Daniele Nardi

Dalla Semprevisa all'Himalaya

   

 Sezze, 28 novembre 2004                           auditorium Mario Costa

Ad un passo dal cielo / campo base

Nel parco adiacente all'auditorium allestito un vero campo base

Le spedizioni extraeuropee

Spedizione “Gasherbrum II 8035 mt.” Giugno/Luglio 2001

La spedizione al Gasherbrum II 8035 mt è partita il 29 giugno 2001. Il viaggio in aereo ci ha portati

fino ad Islamabad (Pakistan) successivamente, sbrigate le pratiche burocratiche, ci siamo spostati

prima in pullman e poi in jeep sulla Karakorum Highway, un nastro di asfalto che unisce il Pakistan

scavalcando il "Tetto del Mondo", il passo Kunierab 4900 mslm. Il Cuore del Karakorum (“pietre

nere“ in lingua Baltì) è il nostro obbiettivo, là dove risiede il Gasherbrum II. Per raggiungerlo

abbiamo percorso circa 700 km sulla K. highway e circa 9 giorni di trekking passando attraverso

Ascole, Pajiu, Concordia di fronte a sua maestà il K2, sul Ghiacciaio del Baltoro che si estende per ben 54 km

ed infine al campo base del GII a quota 5100 mt. Qui terminano le avventure dell'avvicinamento e

comincia la vera scalata alla montagna.

Non sono mancati momenti difficili, ma del resto, chi fa alpinismo conosce bene le difficoltà cui va incontro

anche non necessariamente legate all’ascensione vera e propria. Per quanto mi riguarda, ho avuto una

forte dissenteria dopo Pajiu a circa 3500 mt. Le cause, ad esperienza acquisita, credo siano dovute a tanti piccoli episodi. Tra questi l'alimentazione che non è stata nei giorni precedenti la mia preferita, anzi per me la peggiore a base di spezie, la difficoltà a bere acqua pulita. L'acqua veniva bollita e distillata. Altro episodio è stata la caduta in un torrente mentre effettuavamo un guado. Attraversando su dei massi, ho messo il piede fuori binari, purtroppo non mi sono capito con uno sherpa mentre ci incrociavamo e con mio disappunto sono affondato fino al petto. Potete immaginare, completamente accaldato, con temperatura dell' aria intorno ai 30

gradi, tuffarsi in un torrente che esce dal ghiacciaio. Ricordo una forte botta allo stomaco. Ed in fine il forte sole mi ha procurato una piccola insolazione. Il tutto è successo in quei giorni che mi hanno visto arrivare a Concordia a circa 4600 mt. Qui interviene la quota su un corpo gia debilitato.

E' stato necessario per me fermarmi. Sono stato molto male tanto da pensare di essermi giocato la

spedizione per delle disattenzioni, mancanza di esperienza.

Terminata la dissenteria sono riuscito ad arrivare al Campo Base a quota 5100 metri dove, a causa

delle condizioni del tempo disastrose, sono rimasto bloccato per alcuni giorni.

Peccato che il sovrapporsi di circostanze negative non mi abbia permesso ti tentare la vetta, ma per

me è stato comunque un grande traguardo aiutare la squadra al raggiungimento dell'obbiettivo

comune ed arrivare in prossimità dei 7000 mt.

Ho capito che la spedizione era finita quando le condizioni meteo non miglioravano decisamente,

portando molta neve al C.B., lasciandoci finestre di bel tempo di 2/3 giorni che non consentivano

alla montagna di scaricarsi efficacemente della neve accumulata, e poi quando una valanga si è

staccata da circa 7300 mt dal Gasherbrum I arrivando fino ai 5100 mt del campo Base.

Non volevo accettare il fatto di dover tornare indietro, ma alla mia prima esperienza extraeuropea,

per di più un 8000, posso ritenermi soddisfatto. (Tratto dal diario di Daniele Nardi)

Spedizione “Dal Semprevisa all’Himalaya Cho Oyu 8201 mt.” Settembre/Ottobre 2002

Al ritorno dalla spedizione del Gasherbrum II raccolsi tutti gli appunti che avevo scritto e tracciato

nella memoria e non potei far a meno di rendermi conto di quanta passione e spiritualità avevo

sviscerato dal mio essere per portare a termine la spedizione.

I due mesi successivi furono colmi di riflessioni e valutazioni su come erano andate le cose e su

come io mi sentissi proiettato nel futuro. Analizzando le sensazioni e le mie aspettative, tenendo in

debito conto tutta la passione e le emozioni che avevo ricevuto dalle popolazioni del luogo

incontrate. A quel punto non ebbi scelta, come un fulmine a ciel sereno la decisione fù

inequivocabile: dovevo ripartire.

Nel dare il nome alla spedizione ho creduto indispensabile pensare a qualcosa che mi permettesse di

onorare il monte che mi ha fatto crescere. E’ stato allora che ripensando ai miei avi che ne hanno

vissuto le vallate,e ai miei nonni ho capito che era mio desiderio portarmi dietro il nome di questo

magnifico monte che sin da bambino mi ha regalato emozioni indimenticabili : “ Dal Sempreviva

all’Himalaya”.

