ambiente & storia

  2015-2017

a cura di Vittorio Del Duca

Sezze, 24 ottobre 2017

La Confraternita dei Sacconi, artefice principale della canonizzazione di San Carlo da Sezze

Con lo sbarco degli anglo americani ad Anzio nel gennaio 1944, anche Sezze, come tutti i paesi della fascia lepina che guardano il mare, venne a trovarsi esposta alle massicce incursioni dei bombardamenti aerei. Ma prima che fosse attuato l’annunciato disastro – racconta don Vincenzo Venditti [1] - una pia signora fu ammonita in sogno perché si esponesse nella Chiesa Cattedrale l’immagine del Beato Carlo, solita a portarsi in processione, e che si iniziasse un triduo solenne di preghiere in onore del medesimo, affinché proteggesse Sezze.

Resone edotto il venerando Arciprete, Mons. Giov. Battista Carissimo, il triduo venne iniziato, qualunque fosse l’interpretazione e la consistenza da attribuirsi a quel sogno, e l’immagine del Beato Carlo fu solennemente esposta in chiesa.

Il triduo volgeva al termine, quando all’alba del 25 gennaio, giorno sacro alla conversione dell’apostolo San Paolo, una squadriglia di oltre quaranta fortezze volanti, con nutrita scorta di caccia bombardieri, si diresse alla volta di Sezze.

Le fortezze, arrivate nel cielo di Sezze, come ad un ordine prestabilito, invece di sganciare l’orrendo materiale esplosivo sull’abitato, si allargarono nei vari punti dell’orizzonte circostante, e infuriarono sul pietrame delle colline, sul terreno della campagna, sollevando nugoli di pietre e di polvere. Sezze era salva, nonostante qualche caccia di scorta si fosse sbizzarrito a lanciare spezzoni qua e là nei pressi dell’abitato, senza tuttavia causare danni rilevanti.  

La popolazione si sparse nella campagna dell’amena «conca» di «Suso». In una località di detta conca, denominata  «I Colli»,  il parroco della chiesa di San Michele Arcangelo [2], meglio conosciuta dal popolo come chiesa di Sant’Angelo, venne ad incontrarsi con un confratello della cittadina Confraternita dei Sacconi, il sig. Augusto Tasciotti, che aveva la testa fasciata con benda nera a causa di una scheggia e ancora sotto l’impressione di quel martellare infernale.

I due si abbracciarono, commossi. «Don Vincenzo – disse con la voce in pianto il Sig. Augusto – se non ci fosse stata la mano del Beato Carlo, noi non ci saremmo più rivisti su questa terra». «E’ la mia stessa impressione» rispose don Vincenzo. «E noi – proseguì il confratello – che cosa potremo fare noi, per ringraziare il nostro concittadino di quanto ha fatto?». «Il tempo darà consiglio» fu la risposta.

Effettivamente – continua don Vincenzo Venditti – nell’agosto di quello stesso anno 1944, non potendo i membri della Confraternita tenere la sessione nell’oratorio della chiesa di San Pietro, il cui soffitto appariva scrollato per gli eventi bellici [3] fu deciso di riunirsi nell’attigua chiesa parrocchiale di Sant’Angelo.

Fu allora che il parroco Don Vincenzo Venditti pregò i confratelli di recitare tre Ave Maria in onore del Beato Carlo, il cui quadro, opera pregevole del pittore Massimo Galelli [4] campeggiava in cornu evangelii dell’altare maggiore. Quelle tre Ave recitate con fede…..

Prese poi la parola il confratello  Giovanni Di Trapano [5] spronando a ripristinare il triduo e la Festa, non appena la fluida situazione di cose avesse accennato a normalizzarsi. Così successe.

Nella sessione del 22 aprile 1945 [6], il Priore della Confraternita, cav. Alfredo Pontecorvi, propose che la medesima “riaffermandosi unanime nel proclamare suo titolare il SS. Cuore di Gesù, si eleggesse come protettore speciale il concittadino Beato Carlo da Sezze, per incrementarne e promuoverne sempre più il culto in mezzo al popolo”.

Successivamente, con altra sessione del 1° settembre 1945, si stabilì che “scopo della riunione è decidere in merito ai festeggiamenti solenni da tributarsi nel prossimo ottobre al Beato Carlo, eletto dalla Confraternita nella precedente sessione come protettore speciale per incrementarne il culto in ordine alla canonizzazione, e pubblicazione degli scritti. Si decide pertanto di comune accordo:

1.   Una deputazione di confratelli, con il Priore, si recherà al più presto a Roma, per umiliare al Padre dei Minori Francescani, cui il Beato appartenne, il desiderio che Egli stesso venga ad onorare la festa il giorno 22 ottobre con il padre Agostino Gemelli, temporaneamente residente a Roma.

2.   Si costituisce un Comitato d’onore ed un Comitato esecutivo per la buona riuscita della festa. Membri del Comitato d’onore sono proposti all’unanimità: Sua Eccellenza Rev.mo Mons. Pio Leonardo Navarra Vescovo Diocesano, il Vicario Generale Mons. Giov. Battista Carissimo, il Commissario della città, il Pretore, e i Commendatori Ficacci prof. Luigi, Millozza giudice Carlo, Com. Santoro, Paride prof. Gigli.

Il Comitato esecutivo sarà composto dei soli membri della Confraternita. Volta per volta il Priore stabilirà il turno dei Confratelli che, in numero di tre, dovranno recarsi a questuare per la città e la campagna di Suso.

3.   Dopo il preventivo assenso del P. Generale, e dei membri del Comitato, si redigerà un manifesto per tenere avvertito il popolo della festa che si prepara, e stimolarlo a rispondere con il più religioso entusiasmo. Oltre i festeggiamenti di carattere strettamente religioso (triduo predicato, processione, ecc.) ci saranno i festeggiamenti tradizionali civili (tombola, corsa di cavalli, servizio musicale) in proporzione delle offerte raccolte”

La promessa venne mantenuta. Al termine della solennissima processione – continua d. Vincenzo Venditti [7]- nella chiesa Cattedrale stipata dalla marea di popolo, il Rev.mo Postulatore Generale dei Frati Minori,  P. Fortunato Scipioni, tenne un acceso fervorino, ringraziando anche a nome del P. Generale[8], e chiedendo preghiere affinché il Signore si degnasse concedere i due miracoli, impetrati dal Nostro, in ordine alla canonizzazione. Furono anche distribuite immaginette tra il popolo. Di lì a poco sarebbe avvenuto il primo miracolo. Era la risposta del cielo alla buona volontà degli uomini.

La prima beneficiaria del miracolo fu la signorina Ida Passamonti, oriunda di Minturno, ma residente in Sezze con la famiglia, affetta da una forma acuta di periostite all’avambraccio destro e diagnosticata dal dott. Lelio Tosti Croce e dal  figlio  dott. Tosti Fausto,  come difficile da guarire senza un delicato intervento chirurgico che avrebbe potuto richiedere l’amputazione dell’intero braccio.

La madre della malata, atterrita al pensiero che la figlia dovesse sottoporsi ad un’operazione chirurgica, si sentì ispirata a ricorrere all’intercessione del Beato Carlo da Sezze, per ottenere la guarigione dalla malattia. A tale scopo, lo stesso giorno 3 dicembre fu incominciato in famiglia un triduo di preghiere, mentre veniva applicata sulla parte malata un’immagine del Beato, tra quelle distribuite in occasione della festa.

Iniziate le preghiere il primo giorno del triduo, l’ammalata, soffrendo assai per il dolore, domandò al Beato nel coricarsi che le concedesse un poco di riposo. Dopo qualche ora di acute sofferenze, la Passamonti si addormentò tranquillamente, e al mattino seguente, nello svegliarsi, constatò con sorpresa che il dolore era cessato, la tumefazione era scomparsa, e l’avambraccio si presentava del tutto normale, rimanendo solamente un lieve dolore al polso, che anch’esso scomparve alla fine del triduo. Alzatasi dal letto, tra la commozione generale della mamma e dei parenti, la signorina potè subito usare il braccio per le faccende domestiche, anzi si apprestò a lavare la biancheria. Il dott. Tosti, il giorno 6 dicembre, nel suo ambulatorio medico, constatava la perfetta guarigione.

In seguito a questa guarigione clinicamente inspiegabile,  il Postulatore Generale,  il 28 giugno 1946, chiese la riassunzione della causa, che dopo vari passaggi fu demandata alla Sacra Congregazione dei Riti, quindi al Santo Padre, Pio XII, che nello stesso anno segnava di propria mano la commissione di riassunzione della Causa. Il cammino per la glorificazione suprema era aperto, anche se bisognava ancora passare attraverso il tribunale diocesano che insediatosi nel luglio del 1947, dopo nove sedute consecutive inviò gli atti a Roma.

In quegli stessi anni si credette di poter ravvisare un secondo miracolo nella guarigione, certamente di carattere non ordinario, di Clementina Bernabei, nipote del canonico Mons. Vincenzo Roccasecca,  nata a Sezze nel 1903. Clementina Bernabei, nell’anno 1946 fu affetta da un tumore ad una gamba; venne operata e guarì. Ma il tumore, l’anno dopo si riprodusse e la paziente venne nuovamente operata all’ospedale San Camillo in Roma dal dott. Grassi, che propose l’amputazione dell’arto. Atterrita, la Bernabei ed i familiari ricorsero con fede al Beato Carlo. Una santa Messa fu celebrata nella chiesa di San Francesco a Ripa, e un triduo di preghiere fu fatto nelle chiese di Santa Maria e di Sant’Angelo in Sezze. Contro l’opinione dei medici, che all’uscita della paziente dall’ospedale, le diagnosticarono ancora due o tre mesi di vita, la Bernabei guarì perfettamente, ne più accusò disturbi del genere.

Nella Sessione suppletaria della Confraternita del 13 febbraio 1949, considerata “l’eccezionale circostanza dell’Anno Santo 1950, il Segretario[9] propone che la Confraternita si scelga con libero suffragio un pro-Priore nella persona di un  degno rappresentante. Il pro- Priore rappresenterà ufficialmente la confraternita in tutti gli atti rappresentativi, e curerà particolarmente una decorosa partecipazione all’Anno Santo e alla festa per il Beato Carlo da Sezze; assumerà il titolo di Padre Vicario. Procedutosi all’appello nominale, viene eletto per unanime suffragio il confratello Vincenzo Del Duca, che ringrazia commosso per il plebiscito d’affetto tributato dai confratelli. Si propone di solennizzare la nomina con un trattenimento familiare.”

Fu così che il 22 ottobre 1949 ebbe seguito una serie di simpatiche iniziative in favore del nostro. Si inaugurò solennemente, alla presenza delle autorità, una delle più importanti arterie del paese, sino ad allora chiamata via 23 Marzo, con il nuovo titolo di Via de Beato Carlo da Sezze[10]. Si procedette allo scoprimento della lapide commemorativa  nella casa natale del Beato, antistante la piazzetta di San Lorenzo che fu decretata a proprie dalla Confraternita dei Sacconi, con l’iscrizione dettata dal Segretario confratello Don Vincenzo Venditti. Nell’aprile 1951, il cardinale vicario di Roma Clemente Micara istituì presso il Vicariato il tribunale diocesano, la cui prima sessione si tenne si tenne l’8 maggio. Dopo 13 Sessioni, il 31 ottobre tutto il processo venne trasmesso alla Sacra Congregazione dei Riti.[11]

La commissione medica incaricata degli esami, però, nel 1954 emise due voti dubitativi sulle guarigioni, e si dovette così mettere da parte il caso della Bernabei, mentre nessun problema recava il caso della Passamonti.

