AGRICOLTURA DA SALVARE

a cura di Vittorio Del Duca

anno 2008

Salviamo la nostra risorsa principale

Sezze, 3 novembre 2008

Maltempo, agricoltura ko

Piove sul bagnato. Le colture orticole, superstiti dalle grandinate della scorsa settimana, non sono sfuggite alle piogge incessanti che hanno ridotto ad acquitrino l’intero territorio di pianura  rendendolo impraticabile a uomini e mezzi. Scompare dall’economia setina il 70% degli ortaggi a foglia larga come insalate, spinaci, bieta, cicorie, broccoletti, cavolfiori  ma i danni saranno ancora più evidenti  nei prossimi giorni, quando cesseranno le piogge e finirà quello che definiamo “effetto vaso”. Gli ortaggi  infatti,   si stanno comportando nei campi alluvionati, più o meno come i fiori recisi, in un vaso d’acqua. Ben presto resterà solo un mucchio di foglie secche. Come conseguenza i prezzi all’ingrosso hanno fatto registrare una brusca impennata al rialzo, segno evidente che le produzioni sono state falcidiate  in tutto il territorio nazionale e che la domanda supera abbondantemente l’offerta.

 Ci pervengono richieste dal Nord Italia e dal Nord Europa che non siamo in grado di evadere perché di prodotto non ce n’è più, e molte nostre aziende pagheranno alla Grande Distribuzione salate penalità per  contratti di fornitura, che non potranno onorare.

 Innegabili  le ripercussioni dei prezzi al consumo, con livelli proibitivi almeno sino alla prossima primavera.  I campi infatti, dopo la fine delle piogge, saranno impraticabili ai mezzi agricoli ancora per decine di giorni  ( siamo nel periodo invernale e  piogge, anche di leggera intensità possono ulteriormente procrastinare i lavori).

Ciò porterà inevitabili ritardi nelle nuove semine di ortaggi  possibili in questo periodo, come per esempio gli spinaci. Per le semine del grano siamo ai tempi supplementari  ma è ragionevole pensare che  non verranno ultimate per il tracollo delle quotazioni  mondiali dei cereali. Indubbiamente un duro colpo per l’economia setina, per i consumatori ma soprattutto per gli agricoltori, che difficilmente potranno contare sugli aiuti  regionali, come apparso su molta stampa. 

Non  abbiamo mai goduto di alcun sostegno, neanche nella terribile alluvione del 16 Settembre 1995, quando l’allora Presidente Regionale Piero Badaloni, sorvolò la zona in elicottero, ed oggi meno che mai con il D.L. n° 102 del 29/3/2004, che prevede, in luogo dei sostegni economici , la stipula di assicurazioni agevolate (si fa per dire) contro i rischi  da eventi calamitosi.

E’ comunque da notare che i premi  annuali, da pagare alle compagnie per l’assicurazione delle colture, seppure ridotti dal concorso economico dello Stato, rappresentano comunque una vera e propria calamità per i bilanci delle aziende che, tutto sommato,  preferiscono affrontare il rischio.

Riteniamo che questo alternarsi di periodi di siccità con quelli di pioggia intensa sia uno degli effetti dei cambiamenti climatici ,che si manifestano con una  modificazione della distribuzione delle piogge e l’aumento dell’intensità delle precipitazioni. Una tendenza che mette a rischio la sicurezza idrogeologica, anche a causa dell’abbandono del territorio, soprattutto montano, e della cementificazione selvaggia, cui non è corrisposto un adeguamento della rete di scolo delle acque.


Sezze, 3 novembre 2008

Il riscatto dell'economia reale

Per la nostra agricoltura potrebbe essere il momento giusto. Il mondo torna a dare peso all’economia fatta di cose vere, concrete, quelle che si possono toccare. E a pensarci su, di concreto e vero come il cibo che mangiamo tutti i giorni non c’è niente. Quel cibo che produciamo noi agricoltori, e solo noi, per tutti! Quel cibo che ha condotto alla crescita del PIL unicamente nel comparto agricolo, un risultato unico ed in netta controtendenza rispetto agli altri settori produttivi.

L’agricoltura, ci hanno fatto intendere, contribuisce all’economia con un misero 3 – 4% del PIL, sul quale però si costruisce un altro 20% di economia reale, quella alimentare, la quale a sua volta “nutre” un’altra buona fetta di PIL, quello finanziario, immateriale e anche un po’ fasullo. E’ curioso e anche un po’ tragico questo mondo alla rovescia, dove chi coltiva per un anno intero riceve molto di meno di chi in un giorno trasporta e vende, e dove il compenso maggiore va a chi gioca sui prezzi e specula sul lavoro degli altri.

