era mistero per nessuno che l’obiettivo dei Borgia era quello di sottrarre al potere clericale lo Stato Pontificio, farne uno stato laico posto sotto la loro influenza e dare così inizio ad una dinastia; in altri termini i Borgia intendevano secolarizzare lo Stato della Chiesa. Per raggiungere questo obiettivo era necessario eliminare tutti gli ostacoli rappresentati dalle potenti famiglie che costituivano la nobiltà romana; oltre ai feudi della famiglia Caetani infatti, erano stati confiscati i possedimenti ai Savelli e ai Colonna e furono ridistribuiti tra i membri della famiglia Borgia: Giovanni, figlio di appena due anni dello stesso Papa, diventò Duca di Nepi; mentre Roderico, figlio di due anni di Lucrezia, divenne Duca di Sermoneta. La confisca dei feudi fu però di breve durata perché il 18 Agosto 1503 moriva Alessandro VI, seguito subito dopo per una strana coincidenza dal Duca Valentino, perito combattendo in Spagna. Il suo successore, Giulio II, reputando ingiusta la confisca dei feudi fatta ai Caetani, li reintegrò nei loro possessi. Guglielmo Caetani, ritornò a Sermoneta da Mantova con grande gioia di tutto il popolo che lo accolse festoso alla porta del paese con baci e abbracci.
Opere consultate: 1) - Caetani Gelasio, Domus Caietana. Stab. Tipografico Sancasciano Val di Pesa. Fratelli Stianti 1927 2)- Corradini Pietro Marcellino. Latium vetus. Pietro Gonzaga, Roma 1704-45 3)- Pantanelli P. Notizie storiche della terra di Sermoneta. Tipogr. Forzani e Comp. Roma 1909 4)- Saggi Annibale Gabriele dei Carmelitani, Norba e Norma. Traspontina Roma 1974 5)- Silvestrelli Giulio, Città, Castelli e terre della regione romana. Tipogr. Unione Arti Grafiche. Città di Castello 1914.

Nella cartina del 1357 sono rappresentate le province della Stato Pontificio di Campagna e Marittima. 

Campagna e Marittima, in latino Campaniæ Maritimæque provincia, è stata una divisione amministrativa dello Stato Pontificio, estesa, in origine, da Roma e Ostia Antica, poi dai Colli Albani, alla Valle del Liri e a Terracina. In cartografia è anche conosciuta come Campagna di Roma o Latium. Per un breve periodo nell'XV secolo la provincia era divisa amministrativamente in Campagna e Marittima. Terracina e Pontecorvo, seppur incluse nei limiti geografici campanini, avevano delegati pontifici che le governavano autonomamente per tutto il medioevo.