Contemporaneamente  il Padre Postulatore era venuto a conoscenza della guarigione ottenuta per intercessione del Beato Carlo dalla signora Luisa Tufo, vedova Marchionne e madre della clarissa suor Maria Agnese. Condotte le indagini, e raccolti i documenti, in data 16 maggio 1954 l’inserto venne recapitato nelle mani del Postulatore.

Tufo Luigia, nata a Sezze il 26 novembre 1891, circa la mezzanotte del 18 novembre 1951 accusò dolori all’addome, per cui fu visitata dal dott. Vincenzo Santicola, che opinò trattarsi di una colica renale, e prescrisse i rimedi del caso. Ma, localizzatosi il dolore al fianco destro, lo stesso dottore constatò trattarsi di un tumore per il quale era necessario un intervento chirurgico, consigliando di far ricorso al Prof. Giovanni Pappalardo, di visita a Sezze due volte la settimana. La paziente fu visitata dal dottore il giorno 29 dello stesso mese di novembre, e le si riscontrò la presenza di un tumore maligno da asportare con operazione chirurgica urgente.

Il 6 dicembre il prof. Pappalardo operò la paziente ma dovette interrompere l’intervento perché ormai le neoplasie aveva invaso i tessuti della parete addominale fino al peritoneo. Inoltre la presenza di metastasi epatiche e invasorie di parte dell’intestino, rendevano la prognosi infausta a breve scadenza, nel termine massimo di due o tre mesi.

Fu allora che il figlio della Tufo e la sua signora, Giuseppina Carrocci, cominciarono ad invocare l’intercessione del Beato Carlo, e l’immagine del servo di Dio fu applicata sulla parte malata.

Ora avvenne che nel febbraio 1952 il Dott. Santicola, chiamato per una visita alla Tufo, affetta da bronchite acuta, riscontrò con stupore che la tumefazione addominale era completamente scomparsa. Lo stesso fu constatato dal prof. Pappalardo nell’aprile del 1953, in occasione di una visita di esame della malata.

Un triduo di ringraziamento per l’avvenuta guarigione fu celebrato nel Monastero delle Clarisse, ove si trovava la figlia del Tufo.

Anche su questo evento fu condotto il Processo Apostolico presieduto dal vescovo diocesano Mons. Pizzoni, che si concluse alla fine del 1954 e fu trasmesso alla Sacra Congregazione dei Riti il 7 gennaio 1955, che con diverse sedute,  protrattesi per più anni, riconobbe nel 1958 dinanzi a Pio XII,  la soprannaturalità dei miracoli. Il Papa dichiarò potersi procedere il giorno 28 marzo 1958 alla solenne canonizzazione del Beato Carlo da Sezze.

Come nella prassi, il 1° giugno 1958 venne diramata dal prefetto delle cerimonie pontificie l’intimatio,  cioè una comunicazione in latino ai cardinali, vescovi e prelati della curia romana,  con cui si rendeva noto che il Papa avrebbe tenuto il 9 giugno i Concistori, segreto e pubblico, per il voto sulle Canonizzazioni del Beato Carlo da Sezze e della Beata Gioacchina de Vedruna de Mas.

Avuto il voto favorevole dai due concistori, il Papa rispose che di buon grado avrebbe proceduto alla canonizzazione dei due beati, ma che trattandosi di cosa molto delicata avrebbe manifestato la sua decisione nel concistoro semipubblico del 16 giugno seguente.

In effetti, durante il concistoro del 16 giugno, nel quale i cardinali diedero il loro voto sulle cause dei beati Carlo e Gioacchina de Vedruna de Mas, il papa espresse la determinazione di procedere alla loro canonizzazione il 23 novembre.

Per l’improvvisa morte di Pio XII, avvenuta il 9 ottobre, dopo un frenetico rincorrersi di conferme e di smentite, la cerimonia venne rinviata a data da destinarsi.

Un estremo tentativo per mantenere la data del 23 novembre fu esperito da don Vincenzo Venditti insieme al provinciale dei frati minori presso il nuovo pontefice Giovanni XXIII, non ebbe risultati positivi.

Il 26 gennaio 1959, don Vincenzo e la confraternita dei Sacconi erano finalmente in grado di annunciare la data definitiva dell’attesa canonizzazione:  “ (…) è pervenuta, da parte della Sacra Congregazione dei Riti, la data della canonizzazione del nostro Beato Carlo: sarà il 12 Aprile 1959, seconda Domenica dopo Pasqua, festa del Buon Pastore; insieme al beato Carlo da Sezze, sarebbe stata canonizzata la beata Gioacchina de Vedruna de Mas, fondatrice delle suore carmelitane della carità.” [12]


[1] Vincenzo Venditti –San Carlo da Sezze – Edizioni Marietti – Torino 1958 – pagg. 461 -464

[2] Si tratta di don Vincenzo Venditti

[3] Il 21 maggio 1944 venne distrutta dai bombardamenti la chiesa di San Rocco e danneggiata gravemente l’attigua chiesa di San Pietro, sede della Confraternita dei Sacconi. Nello stesso giorno una bomba cadde a Porta Sant’Andrea, dove era in corso un mercato di granaglie, fece 72 vittime e numerosi feriti.

 

[4] E’ lo stesso artista  del Monumento ai Caduti di Sezze

[5] Di questa sessione, svolta in maniera precaria, non abbiamo purtroppo il verbale.

[6] Archivio Capitolare della Cattedrale – Faldone Confraternita del Sacro Cuore di Gesù – Risoluzioni, Congregazioni Generali e Segrete della Ven. Confraternita del Sacro Cuore di Gesù detta dei Sacconi dal 1850 al….

[7] Vincenzo Venditti –San Carlo da Sezze – Edizioni Marietti – Torino 1958 – pag. 464, 465

[8] Il pio Prelato aveva inviato la sua adesione con lettera in data 17 settembre 1945, diretta al segretario della Confraternita, Don Vincenzo Venditti:

Egregi Signori, con molto piacere apprendo che hanno eletto come speciale protettore della loro Confraternita il Beato Carlo da Sezze, loro concittadino, e gloria dell’Ordine nostro. Certamente questa nobile iniziativa contribuirà non poco a dare incremento al culto del Beato, ed ottenere così da Dio, per sua intercessione, i due miracoli richiesti per la di lui Canonizzazione. In quanto all’edizione di tutti gli scritti del Beato, esprimo il mio plauso….Approvo anche con tutto il cuore il solenne triduo che sarà tenuto dal 19 al 22 ottobre, e mentre mi dispiace che le circostanze non mi permettono di presenziare personalmente, non mancherò di delegare un mio rappresentante, nella persona del nostro P. Postulatore Generale particolarmente interessato. Con sensi di religiosi ossequi imparto di cuore la Serafica Benedizione. Dev.mo nel Signore fr. Valentino Schaaf, O.F.M., Min. Gen.

[9] Don Vincenzo Venditti

[10] La via, in precedenza era chiamata Via 23 Marzo. Fu chiamata così dal regime fascista per ricordare la data del 23 marzo 1919 in cui Benito Mussolini, dopo la conquista del potere, fondò i Fasci italiani di combattimento.

[11] Centro Studi San Carlo da Sezze – La canonizzazione di San Carlo da Sezze – Sezze 1999. Testi : Massimiliano Di Pastina- pag. 9

[12] Centro Studi San Carlo da Sezze – La canonizzazione di San Carlo da Sezze – Testi di Massimiliano Di Pastina-Sezze 1999.


Sezze, 18 ottobre 2017

La "Fiera di San Luca"

San Paolo Apostolo, diretto a Roma lungo la via Appia, guardando da Foro Appio il colle su cui si adagiava Sezze e dal quale  proveniva  una moltitudine di persone per incontrarlo,  inviò il “carissimus comes "  (carissimo compagno di peregrinazioni),  l'evangelista  Luca, ad annunziare il Vangelo, o Buona Novella,  alla ventesima colonia dei Romani (Sezze).

Nella foto sotto una "venditrice di pignatte" alla fiera del 1895

I documenti storici testimoniano come la chiesa Cattedrale di S. Maria fosse costruita sulle rovine di una chiesa romanica preesistente, dedicata con ogni probabilità a S. Luca, “antico evangelizzatore” della città di Sezze.

E’ per  tale motivo che il santo fu a lungo protettore della città e ancora oggi, in occasione della ricorrenza della  festa (18 ottobre) si svolge la tradizionale fiera istituita in suo onore nell’antichità. 

A San Luca radduca, era l’antico detto della società contadina di Sezze, ad indicare che per la festa patronale dovevano essere conclusi tutti  i lavori agricoli della stagione, (vendemmia, semine, ecc) e che si ritornava  a trascorrere l’inverno in paese, dopo un’operosa stagione di pernottamento nei campi, abitando nelle capanne di “stramma”.  La  fiera cadeva quindi in un momento in cui i setini  erano nelle condizioni di poter spendere una parte di quanto faticosamente guadagnato con i raccolti. Non cose voluttuarie, alle quali la civiltà contadina era estranea, ma tutto ciò che era utile nella vita di tutti i giorni.  

Così, a Ferro di Cavallo, si vendeva ed acquistava bestiame di ogni specie, foraggi, paglia, sellerie per muli e cavalli, botti, damigiane, attrezzature ed utensili di tutti  tipi, difficilmente reperibili in paese, oppure a prezzi  più vantaggiosi di quelli comunemente praticati. Insomma, una tappa obbligata per tutti.

La citazione più antica della Fiera di San Luca l’abbiamo nello Statuto del Comune di Sezze del 1547, in cui si fa riferimento anche a leggi, usanze e costumi del medioevo, oltre che all’altra Fiera di S. Lidano. Nello Statuto sono descritte le modalità della fiera, che durava per più giorni.

Nell’immediato dopoguerra del secolo scorso, fu consuetudine realizzare  nella ricorrenza del 18 ottobre una fiera del bestiame  in località Zoccolanti, che diventava occasione per i sezzesi di acquistare il maiale, da allevare fino a Natale e macellare alla Befana oppure, più comunemente, i “porcellotti”  da allevare per un intero anno.

La fiera di San Luca ha perduto i connotati di un tempo  e non poteva essere diversamente,  tuttavia la nuova Amministrazione comunale è impegnata a dare risalto e vigore a questo evento, con l’obiettivo di valorizzare da qui in futuro la vera tradizione di Sezze. L’edizione 2017 della fiera si propone quindi che tutti ne siano protagonisti,  grandi e piccini, famiglie e giovani. Proprio per dare a tutti la possibilità di partecipare è stata organizzata nel giorno festivo più vicino a quello tradizionale, cioè domenica 22 ottobre, con un programma ricco di attività, che vede coinvolte associazioni ed aziende del paese con lo scopo di intrattenere e far divertire tutti, nessuno escluso….  


