ambiente & storia

  2007-2012

a cura di Vittorio Del Duca

  Sezze, 8 dicembre 2012

Sulle tracce della tribù Ufentina

Giovanni Ciammarucone nel 1641 in “ Descrizione della Citta di Sezza” così parlava dell’ Ufente, il mitico fiume che origina dalle fresche sorgenti poste ai piedi di Sezze, meglio conosciute con il nome di “Mole Muti”, “ Sardellane” e “Scafa Rappini” (la scafa era una barca, oggi in disuso) :
“Nasce l’Ufente in piè della montagna setina con letto navigabile nell’istesso fonte; e lentamente scorrendo nel mar Tirreno si nasconde; celebre ne ’tempi nostri per le grosse pesche di spigole, e di cefali, che in quello si fanno con reti, e con altri ordegni piscatorii, venendo prima intorbidare l’acque con grosso branco di bufali. Tali pesche si fanno per l’ordinario in ogni tempo dell’anno, eccetto che nel fondo dell’invernata, ma particolarmente nella settimana santa se ne fa una solennissima dalli Signori Governatori di Campagna per regalare gl’Eminentissimi Signori Nipoti di Papi;…” 

Il fiume ha origini antichissime che si perdono nella notte dei tempi; viene cantato nell’Eneide di Virgilio ed incarna uno dei nemici che contrastano la mitica figura di Enea, appena sbarcato nel Lazio a seguito della distruzione della sua città, Troia. 
Nella vicina Priverno, che con Sezze ha sempre avuto una rivalità secolare, il nostro paese veniva identificato con “gliò Bufente” come testimoniano alcune storielle ancora in voga sino a qualche decennio fa tra “la Regina Camilla e gliò Bufente” inventate dai pipernesi per denigrare Sezze. Il nostro paese rendeva pan per focaccia con un'altra serie di racconti tra “I Bufento e la Camilla” quasi sempre imbastiti di volgarità, al pari di quelli di Priverno. Priverno è nota per le sue origini volsche, e Camilla ( figura immaginaria, secondo Ciammarucone ed altri) regina di Volsci e figlia di re Metabo, morì per mano di Arunte combattendo con i suoi guerrieri al fianco dell’alleato Turno contro Enea, dalla cui progénie verrà poi fondata Roma. (Eneide di Virgilio canto VII vv. 803 -817 e canto XI vv. 498 – 915.) 
Se però i pipernesi chiamavano Sezze “gliò Bufente”, storpiando il nome del fiume Ufente, una ragione doveva pure esserci e questa la possiamo trovare ancora una volta nel libro del Ciammarucone, che si rifà ad un passo di Tito Livio: “Da questo Ufente venne denominata la Tribù Ufentina, che insieme con l’altre votava nel Senato Romano; di cui ancor vive la memoria in un marmo intagliato dell’antica Fregelle; hora Ponte Corùo, di lui fece menzione Livio nel libro IX della prima Decha con queste parole: Eo anno dua addite Tribus Ufentina e Falerina..” Conosciamo veramente molto poco di questa tribù; possiamo solo dedurre da Tito Livio che si sviluppò lungo le rive dell’Ufente e che nel 318 a.C. faceva parte della Lega Latina e partecipava con rappresentanti alle sedute del Senato Romano.

Il nome “gliò Bufente” affibbiato a Sezze, potrebbe dunque trovare una giustificazione dal fatto che la tribù Ufentina o Ofentina , che abitò le rive dell’Ufente, abbia trovato una sistemazione proprio nelle rive sotto Sezze e che i privernati idealizzarono con tale nomignolo tutta la zona, ivi compresa la nostra città, che peraltro in tutti i testi antichi non figura mai con tale nomignolo ma sempre con il suo vero nome. 
Del resto, la tribù Ufentina, non avrebbe mai potuto trovare luogo migliore delle sorgenti dell’Ufente, soprattutto in quel tratto che va dalle Mole Muti (dal nome dell’antico proprietario) alla sorgente della Scafa Rappini, e dall’Arnalo dei Bufali (dove fu ritrovato il dipinto rupestre dell’uomo a phi), fino a Ponte Ferraioli. Chi conosce questi luoghi sa che sarebbero stati ideali ad ospitare una tribù di pescatori e di agricoltori quale doveva essere l’Ufentina, non solo per le numerose sorgenti e polle d’acqua che fanno invidia a Ninfa, ma anche perchè l’Ufente era navigabile e pescoso, ed i terreni circostanti potevano essere facilmente irrigati da una fitta rete di canalicoli, in cui ancora oggi scorrono le acque sorgive, e che hanno dato a tutta la contrada la denominazione di “Canalelle”. 
Se così fù, le numerose grotte carsiche che si vedono nel monte dirimpetto le sorgenti del fiume, e ai cui piedi passava la ferrovia di “Tuppitto” ed ora la Roma – Napoli, avrebbero potuto essere abitate dalla tribù Ufentina, cosi come la villa situata tra i pascoli della Società Bovaria, i cui resti oggi sono comunemente chiamati “villa romana”. Osservando i ruderi e il sito di questa villa, posta ad una quota di circa 70 metri di altitudine, si desume che dovette essere piùttosto ampia, costruita su più livelli e servita da una copiosa sorgente d’acqua che scaturiva dalle rocce, e di cui ancora oggi se ne ravvisano i segni.
Quanto sarebbe bella una passeggiata in battello sull’Ufente!


Sezze, 7 dicembre 2012

La vicenda di Sandro e Lidanuccio alle Canalelle

Alessandro Di Prospero, mio anziano cugino, nato in Via Corradini ( a gli Montòno), ma vissuto sempre fuori come ufficiale di Finanza, è stato certamente il primo radiamatore di Sezze ma anche un personaggio piuttosto unico per la sua simpatia e per la passione che da sempre nutre per le radiocomunicazioni. Recentemente ha partecipato via radio ai soccorsi in Giappone a causa dello tsunami ed oggi segue il Voyager 1 che esce dal sistema solare. Molto curioso ed interessante è ciò che racconta di sé nel suo blog di elettronica: 
“Nato a Sezze Romano (LT) il 4.11.1928, all'età di circa 14 anni (Tempo di guerra) iniziava a dedicarsi con passione allo studio e sperimentazione della radiotecnica in genere prima rivolgendo la sua attenzione alle apparecchiature più semplici e a quelle militari trovate in trincee abbandonate, su carri armati od automezzi distrutti nonché su aerei, e poi alle intercettazioni varie compreso anche Radio Londra. Ancora minorenne, a causa di questa passione o inclinazione, veniva "osservato" ( Periodo post Fascista ) dai Carabinieri di Sezze per le sue attrezzature tecniche che, se pur primordiali, per loro erano molto "particolari" e quasi "misteriose". 

Già le sue antenne semplicemente filari sul tetto di casa, costituivano novità, curiosità e interrogativi non solo per le Forze di Polizia ma per tutti. Al suo paese, peraltro agricolo e popoloso, le radio riceventi dei programmi EIAR si potevano contare con le dita di una mano. I suoi genitori ed in particolare sua madre N.D. Geltrude DEL DUCA, impaurita dalle continue visite della Polizia e di altri "strani signori....di Roma", contrastava questo suo figlio affinché cessasse di "giocare" con quelle strane cose, anche perchè senza rendimento economico ma soltanto costose e dannose per le numerose tegole rotte sul tetto. Ancor più pericolose perchè potevano costituire intralcio ai suoi "veri" studi letterari classici peraltro impostigli.” Sandro, come tutti i ragazzi della sua età, aveva però anche tanti amici coi quali amava fare delle lunghe passeggiate fuori porta. Ecco cosa mi ha raccontato in un recente scambio di mail, che mi piace riportare con le sue testuali parole, perché significative di un passato abbastanza recente:
Ricordo Lidanuccio "Bersagliero" ora anziano come me e spero ancora in vita. Una volta con questo mio amico scendemmo fino alle "CANALELLE" dove il padre, afflitto da una grave forma di artrosi e per l'estenuante lavoro con la zappa, era rimasto anchilosato a schiena ricurva. Con il suo lavoro indescrivibile era riuscito a costruirsi (Incredibile...!) una piccola isola di terra di circa (Penso) un migliaio di mq. ove, meraviglia delle meraviglie, crescevano ortaggi rigogliosi a non finire. Ebbene quel giorno quel povero padre non aveva nemmeno il pane per sè e nemmeno un pezzo di pizza "roscia" cotta in casa la sera prima. Notai il suo dispiacere velato. Ma io e Lidanuccio ci accontentammo di un bel pomodoro a testa e un pò di sedano col sale. Per bere ? L'acqua che scorreva ai lati dell' "isola". Ancora un ricordo con questo Lidanuccio detto Bersagliero come il padre: andammo a caccia di Quaglie di notte con un lume a carburo ed una campanella. Esito completamente negativo e ci accontentammo di mangiare dei lumaconi trovati fra le erbacce e fatti alla brace con un focarello. Premi ricevuti da questo mio comportamento ed azioni ? Botte da mio Padre e da mia Madre nonché, e non raramente, dai miei fratelli maggiori, Lidano e Filiberto.”


Sezze, 8 novembre 2012

Pio VI alla "Sedia del Papa" prima dell'esilio

Il cardinale Giovanni Angelo Braschi salì al soglio pontificio nel 1775 assumendo il nome di Pio VI. Nacque a Cesena il 27 dicembre 1717 e morì a Valence (Francia) il 29 agosto 1799. Come Sisto V, appena eletto ebbe in animo di studiare a fondo le possibilità di bonificare radicalmente le Paludi Pontine. Dopo due anni di studi, le opere di bonifica furono intraprese nel 1777 a cominciare da Terracina e durarono ben 21 anni, fino al 1798, con una spesa dieci volte maggiore di quella prevista inizialmente. Quando il Papa si accinse ad effettuare i lavori, i sezzesi , che pur non avevano mai visto di buon occhio la bonifica del territorio, perché dalla palude derivava loro una discreta economia (pesca, legname, carbone, etc) non protestarono affatto, ma fecero sapere alla Reverenda Camera Apostolica di mirare all’attribuzione delle terre redente e soprattutto di non tollerare una eventuale assegnazione ai forestieri, in loro luogo. 

Il Papa nominò direttore dei lavori l’ingegnere idraulico bolognese Gaetano Rappini e gli affiancò nell’opera altri due ingegneri : Gerolamo Scaccia e Gaetano Astolfi. La manodopera disponibile nello Stato Pontificio non era sufficiente, furono così incaricati diversi caporali di reperirla nel limitrofo Regno di Napoli e finanche nelle patrie galere, in cambio di amnistia o di sconti sulla pena. Il Papa, da bonificatore autentico si recò per un ventennio a rendersi conto personalmente dei lavori da lui voluti e sono innumerevoli le permanenze a Terracina dove iniziarono i lavori, ma anche le visite a Sezze, per ammirare dall’alto della “Sedia del Papa” le terre redente, come già aveva fatto il suo predecessore Sisto V e come ci attesta una stampa di Raphael Morghen "Les Marais Pontains" la cui matrice è conservata presso il British Museum di Londra.

 

Qui sopra la stampa di Raphael Morghen, “Le Marais Pontains” del 1798, rappresenta un momento all’inizio della breve vita dell’occupazione francese con la Repubblica Romana, e vede Pio VI avviarsi all’esilio scortato dai soldati francesi, ma vuole osservare per l’ultima volta la sua opera dall’alto di Sezze alla “Sedia del Papa

Quando nel 1798 gli avvenimenti politici portarono il Direttorio della Repubblica francese ad ordinare al generale Berthier di arrestare Pio VI e condurlo in Francia, la bonifica era quasi ultimata ed i territori di Sezze, Priverno e Terracina risentivano degli effetti benefici dell’opera del Papa. Pio VI si avviò così prigioniero in terra straniera, dove l’anno dopo morì, non prima però di aver espresso il desiderio di ammirare per l’ultima volta la sua opera dall’alto, e come si è detto non molto lontaqno della “Sedia del Papa”. 