Sezze, 1 giugno 2011
Stracciebanne: un piccolo paradiso alle porte di Sezze

Il luogo ed il nome sono poco conosciuti, ma in passato i monti di Stracciebanne, ad est di Monte Forcino, erano trafficati da pastori e boscaioli che, discendevano verso la Longara, provenienti da Campo Rosello, una località del Comune di Carpineto, oggetto di una antica contesa territoriale con Sezze. Infatti, lasciata “Stracciebanne” a quota 800 metri e salendo verso “Le Saliere” a 1100 m, in direzione di Campo Rosello, ci ritroviamo al confine con i Comuni di Bassiano e di Carpineto. Da questo punto, salendo ancora, è possibile raggiungere il Monte Semprevisa (m.1536), il più alto della catena dei Lepini. Stracciebanne deve probabilmente il suo nome alle pezze delle ciocie (le bànne) (1) che si ”stracciavano” impigliandosi negli sterpi o urtando le numerose pietre carsiche.
Il percorso del nostro Gruppo inizia alla Longara, in via Valle Grande a pochi passi dai dolmen (2) di Monte Forcino e dai resti di un piccolo villaggio di capanne di Valle Naforte, fatte di sassi e “stramma”. Queste capanne, che in passato costituivano le tipiche abitazioni di pastori e contadini, furono costruite all’inizio del Novecento da un tale Pasquale Guidi, proveniente da Carpineto Romano, che giungeva sin qui per il pascolo del bestiame (3). 
Lasciate le auto alla Longara, in via Valle Grande a quota 550 metri, ci inerpichiamo attraverso il sentiero di Stracciebanne che costeggia M. Rotondillo, tra boschi di lecci ed olmi, cespugli di rosa canina (3) qualche sparuta pianta di pungitopo e prati di ciclamini. Occorre procedere in fila indiana perché il sentiero è stretto, a tratti sconnesso e ostacolato da rami caduti a terra.. Alla nostra destra, “Valle Naforte” ci accompagna per tutto il percorso sino alla cima, a quota 800 metri, dove in una piccola spianata, oltre a godere di una magnifica veduta dell’agro pontino, vi sono resti di una capanna di pastori con a fianco un grosso ciliegio. Tane e tracce di animali selvatici sono abbastanza diffuse in tutta la zona e rivelano la presenza di lupi,volpi, lepri, cinghiali, martore, tassi, istrici, faine, donnole e persino di qualche gatto selvatico. L’avifauna comprende specie come il raro falco pellegrino, l’ùpupa, , il cucùlo (4), il gufo reale, la civetta, l’allocco, il barbagianni, il corvo imperiale, il gheppio, ecc. 
Attraverso il sentiero di Stracciebanne si dettero alla macchia famosi briganti come Domenico Regno di Bassiano, detto “Diciannove”, il re dei Monti Lepini nel 1814 -1815 , Pasquale Tambucci detto” il matto” che sequestrò il cavaliere Superio De Magistris e ne chiese il riscatto per ben due volte, la sezzese Arcangela Mazzella, che travestita da uomo si oppose fieramente al governo francese e all’albero della libertà issato alla piazza dei leoni. Fu catturata insieme al marito dopo una eroica resistenza sulla Semprevisa contro una guarnigione di francesi che la lasciarono morire in prigione.
Da quota 800 metri, dove abbiamo visto i resti della capanna, torniamo indietro incrociando lo stradone della forestale, che seguiamo fino a “Valle Tre Pozzi” tra i cavalli al pascolo, e ritorniamo al punto di partenza, un po’ stanchi per tre ore di cammino ma felici per avere scoperto un angolo di paradiso alle porte di casa nostra.
Note
1) - Le ciocie erano i tipici calzari di pastori e contadini, consistevano in un pezzo di cuoio che per mezzo di cordicelle chiamate corregge era unito in forma di coturno (calzare dei soldati romani) ad un pezzo di tela, che alcuni chiamavano pezze e altri banne (bende), che coprivano le gambe e il piede. Le ciocie hanno dato il nome all’ intera regione detta Ciociaria nel Frusinate.
2) - I dolmen sono tombe megalitiche preistoriche.
3) – Il Mondo di Suso – Atti del convegno per il 150° anniversario dell’erezione della Parrocchia di S. Francesco Saverio – Associazione culturale “Noi di Suso” – 1 Settembre 1991.
4) Questa pianta deve il nome canina a Plinio il Vecchio che affermava che un soldato romano fu guarito dalla rabbia con un decotto di radici. È l'antenata delle rose coltivate. 
5) Il cuculo è noto per la sua particolare caratteristica del parassitismo di cova. Esso consiste nel deporre il proprio uovo all'interno del nido di altri uccelli (una cinquantina di specie di Passeriformi). La femmina depone un solo uovo in ogni nido da aprile in poi per un totale di circa 15-20. Le uova somigliano molto a quelle della specie "ospite". Alla schiusa (che di norma avviene dopo circa 12 giorni), il piccolo del cuculo, con l'aiuto del dorso, si sbarazza delle altre uova presenti nel nido e non ancora schiuse, presentandosi quindi nel nido come l'unico ospite. I genitori adottivi vengono ingannati da questo comportamento e nutrono il cuculo come se fosse un proprio nidiaceo per 2-3 settimane. La prima osservazione di questo modo curioso di agire è riportata da Aristotele già 2300 anni fa.


Sezze, 24 maggio 2011
La "fonte della chitarra" e il canto del pastore innamorato
Una antica leggenda sezzese, si salva grazie al racconto di Marcello Battòcchio.
Dalla Pietra del Tesoro, percorrendo in direzione sud est un tratto di collina, piuttosto impervio, di circa 200 metri, tra arbusti, stramma, ulivi e mandorli, si giunge in una spianata detta “Casetta rotta” con a lato la “Fonte della Chitarra”, una roccia larga e squadrata con un curioso incavo a forma di chitarra, da cui si gode una bella veduta sulla pianura sottostante. Non è una fonte vera e propria, perché l’acqua non vi è mai scaturita, ma l’incavo a forma di chitarra costituisce, in una zona arida, una piccola riserva di acqua piovana in grado di dissetare la fauna del luogo tra una pioggia e l’altra. A pochi passi dalla fonte, una grotta carsica piuttosto umida, chiamata la “grotta della chitarra”, si dice forse con eccesso di fantasia, che prima di essere interrotta da una frana fosse abbastanza lunga da avere un’uscita dalla parte opposta. E’ da notare che nella zona a sud est dell’anfiteatro, sino alla “Sedia del papa” vi sono diverse grotte di questa tipologia, e nel Maggio del 1944, durante i bombardamenti degli Alleati, furono il rifugio di molti nostri concittadini sfollati dal paese. 
La “fonte della chitarra” è stata di ispirazione per un’antica leggenda che Marcello Battòcchio, proprietario dell’omonimo ristorante, ci ha raccontato per essergli stata tramandata dai nonni. Probabilmente, in passato questa “storia” dovette essere molto nota in paese, insieme alle altre che si usava raccontare accanto al camino, quando televisione e internet erano impensabili, e gli anziani sempre pronti ad inventare nuove storielle per appassionare i più giovani ed ingannare il tempo. E’ inutile cercare verità in questa leggenda, bisogna accettarla così come è, nel modo semplice in cui è stata raccontata per secoli, anche se è probabile che dei particolari siano andati perduti. 
Si dice che una volta il mare lambisse la collina di Sezze. Vicino al mare, ai piedi della collina, un pescatore aveva costruito la sua capanna dove abitava con la moglie ed i suoi figli, tra cui una bella fanciulla dagli occhi azzurri e dai capelli neri. Un pastorello, che ogni anno conduceva il suo gregge a pascolare nella collina, notò la ragazza mentre aiutava il padre a stendere le reti. Impressionato da tanta bellezza e animato dalla voglia di conoscerla, giorno dopo giorno si spostò con il gregge ai pascoli sottostanti in modo da potersi avvicinare alla ragazza. Tra i due nacque una storia d’amore, ma questa fu di breve durata, perché scoperti dal padre di lei, che non vedeva di buon occhio il matrimonio della figlia con un pastore, scacciò il giovane in malo modo respingendolo sull’alto della collina e proibì alla figlia di uscire dalla capanna. Il povero pastorello, non si perse d’animo e, seppure rassegnato a non dover più incontrare la ragazza, gridò forte al pescatore: “ Puoi impedire che io sposi tua figlia, ma non potrai mai impedire che io l’ami e che ogni giorno canti il mio amore per lei; sarà come sposarla ogni mattina ed averla sempre con me” Scavò così una chitarra nella pietra, e tutti i giorni, mentre pascolava il gregge, il suo canto d’amore errava nella collina fino a raggiungere la bella innamorata.
La chitarra, nella forma che conosciamo, è uno strumento che ha origini rinascimentali, pertanto questa storia, che potrebbe sembrare mitologica, non può essere in alcun modo anteriore al XIV secolo.