Sezze, 31 agosto 2017

Le antiche cisterne di raccolta dell'acqua

Un modello che la crisi idrica sta riportando di attualità, non solo per l’uso domestico ma anche per alimentare piscine ed irrrigare aiole.
La posizione collinare di Sezze e la relativa lontananza dalle sorgenti, hanno sempre rappresentato un ostacolo all’approvvigionamento idrico, almeno sino al 1866, quando Pio IX , su progetto dell’ingegnere Armellini, fece zampillare per la prima volta l’acqua in paese, alla piazza De Magistris. 
L’acqua giunse a Sezze per caduta e per ferreos tubos dalla sorgente di Monte S. Angelo nel Comune di Bassiano, distante sette chilometri. 
La fontana di Pio IX, alleviò notevolmente le condizioni igienico sanitarie della città, alle quali la popolazione aveva da sempre cercato di rimediare in diversi modi. Primo tra tutti la costruzione, ai piani interrati, di grosse cisterne in muratura per la raccolta delle acque piovane, che vi confluivano dal tetto dell’abitazione, a mezzo di tubi di rame o in lamiera zincata. 
Le pareti della cisterna erano intonacate con malta cementizia impermeabile per evitare dispersioni e sulla sua sommità, un tubo o un canaletto aperto di cemento, con pendenza verso la via pubblica o nella fognatura, fungeva da livello, impedendo alle acque piovane particolarmente abbondanti di tracimare ed inondare il piano terra. Le cisterne erano chiuse sulla sommità da una volta. Una piccola apertura, per lo più rotonda, protetta da un parapetto circolare in muratura, simile a quello dei pozzi, permetteva di calare un secchio a mezzo di una funicella per prelevare l’acqua. 
Le cisterne avevano una capacità variabile dagli 8 ai 30 metri cubi, ma l’acqua, pur prestandosi a tutti gli usi domestici, era preferibile non berla. Così prima che l’acqua della sorgente scaturisse alla Fontana di Pio IX, le nostre nonne scendevano dal paese verso le fonti più vicine, con conconi di rame o con arciole in terracotta, portate abilmente sulla testa e poggiate su di una morbida coroglia, (straccio arrotolato a forma di corolla). 
Le fonti più vicine erano quella dell’Oro in località Fontanelle, le Fontane o il Puzziglio in località Zoccolanti. 
Nei primi del Novecento, con l’avvento dell’energia elettrica e delle pompe di sollevamento, comparvero nel paese diverse fontane e alle porte di accesso i fontanili per l’abbeveraggio degli animali, soprattutto muli e cavalli. L’acqua venne prelevata dal lago artificiale che alimentava l’ex mulino delle Mole Muti, dove fu pure costruita una piccola centrale idroelettrica, sufficiente a fornire di energia l’illuminazione pubblica del paese, l’Ospedale ed alcuni mulini. 
Trascorsero alcuni decenni, e quando finalmente i rubinetti entrarono nelle abitazioni, le cisterne esaurirono la loro funzione. Furono in massima parte demolite, oppure trasformate in “grotte” per l’invecchiamento di vini in bottiglia, previa costruzione di alcuni scalini per potervi scendere. 
Infatti, la profondità delle cisterne, che in molti casi superava i tre metri, faceva sì che la temperatura al suo interno si mantenesse naturalmente fresca e costante in tutte le stagioni, ideale appunto per la conservazione del vino. E’ grazie a questa diversa destinazione, se alcuni di questi manufatti, sono giunti sino a noi, a testimoniare non solo un passato di difficoltà nell’approvvigionamento idrico, che i cambiamenti climatici stanno riportando di attualità, ma anche quanto sia necessario ed importante per ogni essere vivente e per l’intera umanità disporre di acqua limpida e pulita e di territori protetti dall’inquinamento.


Sezze, 29 giugno 2017

Acqua, Mado' ! - Francisco e gli Saluatoro

poesia di A. Ottaviani

Nei secoli scorsi l’emergenza idrica assumeva aspetti più drammatici rispetto ad oggi, perché le pompe di sollevamento dell’acqua erano ancora sconosciute.

Sezze, paese ad economia contadina, non poteva far altro contro le calamità che pregare e “far uscire” la processione dell’Assunta e del S.S.mo Salvatore, nel tentativo di salvare i raccolti della campagna.

Attraverso il verbale di una sessione del 1858 della Confraternita del Sacro Cuore di Gesù detta dei Sacconi,  della quale era priore il prof. Accademico don Niccola De Angelis, teologo e Vicario Generale della città di Sezze, sappiamo  che il pio sodalizio partecipava  alla messa e alla processione in onore del Salvatore e dell’Assunta, ogni qualvolta le condizioni atmosferiche avverse minacciavano i raccolti.

Quindi, secondo  le circostanze, si pregava o per invocare la pioggia o per farla cessare. Con molta probabilità nel 1858 si era verificata una situazione inversa a quella odierna, poiché si era nel periodo della mietitura, il grano ed i cereali erano la principale risorsa economica del paese ed è ragionevole pensare che le piogge ostacolassero la mietitura.

25 giugno 1858 - Viva il Sacro Cuore di Gesù -  Ai fratelli Sacconi

La pietà esemplare delle persone distinte per gradi o per esercizi suole mantenere e ravvivare nel popolo i sentimenti della Religione, se mal non mi oppongo questo è uno dei fini che ebbero i Sig. Istitutori della Confraternita a cui apparteniamo. Coerentemente adunque allo spirito della nostra regola, ad antico e lodevole costume, nonché al voto di noi fratelli, invito ciascuno ad adunarsi nel nostro Oratorio il giorno 27 del corrente (domenica) alle ore nove ant., onde, vestito il sacco ed ascoltata la S. Messa, recarsi processionalmente a visitare le S. Immagini del Salvatore e di Nostra Signora, esposte per gli attuali bisogni della campagna.

Firmato: il Priore Niccola di S. Nicola De Angelis -  

Fra Augusto di Santa Lucia Boffi  Segretario

Era in uso che i bambini si recassero a gruppi alle “coste” di Sezze, per raccogliere arbusti e rovi e farne corone onde cingersi la testa, ad imitazione di Gesù Cristo e partecipare così alla processione che principiando dalla Cattedrale si snodava per le strade del centro.

Prima di rientrare in chiesa, era obbligatoria la sosta al Belvedere ( il “Muro della terra”); il  Salvatore veniva rivolto verso la pianura e si invocava il cambiamento del tempo.

La tradizione ci tramanda che insieme alle preghiere di rito, in caso di piogge persistenti veniva usata la seguente formula,: “ Sole Madonna che spacca le prède! Lu grano n’se mete, n’se po’ più campà” oppure l’altra in caso di siccità,  che non differiva molto dalla prima: “Acqua Madonna che spacca le prede, lu grano n’se mete, n’se pò più campà ”

Accadeva talvolta che le preghiere venissero esaudite, ma il più delle volte era necessario portare nuovamente in processione il Salvatore perché, come lamentava l’Arciprete di Santa Maria, Don Giovan Battista Carissimo, i fedeli non avevano pregato con il necessario fervore. 

Alla festa  dell’Assunta ( 15 agosto) le “ pagnottelle di gli Saluàtore” rappresentano ancora oggi una tradizione irrinunciabile, un dolce all’insegna della devozione che in passato si consumavano solo dopo la benedizione. Ad ogni bambino veniva dava una coppia di pagnottelle inforcate ad una cannuccia, da innalzare al passaggio della processione verso il Salvatore per essere benedette.

Nella Chiesa di S. Rocco, bombardata dagli Alleati nel 1944, nel dipinto dell’ Assunta, San Rocco era raffigurato con una tipica pagnottella di Sezze tra le mani.

Francisco e gli Saluatoro  - di Alberto Ottaviani (maggio, 1996)

I sòlo ti n’cuceua la cipezza,

lu callo e l’afa t’appicciaua,

portaua iasino a capezza,

e Francisco n’giastimaua;

che ci pozza da nu tròno

lu callo schiòppa l’uffa,

ti crèpa, sta a fa i solo liono,

e a mi m’ha dato a uffa.

Alle carcioffole ci ha fatto la strina,

che ci desse n’accimmèzza,

se nun piove manco addumano,

tòcca fa ariscì i Saluatoro,

si nò di grano e ciuciuliano,

ni uè manco i addoro.

S’accurdaui cu gli prèto,

e isciòrno i Saluatoro,

Acqua Madonna, lu grano n’sì mète,

cantauno tucchi n’coro.

I prèto annanzi cu gli sagrestano

Appresso Francisco cu gli contadigni,

cantènne e preghènne a tutto spiano,

ariuòrno a gli Cappuccigni.

I cielo cominciaui a rinnulà,

dapò si fece niro accomme a nu tizzono,

si mettiui a trunà e lampà,

e uenne nu forte acquazzono,

che maceglio, che confusione,

chi scappaua di quà chi di’llà

si scinciaui la pirdiscione,

e puro i prèto si iette a riparà.

L’acqua fece i chioui,

la grandine accomme alle nuci,

stétte dèci ore a pioue,

e Francisco, nun poteua aradduci.

Quant’acqua c’ha fatta Saluatò

È uero ca la semo pregata,

prò troppa grazia sant’Andò,

ma la grandine, chi te l’ha ordinata !


Sezze, 7 maggio 2017
Arround Jazz a villa La Penna

Un grande apprezzamento per il riuscitissimo evento Arround Jazz e arte contemporanea, con il trio musicale Mario Ferrazza e la scultrice ceramista Nicoletta Piazza, nella stupenda ambientazione di villa La Penna a Sezze nel centro della verde conca di Suso. 
Un ringraziamento particolare va alla famiglia La Penna Giovanni, Brunella e Simone, che ha organizzato l'evento nella magnifica cornice della loro villa settecentesca, con il nobile intento di condividere le bellezze della natura e dell'arte e di rinsaldare i legami tra i componenti di una comunità che rischierebbero di dissolversi.


Sezze, 12 aprile 2017
Le logge

Il termine deriva dal latino medievale “laubia” che significa “pergola”. Assai diffuse nella campagna fino agli anni Cinquanta del secolo scorso, erano delle vere e proprie palafitte di modeste dimensioni, costruite con materiali di fortuna ottenuti dal territorio: pali, filagne, giunchi, canne, ecc. 
Servivano a sorvegliare le proprietà da un punto alto di osservazione, così da prevenire i furti dei prodotti agricoli, carciofi, cocomeri, uva, mais, ecc. ma anche di bestiame. Nella parte alta si accedeva a mezzo di una scala a pioli in legno, anch’essa realizzata con legni di fortuna, mentre il piano basso, a livello del terreno, si utilizzava come riparo dal sole provvisorio, per proteggere le derrate che man mano venivano raccolte.
Le “logge” non sostituivano le capanne di strame, abitazioni per eccellenza, ma erano per lo più provvisorie e stagionali, come i prodotti da raccogliere; in alcuni casi venivano costruite dai contadini per avere un giaciglio, quando per necessità di lavoro erano costretti a stare fuori casa per più giorni. Erano munite di un tetto alla buona, fatto di canne palustri o di strame, sufficiente durante il giorno per un fresco riparo dai raggi del sole e la notte dalle intemperie. Il chiarore lunare permetteva allo sguardo di spaziare lontano anche la notte, non appena gli occhi si erano adattati all’ambiente.
Le “logge”, in qualche caso erano ricavate anche su alberi di alto fusto. All’altezza delle prime ramificazioni, quelle più robuste, veniva approntato un giaciglio, sostenuto da pertiche e tavole, che aveva per materasso un cumulo di “sfogli di tuteri” (il rivestimento delle pannocchie di mais) oppure di fieno. Pare che questo materasso, pur non essendo uno degli odierni “memory”, fosse anatomico e il mal di schiena sconosciuto.


Sezze, 27 ottobre 2016
Quella finestra di fronte e la vecchina 

È una storia di paese che si svolge nel quartiere della “Capocroce”, vale a dire nel bivio tra via Corradini e via Cavour.  Protagonisti sono due proprietari di case, costruite ai lati opposti della strada, l’uno ricco e l’altro povero. Il povero, dopo essere riuscito a risparmiare qualche soldo con il suo lavoro, decide di sopraelevare di un piano la sua modesta casa. Tre belle finestre ora si aprivano sulla strada, ma ciò mandò su tutte le furie l’uomo ricco, perché la finestra di mezzo guardava proprio dentro la sua casa ed egli mal sopportava che persone umili e per giunta di ceto inferiore al suo potessero arrecare disturbo alla sua privacy.