Nel territorio di Sezze, allora molto più vasto, e su quello di Terracina e Priverno furono scavate le fosse miliarie, parallele tra loro e distanziate un miglio romano l’una dall’altra, che confluirono ortogonalmente nel nuovo canale lungo la Via Appia, chiamato Linea Pio in onore del Papa. Lungo le fosse miliarie furono costruite le strade “migliare”, i lunghi rettilinei che ancora oggi si percorrono per imboccare l’Appia. Tra le migliare furono messi a coltura i nuovi campi redenti, ma non però dai poveri contadini che fino all’ultimo sperarono, ma non più di tanto, di diventare se non proprietari, almeno enfiteuti. Per loro si verificò (nulla di nuovo sotto il sole) proprio quello che avevano paventato: i forestieri diventarono gli unici beneficiari del territorio bonificato. Rappini infatti, venne nominato marchese e gli si concesse buona parte del terreno bonificato al di qua dell’Appia in enfiteusi perpetua ereditaria, i terreni al di là dell’Appia furono parimenti concessi a Luigi Braschi - Onesti figlio di Giulia sorella di Pio VI, mentre 400 ettari furono assegnati alla Mensa Vescovile (cioè al clero). 

Così la bonifica di Pio VI, che si era presentata come una vera e propria riforma agraria, fallì il suo scopo. 

Degli 80.000 ettari ne furono bonificati solamente non più di 12.000 ma le opere fatte furono durature e consentirono alla bonifica integrale di Mussolini di operare nel “Circondario interno” di Pio VI, vale a dire nelle campagne di Sezze, Priverno e Terracina, partendo da un certo grado di evoluzione modesto sotto il profilo economico e sociale, ma di gran lunga superiore allo stato selvaggio della rimanente parte di territorio da bonificare, cioè il “Circondario esterno” degli ingegneri bonificatori di Pio VI.


Sezze, 30 ottobre 2012

In onore a Catone il Censore: “DE AGRI CULTURA”

Nome: Marcus Porcius Cato                      Nascita: Tusculum, 234 a.C. circa           Morte: 149 a.C.
Mestiere: politico, generale e scrittore     Soprannome: il Censore

“...Io credo che chi si dà ai commerci sia uomo ardito e solerte in acquistare ricchezze, ma pieno di pericoli e sciagure. Dagli agricoltori invece escono uomini fortissimi e valorosissimi soldati, e il loro profitto è giusto e non ha nulla di odioso, e non son tratti a cattivi pensieri coloro che a questa attività si sono dati.” Così scriveva Catone il Censore oltre duemila anni fa nel Liber de agri cultura, meglio conosciuto come De agri cultura, la più antica opera latina di agricoltura a noi pervenuta…occorre dargliene atto perché le sue parole hanno trovato conferma nei secoli. Il trattato di Catone ci rivela la vita, la mentalità, i procedimenti tecnici e i criteri economici di un agricoltore di epoca romana, ma ci rivela anche quanto, nella res pubblica di allora, fossero presenti molte delle attuali anomalie: “I ladri di cose private passano la vita in carcere; i ladri pubblici vanno coperti d’oro e di porpora.” 

Nel Liber de agri cultura, Catone tratta non solo di come coltivare i campi ma anche di veterinaria e di medicina, di consigli per chi deve acquistare un fondo, di come costruire una villa, un frantoio, un torchio, vi si trovano ricette di cucina, informazioni sui prezzi di mercato, sul modo di mantenere la servitù, su quali devono essere i doveri del padre di famiglia; insomma offre tutte le informazioni per chi vive in campagna e della campagna…non mancano neanche le formule di preghiera per invocare gli dei sull’abbondanza dei raccolti e una buona salute per coltivare i campi. Nello scrivere il De agri cultura, Catone pensa ad una proprietà media di 100 – 250 iugeri, corrispondenti ad una odierna azienda agricola di 25 – 60 ettari; non tratta i vari argomenti in maniera organica e spesso è anche ripetitivo, però l’esposizione è concreta e pratica, la forma semplice e rude. 

Vediamo un passo a proposito dei doveri di un padre di famiglia: “Quando il capo di una casa va nelle sue terre, appena resi i dovuti omaggi ai Lari tutelari della casa, vada nella medesima giornata, se gli è possibile, a girar per la sua terra, e se proprio non può, lo faccia il giorno dopo; e quando s’è ben reso conto di come il fondo sia coltivato, di ciò che è stato fatto e di ciò che rimane da fare, chiami il villico e chieda a lui quanti lavori siano fatti e quanti ne restino da fare, e se quelli compiuti siano stati fatti a tempo. Osservi il bestiame per accrescerlo; lo venda se il prezzo è buono, come pure l’olio ed il vino in esubero; e venda i buoi vecchi e gli armenti e le pecore malandate, la lana, le pelli, il carro vecchio e la vecchia ferraglia, gli schiavi vecchi e tutto ciò che c’è di superfluo. Il capo di famiglia deve essere pronto a vendere, non a comprare.”
Marco Porcio Catone nacque a Tusculum, l’odierna Frascati da una famiglia di agricoltori rimasta plebea per aver sempre rifiutato le più importanti cariche civili; e agricoltore fu lui stesso, quando, gli impegni militari, glielo permettevano. Visse tra il III e II secolo a. C. (234 – 139) in un periodo cruciale della storia di Roma: la seconda guerra punica con la calata di Annibale dalle Alpi e le terribili perdite inflitte alle legioni romane sul Ticino, sul Trebbia e sul Trasimeno, sino alla disastrosa battaglia di Canne; un periodo caratterizzato da grossi conflitti sociali tra la nobiltà ed inuovi ceti che si affacciavano alla vita pubblica, dalla scomparsa della piccola proprietà e dalla nascita del latifondo, dal continuo afflusso di stranieri dalla Grecia e dall’Oriente, spesso più intraprendenti dei Romani ma che Catone vedeva come il fumo agli occhi, un attentato alla cultura romana. Insomma, Marco Porcio Catone visse proprio nel periodo in cui Roma si avviava alla conquista del mondo e di quelle vicende fu protagonista indiscusso. 

Nella vita pubblica percorse tutti i gradi del cursus honorum: fu uomo politico, scrittore, questore, console, pretore, e per ultimo censore. I censori avevano il compito di compilare ogni cinque anni i ruoli dei contribuenti in occasione del censimento, avevano la vigilanza sui lavori pubblici e sui costumi dei cittadini; Catone in questa sua carica represse severamente e con imparzialità ogni forma di corruzione pubblica e privata tanto da valergli l’appellativo di “ censore” che gli rimase per sempre; benché sin dagli inizi del cursus si era caratterizzato come moralizzatore della vita pubblica. Condusse una lotta accanita contro il lusso. Impose pesanti tasse sugli abiti da lusso, sugli ornamenti personali, specialmente delle donne, e sui giovani schiavi comprati come concubini. Successivamente, anche senza più ricoprire cariche, ebbe un enorme prestigio e dominò il Senato. 

Di carattere tenace e di mentalità conservatrice, fu assertore del nazionalismo, tanto nella vita quanto nella letteratura. Ebbe come direttiva costante la preoccupazione di distruggere Cartagine, nella quale vedeva una rivale della potenza romana…famosa la sua frase Carthago delenda est (Cartagine è da distruggere) a conclusione di tutti i suoi discorsi in Senato. Osteggiò l'introduzione in Roma della cultura e della filosofia ellenica, e, in opposizione ai molti autori romani che scrivevano in greco, compose tutte le sue opere in latino, inaugurando un costume destinato a rimanere costante. In quel mondo in trasformazione, Catone rappresentò la democrazia rurale e tradizionalista e si impegnò sempre accanitamente a difendere le antiche virtù di quelle generazioni, composte soprattutto da agricoltori, che avevano formato la grandezza di Roma.


Sezze, 5 agosto 2012
La festa di gli Saluàtoro

Era il 1933 ed alcuni bambini si recavano a gruppi alle “coste” di Sezze, passando dalla torretta di via Corradini, per raccogliere arbusti e rovi per farne corone con cui cingersi la testa in occasione della processione di Gesù Salvatore ( i Saluatòro). La ricorrenza vera e propria della festa cadeva il giorno dell’Assunta, a Ferragosto, ma si usava portare in processione “ i Saluatòro” ogni volta che prolungati periodi di siccità o piogge persistenti minacciavano i raccolti oppure la germinazione dei semi. In una società contadina come quella di Sezze, infatti, le buone o la cattive stagioni facevano la differenza e potevano significare abbondanza o carestia perché non si avevano a disposizione i mezzi che oggi conosciamo per potervi ovviare. 

La processione usciva dalla Cattedrale di Santa Maria percorrendo le strade del centro, ma prima di rientrare in chiesa i fedeli sostavano in preghiera al Belvedere ( i muro la terra) con la statua del Salvatore rivolta verso la pianura e invocavano la pioggia oppure il sole, a seconda delle circostanze. Così è stato riferito che in caso di piogge persistenti si implorava: “ Sole Madonna che spacca le prède, lu grano n’se mete, n’se po’ più campà” e la preghiera non cambiava di molto in caso di siccità: “Acqua Madonna che spacca le prede, lu grano n’se mete, n’se pò più campà ” Accadeva talvolta che la preghiera fosse esaudita, ma il più delle volte era necessario portare nuovamente in processione il Salvatore perché, come sosteneva l’Arciprete di Santa Maria Don Carissimo, i fedeli non avevano pregato con il sufficiente fervore. 
Per la Madonna dell’ Assunta le “ pagnottelle de gli Saluàtore” erano una consolidata tradizione della quale non si poteva fare a meno, un dolce all’insegna della devozione a Gesù Salvatore, da consumarsi solo dopo la benedizione. Così ogni bambino inforcava la pagnottella ad una canna e al passaggio della processione la innalzava al cielo verso la statua del Salvatore per la benedizione. Nella Chiesa di S. Rocco, bombardata dagli Alleati nel 1944, nel dipinto dell’ Assunta, San Rocco era raffigurato con una pagnottella tra le mani.


Sezze, 9 luglio 2012
PRG: giù le mani dalle zone agricole

Questo Piano Urbanistico Comunale, se passerà così come approvato, snatura la vocazione tipica del territorio perché sottrae all’Agricoltura, la principale risorsa del paese, diverse centinaia di ettari di terreno altamente produttivo per far largo alla speculazione edilizia. Stime precise dicono che annualmente vengono sottratti all’Agricoltura italiana qualcosa come 68.200 ettari di terreno per il consumo di suoli residenziali, industriali e per infrastrutture. E’ un dato questo che può inorgoglire gli idolatri dell’urbanistica ma fa inorridire tutti coloro che, come noi, hanno a cuore l’Agricoltura, il paesaggio e le bellezze naturali, perché si basa su incrementi demografici e fabbisogni edilizi irreali e sovrastimati. Un altro dato deve far riflettere tutti: l’Agricoltura è una attività che comunque rimane sul territorio, l’industria al contrario il più delle volte delocalizza lasciando inutili cattedrali nel deserto ( Mira Lanza di Pontina, Mazzocchio, etc) Anche la Variante al Piano Regolatore di Sezze è incorsa a nostro avviso in questa sovrastima e, come già accaduto per altri Comuni italiani, si cerca di costruire molto perché il fiume di denaro virtuale creato dall’economia finanziaria deve trovare luoghi in cui materializzarsi : città e territorio. 

Non permetteremo però a nessuno di sottrarci del prezioso suolo agricolo, su questi terreni c’è un pezzo della nostra storia ma anche del nostro futuro; l’urbanizzazione, quando serve, riteniamo vada fatta sui terreni poveri e marginali. Considerata quindi l’importanza della Variante Generale al Piano Regolatore del Comune di Sezze e l’impatto che questa produrrà sul territorio agricolo di pianura e di conseguenza sull’economia agricola, Coldiretti auspica una riapertura dei termini per dar modo a forze sociali, culturali e politiche oltre che ad associazioni, imprenditori e tecnici, di meglio valutare la Variante e presentare le osservazioni nell’interesse generale del paese. La riapertura dei termini, si rende necessaria a causa dell’importanza della materia ma soprattutto per la sua vastità e complessità che allo stato attuale sembra, a nostro avviso, non abbastanza compresa dai più.


Sezze, 10 giugno 2012
Storia sismica di Sezze
Dopo il recente terremoto che ha sconvolto l’Emilia, regione fino ad ora ritenuta a bassa sismicità, i geologi si affrettano ad aggiornare le mappe e gli italiani, da nord a sud, si interrogano sulla sicurezza dei loro territori. Nessuno può dire con certezza se le sporadiche scosse avvertite da due anni nel territorio emiliano fossero in qualche modo paragonabili a quelle che dal luglio 2011 mettono in apprensione Latina e la fascia lepina, certo è che sinora entrambe le aree erano ritenute a basso rischio sismico sulla base dei dati storici. La memoria dell’uomo, come asseriscono i geologi, è comunque troppo corta e lacunosa rispetto ai tempi di ritorno di un sisma nella stessa area, che quasi sempre sono più lunghi di quelli dei dati delle serie storiche disponibili. La storia italiana è piena di esempi di terremoti devastanti avvenuti in zone ritenute asismiche. 