Sezze, 11 maggio 2011
Santa Parasceve tra storia, leggenda e fantasia
Il martirio di Santa Parasceve a Sezze sotto la prefettura di Asclepiades

In località Piagge Marine, dopo aver attraversato la parte ad est dell’Anfiteatro, su di un masso isolato alto m. 4,55, si trova, in riquadro, l’iscrizione sepolcrale corrosa del tempo, che ricorda C. Licinius Asclepiades Medicus, conosciuto anche come Asclepia o Asclepio, medico e prefetto dell’antica Setia (1). Più fonti (2) attestano che un personaggio con tale nome è stato prefetto della “città” in cui avvenne il martirio di Santa Parasceve, nel160 d.C. sotto l’impero di Antonino Pio, senza alcuna precisazione del nome della città. Secondo il Lombardini, (3) invece, tale città sarebbe Sezze, perché desunto da opere di “ bollandisti e scrittori degli atti dei martiri cristiani” che però hanno scritto molti secoli dopo il martirio (4), ed infatti definisce Paresceve “giovanetta setina”. Il luogo del sepolcro di Asclepio fu chiamato dal popolo “la prèta glì trasòro” (pietra del tesoro) forse perché, come afferma lo stesso Lombardini (op. cit), “la tomba devastata e frugata abbia accreditata la credenza, o per l’iscrizione, che per il volgo ha un significato arcano”. 

La pietra del tesoro
Riguardo al personaggio, lo stesso autore ribadisce: “questo eccentrico Asclepiade, senza tema di errare, ritengo sia esistito ai tempi di Antonino Pio, nei quali a ciascuna città fu addetto un maggiore o minor numero di medici secondo il bisogno, eletti e stipendiati dalla città stessa.” Non esistono però fondamenti certi che l’iscrizione sepolcrale sia del II secolo dopo Cristo, cioè del tempo di Antonino Pio, perché l’Armstrong (1) la farebbe risalire al periodo repubblicano a causa del carattere delle lettere, ma in questo caso si tratterebbe di un altro prefetto con identico nome. Coincidenza veramente singolare, per quanto inverosimile, considerando i tre nomi di Asclepio! Tanto meno possiamo spostare l’epoca del martirio di Santa Parasceve, perché tutte le fonti sono concordi nell’affermare che avvenne sotto l’impero di Antonino Pio. Non esistono neanche fondamenti certi che Santa Parasceve fosse setina, o che la sua famiglia possedesse dei beni a Sezze ed infatti diverse città del sud ne rivendicano la cittadinanza, soprattutto Locri, il paese natale del padre, ma la maggior parte delle fonti concordano sulla sua nascita a Roma, nel II secolo d.C. Sappiamo per certo che santa Parasceve venne al mondo all’epoca dell’imperatore Adriano, da ricchi genitori cristiani, Agatone da Locri ed Ippolita, che ne avevano ottenuto la nascita con le preghiere, dopo 35 anni di matrimonio. Alla loro morte Parasceve vendette i beni ereditati e distribuì il ricavato ai poveri; si ritirò in preghiera in un convento di Roma, che dopo qualche anno lasciò per predicare pubblicamente la dottrina cristiana. 