E’ un mondo alla rovescia non solo nella ripartizione della ricchezza ma anche nella considerazione sociale, nella percezione della modernità e finanche della affidabilità di impresa. Uno Stato è moderno se retto dalla finanza e arretrato se agricolo;  investire nei “debiti” è sembrato più sicuro che sostenere chi tira su un campo di grano o un allevamento di bestiame, almeno sino a ieri. Veramente curioso questo “mondo alla rovescia”, curioso e tragico allo stesso tempo, tanto da augurarsi di liberarsene il più presto possibile, prima che combini  guai ancora più seri.

E in tale ottica che tutti questi scricchiolii, dalla grande crisi finanziaria a quella energetica, dall’emergenza alimentare a quella ambientale, nel loro male assoluto, abbiano un rovescio della medaglia, quello di fornirci il metro giusto per misurare il valore reale delle cose.

Se così sarà, il tempo che stiamo vivendo potrà rappresentare l’occasione buona per iniziare a raddrizzare questo “mondo capovolto”. Ciò che è primario potrà tornare ad essere primario, ciò che è inutile potrà essere considerato inutile, ciò che è dannoso dovrà essere eliminato.

Ci rimboccheremo le maniche e senza alcuna paura, lavoreremo affinché questa fase storica diventi “il riscatto dell’agricoltura”.

Non so di quanto tempo avremo bisogno ma il ritorno ad un ordine naturale delle cose è già cominciato e questo potrà portare solo giovamento. Il piano di rigenerazione della filiera agroalimentare, al quale la Coldiretti sta lavorando, è il nostro piccolo contributo per cambiare un po’ di questo mondo “alla rovescia”; quello, per intendersi, che alla nostra agricoltura lascia solo il 17% di quanto spende chi va a fare la spesa al supermercato, quello che vede aumentare la pasta del 32% nel negozio mentre il grano scende del 60%, quello dove, dopo aver coltivato, lavorato e confezionato un prodotto, e lo vai a proporre per lo scaffale della distribuzione, non ti devi meravigliare se, ancora e di nuovo, qualcuno ti chiede di tirar fuori soldi.


Sezze, 19 ottobre 2008

Boom del valore della pasta mentre cala il grano

La pasta spicca il volo, ma il grano va a  giù a picco peggio delle borse.

Nel primo semestre del 2008 il valore delle esportazioni di spaghetti e penne è aumentato del 46 per cento a livello mondiale, con punte del 50 per cento nei paesi dell’Unione Europea, dove finisce un terzo del totale della produzione esportata. Ma il prodotto simbolo del made in Italy trionfa anche sui mercati asiatici, dove l’export è raddoppiato, tanto da avvicinare i livelli degli Stati Uniti, gli unici a rimanere sostanzialmente stabili.

Insomma, anche se linguine e tortiglioni costano di più, i consumatori di tutto il mondo sembrano non farci caso. E non solo loro. Dopo un iniziale calo, i consumi di pasta in Italia sono tornati a salire, risultando in aumento dell’1,4 per cento nel primo semestre, secondo elaborazioni Coldiretti su dati Ismea ac Nielsen. Non basta. Il rapporto Ref per Ancc-Coop stima che, per effetto dei rincari, gli italiani spenderanno solo per l’acquisto di pane, pasta e derivati dei cereali 3,4 miliardi in più nel 2008, per un valore di circa 140 euro per famiglia.

Resta l’interrogativo sui motivi di tutti questi rincari. E’ certo comunque che vi sono movimenti speculativi internazionali che peraltro non portano alcun vantaggio agli agricoltori. Fino a qualche tempo fa industriali e commercianti ripetevano la solita litania del boom del prezzo del grano che rendeva inevitabile un aumento del prodotto finale. Una giustificazione che, però, non regge più, ammesso e  non concesso che abbia avuto qualche validità anche prima. Nel corso del 2008, le quotazioni del mercato del grano duro sono, infatti, diminuite del 40 per cento, passando da un prezzo di circa 500 euro a tonnellata (gennaio 2008) ai 290-300 euro a  tonnellata, mentre i costi di produzione per le imprese agricole continuano a salire.