Fece così causa al pover’uomo e forte del suo denaro riuscì a vincerla, ottenendo dal giudice di far murare la finestra centrale.

L’uomo povero, dopo aver murato la finestra con mattoni, stuccata ed intonacata, chiamò un bravo pittore perché dipingesse almeno le imposte chiuse, in modo tale che la finestra finta mantenesse l’armonia di tutta la facciata della casa. La cosa però non finisce qui, perché il poveruomo, amareggiato, durante la notte mette in atto un’idea con cui vendicarsi di quello che riteneva un torto patito.

Il signore ricco quando all’indomani, tutto soddisfatto, fece per affacciarsi alla finestra, rimase di stucco: sulla finestra murata vi erano state dipinte due ante socchiuse, dalle quali si intravedeva una bella tenda e, dietro la tenda il volto di una vecchina che curiosava fuori, proprio in direzione delle stanze del suo palazzo.

Oggi si può ancora vedere la finestra murata; vi è appesa una lamiera arrugginita ma il volto della vecchina è scomparso con il tempo, tuttavia guardando quella finestra sbiadita possiamo rivivere con un sorriso questa simpatica storia di paese.


Sezze, 12 luglio 2016
La leggenda della "stretta della femminuccia"

Quella della “Femminuccia” è una storia fantastica, tramandata oralmente dai genitori ai figli; non esiste infatti nessun testo in cui essa è narrata. A motivo della sua oralità, se ne raccontano alcune versioni, tutte con diverse motivazioni. Si tratta della storia di un fantasma dalla figura femminile, c’è chi dice di una bambina, che di notte si aggirava in Via della Libertà, chiamata per questo dal popolo “Stretta della Femminuccia”. Per maggiore precisione, la stretta della vicenda è la prima che si incontra a destra percorrendo via S. Carlo, con provenienza da Porta S. Andrea e che confluisce con un percorso ad L su Vicolo Marte (uno dei tre vicoli di Sezze che da via S. Carlo conducono alla chiesa di S. Lorenzo). 
La storia si articola secondo tre versioni:
1)-Una donna che aveva perso il figlio, di notte si aggirava in questa stretta tenendo in una mano una testa e nell’altra ago e filo; appariva a colui il quale aveva fatto tre giri intorno ad un vicino palazzo, spaventandolo. Questa versione veniva raccontata dalle mamme ai propri figli per tenerli buoni e non farli allontanare di casa.
2)-C’è chi dice che questo fantasma in realtà fosse un uomo, che travestito da donna e coperto da un grande mantello nero, si recava di notte a far visita ad una sua benestante amante. Lo scopo del travestimento era quello di nascondere la sua identità e proteggere la reputazione della donna amata.
3)- Il fantasma di una donna, che aveva avuto una cocente delusione d’amore, usciva di notte nella stretta e alle persone che incontrava chiedeva di tagliarle la testa, cioè di farla morire, perché non sopportava il dolore di essere stata abbandonata; in cambio queste persone sarebbero diventate ricche ma, nel caso non l’avessero uccisa, avrebbero avuto su di loro la maledizione perpetua.
Per questi motivi ma soprattutto per non incontrare il malefico fantasma, grandi e piccini evitavano di passare di notte nella Stretta della Femminuccia e nei vicoli che ad essa confluiscono: vicolo Dante e vicolo Marte.


Sezze, 8 febbraio 2016
I laghi dei Gricilli

1 -Aspetti morfologici e naturalistici
Ai piedi dei Lepini, ai confini tra Sezze e Priverno, troviamo immersi in una fitta vegetazione palustre i cosiddetti Laghi dei Gricilli e le numerose sorgenti che li alimentano, con la nota “Fontana di Muro”. 

L’area, che in molti chiamano ancora “Triciglia”, ricade nel territorio di Pontinia ed è importante perché rappresenta la realtà locale prima della bonifica. È un paesaggio unico nel suo genere, che conserva ancora intatte le sue peculiarità naturalistiche e il carattere paludoso e umido, tanto da essere classificato dalla Comunità Europea come Sito di Importanza Comunitaria (SIC). 

Le acque dei laghi sono fortemente mineralizzate per la presenza di alti tenori di anidride carbonica e di composti dello zolfo, ben percepiti dall’olfatto anche dai viaggiatori che transitano nella limitrofa ferrovia Roma –Napoli. 

Interessante la concentrazione in uno spazio così ridotto di acque solfuree e di acque dolci, riscontrabili in Italia solo nelle sorgenti di Tivoli e delle Terme Cutilie (VT) e che cambiano di colore e di intensità in base alla luce ed alla differente composizione chimica. Definire queste acque “dolci” è improprio, mentre sarebbe più corretto definirle “ leggermente solfuree”. La differenza di concentrazione tra acqua “zolfa” e quella “ leggermente zolfa” sono la conseguenza della diversa disposizione degli elementi tettonici che condizionano la risalita di fluidi mineralizzati profondi, in tutta l’area. 

Non meno importante la flora, che conserva ancora nel suo habitat naturale specie acquatiche come la "lenticchia d'acqua" e idrofiti radicanti del genere "la lengua d'oca" (Plantago lanceolata), oppure la fauna con rari esemplari di “testuggine palustre europea”, di uccelli come il “martin pescatore”, il “falco di palude”, il “beccapesci”, il “tarabusino” e tra i pesci la commestibile “rovella” ed altri pesciolini minori, in particolare del genere Cobitis, usata un tempo come esca per pescare nella palude. 

L’area dei Gricilli occupa un bacino di circa 10 ettari ed è attraversata dal “Diversivo Ufente”, un canale che permette alle acque sorgive, che un tempo causavano estesi allagamenti durante le piogge, di poter defluire con una idrovora nel vicino fiume Ufente. E’ possibile ancora osservare il fenomeno della fossilizzazione delle canne palustri, dovuto all’acqua sulfurea in cui sono sommerse. Ai margini dell’area, poco discosti, si notano i ruderi di Castel Valentino, che hanno dato il nome ad uno dei laghi d’acqua dolce e ad una moderna oasi di ristoro. Sono probabilmente i resti di un antichissimo “castrum”, opera di fortificazione e difesa, ritenuto da qualcuno di origine volsca. 

2)- La genesi
La genesi dei Laghi dei “Gricilli” è dovuta a fenomeni di sprofondamento (subsidenza) dei depositi fluviali e palustri, alimentati dalla risalita dal basso delle acque sotterranee provenienti dalla catena dei Lepini, che scorrono al di sotto di un circuito di rocce carsiche sepolte, nelle quali il carsismo ha generato delle cavità o grotte, chiamate in inglese dai geologi “sinkholes”, che tradotto in italiano significa “doline”. 

La volta di queste cavità riesce a sorreggersi grazie alla spinta esercitata dal basso verso l’alto dalle acque e dai gas, ma quando per varie cause si verifica un abbassamento del livello di falda, la spinta esercitata sulla roccia si riduce, facendo venir meno anche la capacità di sostegno delle volte carsiche, che sotto il peso dei sovrastanti sedimenti palustri e fluviali finiscono per cedere, creando avvallamenti e depressioni nel terreno, che mutano col trascorrere degli anni. 

È proprio in corrispondenza di queste depressioni che hanno avuto origine i “Laghi del Vescovo” e non si esclude che ne possano ancora nascere dei nuovi e scomparire dei vecchi. Per tali caratteristiche naturali sono oggetto di costosi oneri di manutenzione, che il Consorzio di Bonifica dell’Agro Pontino esegue a cadenza semestrale. 
3) Usi termali e veterinari
Le acque solforose dei laghi, già note da tempi remoti, erano apprezzate non solo per uso termale e per le malattie della pelle, ma anche come toccasana per le ferite degli animali. Gli umanisti infatti, ci hanno sempre ricordato che lo zolfo era la “cosa sacra”, quella con cui si curavano i mali degli uomini e degli animali: con lo zolfo si candeggiavano lana e tessuti, si purificavano le case durante le cerimonie, si preparava la vite ed il vino, si cospargevano le orecchie dei maiali per alcune malattie della pelle, etc. 

Nelle acque solforose venivano fatti immergere gli animali per curarne le ferite, ma anche per conferire maggior candore alla lana delle greggi, che assai numerose attraversavano il luogo durante la transumanza verso la palude. E forse il nome “Gricilli” deriva proprio da “gregis”, termine latino con cui venivano appunto indicate le greggi. Teodoro Valle [1], scrittore privernate del '600, dà una sua spiegazione del nome dei laghi e dice “Gricilli, loco così detto dal zampillar dell’acqua, della golla, che in bò senso vuol dire la bolla, atteso per l’abbondanza, è violenza, che porta l’acqua sopra la terra pare che bolla,” . Dopo il primo laghetto d’acqua dolce, denominato San Carlo, scendendo più a sud troviamo il gruppo più numeroso, composto da quattro specchi d'acqua, detti del Vescovo, dei quali tre sono sulfurei e riconoscibili dal colore celeste delle sue acque, mentre uno a forma di "otto" è d'acqua dolce e praticabile. 

Ancora più a sud, alimentato dalle acque di un canaletto che poi va a ricongiungersi con il fiume Ufente e dopo un impianto idrovoro, troviamo l'impenetrabile lago Mazzocchio, circondato da alti canneti e da alberi di eucaliptus che ne impediscono la visuale dalla strada. 

I laghi non sono molto estesi; il San Carlo, di forma circolare ha una lunghezza di 80 metri ed è profondo 22, mentre quello a forma di otto è lungo 150 metri e profondo 18. Non si conosce bene la profondità degli altri specchi e ciò ha alimentato una diceria popolare, secondo la quale alcuni sarebbero senza fondo. 
4) Iniziative di valorizzazione e fruibilità
Nel dopoguerra alcuni di tali laghi erano la meta per i “bagni” estivi degli abitanti delle campagne bonificate. Recentemente sono stati oggetto di diverse proposte ed iniziative di legge per la loro salvaguardia, tutela e valorizzazione. 

Il Comune di Pontinia, sfruttando i finanziamenti regionali GAL (Gruppi Azioni Locali), portò a termine nel 2012, in accordo con i privati, un progetto di valorizzazione e di fruizione dell’area, per aprire questo spazio ai cittadini, ai turisti e agli studiosi. 

Il progetto rientrava in un ambito turistico ancora più grande, ovvero “le vie del Mare e dei Laghi” che avrebbe guidato il turista ed il visitatore da Sonnino a Sabaudia, passando per Pontinia. 

Una sinergia che poi non si è attivata ed ognuno dei Comuni è andato avanti per conto proprio. 

Un altro progetto riguardava il finanziamento per un mercato di prodotti agricoli a km zero, ma nella scelta dei progetti la Regione preferì dirottare i fondi su quelle iniziative che avrebbero potuto diventare un volano turistico.