La predicazione della dottrina da parte di una donna, per giunta contraria a quella impartita dalla religione ufficiale, provocò l’ira dei giudei che la denunciarono all’imperatore Antonino Pio. Da questo momento iniziano le sue persecuzioni, ma anche le vicende miracolose e leggendarie che segnarono la vita della santa. L’imperatore, per punirla, fa riscaldare sulla fiamma, fino a renderlo incandescente, una specie di elmo metallico che i carnefici le pongono sul capo, senza provocarle alcun danno. In molti, vedendo questo prodigio si convertono. Riportata in prigione, un angelo la libera dalle catene, ma ricondotta dall’imperatore viene appesa per i capelli mentre i carnefici ne tormentano il corpo con fiaccole accese, sempre senza provocarle alcun dolore. Così viene preparato un gran pentolone pieno d’olio e pece bollente in cui viene fatta immergere, ma rimanendo indenne alla tortura, Parasceve spruzza questo liquido bollente sugli occhi dell’imperatore Antonino, che poi ella stessa guarirà dalle piaghe. L’imperatore, visto il prodigio, si converte al cristianesimo e si fa battezzare (5). Nelle more delle sue predicazioni, giunse “in una città” che secondo il Lombardini sarebbe Setia, dove era prefetto un certo Asclepia o Asclepiades (6), che la interroga sulla sua religione e rimanendo turbato dalle sue risposte, la fa condurre fuori dalla città in una grotta abitata da un terribile drago. La santa traccia un piccolo segno di croce e la bestia ruggendo si squarta in due: a questa vista Asclepio ed altri testimoni si convertono e vengono da questa battezzati.

Santa Paresceve e Porta Pascibella in una tavola del Corradini

Se l’incontro di Parasceve con l’Asclepio setino fosse autentico, non avrebbe trovato luoghi migliori di Sezze, soprattutto se immaginiamo che costui, una volta convertito alla religione cristiana, avrebbe potuto manifestare il desiderio di essere sepolto là dove aveva assistito al prodigio della santa, cioè in quel masso isolato, misterioso e leggendario che il popolo chiamerà la “pietra del tesoro”. Se così fosse stato, a pochi passi dalla pietra del tesoro esistono delle grotte carsiche (7) capaci di aver evocato nell’immaginario del popolo, fantasie e leggende come quella del drago: la bestia mostruosa ed orrenda, simbolo del male, che nelle antiche leggende ricorre sovente come guardiana di presunti tesori. Così è, ad esempio e tanto per rimanere a Setia, nella storia di Giasone ed il vello d’oro, raccontata nelle “Argonautiche” dal setino Caio Valerio Flacco. Parasceve continuò le sue predicazioni e giunge ancora “in altra città” governata da un “tale Taresio”, che la fece decapitare dopo altri supplizi, per aver ingiuriato Apollo davanti al suo tempio. Su questo tempio i cristiani eressero in seguito la chiesa ad essa dedicata. Alcuni fatti veri, soprattutto la presenza nell’antica Setia di un prefetto di nome Asclepio, la chiesa di S. Parasceve costruita sul tempio di Apollo (8) ed altri fatti immaginari potrebbero accreditare Sezze come la misteriosa “altra città". Manca però un governatore di nome Taresio e tanto meno abbiamo elementi per affermare che si sia trattato di uno pseudonimo di Asclepio. Il nome Taresio nella storia è molto vago, appare errato oppure come storpiazione di L. Taurio, un personaggio esistito al tempo della guerre civili di Roma e anteriore alla grande battaglia di Azio del 31 a. C. (9). 

La grotta di Fonte della Chitarra a pochi passi dalla tomba di Asclepiades 
Anche la vita della Santa è avvolta dal mistero, essa è stata oggetto di non meno di quindici “passiones” e di un “elogio” riportati in manoscritti , quasi tutti anonimi, redatti tra l’XI e il XVI secolo; i maggiori particolari sulla sua storia sono stati ricavati dall’elogio scritto da Giorgio Acropolita nel sec. XVI. Il culto di santa Parasceve, chiamata anche santa Venera o santa Veneranda, è stato di grande popolarità in epoca medioevale in tutto il centro sud e ciò spiegherebbe la costruzione a Sezze della chiesa ad essa dedicata, risalente al XI secolo, anche se sembra esiguo o inesistente il numero dei devoti che ha voluto assumerne il nome, al pari degli altri santi. Per gli studiosi di avvenimenti sacri (10) due particolari, tra gli altri, risultano del tutto inverosimili: l'esistenza di un monastero femminile a Roma nella seconda metà del sec. II, e la pubblica predicazione del Vangelo ad opera di una fanciulla, cosa discordante coi costumi dell'epoca e contraria al divieto fatto da S. Paolo alle donne di predicare la parola di Dio. 