Basta ricordare alcuni dei più recenti come quello con epicentro nella Marsica che il 13 Gennaio 1915 distrusse Avezzano e Sora, mietendo decine di migliaia di vittime e che portò molto spaventò anche a Sezze e nei paesi limitrofi, oppure quello del Belice del 1968. Cercando notizie riguardo ai terremoti con epicentro Sezze, ho trovato nel Portale d’Abruzzo, nella sezione dei terremoti storici dal 217 a.C. al 2002, che uno solo ha riguardato direttamente la nostra città e precisamente quello del 2 Febbraio 1756, giorno della Candelora, con epicentro nelle colline di Sezze di magnitudo 4,63, superiore di quasi un grado a quello avvertito nella città il 15 febbraio 2012 alle ore 21, 46 con epicentro Tor Tre Ponti Per quanti desiderassero notizie più approfondite sulla sismicità della nostra area rimandiamo ai siti che ci sono stati suggeriti dalla mail della Dott.ssa Viviana Castelli, sismologa storica dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia di Bologna, che ringraziamo vivamente per il materiale fornito e per essersi accreditata al Setino.it
>----- Original Message ----- 
>From: <viviana.castelli@bo.ingv.it>
>To: <info@setino.it>
>Sent: Saturday, March 31, 2012 11:53 AM
>Subject: Storia sismica di Sezze

Buongiorno, mi sono imbattuta nel vostro blog mentre stavo cercando notizie sul vostro concittadino san Carlo da Sezze. Ho così potuto leggere il vostro rapporto sul recente terremoto che ha interessato il vostro territorio. Oltre a complimentarmi per il lavoro esauriente e l'eccellente impostazione mi permetto di segnalarvi come strumento di consultazione sul tema della storia sismica delle località italiane il Database macrosismico italiano 2011 (da cui è ricavata la storia sismica di Sezze che vi allego) http://emidius.mi.ingv.it/DBMI11/query_place/
Se vi interessa sviluppare il tema, in chiave di preparazione e riduzione del rischio sismico, potrete trovare utili spunti al link http://www.edurisk.it
Se poi voleste esplorare il tema del terremoto come fenomeno che fa parte del nostro ambiente, anche culturale, suggerisco http://santemidionelmondo.wordpress.com
Cordiali saluti
Viviana Castelli (sismologa storica)
Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia-Bologna


Il rapporto di cui parla la dott. Viviana Castelli è quello a firma di Vittorio Del Duca dal titolo “Terremoto: the day after” pubblicato all’indomani della scossa avvertita a Sezze il 15 febbraio scorso, con epicentro a Tor Tre Ponti. 

Per quanti interessati a prenderne visione si suggerisce di visitare il sito www.aziendaagricoladelduca.it  nella sezione eventi del menù principale oppure su questa pagina.


Sezze, 15 aprile 2012
Le radici dei carciofi di Sezze

L'Azienda Agricola Del Duca che ha radici secolari nel territorio del Comune di Sezze, del quale ha condiviso gli usi, i costumi, i mezzi di produzione e l’organizzazione della civiltà contadina, è stata la prima in assoluto a coltivare il carciofo romanesco in maniera intensiva. Nel 1897, il “campero” Alessandro Del Duca, allora conosciuto in paese come "Ndruccio Del Duca" affittò in località Roscioli alla migliara 47, nei pressi di Casal Volpe oggi Casale Bruciato, un appezzamento di terreno di un rubbio e mezzo (ettari 2,50) da investire a carciofi. I terreni appartenevano al vasto latifondo del “Patrimonio Rappini di Casteldelfino” delle cui tenute “nonno Ndruccio” era già in parte affittuario o come solevasi dire in quel tempo “mercante di campagna”.

Ricevuta di affitto del fondo in località Quarto Roscioli di Sezze del 15 Agosto 1897
Fu scelto quel luogo anche su consiglio dell’amministratore del Patrimonio Rappini, tale Ignazio Di Giorgi, perché ritenuto il più idoneo alla produzione di carciofi tra i pochi allora disponibili. Non è da dimenticare infatti che nel territorio di Sezze, come in tutto l’Agro romano imperava il latifondo e pertanto non si coltivavano piante ortive ( non ve ne era ancora necessità) ma solo cereali in forma estensiva, oltre a sconfinati pascoli per l’allevamento del bestiame allo stato brado con relativi procoi e masserie, come viene ricordato dal Lombardini, dal Tufo e da altri storici locali. I bulbi ( “ruzzole” o “cipollicchi” in dialetto) necessari alla propagazione delle piante, circa 20.000, furono raccolti con gran fatica negli orti dei terrazzamenti nella collina di Sezze e ai suoi piedi, in quelle poche “piaie” (terreni pietrosi) coltivate ad orto, le quali dopo lo smembramento del latifondo della famiglia Ferri, divennero assai numerose oltre che preziose per l’espansione della coltura dei carciofi. Da ogni pianta si ottennero da due a cinque bulbi e la difficoltà a reperirli fu notevole, tant’è che nonno Ndruccio potè seminare solamente poco più della metà della terra presa in affitto, e che completò solo nell’anno successivo con i rinascenti. 
I carciofi avevano avuto sino ad allora un’importanza solo per il consumo locale, come del resto tutte le piante da orto. Qualcosa però stava mutando e nonno Ndruccio, capostipite dei moderni imprenditori lo avvertì immediatamente.

 Carciofi alle "piaie" dove ora si trova l’Ufficio Postale di Sezze Scalo
Infatti, il progresso scientifico e tecnologico di fine Ottocento ed inizio Novecento, unitamente all’esplosione demografica, stava conducendo ad una profonda ed irreversibile trasformazione dell’intero sistema produttivo, economico e sociale con l’ampliamento dei mercati e della domanda di beni. Nel 1878, l’enciclica Rerum Novarum di Leone XIII (al secolo Gioacchino Pecci di Carpineto), aveva scosso non poco l’apparato borghese latifondista, il socialismo bussava alle porte della borghesia e le grandi proprietà terriere cominciavano a sfaldarsi perché non erano più in grado di garantire il tenore di vita ai loro padroni. L’esplosione demografica di Roma, che passò dalle 300.000 anime del 1881 ai 500.000 abitanti all’inizio del nuovo secolo, fece aumentare la domanda di beni di consumo, di nuove abitazioni, ed ebbero inizio molte opere pubbliche. I latifondisti colsero questa opportunità economica e iniziarono a vendere e smembrare i latifondi per investire nell’edilizia, ma tra gli acquirenti non ci furono i piccoli contadini, non ne avevano ancora la capacità economica. Tra i primi a vendere fu il latifondista Ferri, (con proprietà dove ora sorge l’abitato di Sezze Scalo e oltre l’attuale ferrovia Roma - Napoli), che volle “privilegiare” i suoi contadini. Costoro, per poter acquistare, accesero dei mutui con la Cassa operaia cattolica “S. Antonio da Padova” fondata a Sezze nel 1908 dal sacerdote setino Don Costantino Aiuti, ma poiché in tanti non furono in grado di onorare i debiti contratti, buona parte dei terreni finirono all’asta e il latifondo appartenuto alla famiglia Ferri passò, in buona parte, nelle mani di una nuova classe borghese che li rilevò così ad un prezzo assai conveniente. Per i piccoli contadini iniziava un periodo di lotte e di occupazioni delle terre, per poterne possedere “una misura”, “tre terzi”, o “un rubbio”, che culminerà nel biennio rosso (1919 – 1920). Accanto ai contadini in lotta per l’occupazione delle terre va ricordata l’opera meretoria e benefattrice del sacerdote Don Giuseppe Del Duca (1855 – 1929), fratello di Nonno Ndruccio ed amico di Don Sturzo, parroco della Collegiata di San Rocco prima e di Sant’Andrea dopo, morto il 31 Dicembre 1929 in assoluta povertà per aver donato i suoi averi e le offerte della Chiesa ai poveri, tra il rimpianto dell’intera popolazione di Sezze. Anche la popolazione di Sezze era in progressivo aumento: la statistica del 1853 rinvenne 8000 abitanti, il censimento del 1871 del nuovo Regno d’Italia ne enumera 9.440, che divennero 10.960 nello stato civile al 31 dicembre 1891. A tale data i due terzi della popolazione era dedita all’agricoltura. In conseguenza del progresso scientifico e tecnologico, nel 1892 venne realizzato il tronco ferroviario Velletri – Sezze Romano – Terracina, ad un solo binario e con treno a vapore, che i Sezzesi chiamavano “Tuppitto” per via del suo tup tup. Tale ferrovia velocizzò i trasporti dal Lazio Meridionale a Velletri, importante snodo ferroviario del tempo, e da qui fino a Roma ed il Nord Italia. L’insieme di tutte queste condizioni, ma soprattutto la consistente domanda di beni che proveniva dal mercato annonario della Capitale e parzialmente dal nord Italia, gettarono le basi per l’espansione della coltura dei carciofi che, grazie alla ferrovia, ne aveva accorciate le distanze rendendo più economico il trasporto. Basti pensare che un carrettiere, per portare un modesto carico a Roma, impiegava non meno di due giorni, compreso il ritorno e le soste.

Stand alla I Sagra del Carciofo - 1970 
I carciofi ottenuti furono spediti da nonno Ndruccio al Mercato Annonario della Capitale, in un primo momento a mezzo di carri trainati da cavalli, ma ben presto con i buoni consigli dei concessionari di questo mercato, che nel frattempo si erano attrezzati, le spedizioni avvennero per ferrovia con le carrozze merci di “Tuppitto” da Sezze Scalo a Velletri e quindi a Roma Ostiense. In queste spedizioni ferroviarie l’Azienda agricola Del Duca fu subito coadiuvata da altri camperi del calibro delle famiglie Angelini ( conosciuta in paese col soprannome “Vaccarella”) Coltrè, Boffi, Fanelli, Iucci, Pietrosanti, La Penna, Berti, Maselli e altri ancora. I buoni risultati ottenuti da queste spedizioni ferroviarie fecero sì che la coltura dei carciofi, sino ad allora rilegata agli orti di Sezze o ai piedi della collina su poche ” piaie” si estendesse un pò ovunque nella pianura pontina , fino a raggiungere il suo apice di produzione con la Bonifica Integrale delle Paludi Pontine, quando i nostri contadini si spinsero a coltivarli nei terreni bonificati, fino a Terracina e a Campomorto (oggi Campoverde ) nelle più svariate forme di contratti agrari. Questi buoni risultati ottenuti dalle spedizioni ferroviarie fecero sì che tutti i carciofi prodotti a Sezze venissero a concentrarsi nel piazzale della Stazione ferroviaria, che presto divenne un centro per la commercializzazione del carciofo, il cosiddetto mercato spontaneo che durerà sino a metà degli anni 90. Tale mercato spontaneo, nei primissimi decenni del Novecento, grazie anche allo sviluppo dei trasporti su gomma, assunse i connotati di un vero e proprio mercato stagionale alla produzione, con commercianti provenienti da Torino, Milano, Bologna, Rimini, Perugia a mezzo dei primi autocarri Fiat BL 18, con i fari a carburo che si accendevano con i cerini come quelli delle biciclette, ma anche dall’Abruzzo, da Roma, Velletri e i Castelli Romani con “Balilla” trasformate in autocarri, e non si fermerà neanche durante i due conflitti mondiali e le guerre libiche. 

Contadini di Sezze in Libia durante la guerra- 1936

Africa orientale- Uno sceicco degli Habab coi sottocapi
Per avere una idea dell’imponenza di questo mercato e della enorme ricchezza che ne scaturiva per l’economia di Sezze, basti dire che dagli anni trenta e sino agli anni sessanta, ogni mattina vi confluiva a raggiera da ogni strada del campo di Sezze, una lunga fila di carri, carretti, barrozze, asini e muli che in periodi di punta arrivava a toccare fino a cinque o sei chilometri. 
Sezze Scalo, quasi completamente disabitato sino a tutto l’ottocento, in virtù dell’economia creata dai carciofi vide sorgere le prime osterie,vere tappe obbligate di ristoro per contadini, commercianti e sensali, le prime case con annessi magazzini per la lavorazione dei carciofi, attività commerciali e di trasporti legati all’agricoltura, officine, attività artigianali e persino una industria come l’Ansaldo, per le traverse ferroviarie. 
Insomma Sezze Scalo, grazie al mercato dei carciofi, sviluppava le caratteristiche di un grosso insediamento commerciale, tanto che nel 1946 il primo Sindaco del dopoguerra, il socialista Ovidio De Angelis, alle prese con il grosso problema della ricostruzione dai bombardamenti ,vi ipotizzò una delocalizzazione delle case distrutte del centro storico, perché convinto dell’ immenso sviluppo economico di questo nuovo insediamento. 