Mi è sembrata l’idea migliore per coniugare un luogo dove le vette toccano il cielo ( oltre 8000 m )

e un monte ( 1536 m ) che per me ha rappresentato molto.

Finalmente si parte, il 10 Settembre siamo a Kathmandu, il 19 siamo al campo base a 4800 metri

dopo 9 giorni di trekking: comincia la fase vera e propria di acclimatazione. Nei giorni seguenti

comincio a fare su e giù tra campo 1 e campo 2 per saggiare le mie condizioni psico-fisico, il

morale è ottimo. Il primo di ottobre tentiamo il primo assalto alla vetta che però si ferma a 7300 metri.

Torno al campo base avanzato e decidiamo, insieme a Roberto di ritentare il 4.

Il 3 ottobre il tempo continua ad essere bello, giornate fantastiche e gli alpinisti continuano a salire e

tentare la vetta, alcuni invano altri, fra cui i nostri amici Vicentini, con successo portando in un

primo momento due di loro in vetta, un successo che ci porta alle stelle. Ora è il nostro turno.

Il 4 mattina arriva, in poco più di tre ore mi ritrovo con i miei compagni al C1 6450 m, prima tappa

tutto sembra andare per il verso giusto. Il giorno successivo, il 5 ottobre, siamo pronti e partiamo

alla volta del C2 dove arrivati ci chiudiamo nella tendina con Roberto, qui i dubbi ci assillano ma

domani... fra poche ore partiremo alla volta della vetta. Il freddo ci assilla, con nottate così stupende

la notte è più fredda che mai, a volte faccio fatica anche solo pensare di dover uscire dal sacco a

pelo,immagino quanto faccia freddo fuori dalla tenda. E’ ora ed esco fuori dalla tenda, percorro i

primi passi verso l'ignoto con la sola lampada che mi illumina il cammino tutto il resto è chiuso nel

buio, Roberto ritarda il portatore non si è alzato, non riesco a capire, Roberto è fermo continuo a

camminare per non gelarmi, non so perché ma Roberto ha problemi e torna indietro, solo dopo

saprò che la sua lampada ed i bastoncini lo hanno abbandonato rompendosi ed infine un rampone

difettoso e ghiacciato... disdetta una vera sfortuna! Sono solo, unico puntino sul Cho Oyu , tutte le

spedizioni hanno tentato e sia che siano arrivate o meno, sono tutte andate via. Al C2 ci sono solo

tre nostre tende, da 7100 m su questo stramaledetto 8000 ci sono solo e solo io, nessuna

consolazione di una luce che mi segua, nessun rumore amico solo io, i miei compagni distesi nella

tenda dormono e sono sicuro che stanno pensando a me e mi sostengono. Dopo un paio d’ore arrivo

al C3, mi fermo un attimo, ho un pò freddo ai piedi bevo e mangio qualcosa, sfrego le dita dei piedi

negli scarponi, non ho nessun dolore e so che per arrivare qui ci vogliono almeno tre ore ottimo,

sono in anticipo. Riprendo l’ascesa ma il dolore ai piedi comincia ad essere preoccupante, guardo

l'altimetro ed un boom al cuore mi fa rabbrividire ancora un po', 8005 m, ce l'ho fatta il mio primo

traguardo è stato raggiunto, mi guardo in alto, sono quasi sulla gobba prima del lungo traverso e poi

la vetta...hahhahahaaaa non riesco più a muovere bene le dita dei piedi, sbatto le punte degli

scarponi sul pendio ma è troppo poco. In quel preciso momento mi rendo conto che le uniche

persone che possono essermi d'aiuto sono 900 mdsl più in basso, fra me e loro ghiaccio, corde fisse

e roccia. E' il momento di tirar fuori esperienza coraggio e calma, provo a tirare fuori l'acqua ma

non riesco ad aprire la borraccia, congelata, barrette non mangiabili congelate, macchina fotografica

inutilizzabile congelata...SCACCO... le mie funzioni motorie e mentali ad 8000 m sono ridottissime

ed in quel preciso momento capisco che devo scendere ed in fretta. Sono le 6:50 ho impiegato poco

più di 6 ore per percorrere 900 mdsl da 7100 a 8005 m un tempo eccezionale così breve da darmi

due ore prima che sorga il sole. Mi butto a capofitto nella discesa ed alle 9.30 non senza difficoltà

sono fuori dalla tenda dei miei compagni...una voce da dentro, Eliano, hai fatto la vetta? No mi

dispiace... mi infilo nel sacco e mi sveglio alle 13.30. Solo oggi con gli alluci neri con

congelamento di primo grado in via di quasi completa guarigione riconosco di aver preso la

decisione più saggia della mia vita...quante arrampicate al sole ancora mi aspettano? e poi il Cho

Oyu è sempre lì anche se l'ho sognato per un anno intero. (Tratto dal diario di Daniele Nardi)

Le tende del campo base e sullo sfondo il profilo del centro storico di Sezze

Sezze, 28 novembre 2004                           auditorium Mario Costa