Note
1)- L’iscrizione sepolcrale è riportata da F. Lombardini -Storia di Sezze – Velletri 1909 , Editrice Lizzini , da Armstrong H.H. -Topographical Studies at Setia in American Journal of Archaeology, XIX, 1915 che la fa risalire al periodo repubblicano per lo stile delle lettere e più recentemente da L. Zaccheo – F. Pasquali Sezze, Guida all’Antiquarium e ai maggiori Monumenti- Angeletti Editore, 1970 
2)- Codice Ambrosiano P 210, in AA.VV., Bibliotheca Sanctorum, Ist. Giovanni XXIII della Pontificia
Università Lateranense, Vol. X, par. 328/331- Città Nuova Ed., Roma 1982. 3) F. Lombardini- Storia di Sezze, pag 37- Velletri 1909, Casa Editrice Lizzini 4) Il Lombardini nella nota 42 della Storia di Sezze afferma di aver tratto notizie del martirio di Santa Paresceve da Martyrol.S.R.E. Mediolani 1578 e da De Natali ….. passa est sub Asclepio praeside. 
5)- A. Montesanti – Tra mare e terra- Edizioni Fegica- 1999 
6) - Codice Ambrosiano P 210, in AA.VV., Bibliotheca Sanctorum, Ist. Giovanni XXIII della Pontificia
Università Lateranense, Vol. X, par. 328/331- Città Nuova Ed., Roma 1982. 7) – Una di queste grotte si trova a pochi passi dalla tomba di Asclepiades, procedendo in direzione sud est nei pressi della “Fonte della Chitarra”. Altre grotte carsiche si trovano poco distanti dalle tre croci dell’Anfiteatro e a sud ovest di queste. 8)- Che il tempio di Apollo fosse esistito a Porta Pascibella , dove si trova attualmente la chiesa di S.Paresceve, viene riportato dal Cardinale Pietro Marcellino Corradini in “De civitate et Ecclesia setina”, Romae 1702 e da V. Tufo “Storia Antica di Sezze”- Veroli, Tipografia Reali, 1908 che citano il rinvenimento in loco di una iscrizione attestante un restauro del tempio di Apollo ad opera di L.Aninius L. F.Capra IIII, un personaggio della colonia romana di Setia. 9) – Dissertazioni della Pontificia Accademia Romana di Archeologia. Tomo VI – Roma - Stamperia della R.C.A. 1835 
10) – Centro Studi San Carlo da Sezze – sito internet .

Un ringraziamento particolare agli amici Fabrizio Paladinelli Presidente dell’Associazione culturale Il Cammino e Vittorio Borsi  Presidente dell’Associazione culturale Buna seara Romania, che dopo giorni di ricerca e di fatiche, lavorando sul terreno roccioso e sconnesso dell’Anfiteatro, hanno rinvenuto la Pietra del Tesoro, nascosta tra i rovi e  l’hanno ripulita. Grazie alla loro opera è stato possibile fotografarla.

Oggi la più antica chiesa di Sezze è coperta dalle auto in sosta, in un luogo (Porta Pacis Belli) dove per secoli sono stati sanciti gli atti più importanti per la città e dove i sezzesi accoglievano il nuovo vescovo.


Sezze, 13 marzo 2011

150° Anniversario dell'Unità d'Italia
Una storia di briganti e di bovari per l’annessione plebiscitaria dello Stato Pontificio
Dopo la caduta della piazzaforte borbonica di Gaeta e l’annessione del Regno di Napoli, il 17 marzo1861 Vittorio Emanuele II veniva proclamato re d’Italia. L’unificazione non era però ancora completa e al nuovo Regno mancavano il Veneto, ancora in mano austriaca, e ciò che restava dello Stato Pontificio, vale a dire l’odierno Lazio con esclusione della sua parte meridionale con le isole ponziane (annesse con il Regno di Napoli) e della provincia di Rieti (annessa nel 1860 insieme a buona parte dei territori dello Stato Pontificio). Lo Stato Pontificio del Lazio, che ovviamente comprendeva anche Sezze, venne annesso solo nove anni più tardi e precisamente il 20 Settembre 1870 con la Breccia di Porta Pia

Tutte le annessioni dei vecchi Stati al nuovo Regno, avvennero attraverso plebisciti o referendum secondo le regole di casa Savoia, sia per sancire e giustificare con il consenso popolare annessioni avvenute con le armi, sia per evitare in futuro eventuali contestazioni giuridiche. Il plebiscito di annessione di Roma e del Lazio fu indetto per il 2 Ottobre 1870, a soli dodici giorni dalla presa di Roma. Non tutti i cittadini avevano facoltà di accedere al voto ma solo il ceto abbiente, borghese e nobiliare, quindi ai plebisciti partecipò mediamente l’1,8% della popolazione. Le masse contadine, quasi del tutto analfabete, ne rimasero fuori. Per l’annessione di Roma e del Lazio gli iscritti al voto furono 167.548, i votanti 135.188, i favorevoli 133.681 ed i contrari 1.507. Il quesito plebiscitario era il seguente: “ Vogliamo la nostra unione al Regno d'Italia, sotto il governo del re Vittorio Emanuele II e dei suoi successori “; al quesito si poteva rispondere con “si” o “no”. 

Nonostante il brevissimo tempo intercorso tra la presa di Roma ed il plebiscito, e nonostante la bassissima percentuale degli aventi diritto al voto, vi fu una capillare “campagna elettorale” in favore del “si”, con tutti i mezzi di comunicazione allora disponibili. Singolare è a tal proposito il mezzo di comunicazione in uso a Sezze tra i “camperi” (1) come ebbe modo di raccontare mio padre in occasione del centenario dell’Unità d’Italia. Raccontava che il mio bisnonno Vincenzo Del Duca ed il fratello Ignazio, conosciuto in paese come “Gnazzio gli’abbate” per la sua figura imponente e per la barba lunga e folta, in un pomeriggio di fine Settembre 1870 tornavano in paese dalla loro lestra (2) nella palude pontina, sita nei pressi del canale Rio Martino, tra la Macchia di Bassiano e la Macchia Caserta. I due fratelli, che appartenevano alla categoria agricola dei “bovari” (3) andavano a cavallo con i classici abiti da buttero. 