I lavori iniziarono con un finanziamento di circa 260 mila euro, non sufficienti a rendere fruibile l’intero percorso dei laghi, fu impiantata una cartellonistica che indicava i vari circuiti ed alcune torrette in legno aventi la funzione di punti di osservazione, ma per molteplici ragioni, non ci fu il successo sperato e la natura se ne riappropriò, diventando anche punto di qualche discarica abusiva da parte di vandali, tranne che nella parte dei bagni, gestita da privati con un ristorante. 
Tutta l’area rimane molto suggestiva e degna di attenzione, il sito resta d’importanza comunitaria (SIC) e Zona di Protezione Speciale (ZPS), ma necessita ancora in gran parte di progetti, non solo per la sua fruibilità turistica e didattica ma anche come volano di sviluppo sostenibile per l’economia agricola del territorio, che per le sue peculiari caratteristiche pedoclimatiche ed ambientali, rappresenta una serra naturale, in cui si coltivano le primizie dei più svariati tipi di ortaggi.
[1]Teodoro Valle - La città Nova di Piperno edificata nel Latio – Napoli 1646, libro secondo, cap.I, pag.9.

Per le foto in bianco e nero che seguono si ringrazia il Consorzio di Bonifica dell'Agro Pontino


Sezze, 30 dicembre 2015

E vieni in una grotta al freddo e al gelo...

Ma davvero Gesù è nato in una grotta al freddo e al gelo?  Il fatto è abbastanza controverso ed  è ancora oggetto di studi, ma una cosa è certa: la vera data di nascita di Gesù, sia per quanto riguarda il giorno sia per quanto riguarda l’anno, non la sapremo mai con certezza. I Vangeli, in questo senso, ci aiutano poco e le fonti storiche sono per lo più in contraddizione con quei pochi indizi che possiamo trarre dalle letture sacre. L’effettiva data della nascita non è esplicitamente riportata dai Vangeli di Matteo e Luca, che costituiscono le principali fonti sulla nascita Gesù, né da altre fonti del tempo.                                                                   

Nel Vangelo secondo Luca (2, 1-2) viene citato un “primo censimento” di Quirinio, realizzato “su tutta la terra” per ordine dell’imperatore Augusto, in occasione del quale avvenne la nascita di Gesù a Betlemme, al tempo di re Erode, morto probabilmente nel 4 a. C.  In questo censimento sarebbero stati censiti anche Giuseppe e Maria e per questo costretti a tornare dalla Palestina dove si trovavano, al loro luogo di origine, Betlemme, dove venne alla luce Gesù.                                                                                                 

Anche la data di questo primo censimento è oggetto di discussioni tra storici: per molti di questi, sia cristiani che laici, l’autore del Vangelo secondo Luca avrebbe erroneamente retrodatato il censimento al 6 d. C. o spostato la nascita a tale epoca forse con l’intento di collocare la nascita di Gesù a Betlemme in Israele, piuttosto che a Nazareth in Palestina (luogo di residenza di Giuseppe e Maria), mentre secondo altri, il censimento potrebbe essere avvenuto in due fasi, distanti anni l’una dall’altra.

Per altri autori, al di là della questione della data, l'avvenimento è da interpretare in chiave teologica: il censimento riguarda tutto l'impero, così anche la nascita di Gesù, che non riguarda solo gli ebrei, ma tutti i popoli dell'impero.

Secondo la maggior parte degli storici, Erode sarebbe morto nel 4 a.C., anche se vi sono state in passato ed ancora oggi ripetute proposte di altre date. La tradizionale datazione all’anno 1 a.C., il cui anno successivo è il primo del calendario giuliano – gregoriano (il numero zero non viene infatti utilizzato per indicare un anno in quasi tutti i sistemi cronologici) risale al monaco Dionigi il Piccolo nel VI secolo. Questa datazione si discosta comunque di soli uno o due anni da quella fornita dai Padri della Chiesa sin dal II – III secolo. 

Altre discussioni tra storici riguardano  il mese in cui sarebbe nato Gesù, data la gran varietà di calendari diffusi all’epoca e la varietà di computazione, per cui non sempre è immediato risalire al giorno e anno corrispondente nel calendario giuliano, utilizzato dagli storici per le date antecedenti la riforma gregoriana. Così nei  libri di storia si ritrovano diverse interpretazioni sul mese di nascita di Gesù: alcuni la collocano a novembre, altri a dicembre, altri ancora a gennaio, o a marzo, aprile, sino ad arrivare addirittura al 20 maggio quando con il tempo più mite, Gesù Bambino non poteva essere più esposto al freddo e al gelo intenso.  

La prima menzione certa della Natività di Cristo con la data del 25 dicembre risale  al 336, e la si riscontra nel “Chronographus”, redatto dal letterato romano Furio Dionisio Filocalo.

Con tutta probabilità la data venne fissata al 25 dicembre per sostituire la festa del “Natalis Solis Invicti”, (quando le giornate iniziano ad allungarsi) con la celebrazione della nascita di Cristo, indicato nel Libro di Malachia come nuovo “sole di Giustizia” (cfr. Malachia III,20).

Verosimile dunque, che la chiesa cristiana abbia scelto la data del 25 dicembre come giorno di nascita del Cristo semplicemente per cristianizzare una festa pagana molto sentita dalle masse popolari.

A tale tradizione quindi la celebrazione del Natale ha voluto collegarsi per indicare l’avvento della Luce del Mondo, che giunge a squarciare le Tenebre. È il Bambino, che venendo al mondo, inaugura una nuova vita, e porta la Luce a tutti gli uomini. Questa è la storia del Natale che, condizionata negli anni successivi da numerose leggende, ha fatto quasi perdere di vista il “vero” significato del Natale, come “giorno della nascita”.


Sezze, 14 ottobre 2015

La magia dell'autunno a villa La Penna

Nella foto tutti i partecipanti alla giornata di domenica 4 ottobre 2015 davanti alla villa La Penna

Dallo Zibaldone di Giacomo Leopardi: “Nell’autunno par che il sole e gli oggetti sieno d’un altro colore, le nubi d’un’altra forma, l’aria d’un altro sapore. Sembra assolutamente che tutta la natura abbia un tuono, un sembiante tutto proprio di questa stagione, piú distinto e spiccato che nelle altre….” 
L’autunno è giunto, la natura si veste di nuovi colori, le foglie ingialliscono e cadono, le ore di luce diminuiscono, l’aria si fa più fresca. E’ la fine di un ciclo e l’inizio di uno nuovo che si ripete. E’ il magico autunno, allietato da frutti nuovi e di varietà diverse, dai vini, dai canti, dalle buone compagnie che si ritrovano accanto al focolare, come quella riunita in questa prima domenica di ottobre, giorno di S. Francesco, nella stupenda cornice di villa La Penna, a Suso. 
Una giornata fantastica che riporta a un passato non troppo lontano, una giornata con tanti amici, cultori del bello, del buono e delle nostre più genuine tradizioni. Un grazie di cuore a Brunella e Giovanni La Penna, che hanno fortemente voluto questa festa dell’autunno e dell’amicizia, che ci hanno accolto ed ospitati nella loro tenuta come solo raramente può accadere. Un grazie anche a tutti i numerosi amici intervenuti.


Sezze, 1 agosto 2015

Pontecorvi nominato Direttore della Sanità del Vaticano

Il Dott. Alfredo Pontecorvi, nostro concittadino, Professore Ordinario e Primario di Endocrinologia e Malattie del Metabolismo (UOC) del Policlinico Agostini Gemelli dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, è stato nominato Direttore Generale dei Servizi Sanitari del Vaticano. Svolgerà provvisoriamente anche le funzioni di medico personale del Papa, il cui ruolo si è reso vacante da qualche tempo.
Il Prof. Pontecorvi è nato a Roma il 9 maggio 1957 da genitori di Sezze. Il padre è Alberto, medico in pensione assai stimato in paese, la madre è Maria Agnese Calabresi, insegnante anch’essa in pensione e sorella del compianto Nunzio Apostolico in Argentina Mons. Ubaldo Calabresi. Il papà è inoltre un benemerito confratello della Confraternita del Sacro Cuore di Gesù di Sezze, detta dei Sacconi bianchi, della quale nonno Alfredo, fu per lungo tempo Priore. Anche il Professore, sull’onda della devozione di famiglia ha recentemente manifestato la sua intenzione di entrare a far parte di questa Confraternita. 

Il Prof. Pontecorvi consegue la laurea in Medicina e Chirurgia nel luglio 1981 presso l’Università “La Sapienza” di Roma, con voti 110/110 e lode. Nel 1984 consegue il Diploma di Specializzazione in Endocrinologia e Malattie Metaboliche nella stessa Università, con voti 70/70 e lode. Nel 1992 diventa Professore Associato di Endocrinologia presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia “A. Gemelli”, Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano. Dal 2002 è Professore Ordinario di Endocrinologia e Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Endocrinologia presso il Policlinico “A. Gemelli”, Università Cattolica del Sacro Cuore, Roma. Dal 2003 è Direttore della I Scuola di Specializzazione in Endocrinologia e Malattie del Metabolismo, e Direttore del Dottorato di Ricerca in Scienze Endocrinologiche ed Endocrino-Chirurgiche Sperimentali presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia, Università Cattolica del Sacro Cuore. 

Dal 2006 è Direttore della Scuola di Dottorato di Ricerca in Scienze Fisiopatologiche ed Endocrino-Metaboliche Sperimentali (che include 5 Corsi di Dottorato) nella stessa facoltà. Il Prof. Pontecorvi ha ricevuto oltre 250 inviti in qualità di Relatore o Moderatore a Congressi e Meetings Nazionali ed Internazionali, ha presentato oltre 350 relazioni e/o posters a Congressi e Meetings Nazionali ed Internazionali ed è autore di circa 90 pubblicazioni scientifiche elencate sul database PubMed della US National Library of Medicine.
Al Prof. Pontecorvi il nostro compiacimento ed i più fervidi auguri di buon lavoro. 


Sezze, 24 maggio 2015

La Grande Guerra

È stato scritto che l’Ottocento non è finito con lo scadere cronologico del secolo, ma allo scoppio della prima guerra mondiale. All’inizio del Novecento il mondo era in forte subbuglio, le grandi potenze si disputavano con accanimento conquiste coloniali in Africa, l’imperialismo del Giappone, vincitore sui russi, avanzava in Estremo Oriente, la monarchia portoghese cadeva e quella cinese era in agonia. Questi fatti, in una umanità lanciata verso il progresso tecnologico e scientifico, erano considerati come “incidenti” fisiologici di percorso. Era la “Belle Epoque “, un’epoca in cui per la prima volta si pensava ad un domani migliore: le fatiche, le pene dei poveri, i disagi di tutti cominciavano ad essere alleviati da quelle straordinarie novità che erano la luce elettrica, la diffusione della rete ferroviaria, l’automobile.

Nessuno immaginava una guerra di quella portata. Ciò che succedeva in Europa contava più di quello che avveniva in ogni parte del mondo, l‘informazione era eurocentrica, a volte con qualche piccola concessione a quel gigantesco Stato che si era formato oltre Oceano. L’Europa era in pace, lo sarebbe rimasta per 44 anni: dal 1870, con la sconfitta della Francia da parte della Prussia, fino all’attentato di Serajevo, che fece deflagrare le polveri. Per questo, qualcuno tra gli storici ha addirittura pensato di creare un Ventesimo secolo breve, limitandolo solo a quella parte che va dal 1914 in avanti. 