Salvatore Santucci, detto Toto, con il figlio Antonio, coadiuvanti nella produzione di carciofi dell’Azienda Agricola Del Duca - 2012 
L’ Azienda Agricola Del Duca, non si è limitata alla sola coltivazione dei carciofi romaneschi ma anche alla loro selezione varietale. Dalle piante degli orti di Sezze e delle "piaie" , l’opera selettiva ultracentenaria, iniziata con nonno Ndruccio, successivamente continuata in forma societaria dai figli Vincenzo, Pietro, Giuseppe, Agrippino e ai giorni nostri dal nipote Vittorio, ha dato origine ai carciofi delle foto.

Operaie addette alla raccolta dei carciofi - 2012
Scopo di questa selezione varietale è stata quella di produrre carciofi con le caratteristiche richieste dal mercato, ottima pezzatura con colorazione verde e violetta dei capolini, gambo lungo con gran numero di foglie, che neanche le norme per le confezioni a marchio IGP sono riuscite a contenere. 
Nel nostro caso, siamo riusci a selezionare carciofi con gambo fino a 52 cm, superando la lunghezza di una normale cassetta a standard europeo (50 cm) e con un numero di foglie che passa da tre a cinque. Questi carciofi sono l’ideale per la confezione in mazzi, mentre per quella in cassette si rende a volte necessario spuntare ii gambi di qualche centimetro togliere qualche foglia.
Un record di selezione varietale insuperabile, come il loro sapore, che le terre ed il clima di Sezze rendono unico ed inimitabile!

> Le foto e il testo appartengono all’Archivio dell’Az. Agricola Del Duca. Per la loro riproduzione è necessaria l’autorizzazione del proprietario. Le notizie di questo testo sono state tratte dalla ricerca, in corso di estensione, sulle origini e sviluppo del carciofo a Sezze, autore Vittorio Del Duca.


Sezze, 18 febbraio 2012
Terremoto: the day after

1) La cronaca
Sezze 15 febbraio 2012 ore 21, 46 - La terra trema per qualche secondo: neanche il tempo di rendersi conto di ciò che accade, lo sguardo corre al lampadario che rimane fermo e senza oscillazioni, poi subentra la paura e molti, temendo nuove scosse, si danno alla fuga. Si fugge da casa, si va in strada, con i bambini in braccio o per mano. Si cercano conferme dai vicini ed ognuno racconta le proprie sensazioni, chi di vetri che vibrano, chi del boato come di un treno che entra in galleria, a chi è “ballata” la poltrona, a chi il letto e così via. 

Una vecchia signora che vive sola, si affaccia impaurita alla finestra: “m’ha ballato tutta la casa” dice alle persone in strada, poi richiude la finestra, prende il rosario tra le mani e prega Santa Barbara ; la paura di una nuova scossa non la fa però concentrare nella preghiera, si scusa con la Santa e va a cambiarsi l’intimo e l’abito, non si sa mai, i soccorritori potrebbero ritrovarla tra le macerie e non vuole farsi trovare in disordine. E’ stato un moto sussultorio e per fortuna senza danni. 

Trascorrono alcuni minuti e passata la paura si rientra in casa: c’è chi si accorge di aver chiuso la porta e lasciate le chiavi dentro, chi nel fuggi fuggi è caduto ed ora mette il ghiaccio sulle contusioni, chi telefona ai figli, chi ai genitori, chi agli amici. La televisione era rimasta sintonizzata sul festival di Sanremo, ma si cambia canale per avere notizie dell’epicentro, anche se tutti sospettano che sia a Tor Tre Ponti, dove dal Luglio scorso giungono segnali inquietanti, mai però così netti come stasera. I più evoluti “smanettano” su internet e presto danno a tutti la conferma: epicentro nella Pianura Pontina a Tor Tre Ponti, tra Latina e Sermoneta, intensità 3,8 della scala Richter e 6,9 Km di profondità, sciame sismico avvertito sino a Gaeta, alla periferia sud di Roma, in tutta la catena dei Lepini sino al Frusinate.
Sezze 16 febbraio 2012 - Nei bar, nelle edicole, nei luoghi di lavoro non si parla d’altro, si sfogliano i giornali che hanno appena fatto in tempo a riportare la notizia prima di andare in macchina. Dalla parrucchiera, una arguta professoressa di Scienze, più superstiziosa che scienziata, spaventa gli astanti con le profezie Maya sulla imminente fine del mondo, teorizzando macchie solari, inversione dei poli terrestri e collegamenti con i recenti ed eccezionali freddi che hanno investito tutta l’Europa.
2)- La Storia
I libri di storia su Sezze non riportano notizie di terremoti catastrofici, segno che probabilmente non ci sono mai stati, anzi i nostri nonni ne attribuivano il merito alla Valle della Cunnula, che secondo loro “li smorza” in quanto la valle “divide le montagne”. L’assenza di catastrofi è testimoniata anche dal gran numero di antichi edifici tuttora presenti nel centro storico, che hanno sfidato i secoli. 

Non va però sottaciuto quello che dicono i geologi, ovvero che in paesi come il nostro, che hanno ospitato civiltà millenarie, la memoria storica dei terremoti è troppo corta e lacunosa per descrivere appieno la sismicità, talvolta caratterizzata da tempi di ritorno più lunghi delle serie storiche disponibili. Il terremoto di ieri sera con epicentro a Tor Tre Ponti si dice che rappresenti una novità nella Pianura Pontina, ma anche terremoti come quello del Fucino (13.01.1915) e quello della valle del Belìce (15.01.1968), che seminarono morte e distruzione, erano in aree ritenute asismiche sulla base dei dati storici. 

Sezze si trova in zona ritenuta sismica, ma non di grado elevato, e la nostra memoria storica si è limitata sinora a ricordare le scosse di terremoti delle zone limitrofe, per fortuna senza danni, come quelli con epicentro nel cono vulcanico dei Colli Albani (1899 - 1927) che danneggiarono Nemi , i Castelli romani, Velletri e persino Roma, oppure quello più recente dell’Irpinia (1980). Ma c’è stata a Sezze una forte scossa che è passata alla storia: è quella che distrusse Avezzano il 13 Gennaio 1915, ricordata come ”il terremoto della guerra 15 -18”. In quegli anni le case erano sprovviste di soffitto e pertanto si poteva scorgere tutta l’intelaiatura del tetto, le travi e le cantinelle; così è stato raccontato dai nostri nonni, trovatisi in casa al momento del sisma, di aver visto “uscire e rientrare “ le travi dalle mura maestre, seguendo il moto ondulatorio del terremoto.

Alcune lavannare (lavandaie) mentre lavavano la biancheria alle “Fontane” videro l’acqua della vasca ritirarsi per più volte, quasi a sparire, per poi subito riemergere tracimando. Non so se fu per lo spavento, ma mi è stato raccontato che le poverette non fuggirono, ma pensarono ad un prodigio e si inginocchiarono in preghiera. Probabilmente non sapevano neanche cosa fosse un terremoto. 

Vi fu tanto sconcerto e tanta paura, ma al di là di qualche intonaco che cadde non si riscontrarono danni di rilievo alle cose o alle persone. Quel sisma, del settimo grado della scala Richter, distrusse Avezzano e quasi tutto il territorio della Marsica. Ad Avezzano su 13.000 abitanti ne sopravvissero solo 3.000. Anche la cittadina di Sora fu distrutta, registrando circa 3.000 vittime. Cercando notizie su internet riguardo ai terremoti con epicentro Sezze, ho trovato nel Portale d’Abruzzo, nella sezione dei terremoti storici dal 217 a.C. al 2002, che uno solo ha riguardato direttamente la nostra città e precisamente quello del 2 Febbraio 1756, con epicentro nella collina di Sezze e magnitudo 4,63, superiore di quasi un grado a quello dell’altra sera. 

Non c’è alcun riferimento relativo ai danni subiti, tuttavia quanti interessati ad uno studio approfondito, possono verificare se esisti notizia nell’Archivio comunale di Sezze.


Sezze, 28 novembre 2011
Rischio frane

L’Italia frana perché il 25 per cento delle campagne negli ultimi 50 anni sono state abbandonate o coperte dal cemento. I recenti fenomeni che hanno colpito un po’ tutto il territorio nazionale, ma che fortunatamente hanno risparmiato il nostro, non deve farci ritenere che viviamo in una sorta di paradiso immune da catastrofi. Vale perciò la pena di soffermarsi alla cronaca locale di oltre un secolo fa, all’autunno del 1909, quando Sezze e il suo territorio venne colpito da uno spaventoso e terribile nubifragio. E’ stato raccontato che l’acqua, con una furia inusitata, riuscì a staccare dei grossi macigni dalle pareti della Valle della Cunnula e a trasportarli a valle frammisti a fango e detrtiti nel torrente Brivolco, dove come una bomba distrussero l’antico ponte romano della via Setina, oltre al mulino ad acqua della famiglia Filigenzi, di cui ancora oggi si notano i resti. Il paese rimase isolato per diversi giorni, finchè non fu ricostruito il ponte. 

Ho sentito raccontare in famiglia, che alcuni buoi di mio nonno, impauriti dal nubifragio, riuscirono a rompere le recinzioni delle riserve e a mettersi in salvo raggiungendo le falde del Monte Antignana, dopo aver attraversato a nuoto diversi tratti impraticabili. I libri di storia locale narrano anche di un altro evento simile avvenuto il 31 Dicembre 1800, tre giorni dopo il terremoto che sconquassò Velletri e che fece tremare le nostre campagne e tutta la fascia dei Monti Lepini. . Non era ancora avvenuto il processo di urbanizzazione e di cementificazione selvaggia, la pianura era palude, lo Scalo era pressoché disabitato, come pure la parte ad ovest del Ponte della Valle e perciò i danni furono piuttosto contenuti, ma l’economia setina subì un duro colpo, perché oltre ai seminativi e alle scorte di foraggi andò perduto per annegamento un grande patrimonio di bestiame bovino ed ovino. 

Il progressivo abbandono del territorio collinare e montano da parte dell’uomo , avvenuto negli ultimi 50 anni, il processo di urbanizzazione e di cementificazione selvaggia, sono fenomeni in grado di procurare oggi disastri ancora maggiori perché tutto ciò non è stato accompagnato da un adeguamento della rete di scolo delle acque. I cambiamenti climatici che si manifestano con un aumento della frequenza di eventi estremi, la maggiore intensità delle precipitazioni e la relativa impossibilità di assorbire l’enorme quantità di acqua che cade in pochi minuti, rappresenta un mix micidiale che impone una più attenta politica della prevenzione, capace di invertire una tendenza che sta mettendo a rischio la sicurezza idrogeologica del Paese. 


Sezze, 7 novembre 2011
La Congiura degli schiavi cartaginesi a Setia

( Livio – Ab Urbe condita)
Le guerre puniche furono uno scontro gigantesco tra due grandi potenze: Roma e Cartagine. Roma era un città che si incamminava verso il dominio del mondo con il sacrificio, la collaborazione delle sue colonie e con il sangue dei suoi figli. Cartagine era una forte potenza marinara, aveva le sue mura presso le coste di Tunisi e da qui espandeva i suoi commerci in tutti gli scali del mediterraneo; il suo esercito era composto di mercenari, assoldati da gente ricca ed opulenta e affidato alle strategie di generali molto abili. Le guerre puniche furono le più lunghe della storia, durarono per oltre un secolo e coinvolsero le legioni delle colonie latine, tra cui Setia, che combatterono al fianco di quelle romane per tutto il tempo delle ostilità. 