Sul cappello avevano appuntato, come tutti i “campéri”di Sezze in quel particolare momento storico, una targhetta di rame di pregevole fattura recante la scritta “SI” che i “callarari”(3) setini stavano forgiando e vendendo in grandi quantità per la “campagna elettorale” di annessione. C’è chi dice che i plebisciti ed i loro risultati furono solo una burla, ma come spiegare a Sezze il forte consenso popolare all’Unità d’Italia? 

Al loro seguito, i due Del Duca portavano un asino con una soma di legna da ardere, abbastanza pesante. La povera bestia avanzava piuttosto speditamente, ma attraversando un tratto di palude dal fondo melmoso, rimase impantanata senza poter muovere più le zampe. Ignazio scese da cavallo, appese giacca e cappello ad un ramo, si infilò sotto il ventre dell’asino e aiutandosi con le spalle e le braccia sollevò l’animale con tutta la soma, fino a liberarlo da quel pantano. In quel preciso istante passarono tre uomini a cavallo il cui abbigliamento non dava adito a dubbi: si trattava di briganti. 

Incutevano terrore al solo vederli, ma i due fratelli non si scomposero. I briganti indossavano le ciocie ai piedi, i calzoni di fustagno a gamba, la giubba con il panciotto, il mantello a ruota ed un cappello a punta alla calabrese, ornato di spille con immagini sacre e con nastri variopinti. Avevano combattuto al soldo di Franceschiello (Francesco II di Borbone) durante l’assedio di Gaeta e, dopo la disfatta, erano tornati alla macchia tra Priverno, Sonnino e Terracina dove ristabilirono il covo nella ex zona franca, una fascia larga diversi chilometri situata ai confini con l’ex Regno di Napoli. Avere il covo in una zona franca significava avere un riparo sicuro alle loro malefatte, sia che fossero stati inseguiti dalle guardie papaline dello Stato Pontificio, i cosiddetti Cacciatori o Centurioni, sia da quelle borboniche del Regno di Napoli. I briganti, se in quel momento avevano in animo di compiere qualche malefatta ai danni dei due fratelli, impressionati da quella involontaria ostentazione di forza, se ne astennero, anzi non mostrarono affatto intenzioni malvagie ma solo grande curiosità per la targhetta con il “si” che avevano notata sui cappelli dei due. 

Quando fu loro spiegato il significato, il capobanda rispose: “ La volemo portà pure nòantri, ma sémo sette, se ce le procurate avete la parola nostra che nessuno oserà più rubarvi il bestiame.” Così Vincenzo e Ignazio, che avevano diversi beni al sole, per non inimicarseli presero l’impegno che, una volta giunti a Sezze, avrebbero reperito le targhette ma le avrebbero consegnate non prima di quattro giorni, quando cioè uno di loro o entrambi sarebbero tornati in palude. I briganti passarono nella lestra dei Del Duca dopo cinque giorni, quando il plebiscito era ormai concluso, ma mostrarono egualmente grande gradimento per quelle targhette, quasi fossero stati degli scudetti della squadra del cuore, e le portarono appuntate al cappello per diversi anni come pure molti “camperi” di Sezze. Tante le speranze e tanta la fiducia riposta nel nuovo Regno!
Note:
1)- I campèri, come dice la parola stessa, erano coloro che coltivavano i campi, spesso servendosi di manodopera e spesso lavorandovi essi stessi come bovari (aravano il terreno con i buoi). Erano gli antesignani dei moderni imprenditori agricoli. Nell’agro pontino romano venivano anche chiamati “mercanti di campagna” perché affittavano dai latifondisti intere tenute per la coltivazione dei cereali o per l’allevamento del bestiame e vi praticavano le industrie agrarie (latticini, formaggi, ecc.)
2)- Le ” lestre” erano piccoli appezzamenti di terreno all’interno della palude pontina, privi di alberi, recintati e messi al pascolo. Venivano realizzate nelle zone meno depresse della palude e al loro interno, oltre agli animali, si trovavano uno o più gruppi di capanne ma anche le “logge”, autentiche palafitte. Nelle capanne abitavano allevatori, pastori, carbonari, pescatori, “utteri” addetti al bestiame, ecc. Le “lestre” prendevano il nome dalla toponomastica dei luoghi ma anche dai loro proprietari ; ad esse si accedeva attraverso lunghi sentieri, all’interno della macchia selvaggia, noti solo a gente pratica della palude. In tempi più recenti per “lestra” si intendeva anche un raggruppamento o un villaggio di capanne fuori della palude ( es. lestra della Fontana Acquaviva).
3)- I bovari, come già detto, possedevano una o più coppie di buoi per i lavori agricoli, generalmente da aggiogare all’aratro. Sovente avevano alle dipendenze degli operai specializzati in aratura, chiamati “bifolchi”. Una “uetta” di buoi (coppia di buoi maschi castrati aggiogati all’aratro) costituiva un grande capitale, paragonabile oggi ad almeno due tir di grosse dimensioni. Erano, quindi veramente pochi quelli che potevano permettersi questo mestiere, peraltro molto ambito, non solo perché rendeva tantissimo economicamente,ma anche per la stima ed il prestigio che “i bovari” godevano nella società.
4)- I “callaràri” o “calderàri” erano artigiani che producevano e riparavano “le callàre” (caldaie), una sorta di enormi pentoloni in rame, usate per scaldare l’acqua o per cucinare. I callaràri costruivano pure “le stagne” e tegami come “ la sartagna” e “gli sartagniglio” oltre ai “ conconi ” recipienti in rame usati dalle donne per prendere l’acqua alle fontane, ed altri oggetti in rame come “scolamaregli” (mestoli usati soprattutto per prelevare l’acqua dai conconi) bracieri, candelabri, ecc. Riparavano pure le casseruole in alluminio. I recipienti di rame, prima di essere adoperati ad uso alimentare, dovevano essere “stagnati” cioè rivestiti nella parte interna con uno strato di stagno, altrimenti potevano risultare tossici a causa della formazione di ossido di rame. Per tale motivo, oltre alle officine dei “callaràri” esistevano quelle degli “stagnari” o “stagnini” e numerosi ambulanti zingari che, periodicamente ma soprattutto in occasione delle fiere, giungevano a Sezze.