Non è stato così per l’Italia in quanto, qui, la linea di demarcazione si è aperta con il sangue di Umberto I, assassinato a Monza dall’anarchico Bresci il 29 luglio del 1900.Erano tanti in Europai i carboni accesi sotto la cenere, e quello di Bresci era uno di questi. La Francia aveva subito nel 1870 la perdita dell’Alsazia e della Lorena senza mai rassegnarsi. “ Pensarci sempre, non parlarne mai” diceva il primo ministro francese Clemenceau. In Italia nasceva l’Associazione Nazionalista Italiana, con Enrico Corradini e Luigi Federzoni, che voleva la “redenzione “delle terre italiane fuori dai confini. La crescita del socialismo perseguiva nelle sue ali più estreme la rivoluzione proletaria, che, si annunciava, avrebbe completato l’opera della rivoluzione borghese del 1889 in Francia, e che avrebbe annullato le disuguaglianze sociali. Giovanni Giolitti, che direttamente o indirettamente governava l’Italia dall’inizio del secolo, pensò nel 1911 di dare sfogo a certe pulsioni del Paese con la guerra di Libia. La “quarta sponda” era allora in mano all’impero turco, il grande malato. 

Due anni prima della conquista italiana della Libia, i “giovani turchi”, avversari della corrotta stagnazione di Costantinopoli si erano impadroniti della città e deposto il sultano lo avevano sostituito con il fratello Maometto V. La Libia era un grosso scatolone di sabbia che galleggiava in un mare di petrolio, ma questa realtà sfuggì a tutti. L’impresa non fu difficile: il difficile fu invece mantenere l’occupazione, insidiata dai continui attacchi dei ribelli. Ma ben presto la Libia passò in second’ordine rispetto ad altri avvenimenti italiani ed esteri ben più rilevanti.
Nel 1912 Giovanni Giolitti introdusse in Italia il suffragio universale ( il diritto di voto a tutti i maschi alfabetizzati oltre i 21 anni che avessero assolto agli obblighi di leva) e l’anno dopo, con il “patto Gentiloni” strinse un’alleanza con i cattolici, i quali revocarono il veto papale al loro impegno nella vita pubblica, rendendo operativo il loro immenso potenziale politico. In quegli stessi anni, Benito Mussolini, giovane e aggressivo esponente del socialismo estremista, sconfiggeva in un congresso a Reggio Emilia i riformisti di Filippo Turati e diventava direttore dell’Avanti!, trasferendosi a Milano. Una serie di guerre balcaniche dava altri colpi di piccone all’impero turco e risistemava i confini della “polveriera d’Europa” ma, apparentemente, senza compromettere gravemente gli equilibri esistenti. 

Tutto questo finché le revolverate di uno studente serbo, Gavrilo Princip, membro di un’organizzazione segreta (Unità o morte), innescarono lo scoppio della Grande Guerra; e tale è rimasta nel linguaggio comune italiano a indicarne la portata e le conseguenze.Il 28 giugno 1914, Gavrilo Princip uccise a Serajevo l’arciduca ereditario dell’impero austro-ungarico Francesco Ferdinando e la moglie Sofia, che erano in visita alla Serbia. L’episodio avrebbe potuto essere contenuto in un ambito più limitato se non fosse stata l’occasione insperata per dare sfogo alle smanie di gloria militare dell’imperatore di Germania Guglielmo II, all’ansia di rivincita della Francia, alla solidarietà slava della Russia. In seguito all’attentato, Vienna presentò alla Serbia un ultimatum dalle condizioni oltraggiose, e non avendo avuto soddisfazione, il 28 luglio le dichiarò guerra. In risposta la Russia ordinò la mobilitazione generale. 

Il primo Agosto 1914 la Germania di Guglielmo II dichiarò guerra alla Russia, il giorno successivo strinse alleanza con la Turchia. Il 3 agosto dichiarò guerra alla Francia e pretese dal Belgio il passaggio delle sue truppe, ma vedendoselo negato lo invase. L’Inghilterra dichiarò allora guerra alla Germania e poi anche all’Austria e all’Ungheria. L’Austria- Ungheria a sua volta dichiarò guerra alla Russia. Nel volgere di sei settimane l’intera Europa aveva preso fuoco e le armate del maresciallo tedesco Hindeburg, conquistato il Belgio, penetravano in territorio francese.
L’Italia era legata all’Austria- Ungheria e alla Germania da una alleanza, la cosiddetta “Triplice”, i cui effetti avrebbero dovuto scattare con l’inizio del conflitto mondiale, ma con saggezza il primo ministro Antonio Salandra e il ministro degli Esteri Sidney Sonnino proclamarono la neutralità, appellandosi al fatto che l’Austria- Ungheria aveva agito senza consultarli, mettendoli di fronte al fatto compiuto. Mentre sul fronte occidentale i tedeschi, dopo una serie di successi, venivano fermati sulla Marna nell’avanzata verso Parigi, in Italia si accendeva una polemica rovente tra neutralisti e interventisti e in caso di intervento a fianco di chi? 

Il Paese era in maggioranza neutralista, e lo era anche il Parlamento, ma la spinta nazionalista era chiassosa, potente, e soverchiava per enfasi e risolutezza gli appelli alla cautela dei neutralisti. Benito Mussolini, tribuno di straordinaria efficacia, si era convertito all’interventismo ed aveva fondato a Milano per sostenerne la tesi il quotidiano “Il Popolo d’Italia”. Gli faceva eco il poeta Gabriele D’Annunzio, che aveva celebrato la conquista della Libia e che voleva la guerra, un “lavacro di sangue” che potesse unire all’Italia Trento e Trieste. Si mormorò sia che Mussolini, che l’indebitato D’Annunzio fossero stati pagati dalla Francia. Come sempre il re stava a guardare trincerandosi dietro il suo eterno alibi : non ho né occhi nè orecchi, il governo ha occhi ed orecchie per me. Tuttavia Vittorio Emanuele III, discendendo da una dinastia di militari, aveva un occhio di riguardo per gli interventisti. Per scongiurare l’attacco italiano, Vienna offrì il Trentino e qualcos’altro, ma la frana era ormai inarrestabile.
Nell’Aprile del 1915, l’Italia concluse con le potenze dell’Intesa il patto di Londra, che le garantiva in caso di vittoria Trento, la Venezia Giulia, l’Istria, parte della Dalmazia (ma non Fiume e si vedrà perché questo sia poi risultato importante). Per qualche giorno, ossia fino alla denuncia della Triplice, l’Italia fu contemporaneamente alleata di entrambe le coalizioni. 
Il 24 maggio 1915 fu dichiarata la guerra all’Austria – Ungheria (alla Germania la dichiarazione di guerra italiana arriverà solo nell’agosto dell’anno successivo). Migliaia di giovani vengono arruolati e mandati in trincea a combattere contro l’Austria, il nemico “storico”. Il “generalissimo” Luigi Cadorna, aveva avuto sui generali degli altri paesi un vantaggio considerevole: aveva potuto assistere da spettatore alle azioni e agli errori altrui, ma non imparò nulla. Uomo di forte carattere e di indubbia dirittura morale, ma anche di arida durezza, Cadorna insistette nella sua teoria dell’ “attacco frontale”. Fu uno dei molti generali “macellai” dei quali la Grande Guerra ci ha lasciato il ricordo. Centinaia di migliaia di combattenti vennero immolati, sul Carso come a Verdun, in demenziali assalti. 
I fanti si batterono spesso con eroismo pur senza capire, almeno moltissimi, e senza sapere. La guerra ebbe alte note epiche e crudeltà ignominiose, come la decimazione dei reparti accusati di viltà. In una di quelle decimazioni fu mandato al muro un italiano del Sudamerica che era venuto volontario a combattere. Tra la fine di ottobre e il novembre 1917 si abbattè sull’esercito di Cadorna la sciagura di Caporetto, ossia l’annientamento della poderosa II Armata del generale Capello a opera di alcune divisioni tedesche. 

Congiurarono per determinare il disastro, incredibili errori, leggerezze, incomprensioni: di Cadorna, di Capello, di Badoglio che era un generale di buone capacità ma che nelle emergenze perdeva la testa (lo si vide a Caporetto, lo si vide l’8 settembre 1943). Dal disastro si salvò, anche perché l’attacco e lo sfondamento erano avvenuti altrove, la III Armata comandata dal Duca d’Aosta Emanuele Filiberto, cui restò il soprannome di Invicta. In un convegno a Peschiera con i governanti alleati, il re Vittorio Emanuele III, che era sempre stato al fronte senza mai interferire sulle strategie di guerra, fece finalmente sentire la sua autorità, assicurando che gli italiani avrebbero tenuto sulla nuova linea difensiva del Piave e ricordando come anche gli altri eserciti dell’Intesa avevano ottenuto analoghi insuccessi. 

Infatti tennero i reparti affidati al generale Armando Diaz: un generale bonario che considerava i soldati uomini e non docili strumenti di “presunte” idee strategiche. Accanto a Diaz, come testa pensante, fu posto proprio Badoglio, professionista del galleggiamento. Le pagine che lo riguardarono sparirono poi nella redazione della commissione d’inchiesta sul disastro. Diaz e il presidente del Consiglio Vittorio Enanuele Orlando, un napoletano e un siciliano, poterono vantare i meriti della battaglia del Piave e della vittoria che venne nel novembre del 1918, e che era costata all’Italia 600.000 morti, 900.000 mutilati, un milione di feriti e grandi danni economici e sociali. 
Il 24 ottobre 1917 fu una delle pagine più tristi per l’Italia nella Prima guerra mondiale fu quella della disfatta di Caporetto, nell’alta valle dell’Isonzo. Il fronte italiano venne sfondato dagli austriaci con l’aiuto dell’Armata del generale tedesco Von Below, ed i soldati italiani arretrarono le posizioni, prima sul Tagliamento e poi sul Piave. La disfatta di Caporetto verrà ricordata, in rapporto alla guerra, soprattutto per due altre vicende il cui impatto sul piano storico è stato ben maggiore. 

Gli Stati Uniti difatti, che non avevano mai nascosto le proprie simpatie per l’Intesa e per i sui “cugini” inglesi, l’8 Aprile dell’anno successivo, dichiararono guerra alla Germania e allestirono un poderoso esercito per lo sbarco in Europa. Era questa, anche se non lo si capì subito, la fine di ogni speranza per i tedeschi. Come sarebbe avvenuto anche nella Seconda guerra mondiale, il peso della giovane e possente America fece sentire il suo peso. In quello stesso anno, i tedeschi agevolarono il rientro del rivoluzionario Lenin in Russia, ritenendola matura per il passaggio ad un regime bolscevico. Detronizzato l’inetto zar Nicola II, il debole primo ministro Kerenski tenne un’ombra di potere finchè con la Rivoluzione d’Ottobre i soviet leninisti si impadronirono del potere. Con la pace di Brest Litovsk la Russia usciva dalla guerra cedendo alla Germania la Polonia e l’Ucraina, entrando nelle convulsioni di una guerra civile. Ma la rivoluzione russa stava accendendo fermenti e speranze un po ovunque. 
La pace si prospettava amara e carica di rancori, non solo per i vinti ma anche per alcuni tra i vincitori, in particolare l’Italia. Tutti si ritrovarono con i lutti di una carneficina durata quattro anni, di fronte allo spettacolo di profittatori e imboscati che s’erano arricchiti mentre gli altri morivano. La delegazione italiana si era presentata a Versailles forte di quanto stabilito nel patto di Londra e poco contava la concessione della Dalmazia alla sovranità italiana, D’Annunzio e i nazionalisti reclamavano Fiume e al presidente americano non parve vero di dire: “Volete Fiume perché italiana in base al principio etnico? 