Per combattere Cartagine, Roma dovette improvvisarsi potenza marinara ed inventò un nuovo modello di battaglia navale sul tipo di quella terrestre, in cui era insuperabile. Con questa strategia, nella prima guerra punica riuscì a sconfiggere la flotta cartaginese (242 a.C.) presso le isole Egadi, ma Cartagine disattese il trattato di pace con i Romani e tentò la riscossa con Annibale, il quale dopo aver espugnato Sagunto alleata di Roma nella Penisola Iberica, discese dalle Alpi ed inflisse notevoli perdite alle legioni romane al Ticino, al Trebbia e al Trasimeno, sino alla disastrosa battaglia di Canne, dove perirono quarantamila soldati romani. Il terrore subito per queste sconfitte fu immenso e ad inquietare gli animi con cattivi presagi si aggiunsero le superstizioni: furono viste statue sudare sangue, fulmini atterrare i simulacri degli dei, brillare due soli nella notte e nel cielo di Setia fu vista un’immensa fiaccola estendersi da oriente ad occidente. Ciò nonostante Roma non si dava per vinta e molte colonie, tra le quali Setia, esauste per le sconfitte patite, impaurite dalla continua perdita di vite umane e senza ricambi di uomini, fecero sapere al Senato romano che non sarebbero state più in grado di inviare nuovi soldati e mezzi alle legioni. Roma. 

Sempre secondo il racconto di Livio (1) Roma inviò ambasciatori presso le colonie ribelli perché fossero ammonite e non pregate; diciotto di esse furono recuperate, mentre dodici, tra cui Setia, si rifiutarono di obbedire. I Senatori proibirono allora che di queste non si facesse alcuna menzione e che i loro ambasciatori non fossero né trattenuti né licenziati e neppure fossero chiamati dai Consoli. Questo tacito castigo parve del tutto consono alla dignità del popolo romano, fu però solo provvisorio e dettato dalla prudenza imposta dal delicato momento, perché sei anni dopo, appena distrutta Cartagine (146 a.C.) Roma non esitò a vendicarsi delle colonie ribelli, imponendo loro una doppia contribuzione di uomini in quanto ripopolate da sei anni di riposo, mentre da ogni cittadino fu pretesa una gravosa tassa annuale pari ad un asse per ogni mille di proprietà. A Cartagine fu imposto dai vincitori romani il versamento di 50.000 scudi all’anno per cinquanta anni e, come garanzia dei pagamenti, furono tradotti a Roma numerosi ostaggi prelevati dalle famiglie cartaginesi più ricche ed illustri, con un seguito di schiavi e prigionieri di guerra a loro servizio, e per quello delle genti latine. Questi, non contenti di risiedere a Roma, furono successivamente trasferiti a Setia, Norba, Circei, Signia e Ferentino.
Mentre questi nobili ostaggi erano a Setia, i loro servitori insieme ad altri schiavi cartaginesi che erano stati acquistati dai Setini sul mercato di guerra per i lavori agricoli, pensando di essere numerosi e perciò forti, tentarono di organizzare una rivolta. Inviarono alcuni compagni a Norba e a Circei perchè informassero gli altri schiavi dell’aggressione da compiersi sui setini quando tra pochi giorni questi sarebbero stati intenti a compiere giuochi solenni nell’Anfiteatro, in onore di Ercole. Il piano era quello di irrompere nel paese, cogliere di sorpresa i setini e fare clamore con una strage di cittadini, quindi assalire Norba, liberarvi altri schiavi, crescere di numero ed unirsi a quelli di Circei, quindi imbarcarsi verso Cartagine. Nottetempo però, due schiavi accompagnati da un liberto si recarono frettolosamente a Roma per riferire al pretore Lucio Cornelio Merula il piano della rivolta forse perchè intimoriti da una probabile repressione oppure perchè ingolositi dal premio che avrebbero potuto ricavarne o per entrambe le cose. Il pretore, fece rinchiudere le spie ed avvertì immediatamente il Senato, che con seduta straordinaria lo autorizzò a recarsi a Setia in gran segreto, onde soffocare la rivolta. Merula, partito con cinque legati, strada facendo arruolò tutti coloro che trovava a lavorare nei campi, formò un esercito di duemila uomini e giunse alla volta di Setia senza che nessuno qui immaginasse la ragione del suo arrivo. Merula arrestò i capi della rivolta ma gli altri schiavi, vistosi scoperti, tentarono la fuga verso la campagna dove furono inseguiti dai soldati romani ed uccisi. 

Alcuni riuscirono a nascondersi e si rifugiarono a Preneste, “ senonchè neanche qui furono lungamente al sicuro, giacchè riferendosi poscia che Preneste doveva essere occupata dagli avanzi dell’esercito dei congiurati di Sezze, il pretore romano subito vi si recò, condannando a morte tutti gli schiavi sospetti di ribellione, che furono 500” (2) La congiura degli schiavi cartaginesi finì quindi nel nulla e ai due che avevano tradito fu data come premio la libertà e 25.000 assi ciascuno, mentre al liberto che li aveva accompagnati fu data una ricompensa di 100.000 assi. A Setia e alle altre colonie di custodia, fu ordinato di non permettere che gli ostaggi potessero uscire in pubblico e di rinchiudere i prigionieri nelle carceri con un ceppo al piede di peso non inferiore a dieci libbre (3). 
Note 
1 - Livio - Ab Urbe condita, libro XXVII capo X 
2 – V. Tufo – Storia antica di Sezze – Veroli 1908 
3 – Livio – Ab Urbe condita, libro XXXII capo XXVI


Sezze, 22 settembre 2011
Crudeltà di Sermoneta verso Sezze

Nell’anno 1499, era Signore di Sermoneta e Bassiano Giacomo Caetani. Sezzesi e Bassianesi avevano avuto alcuni diverbi in merito al pagamento di certe tasse, dalle quali i Bassianesi erano stati esentati con regolare sentenza. Sezze era sotto il diretto dominio della Chiesa, mentre Sermoneta e Bassiano pur facendo parte dello Stato Pontificio erano feudi della famiglia Caetani. I Sezzesi, a causa delle tasse protestarono energicamente, avvennero tafferugli e fatti di sangue. In Aprile, Bassianesi e Sermonetani protetti da Giacomo Caetani organizzarono delle rappresaglie nel territorio di Sezze, infersero ingenti danni alla pianura e ai monti e ruppero gli argini dei fiumi Puzza, Falcone e Fiumicello inondando vasti campi di frumento, orzo e legumi per un valore di 5.000 ducati. Distrussero a sud di Acquapuzza la Torre di Porto (Torre Petrata) uccidendo il castellano Zurino D’Andrea Rossi da Sezze e vi asportarono armi e munizioni per un valore di 2000 ducati. Era allora Papa lo spagnolo Alessandro IV Borgia, che si adoperò per mettere pace tra i due paesi, senza ben riuscirvi in verità, tant’é che appena un anno dopo, nel 1500, Semonetani e Bassianesi guidati da Giacomo Caetani e i Setini si scontrarono in battaglia nel campo delle Tartarelle. 

Per i nostri fu una vera e propria carneficina: perirono circa 600 uomini e numerosi innocenti, a quelli che cercavano di riscattare la vita col denaro e con implorazioni di pietà veniva risposto “Carne vogliamo, non denaro…” I Caetani posero poi delle sentinelle lungo le vie che conducevano a Roma perché la notizia della crudeltà efferata compiuta verso Sezze non giungesse al Governo Pontificio, ma papa Alessandro VI, nonostante ciò, fu egualmente informato e spedì il vescovo di Assisi, Geremia Volaterano, per appurare la verità ed agire di conseguenza. Poichè correva voce che i Caetani avevano al proprio servizio dei facinorosi, il Papa spedì assieme al suo rappresentante anche suo figlio Cesare Borgia, meglio conosciuto come Duca Valentino, con un esercito misto di italiani e francesi pronto ad intervenire qualora i Caetani avessero opposto resistenza. I fatti avvennero come previsto, anzi Giacomo Caetani all’ingiunzione di arrendersi rispose che era onorato di mantenere fede al giuramento di difendere i propri sudditi. Ci fu battaglia, le truppe del Duca Valentino si spinsero sotto le mura di Sermoneta. Sotto il tiro di due cannoni posizionati sul castello caddero 200 francesi, ma le truppe di Cesare Borgia riuscirono egualmente a sfondare la difesa e ad entrare in paese compiendo una strage. Giacomo Caetani tentò la fuga ma fu fatto prigioniero da un capitano francese che non lo aveva mai perso di vista, fu condotto a Roma e fatto morire in Castel S. Angelo, come sospetto di lesa maestà. Al fratello Guglielmo, che aveva combattuto con lui, fu usata clemenza e fatto fuggire alla corte di Mantova. 

La crudeltà e l’efferatezza compiuta dai Caetani verso Sezze, gettò il discredito su questa famiglia e fu di occasione al Borgia per cacciarli da tutti i loro feudi, compresi quelli di Norma, Maenza e Roccagorga appartenenti ad un altro ramo della famiglia Caetani. I feudi furono incamerati dallo Stato Pontificio. Non era mistero per nessuno che l’obiettivo dei Borgia era quello di sottrarre al potere clericale lo Stato Pontificio, farne uno stato laico posto sotto la loro influenza e dare così inizio ad una dinastia; in altri termini i Borgia intendevano secolarizzare lo Stato della Chiesa. Per raggiungere questo obiettivo era necessario eliminare tutti gli ostacoli rappresentati dalle potenti famiglie che costituivano la nobiltà romana; oltre ai feudi della famiglia Caetani infatti, erano stati confiscati i possedimenti ai Savelli e ai Colonna e furono ridistribuiti tra i membri della famiglia Borgia: Giovanni, figlio di appena due anni dello stesso Papa, diventò Duca di Nepi; mentre Roderico, figlio di due anni di Lucrezia, divenne Duca di Sermoneta. La confisca dei feudi fu però di breve durata perché il 18 Agosto 1503 moriva Alessandro VI, seguito subito dopo per una strana coincidenza dal Duca Valentino, perito combattendo in Spagna. Il suo successore, Giulio II, reputando ingiusta la confisca dei feudi fatta ai Caetani, li reintegrò nei loro possessi. Guglielmo Caetani, ritornò a Sermoneta da Mantova con grande gioia di tutto il popolo che lo accolse festoso alla porta del paese con baci e abbracci.
Opere consultate: 1) - Caetani Gelasio, Domus Caietana. Stab. Tipografico Sancasciano Val di Pesa. Fratelli Stianti 1927 2)- Corradini Pietro Marcellino. Latium vetus. Pietro Gonzaga, Roma 1704-45 3)- Pantanelli P. Notizie storiche della terra di Sermoneta. Tipogr. Forzani e Comp. Roma 1909 4)- Saggi Annibale Gabriele dei Carmelitani, Norba e Norma. Traspontina Roma 1974 5)- Silvestrelli Giulio, Città, Castelli e terre della regione romana. Tipogr. Unione Arti Grafiche. Città di Castello 1914.

Nella cartina del 1357 sono rappresentate le province della Stato Pontificio di Campagna e Marittima. 

Campagna e Marittima, in latino Campaniæ Maritimæque provincia, è stata una divisione amministrativa dello Stato Pontificio, estesa, in origine, da Roma e Ostia Antica, poi dai Colli Albani, alla Valle del Liri e a Terracina. In cartografia è anche conosciuta come Campagna di Roma o Latium. Per un breve periodo nell'XV secolo la provincia era divisa amministrativamente in Campagna e Marittima. Terracina e Pontecorvo, seppur incluse nei limiti geografici campanini, avevano delegati pontifici che le governavano autonomamente per tutto il medioevo.