Come giustificare, allora, i nuovi rincari di penne e spaghetti? La realtà è che la filiera produttiva italiana continua ad essere sbilanciata verso la distribuzione, mentre si contrae sempre di più la quota di agricoltura e industria. Basta leggere i dati sulla ripartizione di quanto spende ogni giorno il consumatore. Ben sessanta centesimi vanno alla distribuzione commerciale, 23 all'industria alimentare e solo 17 centesimi agli agricoltori. Una situazione insostenibile per il sistema produttivo sulla quale occorre urgentemente intervenire perché il forte aumento dei costi di produzione sta mettendo in difficoltà  gli agricoltori  e il futuro delle coltivazioni Made in Italy con l'aumento della dipendenza dall'estero. L'incremento dei costi di produzione infatti è quasi  raddoppiato rispetto ad un anno fa a causa dell’aumento vertiginoso del prezzo dei  concimi ( il complesso 11-22-16, uno dei più usati, passa da 42 euro a 100 euro per quintale)   e delle spese energetiche (+ 25%).

Si tratta dell'evidente dimostrazione che l'emergenza alimentare non si risolve con i prezzi bassi all'origine per gli agricoltori, perché di questi non beneficiano i consumatori e non consentono di coprire i costi di produzione e, nel lungo periodo, portano alla chiusura delle imprese e alla destrutturazione del sistema con immaginabili ripercussioni di carattere economico, sociale e sulla bilancia commerciale.

Serve sui mercati una maggiore stabilità per chiudere le porte alla speculazione e consentire una adeguata programmazione della produzione ed una più equa distribuzione del valore nella filiera.

Il liberismo sfrenato, con il potere economico e  la ricchezza concentrata nelle mani di poche multinazionali,  che impongono i loro prodotti ai loro prezzi e comprano materie prime ai loro prezzi, in regime di quasi monopolio, hanno schiavizzato economicamente la globalità dei popoli e tutti, non solo noi agricoltori, siamo diventati, senza rendercene conto, i  moderni servi della gleba, ed essi  i nostri vassalli.. Se le borse mondiali sono andate giù in caduta libera, la colpa non sarà proprio della globalizzazione?

 

LA SPECULAZIONE DAL GRANO ALLA PASTA – Euro al chilo

Gennaio 2008        Ottobre 2008        variazione

Grano      0,48                   0,28                       - 42 %

Pasta        1,4                     1,6                        + 14 %

Fonte: Elaborazioni Coldiretti


Sezze, 2 agosto 2008

Il pane di Sezze a chilometro zero

Laumento della bolletta petrolifera ha fatto esplodere il costo dei trasporti e sta  mettendo in discussione il principio base della globalizzazione, secondo il quale si consumano i prodotti realizzati  laddove costano di  meno In Italia, l’86 per cento delle merci viaggiano su strada, e il record fatto segnare dal petrolio non può che orientare verso il consumo di prodotti locali e di stagione. Secondo stime di un recente studio, un pasto medio, prima di arrivare sulla tavola,  percorre più di 1.900 km per camion, nave e/o aeroplano e spesso ci vogliono più calorie di energia per portare il pasto al consumatore di quanto il pasto stesso provveda in termini nutrizionali. I costi del trasporto incidono per quasi un terzo del prezzo di vendita dei prodotti alimentari e quindi mangiare a “chilometri zero” significa risparmiare e combattere l'inflazione con cibi locali e di stagione che non subiscono troppe intermediazioni e non devono percorrere lunghe distanze prima di giungere sulle nostre tavole. In tal modo si contribuisce anche a salvare l’ambiente dall’inquinamento, dovuto all'emissione di gas serra, responsabile dei cambiamenti climatici.

Mangiare cibi a “chilometri zero” significa quindi nutrirsi con le risorse del territorio, privilegiare la filiera corta dal produttore al consumatore ed ottenere il duplice risultato di contenimento dei prezzi da una parte e la garanzia di genuinità e freschezza del prodotto dall’altra. E’ quindi indispensabile sviluppare la produzione vicino ai luoghi di consumo ed orientare la grande distribuzione, la ristorazione privata e le mense di asili, scuole, ospedali e caserme, al consumo delle tipicità locali e al sostegno delle eccellenze del  “Made in Italy”. E’ con questi principi ispiratori che stanno nascendo in molti Comuni di Italia i  “Farmer’s  Marcket” o mercati del contadino, e in molti ristoranti i  “Menù a chilometri zero”.