Allora ridiscutiamo ogni cosa azzerando il patto di Londra”. Orlando e Sonnino, stretti tra un’opinione pubblica infiammata ed il dilemma di Wilson non riuscirono a sciogliere utilmente, abbandonarono per qualche tempo la conferenza, ma vi ritornarono a capo chino. L’Italia non ebbe quanto garantito dal patto di Londra e la Iugoslavia non ebbe Fiume. La leggenda della “vittoria tradita” attecchì e crebbe, mentre in Germania dilagavano le frustrazioni, la rabbia, i tumulti, le insurrezioni operaie per il prezzo di sangue e per le mutilazioni territoriali derivanti da una guerra persa. Erano state poste le premesse per la nascita del fascismo e del nazismo. La conferenza per la pace tenuta a Versailles dovette tener conto dei nuovi nazionalismi balcanici, favoriti dal presidente degli Stati Uniti Woodrow Wilson.


Sezze, 30 marzo 2015

L’Addolorata e Maria Giacinta Pacifici De Magistris
Il culto dell’Addolorata, che la tradizione di Sezze ha consacrato e reso ogni Venerdì Santo per le strade del paese, è sempre stato vissuto dalla popolazione con particolare intensità sin dai tempi più remoti. Fu così che l’anno 1933 il setino Filiberto Gigli rimase singolarmente colpito da questo mistero di “Passione ”, e chiamò a raccolta i suoi concittadini per meglio potenziare il mistero, incentrato nel pianto del Gesù morto e della vergine Addolorata.

Così scriveva don Vincenzo Venditti, padre spirituale della Confraternita dei Sacconi in un articolo del mensile mariano “Madre di Dio” – anno 39° , n° 3 – marzo 1972, : “..il sacro mistero si snodava per le vie del paese tra il silenzio notturno, rischiarato dalle torce a vento, e gli animi rabbrividivano di sacro terrore al passaggio della salma di Gesù adagiata su semplice bara, mentre grida laceranti di donne accorate facevano corona alla statua benedetta dell’Addolorata, cui seguiva dietro immensa commozione di popolo di ogni ceto e condizione sociale. Dopo la seconda metà del Settecento anche la Confraternita dei Sacconi incappucciati, che aprivano la processione con il ritmo cadenzato del “ Miserere”, e i teschi e le ossa umane tra le mani, vennero ad aggiungere la lugubre nota di pianto, raccolta e potenziata dallo “Stabat Mater” che s’innalzava a tratti dal coro dei “penitenti”, quasi tutti a piedi nudi, e i più trascinanti catene. E poderose catene ricingevano le caviglie di alcuni Confratelli della “Morte”, che, celati in nero sacco, reggevano sulle spalle tre pesanti croci. Ma l’anima di tutto il movente devozionale rimaneva, con la bara di Gesù morto, il culto dell’Addolorata, onorata a tutt’oggi con la rievocazione dei dolori; ma soprattutto nella notte della Passione da tutta l’anima del popolo, che s’effondeva in un pianto interrotto, finchè il sermoncino finale, alle soglie della Chiesa, non rasserenava nell’aspettazione della prossima Resurrezione…” 
Fu in virtù di questa venerazione che la nobildonna setina Maria Giacinta Pacifici De Magistris (1760 – 1825), consorella della Confraternita del Sacro Cuore di Gesù detta dei Sacconi, regalò alla Madonna dell’Addolorata i suoi lunghi capelli, che ancora oggi si possono intravvedere sotto il manto nero che l’avvolge sino ai piedi, insieme ad una sottana finemente ricamata e ad una corona in cui fu inciso il suo nome. Poco è stato scritto sul carattere pio e religioso di questa donna e del legame che la univa alla Confraternita del Sacro Cuore di Gesù, della quale il padre, Gioacchino, fu uno dei fondatori oltre che priore , sì da dare alla figlia il nome della patrona del pio sodalizio, la Beata Giacinta Mariscotti ( beatificata nel 1726 e santificata nel 1807).
Anche lei, devota a questa santa, entrò nella Confraternita del Sacro Cuore di Gesù il 10 marzo 1780, a soli venti anni, assumendo il nome di Suor’ M. Giacinta della Beata Giacinta Mariscotti. 
Torna ad onore e vanto della Confraternita, aver avuto per consorella una donna così grande, generosa e pia, tant’è che ancora oggi i confratelli tramandano il gesto d’amore che compì nei confronti della Madonna dell’Addolorata nella chiesa di S. Pietro. 

Anche il pianto lacerante delle pie donne, che nella processione del Venerdì Santo fa da corona all’Addolorata, si dice sia stato voluto, o quanto meno perfezionato dalla stessa nobildonna, che fece istruire alcune donne del paese in un corso di canto, tenuto nel suo palazzo (l’attuale palazzo comunale). 
Maria Giacinta Pacifici, vedova senza figli del cav. Superio De Magistris, è senza dubbio la donna più importante della storia millenaria di Sezze. I proventi del suo “ nuncupativo testamento”, raggruppante gli ingenti patrimoni di tre nobili famiglie, Pacifici, De Magistris e Valletta, avrebbero dovuto essere utilizzati per il funzionamento di ben tre istituti scolastici, uno per gli uomini, uno per le donne ed uno come Scuola d’Arti e Mestieri, ma gli eventi che seguirono lo permisero solo in parte.
Nuovi studi fanno ritenere che M. Giacinta, per raggiungere con più tranquillità il nobile fine dell’istruzione, avrebbe preferito fare testamento alla Confraternità dei Sacconi, piuttosto che al Comune. Così non fu, perché la Regola della Confraternita vietava e vieta tuttora il possesso di beni immobili, ma la nobildonna vi fece ugualmente ricorso, nominando nel testamento come primi amministratori e garanti del lascito, quattro suoi confratelli che troviamo iscritti nel Libro della Ven.Confraternita dei Sacconi, anno 1767, custodito nell’Archivio Capitolare della Cattedrale, con i seguenti nomi:  Frà Simone di S. Domenico Fasci, Frà Tommaso della S. Veronica Iucci, Frà Gaetano di S. Angelo Arciprete Sodi (della Basilica di S. Maria) Frà Giuseppe di San Lorenzo canonico De Angelis (della Collegiata di S. Rocco). Anche il notaio, Antonio Demenica, al quale aveva affidato il testamento cinque anni prima di morire, è nel novero dei confratelli del Sacro Cuore di Gesù con il nome di Frà Antonio di S. Girolamo Emiliani Demenica


Sezze, 27 febbraio 2015

L'Edicola votiva della Madonna del Sacro Cuore in via San Carlo

Le edicole votive derivano dall’usanza pagana di porre le immagini dei Lares, gli dei tutelari della casa, nelle cosiddette “aedicula” (diminutivo di aedes, “tempio”) cioè in delle nicchie appositamente erette negli androni delle case, nelle strade, nei vicoli, nelle periferie e nelle strade di campagna. Con l’affermarsi del cristianesimo le immagini pagane furono sostituite da quelle cristiane, in particolare della Madonna, la figura più adorata dalla devozione popolare. Vi sono esempi sia nel centro storico che nella vallata di Suso, dove sono chiamate “cone”. Scomparse invece del tutto nel Campo inferiore, ma ricordate dalla toponomastica di alcune strade vicinali antiche (ad esempio Via Cona del Valico, strada Cona del Pozzo ecc.) e dalla storia di Giuseppe Ciammarucone, che nella sua Descrizione della città di Sezze, del 1641, ricorda (pag. 63) l’icona della Vergine presso ”il fonte dell’Acquaviva, che stando dipinta sopra d’un pezzo di ruinosa conicella, si compiace di far mille grazie a noi mortali, come ben l’attestano li voti d’ogni intorno al sacro Tempio appesi”.

Le edicole votive nel centro storico di Sezze, giunte sino ai nostri giorni, sono in tutto una decina. Gli abitanti le chiamavano “ le madonnèlle”, per via della raffigurazione della Madonna, cui hanno sempre avuta grandissima venerazione, testimoniata peraltro dal gran numero di chiese erette in Suo onore: la Cattedrale di S. Maria, la Madonna delle Grazie, la Madonna della Pace, dell’Appoggio, della Neve ed altre di cui si sta perdendo memoria. Tra le edicole del centro storico ve ne sono due, in particolare, che si distinguono dalle altre, perché in esse è raffigurata la Madonna del Sacro Cuore. Sono la testimonianza di un’antico culto, di cui troviamo traccia per la prima volta nel 1640 a Napoli, nella confraternita del Cuore di Maria, fondata dal gesuita S. Giovanni Eudes, che diffuse la devozione al Sacro Cuore di Gesù. A Sezze, tale devozione la ritroviamo nella Venerabile Confraternita del Sacro Cuore di Gesù detta dei Sacconi, fondata nel 1745 dal missionario S. Leonardo da Porto Maurizio, e nella spiritualità di S. Ignazio di Loyola, che aveva il suo centro di irradiazione nel locale collegio dei padri gesuiti, presso la Chiesa di S. Pietro, sede anche della Confraternita.

   La Confraternita in occasione del restauro del dipinto dei Santi Cosma e Damiano - 8 giugno 2013
Una di queste edicole dedicate alla Madonna del Sacro Cuore la troviamo al numero civico 7 di Via S. Carlo, quasi alla confluenza con via Roma, nell’androne delle scale di quella che fu la casa di famiglia del vescovo di Bagnoregio (VT), Ercole Boffi, che la abitò sino al 1898; l’altra si trova in via Matteotti, in prossimità della chiesa del Bambin Gesù, nella casa del canonico Silvestri, che si affaccia anche su Vicolo della Tinta. Tanto il Silvestri quanto la famiglia Boffi ebbero una particolare devozione per il Sacro Cuore, anzi, quest’ultima famiglia ha onorato con il suo nome, e per secoli, la Confraternita del Sacro Cuore di Gesù, come risulta dai registri conservati nell’Archivio Capitolare di S. Maria e come testimonia ancora l’edicola nell’androne della sua casa. 
Anche per tale sua devozione il vescovo Boffi era iscritto nella Confraternita del Sacro Cuore, assieme al papà Leonardo e alla mamma Maddalena Lupoli; il suo nome compare nel “Libro della Ven.le
Confraternita dè Sacconi – Anno 1767” con il nome di Frà Ercole di S. Ignazio di Loyola = Boffi.

La Confraternita sfila per le vie del paese in occasione della processione del Venerdì Santo

Nel 2000 il Centro Studi San Carlo da Sezze, attraverso un progetto patrocinato dalla Regione e dal Comune, eseguì il censimento delle edicole in tutto il territorio, in particolare nel centro storico, dove eseguì il restauro di cinque edicole votive, tra cui le due che raffigurano la Madonna del Sacro Cuore. Lo ricorda il Quaderno “Sezze attraverso le edicole votive tra arte, cultura e tradizione” ideato e realizzato per l’occasione da Rita Berardi e gruppo di lavoro, tra cui d. Massimiliano Di Pastina e il prof. Luigi Zaccheo. Di seguito uno stralcio di quanto riportato a pag. 11 dal Quaderno sull’edicola della Madonna del Sacro Cuore di Via S. Carlo - inizio Porta Gioberti: 
“L’edicola è architettonicamente inserita sul cantone del palazzo fine Settecento inizio Ottocento in una delle strade più antiche del paese. Testimonianza di un ex voto degli antichi proprietari, probabilmente l’antico dipinto è andato perduto e da supporre la commissione agli stessi proprietari riconducibili al Vescovo Ercole Boffi. La stampa, originale per i tratti delicati del viso della Madonna, potrebbe appartenere alla serie di stampe presenti nei confessionali della chiesa della Madonna delle Grazie del cimitero.