Sezze, 1 giugno 2011
Stracciebanne: un piccolo paradiso alle porte di Sezze

Il luogo ed il nome sono poco conosciuti, ma in passato i monti di Stracciebanne, ad est di Monte Forcino, erano trafficati da pastori e boscaioli che, discendevano verso la Longara, provenienti da Campo Rosello, una località del Comune di Carpineto, oggetto di una antica contesa territoriale con Sezze. Infatti, lasciata “Stracciebanne” a quota 800 metri e salendo verso “Le Saliere” a 1100 m, in direzione di Campo Rosello, ci ritroviamo al confine con i Comuni di Bassiano e di Carpineto. Da questo punto, salendo ancora, è possibile raggiungere il Monte Semprevisa (m.1536), il più alto della catena dei Lepini. Stracciebanne deve probabilmente il suo nome alle pezze delle ciocie (le bànne) (1) che si ”stracciavano” impigliandosi negli sterpi o urtando le numerose pietre carsiche.
Il percorso del nostro Gruppo inizia alla Longara, in via Valle Grande a pochi passi dai dolmen (2) di Monte Forcino e dai resti di un piccolo villaggio di capanne di Valle Naforte, fatte di sassi e “stramma”. Queste capanne, che in passato costituivano le tipiche abitazioni di pastori e contadini, furono costruite all’inizio del Novecento da un tale Pasquale Guidi, proveniente da Carpineto Romano, che giungeva sin qui per il pascolo del bestiame (3). 
Lasciate le auto alla Longara, in via Valle Grande a quota 550 metri, ci inerpichiamo attraverso il sentiero di Stracciebanne che costeggia M. Rotondillo, tra boschi di lecci ed olmi, cespugli di rosa canina (3) qualche sparuta pianta di pungitopo e prati di ciclamini. Occorre procedere in fila indiana perché il sentiero è stretto, a tratti sconnesso e ostacolato da rami caduti a terra.. Alla nostra destra, “Valle Naforte” ci accompagna per tutto il percorso sino alla cima, a quota 800 metri, dove in una piccola spianata, oltre a godere di una magnifica veduta dell’agro pontino, vi sono resti di una capanna di pastori con a fianco un grosso ciliegio. Tane e tracce di animali selvatici sono abbastanza diffuse in tutta la zona e rivelano la presenza di lupi,volpi, lepri, cinghiali, martore, tassi, istrici, faine, donnole e persino di qualche gatto selvatico. L’avifauna comprende specie come il raro falco pellegrino, l’ùpupa, , il cucùlo (4), il gufo reale, la civetta, l’allocco, il barbagianni, il corvo imperiale, il gheppio, ecc. 
Attraverso il sentiero di Stracciebanne si dettero alla macchia famosi briganti come Domenico Regno di Bassiano, detto “Diciannove”, il re dei Monti Lepini nel 1814 -1815 , Pasquale Tambucci detto” il matto” che sequestrò il cavaliere Superio De Magistris e ne chiese il riscatto per ben due volte, la sezzese Arcangela Mazzella, che travestita da uomo si oppose fieramente al governo francese e all’albero della libertà issato alla piazza dei leoni. Fu catturata insieme al marito dopo una eroica resistenza sulla Semprevisa contro una guarnigione di francesi che la lasciarono morire in prigione.
Da quota 800 metri, dove abbiamo visto i resti della capanna, torniamo indietro incrociando lo stradone della forestale, che seguiamo fino a “Valle Tre Pozzi” tra i cavalli al pascolo, e ritorniamo al punto di partenza, un po’ stanchi per tre ore di cammino ma felici per avere scoperto un angolo di paradiso alle porte di casa nostra.
Note
1) - Le ciocie erano i tipici calzari di pastori e contadini, consistevano in un pezzo di cuoio che per mezzo di cordicelle chiamate corregge era unito in forma di coturno (calzare dei soldati romani) ad un pezzo di tela, che alcuni chiamavano pezze e altri banne (bende), che coprivano le gambe e il piede. Le ciocie hanno dato il nome all’ intera regione detta Ciociaria nel Frusinate.
2) - I dolmen sono tombe megalitiche preistoriche.
3) – Il Mondo di Suso – Atti del convegno per il 150° anniversario dell’erezione della Parrocchia di S. Francesco Saverio – Associazione culturale “Noi di Suso” – 1 Settembre 1991.
4) Questa pianta deve il nome canina a Plinio il Vecchio che affermava che un soldato romano fu guarito dalla rabbia con un decotto di radici. È l'antenata delle rose coltivate. 
5) Il cuculo è noto per la sua particolare caratteristica del parassitismo di cova. Esso consiste nel deporre il proprio uovo all'interno del nido di altri uccelli (una cinquantina di specie di Passeriformi). La femmina depone un solo uovo in ogni nido da aprile in poi per un totale di circa 15-20. Le uova somigliano molto a quelle della specie "ospite". Alla schiusa (che di norma avviene dopo circa 12 giorni), il piccolo del cuculo, con l'aiuto del dorso, si sbarazza delle altre uova presenti nel nido e non ancora schiuse, presentandosi quindi nel nido come l'unico ospite. I genitori adottivi vengono ingannati da questo comportamento e nutrono il cuculo come se fosse un proprio nidiaceo per 2-3 settimane. La prima osservazione di questo modo curioso di agire è riportata da Aristotele già 2300 anni fa.


Sezze, 24 maggio 2011
La "fonte della chitarra" e il canto del pastore innamorato
Una antica leggenda sezzese, si salva grazie al racconto di Marcello Battòcchio.
Dalla Pietra del Tesoro, percorrendo in direzione sud est un tratto di collina, piuttosto impervio, di circa 200 metri, tra arbusti, stramma, ulivi e mandorli, si giunge in una spianata detta “Casetta rotta” con a lato la “Fonte della Chitarra”, una roccia larga e squadrata con un curioso incavo a forma di chitarra, da cui si gode una bella veduta sulla pianura sottostante. Non è una fonte vera e propria, perché l’acqua non vi è mai scaturita, ma l’incavo a forma di chitarra costituisce, in una zona arida, una piccola riserva di acqua piovana in grado di dissetare la fauna del luogo tra una pioggia e l’altra. A pochi passi dalla fonte, una grotta carsica piuttosto umida, chiamata la “grotta della chitarra”, si dice forse con eccesso di fantasia, che prima di essere interrotta da una frana fosse abbastanza lunga da avere un’uscita dalla parte opposta. E’ da notare che nella zona a sud est dell’anfiteatro, sino alla “Sedia del papa” vi sono diverse grotte di questa tipologia, e nel Maggio del 1944, durante i bombardamenti degli Alleati, furono il rifugio di molti nostri concittadini sfollati dal paese. 
La “fonte della chitarra” è stata di ispirazione per un’antica leggenda che Marcello Battòcchio, proprietario dell’omonimo ristorante, ci ha raccontato per essergli stata tramandata dai nonni. Probabilmente, in passato questa “storia” dovette essere molto nota in paese, insieme alle altre che si usava raccontare accanto al camino, quando televisione e internet erano impensabili, e gli anziani sempre pronti ad inventare nuove storielle per appassionare i più giovani ed ingannare il tempo. E’ inutile cercare verità in questa leggenda, bisogna accettarla così come è, nel modo semplice in cui è stata raccontata per secoli, anche se è probabile che dei particolari siano andati perduti. 
Si dice che una volta il mare lambisse la collina di Sezze. Vicino al mare, ai piedi della collina, un pescatore aveva costruito la sua capanna dove abitava con la moglie ed i suoi figli, tra cui una bella fanciulla dagli occhi azzurri e dai capelli neri. Un pastorello, che ogni anno conduceva il suo gregge a pascolare nella collina, notò la ragazza mentre aiutava il padre a stendere le reti. Impressionato da tanta bellezza e animato dalla voglia di conoscerla, giorno dopo giorno si spostò con il gregge ai pascoli sottostanti in modo da potersi avvicinare alla ragazza. Tra i due nacque una storia d’amore, ma questa fu di breve durata, perché scoperti dal padre di lei, che non vedeva di buon occhio il matrimonio della figlia con un pastore, scacciò il giovane in malo modo respingendolo sull’alto della collina e proibì alla figlia di uscire dalla capanna. Il povero pastorello, non si perse d’animo e, seppure rassegnato a non dover più incontrare la ragazza, gridò forte al pescatore: “ Puoi impedire che io sposi tua figlia, ma non potrai mai impedire che io l’ami e che ogni giorno canti il mio amore per lei; sarà come sposarla ogni mattina ed averla sempre con me” Scavò così una chitarra nella pietra, e tutti i giorni, mentre pascolava il gregge, il suo canto d’amore errava nella collina fino a raggiungere la bella innamorata.
La chitarra, nella forma che conosciamo, è uno strumento che ha origini rinascimentali, pertanto questa storia, che potrebbe sembrare mitologica, non può essere in alcun modo anteriore al XIV secolo.


Sezze, 11 maggio 2011
Santa Parasceve tra storia, leggenda e fantasia
Il martirio di Santa Parasceve a Sezze sotto la prefettura di Asclepiades

In località Piagge Marine, dopo aver attraversato la parte ad est dell’Anfiteatro, su di un masso isolato alto m. 4,55, si trova, in riquadro, l’iscrizione sepolcrale corrosa del tempo, che ricorda C. Licinius Asclepiades Medicus, conosciuto anche come Asclepia o Asclepio, medico e prefetto dell’antica Setia (1). Più fonti (2) attestano che un personaggio con tale nome è stato prefetto della “città” in cui avvenne il martirio di Santa Parasceve, nel160 d.C. sotto l’impero di Antonino Pio, senza alcuna precisazione del nome della città. Secondo il Lombardini, (3) invece, tale città sarebbe Sezze, perché desunto da opere di “ bollandisti e scrittori degli atti dei martiri cristiani” che però hanno scritto molti secoli dopo il martirio (4), ed infatti definisce Paresceve “giovanetta setina”. Il luogo del sepolcro di Asclepio fu chiamato dal popolo “la prèta glì trasòro” (pietra del tesoro) forse perché, come afferma lo stesso Lombardini (op. cit), “la tomba devastata e frugata abbia accreditata la credenza, o per l’iscrizione, che per il volgo ha un significato arcano”. 

La pietra del tesoro
Riguardo al personaggio, lo stesso autore ribadisce: “questo eccentrico Asclepiade, senza tema di errare, ritengo sia esistito ai tempi di Antonino Pio, nei quali a ciascuna città fu addetto un maggiore o minor numero di medici secondo il bisogno, eletti e stipendiati dalla città stessa.” Non esistono però fondamenti certi che l’iscrizione sepolcrale sia del II secolo dopo Cristo, cioè del tempo di Antonino Pio, perché l’Armstrong (1) la farebbe risalire al periodo repubblicano a causa del carattere delle lettere, ma in questo caso si tratterebbe di un altro prefetto con identico nome. Coincidenza veramente singolare, per quanto inverosimile, considerando i tre nomi di Asclepio! Tanto meno possiamo spostare l’epoca del martirio di Santa Parasceve, perché tutte le fonti sono concordi nell’affermare che avvenne sotto l’impero di Antonino Pio. Non esistono neanche fondamenti certi che Santa Parasceve fosse setina, o che la sua famiglia possedesse dei beni a Sezze ed infatti diverse città del sud ne rivendicano la cittadinanza, soprattutto Locri, il paese natale del padre, ma la maggior parte delle fonti concordano sulla sua nascita a Roma, nel II secolo d.C. Sappiamo per certo che santa Parasceve venne al mondo all’epoca dell’imperatore Adriano, da ricchi genitori cristiani, Agatone da Locri ed Ippolita, che ne avevano ottenuto la nascita con le preghiere, dopo 35 anni di matrimonio. Alla loro morte Parasceve vendette i beni ereditati e distribuì il ricavato ai poveri; si ritirò in preghiera in un convento di Roma, che dopo qualche anno lasciò per predicare pubblicamente la dottrina cristiana. 

La predicazione della dottrina da parte di una donna, per giunta contraria a quella impartita dalla religione ufficiale, provocò l’ira dei giudei che la denunciarono all’imperatore Antonino Pio. Da questo momento iniziano le sue persecuzioni, ma anche le vicende miracolose e leggendarie che segnarono la vita della santa. L’imperatore, per punirla, fa riscaldare sulla fiamma, fino a renderlo incandescente, una specie di elmo metallico che i carnefici le pongono sul capo, senza provocarle alcun danno. In molti, vedendo questo prodigio si convertono. Riportata in prigione, un angelo la libera dalle catene, ma ricondotta dall’imperatore viene appesa per i capelli mentre i carnefici ne tormentano il corpo con fiaccole accese, sempre senza provocarle alcun dolore. Così viene preparato un gran pentolone pieno d’olio e pece bollente in cui viene fatta immergere, ma rimanendo indenne alla tortura, Parasceve spruzza questo liquido bollente sugli occhi dell’imperatore Antonino, che poi ella stessa guarirà dalle piaghe. L’imperatore, visto il prodigio, si converte al cristianesimo e si fa battezzare (5). Nelle more delle sue predicazioni, giunse “in una città” che secondo il Lombardini sarebbe Setia, dove era prefetto un certo Asclepia o Asclepiades (6), che la interroga sulla sua religione e rimanendo turbato dalle sue risposte, la fa condurre fuori dalla città in una grotta abitata da un terribile drago. La santa traccia un piccolo segno di croce e la bestia ruggendo si squarta in due: a questa vista Asclepio ed altri testimoni si convertono e vengono da questa battezzati.