Sezze, sotto questo profilo, gode di una situazione veramente invidiabile, perchè la  sua ricca gamma di produzioni agroalimentari offre eccellenze e  tipicità dal sapore unico ed inimitabile che solo i nostri terreni, per loro natura ed esposizione, sanno conferire. Non sono solo i carciofi o i broccoletti  ma è tutto il sistema agroalimentare setino, compreso frutta e prodotti  delle zootecnia, che meritano una rinnovata attenzione.          Il pane di Sezze ed i nostri dolci  si sono guadagnati nel passato una grossa fama di bontà, grazie al grano e ai prodotti di qualità superiore che il territorio ha saputo offrire. Negli ultimi anni, con la chiusura dei  mulini locali,  che  si accaparravano la gran parte della produzione, i pochi cereali di Sezze hanno preso altre strade, per essere destinati alla miscelazione e conferire più forza a quelli di  provenienza straniera, inferiori  per qualità alle nostre peggiori produzioni nazionali. Ciò ha fatto sì che il pane di Sezze, per quanto ancora ottimo, perdesse molto dell’originaria bontà e delle sue antiche caratteristiche organolettiche. Non poteva succedere diversamente, perché  è venuto meno quel legame con il territorio che lo rendeva particolare. Un ritorno di Sezze anche alla cerealicoltura, che metta a frutto i molti terreni incolti o abbandonati che si vedono nella nostra pianura è quindi prioritario, non solo per mangiare a Km zero o per la bontà del pane fatto con il grano di Sezze, che rappresenta l’ingrediente principe che altri non hanno e che non ha pari nella concorrenza, ma soprattutto perchè l'emergenza cibo mondiale farà presto sentire i suoi effetti anche in Italia, che  può contare al massimo su sette mesi di scorte di pane e pasta ottenuti con il raccolto nazionale di grano appena concluso.

L'eccessiva dipendenza dall'estero dell'Italia , voluta dalle politiche scellerate del passato, unitamente alla limitata disponibilità di scorte sul mercato mondiale, prefigura per noi un quadro preoccupante, aggravato dalla chiusura delle frontiere e dalle limitazioni delle esportazioni da parte di molti Paesi produttori a fronte dell'emergenza cibo. Si nutrono inoltre previsioni non ottimistiche sui raccolti mondiali, per l’alluvione nel Midwest in Usa (il granaio degli Stati Uniti), per la siccità in Australia e per il terremoto nel Sichuan in Cina. La maggiore richiesta di cereali o di prodotti dell’allevamento da parte di tre miliardi di persone dei paesi emergenti come la Cina e l’India, che ambiscono a una migliore alimentazione e quindi ad avvicinarsi ai consumi occidentali, renderà il frumento ed il mais, nell’immediato futuro, sempre meno disponibile e più prezioso. Non a caso le trattative Wto di Ginevra sul commercio mondiale falliscono  inciampando proprio sull’agricoltura. 

1935, una contadina si fa ritrarre durante la pausa della trebbiatura del grano


Sezze, 15 luglio 2008

Sezze: Città dello Sport

E stato distribuito  nei giorni scorsi un opuscolo dell’ Amministrazione Comunale di Sezze sul bilancio di previsione 2008 e pluriennale 2008/2010. Rappresenta indubbiamente un segnale positivo da parte del Comune di Sezze che vuole, con la dovuta trasparenza, informare i cittadini su come verrà speso il loro denaro.

Ci sarebbe tuttavia piaciuto che, come annunciato nelle più svariate sedi, fosse stato un bilancio partecipato, cioè con il contributo fattivo di tutte le forze sociali ed economiche che operano nel territorio.

Come Coldiretti, cioè come  rappresentanti  di una categoria  atavicamente avvezza a farsi i conti con le dita, per stabilire una scala di priorità alle proprie esigenze, non ci saremmo di certo tirati indietro ad un incontro costruttivo, pur in presenza di pochissime dotazioni finanziarie.

 Del resto, chi ha avuto la bontà e la pazienza di leggermi su questo sito, avrà capito che molti  articoli altro non rappresentano che le aspettative del mondo agricolo e del cittadino consumatore, a cominciare dalla cura del territorio rurale e dei suoi monumenti,  nella consapevolezza che un territorio ferito non giova a nessuno,dalla nuova multifunzionalità delle  aziende agricole e delle numerose  potenzialità  che queste possono esprimere come fornitrici di beni e servizi alla collettività, dai Farmers market o “mercati del contadino” non solo per accorciare la filiera dal produttore al consumatore ma anche per valorizzare e promuovere un vasto patrimonio di risorse naturali a volte insospettabili o dimenticate, presenti nel territorio.