La Confraternita nella Cattedrale di Sezze saluta le reliquie di San Carlo - 1 novembre 2013

 Tuttavia si evince che l’originale in bianco nero sia stato presumibilmente ridipinto con colori a tempera la cui tonalità, del blù e del giallo sono presenti nelle decorazioni sia della chiesa del cimitero che nel soffitto della chiesa di San Pietro. L’autore è sconosciuto ma potrebbe essere lo stesso Vincenzo Albanesi o qualche giovane aiutante nei lavori di restauro decorativo delle chiese. L’abito bianco e il manto azzurro, il capo lievemente reclinato con gli occhi verso il basso sono classici della Madonna del sacro Cuore, che ritroviamo poco più avanti in via Giacomo Matteotti.”

La Confraternita sfila per le vie del paese in occasione della festa dei Santi Patroni - 2 luglio 2013


Sezze, 11 febbraio 2015

Il fenomeno del brigantaggio a Sezze

Durante il brigantaggio pre-unitario vi furono due episodi che scossero enormemente la città di Sezze, il rapimento del cav. Superio De Magistris nel 1812, ad opera del brigante Pasquale Tambucci detto “i matto”, e il sequestro nel 1849 dell’avvocato Leonardo Boffi per opera di ignoti delinquenti. 
Il cav. Superio De Magistris era uno degli uomini più ricchi del paese, rapito dai briganti e condotto alla Sedia del Papa, ebbe salva la vita dietro pagamento di un riscatto, dapprima di 5000 scudi d’argento e poi, non contenti i banditi, di altrettanti scudi d’oro. Il cav. De Magistris non era molto ben visto dai sezzesi, aveva fama di “uomo senza pieta” e quando venne rapito vi fu addirittura chi ne gioì. Era sposato con una donna pia ed altrettanto ricca, Giacinta Pacifici, che alla morte, forse per riscattare la memoria del marito, non avendo eredi lasciò l’ ingente patrimonio di famiglia al Comune di Sezze, per l’educazione dei giovani e l’istituzione di scuole pubbliche. Per la storia, la famiglia Pacifici aveva lo ius padronato sulla chiesa di S. Anna, e Giacinta era iscritta alla Confraternita del Sacro Cuore di Gesù detta dei Sacconi bianchi, con il nome di Suor Maria Giacinta della Beata Giacinta = De Magistris. Il padre, Gioacchino, ne era stato priore.
Una sorte tragica toccò invece a Leonardo Boffi “esimio uomo forense” nonché grosso proprietario terriero. Leonardo era un uomo pio e generoso, compiva opere di bene attraverso la Venerabile Confraternita del Sacro Cuore di Gesù, in cui era iscritto sin dal 1811 con il nome di Frà Leonardo della Beata Veronica ; era padre del futuro Vescovo, Ercole Vincenzo Boffi, anche lui devoto al Sacro Cuore e confratello nella stessa Confraternita del padre, con il nome di Frà Ercole di S. Ignazio di Loyola. Nel febbraio del 1849, primi giorni di vita della seconda Repubblica Romana, Leonardo Boffi fu rapito da alcuni malviventi insieme alla moglie, Maddalena Lupoli, conosciuta in paese come “Sòra Maddalena Boffi” e condotti alla Macchia di “San Lorenzo”, oggi Comune di Amaseno, in una zona franca infestata da briganti, tra lo Stato Pontificio ed il Regno di Napoli. Anche la signora Maddalena era iscritta alla Confraternita del Sacro Cuore di Gesù sin dal 1818, con il nome di Suor Maddalena di S. Anna. Il povero Leonardo, a forza di suppliche ai malviventi e promesse di un riscatto maggiore, riuscì a far liberare la moglie, ma non ci fu nulla da fare per lui. 

Nonostante avesse pagato un enorme riscatto per aver salva la vita, fu barbaramente ucciso ed il cadavere fatto a pezzi, forse per depistare i sospetti e le indagini verso i briganti. Di fronte a questo efferato assassinio il paese ne rimase sconvolto. Si era nel periodo in cui intere famiglie lasciavano la Val Comino per stabilirsi nella vallata di Suso, alla ricerca di migliori condizioni di vita, e si vociferò che tra i complici del delitto vi potessero essere alcuni “immigrati susaroli”, dipendenti dell’azienda agricola di Leonardo Boffi, associati ad elementi poco raccomandabili della loro terra d’origine. Si disse che essendo stato pagato il riscatto con moneta della neonata Repubblica Romana, com’era evidente che fosse data la somma ingente, questa non fu accettata dai banditi, che provenendo dal Regno di Napoli, non la conoscevano e credettero di essere stati imbrogliati con monete false o difficilmente scambiabili. Da qui la reazione violenta e scomposta. La signora Maddalena non sopravvisse allo spavento e al dolore per la tremenda fine del marito, si ammalò gravemente, e nel girò di qualche anno morì. Il figlio Ercole, aveva appena compiuto i vent’anni; né il padre né la madre lo videro ordinato presbitero nel 1852 e men che mai vescovo di Bagnoregio nel 1884, dove morì il 16 maggio 1896, rimpianto da tutti.

Nella stampa sotto Gasbarrone ferma Massarone che sta per uccidere un seminarista a Terracina


Sezze, 2 febbraio 2015

I Santi nella Grande Guerra

Alla morte di Pio X, che aveva appena fatto in tempo ad udire “i cannoni di agosto”, fu eletto papa nel 1914 Benedetto XV. La Grande Guerra era appena agli inizi ed il Papa, nel tentativo di scongiurarla, si rivolse alla comunità cattolica mondiale con l’esortazione apostolica Ubi Primum, esprimendo orrore ed amarezza per gli effetti della guerra.

Tra gli opposti schieramenti vigeva la convinzione che la guerra si sarebbe conclusa in pochi mesi, ma non fu cosi. Il conflitto si estese subito ovunque; tanto che, il Belgio che era neutrale, fu invaso dai tedeschi per essersi opposto al passaggio delle loro truppe nel suo territorio. La battaglia della Marna, che fermò l’avanzata tedesca, segnò il punto dove le speranze di una guerra breve svanirono di fronte a una guerra di posizione e di trincea. 
Nel novembre del 2014, Benedetto XV, pubblicò la sua prima enciclica Ad Beatissimi Apostolorum, rivolgendosi sia ai cattolici sia alle “altre pecore che non sono di quest’ovile” insistendo sulla rigorosa condanna della guerra e sul dovere della pace, usando non poche espressioni negative per descriverne la natura e le nefaste conseguenze: “Il tremendo fantasma della guerra domina dappertutto, e non v’è quasi altro pensiero che occupi ora le menti dei regnanti. Nazioni grandi e fiorentissime sono là sui campi di battaglia e si azzuffano in gigantesche carneficine. Nessun limite alle rovine, nessuno alle stragi: ogni giorno la terra ridonda di nuovo sangue e si ricopre di morti e feriti” . 
Ma la Santa Sede aveva sui cattolici una giurisdizione solo spirituale, e benché Italia e Francia fossero profondamente cattoliche, erano in pugno a minoranze anticlericali. Il clero era obbligato, come tutti gli altri, alla leva militare e solo quando le cose volsero al peggio, fu permessa tra i soldati la presenza di preti cappellani. Ma questo fu grazie solo all’ostinazione dei comandanti in capo, il francese Foch e l’italiano Cadorna, entrambi molto religiosi. Il primo, addirittura, fece consacrare l’Armée al Sacro Cuore, cosa che peraltro i suoi soldati stavano facendo ognuno per conto loro nell’ora più buia del conflitto. Sta di fatto che qualche settimana dopo che l’armata di Francia si era consacrata al Sacro Cuore, la Germania chiese l’armistizio. Non così era per l’Italia, il cui ministro degli esteri italiano, Sidney Sonnino, era ebreo e fanatico anticlericale, e gli alleati, Inghilterra, Stati Uniti, Russia, antipapisti. Eppure, più tardi ci furono due Servi di Dio, il barnabita Giovanni Semeria e Agostino Gemelli, che allora era ufficiale: insieme promossero la consacrazione dei soldati al Sacro Cuore. L’unico governo ufficialmente cattolico era quello austriaco. L’imperatore Carlo I, che poi fu beatificato, si batté inutilmente per la pace a fianco del papa, per una guerra che non aveva voluto ma solo ereditato.
L’Italia entrò in guerra il 24 maggio 1915 e i cattolici, pur contrari all’intervento, fecero il loro dovere come gli altri. Preti e i religiosi furono costretti ad indossare la divisa e fu già tanto se a molti di loro fu concesso il privilegio di servire la causa della guerra curando i feriti, senza dover impugnare le armi. Il generalissimo Luigi Cadorna fece in modo che dei venticinquemila sacerdoti arruolati, venisse estratto un corpo di 2.400 cappellani militari, comandati da un “ordinario castrense”, cioè un vescovo inquadrato col grado di generale. Non pochi tra i preti-soldati vennero decorati al valor militare , tra essi don Giovanni Minzoni, poi vittima di un agguato squadrista, ebbe una medaglia d’argento. E non pochi combattenti cattolici di quella guerra, anche laici, furono in seguito elevati dalla Chiesa agli onori degli altari. 
Laico era anche San Riccardo Pampuri, che a quel tempo meritò una medaglia per un’azione eroica durante la disastrosa ritirata di Caporetto. E pure Padre Pio dovette entrare in guerra, sebbene fosse già frate. Non aveva ancora le stimmate, ma era talmente malato che, alla visita, il medico militare lo definì un “morto ambulante”. Era stato dichiarato “disertore” perché non si era presentato spontaneamente; le sue febbri misteriose facevano scoppiare i termometri e ciononostante mandarono i carabinieri a prelevarlo; la Patria non voleva sentire ragioni e il cappuccino finì in uniforme. Per le sue condizioni lo misero a fare l’infermiere, ma ben presto si accorsero che il malato era lui, e lo rimandarono in convento. In quella guerra c’era anche il futuro Giovanni XXIII, il papa buono, che fu prima sergente di fanteria e poi cappellano nell’ospedale militare di Bergamo. 

Così annotò nel suo diario: “Di tutto sono grato al Signore, ma particolarmente Lo ringrazio perché a vent'anni ha voluto che facessi il mio bravo servizio militare e poi durante tutta la Prima Guerra Mondiale lo rinnovassi da sergente e da Cappellano”. 
Come non ricordare in quella guerra Vincenzo Lojali, capitano degli Arditi, due medaglie d’argento, una di bronzo e due encomi solenni al valor militare; la notte di Natale del 1916 fece intonare in trincea “Tu scendi dalle stelle”, gli austriaci risposero in coro “Stille Nacht” e fu tregua natalizia. Ferito in azione e rimasto zoppo, si fece sacerdote e nel 1938 divenne vescovo di Amelia. La sua cospicua pensione andò tutta a beneficio dei poveri. Una volta il Re, vedendolo sfilare con le decorazioni sul petto, infranse il protocollo per stringergli la mano. 

Un altro cappellano beato è Giulio Facibeni, medaglia d’argento al valore. A conflitto finito fondò l’Opera Madonnina del Grappa per gli orfani di guerra. Scrisse: “Deporre l'abito talare per indossare la veste del soldato non era neanche un'interruzione del ministero sacerdotale; un po' di quella misteriosa relazione che intercorre tra la vita del sacerdote e quella del soldato, ambedue impegnati in questo dono di sé per i fratelli, fino alla immolazione suprema”.   

Nelle foto sotto Angelo Giuseppe Roncalli, futuro Papa Giovanni XXIII e Francesco Forgione, Padre Pio

a cura di Vittorio Del Duca