Il maggiore Giacomo Pagliari, comandante del 34º Bersaglieri, colpito a morte durante la presa di Porta Pia


Sezze, 25 giuno 2007
Festa della Madonna del Carmine a San Lorenzo

<<Antica Parrocchia di Sezze>>  

articolo di Patrizia Ricci

Nella liturgia cattolica, il 16 Luglio ricorre la festività della Beata Vergine del Carmelo. La parrocchia di San Lorenzo, oggi confluita in quella di Santa Maria, suole rendere omaggio alla Vergine, con un triduo di preghiere e una processione lungo le vie del paese. Ci piace raccontare quanto avveniva di questa festa, intorno agli anni ’60.

Qualche giorno prima del triduo, nei vicoli che si affacciano sulla via Grande o via San Carlo e che si immettono  su piazza San Lorenzo, c’era un gran fermento. A iniziare da vicolo del Sospiro, vicolo della Torricella, dell’Arpia,vicolo Marte, Apollo, Saturno, fino a vicolo Dante, era una corsa, ma senza affanno, ai preparativi; si trattava di addobbare “le strette” per quando sarebbe   passata  la Madonna” in processione. Le bambine, su commissione delle madri, raccoglievano 50 o 100 lire per famiglia e andavano da Antonio di Gerardo (negozio di Sali e Tabacchi ai  Quattro Cantoni ) o da Valeria Cingolotto (negozio di merceria di fronte a piazza delle Erbe) per comperare la carta velina colorata, che sarebbe servita per farne bandiere e archi. Nel frattempo, gruppi di ragazze si recavano a piedi a Suso, nelle vigne padronali dei Mercuri, Baldassarini e Pietrosanti, per raccogliere grandi fascine di bosso( bussolo in dialetto) , con cui si facevano gli archi principali, da piazzare all’ingresso delle “strette”. Per l’illuminazione, si chiamava ‘Dmondo (Edmondo), marito di Tomassina l’infermiera di vicolo dell’Arpia, il quale con santa pazienza  (doveva arginare i continui consigli delle anziane che gli si raccomandavano di non prendere “la scossa, ca se no ci fai aricordà la perdiscione” ) installava un

lungo filo elettrico al centro del vicolo, a cui agganciava delle semplici lampadine di vetro bianco, che restavano accese tutta la notte. Mentre  Dmondo preparava le luci, le “intagliatrici” si preparavano al taglio delle bandiere. Ogni stretta aveva la propria: nel vicolo del Sospiro c’era Filomena Tassi, in quello della Torricella  Angelina, la moglie di Farza il sarto, in quello dell’Arpia zia Federica Damiani, in vicolo Apollo Nuccia l’artista, nei vicoli Saturno, Marte e Dante, c’era Teresa Fontana o Teresa Ciomma, tutte donne dotate di fine creatività ed eccellenti nell’arte dell’intaglio. La tecnica applicata consisteva nel piegare il foglio in quattro parti, con le forbici se ne smerlava il bordo e se ne ritagliava  il centro con  simboli religiosi: croci, calici con ostia, madonnine, cuori ecc. Gli archi di carta e di bosso erano più elaborati e richiedevano più tempo; le ragazze preparavano quelli di bosso,mentre le intagliatrici quelli di carta bicolore,( bianco e rosa e bianco e celeste):

Nel pomeriggio, tutte le vicine e i bambini, si mettevano all’opera:chi scendeva le sedie, chi lo spago, chi la colla fatta con farina cotta nell’acqua, chi i chiodi, il martello, la scala. Si disponevano le sedie a distanza, secondo la larghezza del vicolo e si legavano i fili di spago sugli schienali. Le madri,su un vecchio tavolino, spalmavano la colla sul bordo delle bandiere quindi le passavano alle altre che, le attaccavano sui fili; man mano che i fili erano pronti, la più agile fra le vicine, saliva sulla scala e con chiodi e martello, li fissava sui muri. 