Santa Paresceve e Porta Pascibella in una tavola del Corradini

Se l’incontro di Parasceve con l’Asclepio setino fosse autentico, non avrebbe trovato luoghi migliori di Sezze, soprattutto se immaginiamo che costui, una volta convertito alla religione cristiana, avrebbe potuto manifestare il desiderio di essere sepolto là dove aveva assistito al prodigio della santa, cioè in quel masso isolato, misterioso e leggendario che il popolo chiamerà la “pietra del tesoro”. Se così fosse stato, a pochi passi dalla pietra del tesoro esistono delle grotte carsiche (7) capaci di aver evocato nell’immaginario del popolo, fantasie e leggende come quella del drago: la bestia mostruosa ed orrenda, simbolo del male, che nelle antiche leggende ricorre sovente come guardiana di presunti tesori. Così è, ad esempio e tanto per rimanere a Setia, nella storia di Giasone ed il vello d’oro, raccontata nelle “Argonautiche” dal setino Caio Valerio Flacco. Parasceve continuò le sue predicazioni e giunge ancora “in altra città” governata da un “tale Taresio”, che la fece decapitare dopo altri supplizi, per aver ingiuriato Apollo davanti al suo tempio. Su questo tempio i cristiani eressero in seguito la chiesa ad essa dedicata. Alcuni fatti veri, soprattutto la presenza nell’antica Setia di un prefetto di nome Asclepio, la chiesa di S. Parasceve costruita sul tempio di Apollo (8) ed altri fatti immaginari potrebbero accreditare Sezze come la misteriosa “altra città". Manca però un governatore di nome Taresio e tanto meno abbiamo elementi per affermare che si sia trattato di uno pseudonimo di Asclepio. Il nome Taresio nella storia è molto vago, appare errato oppure come storpiazione di L. Taurio, un personaggio esistito al tempo della guerre civili di Roma e anteriore alla grande battaglia di Azio del 31 a. C. (9). 

La grotta di Fonte della Chitarra a pochi passi dalla tomba di Asclepiades 
Anche la vita della Santa è avvolta dal mistero, essa è stata oggetto di non meno di quindici “passiones” e di un “elogio” riportati in manoscritti , quasi tutti anonimi, redatti tra l’XI e il XVI secolo; i maggiori particolari sulla sua storia sono stati ricavati dall’elogio scritto da Giorgio Acropolita nel sec. XVI. Il culto di santa Parasceve, chiamata anche santa Venera o santa Veneranda, è stato di grande popolarità in epoca medioevale in tutto il centro sud e ciò spiegherebbe la costruzione a Sezze della chiesa ad essa dedicata, risalente al XI secolo, anche se sembra esiguo o inesistente il numero dei devoti che ha voluto assumerne il nome, al pari degli altri santi. Per gli studiosi di avvenimenti sacri (10) due particolari, tra gli altri, risultano del tutto inverosimili: l'esistenza di un monastero femminile a Roma nella seconda metà del sec. II, e la pubblica predicazione del Vangelo ad opera di una fanciulla, cosa discordante coi costumi dell'epoca e contraria al divieto fatto da S. Paolo alle donne di predicare la parola di Dio. 

Note
1)- L’iscrizione sepolcrale è riportata da F. Lombardini -Storia di Sezze – Velletri 1909 , Editrice Lizzini , da Armstrong H.H. -Topographical Studies at Setia in American Journal of Archaeology, XIX, 1915 che la fa risalire al periodo repubblicano per lo stile delle lettere e più recentemente da L. Zaccheo – F. Pasquali Sezze, Guida all’Antiquarium e ai maggiori Monumenti- Angeletti Editore, 1970 
2)- Codice Ambrosiano P 210, in AA.VV., Bibliotheca Sanctorum, Ist. Giovanni XXIII della Pontificia
Università Lateranense, Vol. X, par. 328/331- Città Nuova Ed., Roma 1982. 3) F. Lombardini- Storia di Sezze, pag 37- Velletri 1909, Casa Editrice Lizzini 4) Il Lombardini nella nota 42 della Storia di Sezze afferma di aver tratto notizie del martirio di Santa Paresceve da Martyrol.S.R.E. Mediolani 1578 e da De Natali ….. passa est sub Asclepio praeside. 
5)- A. Montesanti – Tra mare e terra- Edizioni Fegica- 1999 
6) - Codice Ambrosiano P 210, in AA.VV., Bibliotheca Sanctorum, Ist. Giovanni XXIII della Pontificia
Università Lateranense, Vol. X, par. 328/331- Città Nuova Ed., Roma 1982. 7) – Una di queste grotte si trova a pochi passi dalla tomba di Asclepiades, procedendo in direzione sud est nei pressi della “Fonte della Chitarra”. Altre grotte carsiche si trovano poco distanti dalle tre croci dell’Anfiteatro e a sud ovest di queste. 8)- Che il tempio di Apollo fosse esistito a Porta Pascibella , dove si trova attualmente la chiesa di S.Paresceve, viene riportato dal Cardinale Pietro Marcellino Corradini in “De civitate et Ecclesia setina”, Romae 1702 e da V. Tufo “Storia Antica di Sezze”- Veroli, Tipografia Reali, 1908 che citano il rinvenimento in loco di una iscrizione attestante un restauro del tempio di Apollo ad opera di L.Aninius L. F.Capra IIII, un personaggio della colonia romana di Setia. 9) – Dissertazioni della Pontificia Accademia Romana di Archeologia. Tomo VI – Roma - Stamperia della R.C.A. 1835 
10) – Centro Studi San Carlo da Sezze – sito internet .

Un ringraziamento particolare agli amici Fabrizio Paladinelli Presidente dell’Associazione culturale Il Cammino e Vittorio Borsi  Presidente dell’Associazione culturale Buna seara Romania, che dopo giorni di ricerca e di fatiche, lavorando sul terreno roccioso e sconnesso dell’Anfiteatro, hanno rinvenuto la Pietra del Tesoro, nascosta tra i rovi e  l’hanno ripulita. Grazie alla loro opera è stato possibile fotografarla.

Oggi la più antica chiesa di Sezze è coperta dalle auto in sosta, in un luogo (Porta Pacis Belli) dove per secoli sono stati sanciti gli atti più importanti per la città e dove i sezzesi accoglievano il nuovo vescovo.


Sezze, 13 marzo 2011

150° Anniversario dell'Unità d'Italia
Una storia di briganti e di bovari per l’annessione plebiscitaria dello Stato Pontificio
Dopo la caduta della piazzaforte borbonica di Gaeta e l’annessione del Regno di Napoli, il 17 marzo1861 Vittorio Emanuele II veniva proclamato re d’Italia. L’unificazione non era però ancora completa e al nuovo Regno mancavano il Veneto, ancora in mano austriaca, e ciò che restava dello Stato Pontificio, vale a dire l’odierno Lazio con esclusione della sua parte meridionale con le isole ponziane (annesse con il Regno di Napoli) e della provincia di Rieti (annessa nel 1860 insieme a buona parte dei territori dello Stato Pontificio). Lo Stato Pontificio del Lazio, che ovviamente comprendeva anche Sezze, venne annesso solo nove anni più tardi e precisamente il 20 Settembre 1870 con la Breccia di Porta Pia

Tutte le annessioni dei vecchi Stati al nuovo Regno, avvennero attraverso plebisciti o referendum secondo le regole di casa Savoia, sia per sancire e giustificare con il consenso popolare annessioni avvenute con le armi, sia per evitare in futuro eventuali contestazioni giuridiche. Il plebiscito di annessione di Roma e del Lazio fu indetto per il 2 Ottobre 1870, a soli dodici giorni dalla presa di Roma. Non tutti i cittadini avevano facoltà di accedere al voto ma solo il ceto abbiente, borghese e nobiliare, quindi ai plebisciti partecipò mediamente l’1,8% della popolazione. Le masse contadine, quasi del tutto analfabete, ne rimasero fuori. Per l’annessione di Roma e del Lazio gli iscritti al voto furono 167.548, i votanti 135.188, i favorevoli 133.681 ed i contrari 1.507. Il quesito plebiscitario era il seguente: “ Vogliamo la nostra unione al Regno d'Italia, sotto il governo del re Vittorio Emanuele II e dei suoi successori “; al quesito si poteva rispondere con “si” o “no”. 

Nonostante il brevissimo tempo intercorso tra la presa di Roma ed il plebiscito, e nonostante la bassissima percentuale degli aventi diritto al voto, vi fu una capillare “campagna elettorale” in favore del “si”, con tutti i mezzi di comunicazione allora disponibili. Singolare è a tal proposito il mezzo di comunicazione in uso a Sezze tra i “camperi” (1) come ebbe modo di raccontare mio padre in occasione del centenario dell’Unità d’Italia. Raccontava che il mio bisnonno Vincenzo Del Duca ed il fratello Ignazio, conosciuto in paese come “Gnazzio gli’abbate” per la sua figura imponente e per la barba lunga e folta, in un pomeriggio di fine Settembre 1870 tornavano in paese dalla loro lestra (2) nella palude pontina, sita nei pressi del canale Rio Martino, tra la Macchia di Bassiano e la Macchia Caserta. I due fratelli, che appartenevano alla categoria agricola dei “bovari” (3) andavano a cavallo con i classici abiti da buttero. 

Sul cappello avevano appuntato, come tutti i “campéri”di Sezze in quel particolare momento storico, una targhetta di rame di pregevole fattura recante la scritta “SI” che i “callarari”(3) setini stavano forgiando e vendendo in grandi quantità per la “campagna elettorale” di annessione. C’è chi dice che i plebisciti ed i loro risultati furono solo una burla, ma come spiegare a Sezze il forte consenso popolare all’Unità d’Italia? 

Al loro seguito, i due Del Duca portavano un asino con una soma di legna da ardere, abbastanza pesante. La povera bestia avanzava piuttosto speditamente, ma attraversando un tratto di palude dal fondo melmoso, rimase impantanata senza poter muovere più le zampe. Ignazio scese da cavallo, appese giacca e cappello ad un ramo, si infilò sotto il ventre dell’asino e aiutandosi con le spalle e le braccia sollevò l’animale con tutta la soma, fino a liberarlo da quel pantano. In quel preciso istante passarono tre uomini a cavallo il cui abbigliamento non dava adito a dubbi: si trattava di briganti. 

Incutevano terrore al solo vederli, ma i due fratelli non si scomposero. I briganti indossavano le ciocie ai piedi, i calzoni di fustagno a gamba, la giubba con il panciotto, il mantello a ruota ed un cappello a punta alla calabrese, ornato di spille con immagini sacre e con nastri variopinti. Avevano combattuto al soldo di Franceschiello (Francesco II di Borbone) durante l’assedio di Gaeta e, dopo la disfatta, erano tornati alla macchia tra Priverno, Sonnino e Terracina dove ristabilirono il covo nella ex zona franca, una fascia larga diversi chilometri situata ai confini con l’ex Regno di Napoli. Avere il covo in una zona franca significava avere un riparo sicuro alle loro malefatte, sia che fossero stati inseguiti dalle guardie papaline dello Stato Pontificio, i cosiddetti Cacciatori o Centurioni, sia da quelle borboniche del Regno di Napoli. I briganti, se in quel momento avevano in animo di compiere qualche malefatta ai danni dei due fratelli, impressionati da quella involontaria ostentazione di forza, se ne astennero, anzi non mostrarono affatto intenzioni malvagie ma solo grande curiosità per la targhetta con il “si” che avevano notata sui cappelli dei due. 