Le anziane, restavano a guardare sedute e di tanto in tanto riprendevano le bambine”Arigazzì, araddrizza quella biandera (metàtesi) ca sta storta”. Anche loro erano utili. Alla fine dei lavori, si raccoglievano i soldi per  il gelato da acquistare  al bar di Buzzichetto; erano coni-gelato che venivano incartati e portati di corsa,altrimenti si sarebbero “squagliati”, alle mamme e alle nonne. Il giorno dopo, tutte tornavano a sedersi nel vicolo, compiaciute,; ora, si trattava di fare “la guardia” alle bandiere, qualora qualche bambino malintenzionato avesse avuto voglia di strapparle per portarsele a casa; perfino gli uomini, che il giorno dopo si dovevano alzare presto per il lavoro, si intrattenevano fino a tardi, a parlare.

Il 16 Luglio, con gli abiti nuovi e qualche gioiello, dopo aver assisito alla Messa, le “Santalorenzane”, con i ceri accesi in mano, si ordinavano in fila e partecipavano alla processione. La statua della Madonna del Carmine, con lo scapolare sul braccio, veniva ornata con catene e bracciali d’oro. I parroci di turno, don Lionello Ricci o don Francesco Pontecorvi, guidavano il corteo. C’era anche la banda musicale che, non sempre però eseguiva i brani conosciuti e le donne,  durante la processione,sottovoce, protestavano. Al rientro, si sostava sulla piazza  dove il parroco, impartiva la benedizione. La sera, di nuovo tutti si ritrovavano nei vicoli. Non si faceva più la guardia alle bandiere, i bambini potevano prenderle e giocarci.


Sezze, 13 maggio 2007
Dedicato alla festa della mamma

<<Il Rosario a Casal Bruciato>>  

articolo di Patrizia Ricci

Il ricordo di una fedele, oggi parrocchiana della Cattedrale di S. Maria, ci riporta indietro nel tempo; siamo negli anni ‘50, quando nella zona di confine con il Comune di Pontinia, detta Casal Bruciato o Migliara 47, durante il mese di Maggio, per onorare la Madonna del Santo Rosario, gli agricoltori solevano portare una piccola statua mariana, di casolare in casolare, per una sosta di uno o due giorni e offrire così, oltre che un momento di  preghiera, anche un momento di aggregazione  alle persone dei campi, che vivevano lontane le une dalle altre. Il parroco che officiava era padre Gaetano, della parrocchia di Pontinia che raggiungeva le campagne in un primo momento in bicicletta, successivamente in “Gilera”. Padre Gaetano era un uomo sulla quarantina, piuttosto alto, dagli occhi vivaci e con l’accento del Nord; era assistito dal sagrestano Pio e dal chierichetto Firmino, figlio di Polda, una contadina veneta scesa nella nostra campagna dopo la Bonifica;  il parroco vestiva la tunica nera, lunga, volgarmente “zamara”, quella dai cento bottoni e in testa un copricapo nero, a falda larga che gli conferiva autorevolezza e sacralità; padre Gaetano era molto solerte e in occasione di questa ricorrenza, dopo aver consegnato ai fedeli un opuscolo o canzoniere soleva ripetere loro con zelo : ”Se non mi riconsegnerete il canzoniere, domani mi porterete dodici uova fresche”; era, questo, un espediente per evitare un eventuale smarrimento o negligenza, in quei tempi, molto difficile da perdonare.

Le famiglie della campagna, dopo avergli chiesto la sosta della statua della Madonna nella propria aia o in una stanza del casolare, preparavano un piccolo altare, ornato di tovaglie umili ma ricco di profumatissime rose;  il sagrestano Pio pensava poi ad accendere le candele, a preparare l’incenso e la “bussola”; guidati dal prete, i fedeli secondo il proprio latino, recitavano il Santo Rosario, a cui seguiva la Messa,  in latino ufficiale; non era raro sentire la voce di qualche madre che invocava la grazia per il figlio malato o in preda alla ancora febbre malarica. Tutti rabbrividivano.  Prima dell’offertorio, il sagrestano Pio passava fra i fedeli con la bussola, fatta di un’asta di legno alla cui estremità era legato un sacchetto di cotone o tela di sacco, un po consunta . Tutti mettevano qualcosa, una lira, due lire, che servivano a comperare i ceri e l’incenso. La fede era tanta e sincera, la devozione forte e tenace. Frotte di bambini e ragazzi animavano la processione che si snodava da un casale all’altro; era anche questo, un momento che permetteva ai giovani di conoscersi e di scegliere il marito o la moglie. I volti dei contadini erano bruciati dal sole, rughe profonde solcavano quello degli anziani che, seduti nell’aia, aspettavano; le donne coprivano il capo con fazzoletti di cotone, le più benestanti con veli neri, tutte rigorosamente vestite con abiti ampi ed abbottonati. Alla fine della messa, la piccola statua veniva presa in braccio da un fedele e portata in processione fino al casale che l’avrebbe ospitata per il giorno successivo; durante il percorso, su strade fatte di ghiaia e buche, e ornate da pioppi silenziosi, si cantava “Bella tu se’qual sole, chiara più della luna, e le stelle più belle non son belle al par di te”.

Si tornava a casa sereni con l’animo in pace, i giovani, ansiosi di incontrare il giorno dopo, la ragazza o il ragazzo che con gli occhi avevano incrociato. Il 31 Maggio, la piccola statua veniva riposta in una nicchia della chiesetta di Casal Bruciato.

a cura di Vittorio Del Duca