Quando fu loro spiegato il significato, il capobanda rispose: “ La volemo portà pure nòantri, ma sémo sette, se ce le procurate avete la parola nostra che nessuno oserà più rubarvi il bestiame.” Così Vincenzo e Ignazio, che avevano diversi beni al sole, per non inimicarseli presero l’impegno che, una volta giunti a Sezze, avrebbero reperito le targhette ma le avrebbero consegnate non prima di quattro giorni, quando cioè uno di loro o entrambi sarebbero tornati in palude. I briganti passarono nella lestra dei Del Duca dopo cinque giorni, quando il plebiscito era ormai concluso, ma mostrarono egualmente grande gradimento per quelle targhette, quasi fossero stati degli scudetti della squadra del cuore, e le portarono appuntate al cappello per diversi anni come pure molti “camperi” di Sezze. Tante le speranze e tanta la fiducia riposta nel nuovo Regno!
Note:
1)- I campèri, come dice la parola stessa, erano coloro che coltivavano i campi, spesso servendosi di manodopera e spesso lavorandovi essi stessi come bovari (aravano il terreno con i buoi). Erano gli antesignani dei moderni imprenditori agricoli. Nell’agro pontino romano venivano anche chiamati “mercanti di campagna” perché affittavano dai latifondisti intere tenute per la coltivazione dei cereali o per l’allevamento del bestiame e vi praticavano le industrie agrarie (latticini, formaggi, ecc.)
2)- Le ” lestre” erano piccoli appezzamenti di terreno all’interno della palude pontina, privi di alberi, recintati e messi al pascolo. Venivano realizzate nelle zone meno depresse della palude e al loro interno, oltre agli animali, si trovavano uno o più gruppi di capanne ma anche le “logge”, autentiche palafitte. Nelle capanne abitavano allevatori, pastori, carbonari, pescatori, “utteri” addetti al bestiame, ecc. Le “lestre” prendevano il nome dalla toponomastica dei luoghi ma anche dai loro proprietari ; ad esse si accedeva attraverso lunghi sentieri, all’interno della macchia selvaggia, noti solo a gente pratica della palude. In tempi più recenti per “lestra” si intendeva anche un raggruppamento o un villaggio di capanne fuori della palude ( es. lestra della Fontana Acquaviva).
3)- I bovari, come già detto, possedevano una o più coppie di buoi per i lavori agricoli, generalmente da aggiogare all’aratro. Sovente avevano alle dipendenze degli operai specializzati in aratura, chiamati “bifolchi”. Una “uetta” di buoi (coppia di buoi maschi castrati aggiogati all’aratro) costituiva un grande capitale, paragonabile oggi ad almeno due tir di grosse dimensioni. Erano, quindi veramente pochi quelli che potevano permettersi questo mestiere, peraltro molto ambito, non solo perché rendeva tantissimo economicamente,ma anche per la stima ed il prestigio che “i bovari” godevano nella società.
4)- I “callaràri” o “calderàri” erano artigiani che producevano e riparavano “le callàre” (caldaie), una sorta di enormi pentoloni in rame, usate per scaldare l’acqua o per cucinare. I callaràri costruivano pure “le stagne” e tegami come “ la sartagna” e “gli sartagniglio” oltre ai “ conconi ” recipienti in rame usati dalle donne per prendere l’acqua alle fontane, ed altri oggetti in rame come “scolamaregli” (mestoli usati soprattutto per prelevare l’acqua dai conconi) bracieri, candelabri, ecc. Riparavano pure le casseruole in alluminio. I recipienti di rame, prima di essere adoperati ad uso alimentare, dovevano essere “stagnati” cioè rivestiti nella parte interna con uno strato di stagno, altrimenti potevano risultare tossici a causa della formazione di ossido di rame. Per tale motivo, oltre alle officine dei “callaràri” esistevano quelle degli “stagnari” o “stagnini” e numerosi ambulanti zingari che, periodicamente ma soprattutto in occasione delle fiere, giungevano a Sezze.

Il maggiore Giacomo Pagliari, comandante del 34º Bersaglieri, colpito a morte durante la presa di Porta Pia


Sezze, 25 giuno 2007
Festa della Madonna del Carmine a San Lorenzo

<<Antica Parrocchia di Sezze>>  

articolo di Patrizia Ricci

Nella liturgia cattolica, il 16 Luglio ricorre la festività della Beata Vergine del Carmelo. La parrocchia di San Lorenzo, oggi confluita in quella di Santa Maria, suole rendere omaggio alla Vergine, con un triduo di preghiere e una processione lungo le vie del paese. Ci piace raccontare quanto avveniva di questa festa, intorno agli anni ’60.

Qualche giorno prima del triduo, nei vicoli che si affacciano sulla via Grande o via San Carlo e che si immettono  su piazza San Lorenzo, c’era un gran fermento. A iniziare da vicolo del Sospiro, vicolo della Torricella, dell’Arpia,vicolo Marte, Apollo, Saturno, fino a vicolo Dante, era una corsa, ma senza affanno, ai preparativi; si trattava di addobbare “le strette” per quando sarebbe   passata  la Madonna” in processione. Le bambine, su commissione delle madri, raccoglievano 50 o 100 lire per famiglia e andavano da Antonio di Gerardo (negozio di Sali e Tabacchi ai  Quattro Cantoni ) o da Valeria Cingolotto (negozio di merceria di fronte a piazza delle Erbe) per comperare la carta velina colorata, che sarebbe servita per farne bandiere e archi. Nel frattempo, gruppi di ragazze si recavano a piedi a Suso, nelle vigne padronali dei Mercuri, Baldassarini e Pietrosanti, per raccogliere grandi fascine di bosso( bussolo in dialetto) , con cui si facevano gli archi principali, da piazzare all’ingresso delle “strette”. Per l’illuminazione, si chiamava ‘Dmondo (Edmondo), marito di Tomassina l’infermiera di vicolo dell’Arpia, il quale con santa pazienza  (doveva arginare i continui consigli delle anziane che gli si raccomandavano di non prendere “la scossa, ca se no ci fai aricordà la perdiscione” ) installava un

lungo filo elettrico al centro del vicolo, a cui agganciava delle semplici lampadine di vetro bianco, che restavano accese tutta la notte. Mentre  Dmondo preparava le luci, le “intagliatrici” si preparavano al taglio delle bandiere. Ogni stretta aveva la propria: nel vicolo del Sospiro c’era Filomena Tassi, in quello della Torricella  Angelina, la moglie di Farza il sarto, in quello dell’Arpia zia Federica Damiani, in vicolo Apollo Nuccia l’artista, nei vicoli Saturno, Marte e Dante, c’era Teresa Fontana o Teresa Ciomma, tutte donne dotate di fine creatività ed eccellenti nell’arte dell’intaglio. La tecnica applicata consisteva nel piegare il foglio in quattro parti, con le forbici se ne smerlava il bordo e se ne ritagliava  il centro con  simboli religiosi: croci, calici con ostia, madonnine, cuori ecc. Gli archi di carta e di bosso erano più elaborati e richiedevano più tempo; le ragazze preparavano quelli di bosso,mentre le intagliatrici quelli di carta bicolore,( bianco e rosa e bianco e celeste):

Nel pomeriggio, tutte le vicine e i bambini, si mettevano all’opera:chi scendeva le sedie, chi lo spago, chi la colla fatta con farina cotta nell’acqua, chi i chiodi, il martello, la scala. Si disponevano le sedie a distanza, secondo la larghezza del vicolo e si legavano i fili di spago sugli schienali. Le madri,su un vecchio tavolino, spalmavano la colla sul bordo delle bandiere quindi le passavano alle altre che, le attaccavano sui fili; man mano che i fili erano pronti, la più agile fra le vicine, saliva sulla scala e con chiodi e martello, li fissava sui muri. 

Le anziane, restavano a guardare sedute e di tanto in tanto riprendevano le bambine”Arigazzì, araddrizza quella biandera (metàtesi) ca sta storta”. Anche loro erano utili. Alla fine dei lavori, si raccoglievano i soldi per  il gelato da acquistare  al bar di Buzzichetto; erano coni-gelato che venivano incartati e portati di corsa,altrimenti si sarebbero “squagliati”, alle mamme e alle nonne. Il giorno dopo, tutte tornavano a sedersi nel vicolo, compiaciute,; ora, si trattava di fare “la guardia” alle bandiere, qualora qualche bambino malintenzionato avesse avuto voglia di strapparle per portarsele a casa; perfino gli uomini, che il giorno dopo si dovevano alzare presto per il lavoro, si intrattenevano fino a tardi, a parlare.

Il 16 Luglio, con gli abiti nuovi e qualche gioiello, dopo aver assisito alla Messa, le “Santalorenzane”, con i ceri accesi in mano, si ordinavano in fila e partecipavano alla processione. La statua della Madonna del Carmine, con lo scapolare sul braccio, veniva ornata con catene e bracciali d’oro. I parroci di turno, don Lionello Ricci o don Francesco Pontecorvi, guidavano il corteo. C’era anche la banda musicale che, non sempre però eseguiva i brani conosciuti e le donne,  durante la processione,sottovoce, protestavano. Al rientro, si sostava sulla piazza  dove il parroco, impartiva la benedizione. La sera, di nuovo tutti si ritrovavano nei vicoli. Non si faceva più la guardia alle bandiere, i bambini potevano prenderle e giocarci.


Sezze, 13 maggio 2007
Dedicato alla festa della mamma

<<Il Rosario a Casal Bruciato>>  

articolo di Patrizia Ricci

Il ricordo di una fedele, oggi parrocchiana della Cattedrale di S. Maria, ci riporta indietro nel tempo; siamo negli anni ‘50, quando nella zona di confine con il Comune di Pontinia, detta Casal Bruciato o Migliara 47, durante il mese di Maggio, per onorare la Madonna del Santo Rosario, gli agricoltori solevano portare una piccola statua mariana, di casolare in casolare, per una sosta di uno o due giorni e offrire così, oltre che un momento di  preghiera, anche un momento di aggregazione  alle persone dei campi, che vivevano lontane le une dalle altre. Il parroco che officiava era padre Gaetano, della parrocchia di Pontinia che raggiungeva le campagne in un primo momento in bicicletta, successivamente in “Gilera”. Padre Gaetano era un uomo sulla quarantina, piuttosto alto, dagli occhi vivaci e con l’accento del Nord; era assistito dal sagrestano Pio e dal chierichetto Firmino, figlio di Polda, una contadina veneta scesa nella nostra campagna dopo la Bonifica;  il parroco vestiva la tunica nera, lunga, volgarmente “zamara”, quella dai cento bottoni e in testa un copricapo nero, a falda larga che gli conferiva autorevolezza e sacralità; padre Gaetano era molto solerte e in occasione di questa ricorrenza, dopo aver consegnato ai fedeli un opuscolo o canzoniere soleva ripetere loro con zelo : ”Se non mi riconsegnerete il canzoniere, domani mi porterete dodici uova fresche”; era, questo, un espediente per evitare un eventuale smarrimento o negligenza, in quei tempi, molto difficile da perdonare.

Le famiglie della campagna, dopo avergli chiesto la sosta della statua della Madonna nella propria aia o in una stanza del casolare, preparavano un piccolo altare, ornato di tovaglie umili ma ricco di profumatissime rose;  il sagrestano Pio pensava poi ad accendere le candele, a preparare l’incenso e la “bussola”; guidati dal prete, i fedeli secondo il proprio latino, recitavano il Santo Rosario, a cui seguiva la Messa,  in latino ufficiale; non era raro sentire la voce di qualche madre che invocava la grazia per il figlio malato o in preda alla ancora febbre malarica. Tutti rabbrividivano.  Prima dell’offertorio, il sagrestano Pio passava fra i fedeli con la bussola, fatta di un’asta di legno alla cui estremità era legato un sacchetto di cotone o tela di sacco, un po consunta . Tutti mettevano qualcosa, una lira, due lire, che servivano a comperare i ceri e l’incenso. La fede era tanta e sincera, la devozione forte e tenace. Frotte di bambini e ragazzi animavano la processione che si snodava da un casale all’altro; era anche questo, un momento che permetteva ai giovani di conoscersi e di scegliere il marito o la moglie. I volti dei contadini erano bruciati dal sole, rughe profonde solcavano quello degli anziani che, seduti nell’aia, aspettavano; le donne coprivano il capo con fazzoletti di cotone, le più benestanti con veli neri, tutte rigorosamente vestite con abiti ampi ed abbottonati. Alla fine della messa, la piccola statua veniva presa in braccio da un fedele e portata in processione fino al casale che l’avrebbe ospitata per il giorno successivo; durante il percorso, su strade fatte di ghiaia e buche, e ornate da pioppi silenziosi, si cantava “Bella tu se’qual sole, chiara più della luna, e le stelle più belle non son belle al par di te”.

Si tornava a casa sereni con l’animo in pace, i giovani, ansiosi di incontrare il giorno dopo, la ragazza o il ragazzo che con gli occhi avevano incrociato. Il 31 Maggio, la piccola statua veniva riposta in una nicchia della chiesetta di Casal Bruciato.

a cura di Vittorio Del Duca