Quella che ci stiamo sforzando di proporre all’attenzione politica è  un’agricoltura completamente diversa da quella del  passato. E’ l’agricoltura a basso impatto ambientale, multifunzionale, di qualità, radicata sul territorio e pronta alle sfide del mercato globale, un’agricoltura che trova nel consumatore il suo  alleato principale perché in grado di assicurare la sanità, qualità e la certezza dell’origine del prodotto alimentare. E’ l’agricoltura della sovranità alimentare,della tutela dallo strapotere delle multinazionali dell’alimentazione “macdonaldizzata” e dei cibi manipolati geneticamente, della tutela della piccola e media impresa agricola che riesce a competere sul mercato globale, grazie ai valori dell’identità dei prodotti e del territorio, con l’origine in etichetta come elemento competitivo vincente. E’ l’agricoltura che tutto il mondo ci invidia e lo dimostrano le numerose falsificazioni alimentari in tutto il pianeta del made in Italy, che si stimano in 50 miliardi di euro l’anno.

In questo bilancio, per quanto ci riguarda, traspare un comune denominatore con quelli del passato.  L’ agricoltura, la maggiore risorsa economica del paese,anziché essere valorizzata, viene ancora una volta mortificata ed abbandonata a sé stessa con € 33.000 per la  tradizionale Sagra del Carciofo e con  € 15.000 per Servizi  e innovazioni (?) come se fosse un’attività del tutto marginale.

Ci viene allora spontaneo chiederci cosa è prioritario per Sezze,  se un’agricoltura cui vengono destinati € 48.000, oppure i proventi dello sport, visto che per la sola manutenzione degli impianti sportivi, nel programma triennale, vi sono opere in cantiere per  € 6.350.000.

Non siamo assolutamente contrari alle attività sportive, che pure sono importanti, ma da bravi contadini e da attenti genitori, abbiamo sempre pensato che non  possiamo mandare i nostri figli in palestra se prima non siamo riusciti  a soddisfare le loro esigenze primarie.


Sezze, 20 giugno 2008

Notte di San Giovanni, riti e consuetudini d'altri tempi

La tradizione del 24 Giugno, legata a San Giovanni Battista, ha origini pagane e si perde nella notte dei tempi. (1) In questo giorno, coincidente con il solstizio (2) d’estate, il Sole (fuoco), secondo un’antica credenza babilonese ,si sposa con la Luna (dea dell’acqua) e la feconda. Dall’unione di questi due elementi contrastanti, nascono i riti e gli usi della rugiada e dei falò, presenti nella tradizione contadina e popolare, dell’intero bacino occidentale Il Cristianesimo si sovrappose a queste antiche celebrazioni, opponendovi la figura del Battista e sfruttando gli elementi caratterizzanti del Santo, che sono appunto il fuoco e l'acqua con cui Egli battezzava, così nel corso del tempo, il mischiarsi di tradizioni pagane con riti cristiani, hanno dato origine a credenze e fenomeni, rintracciabili (un po’ ovunque) in molte aree rurali. 

Nelle città e nella campagna di Roma, c’era la tradizione dei falò o dei Fuochi di S. Giovanni, ritenuti purificatori e propiziatori oltre che capaci di allontanare la malasorte. A Sezze, sebbene anticamente provincia di Roma, non abbiamo testimonianze di falò in questa notte, mentre ne abbiamo invece per i fuochi o “Faùgni di S. Giuseppe” (19 Marzo), che l’Associazione culturale setina Noi di Suso ha recentemente fatto rivivere con una bella festa in località Chiesa Nova. La rugiada o “guazza” di S. Giovanni, legata all’elemento acqua, la ritroviamo anche nella tradizione popolare sezzese. Questa rugiada sarebbe di benefico effetto su tutto ciò che bagna: ai fiori dona purezza e ne esalta il profumo, sugli uomini e sugli animali ha virtù miracolose, in grado di preservarli dalle malattie. Il fieno bagnato da questa rugiada, si può raccogliere ed accumulare nel fienile ancor prima che venga asciugato dal sole, contrariamente agli altri giorni dell’anno. Non solo non si guasterà ma conserverà intatte nel tempo, la sua freschezza e la sua fragranza. (3) Anche le erbe, raccolte bagnate dalla rugiada di questa notte, hanno un potere insolito: scaccerebbero ogni malattia e tutte le loro caratteristiche e proprietà sarebbero esaltate al massimo La notte di S. Giovanni e' legata anche a forme di divinazione che utilizzavano come base l’acqua. La divinazione più famosa che conosciamo consisteva nell’indovinare qualcosa sul futuro amoroso e matrimoniale dei giovani. 

Le ragazze da marito, ma anche i ragazzi, se desideravano conoscere il loro destino, dovevano, la sera del 23 giugno, rompere un uovo di gallina possibilmente bianca, e versarne l'albume in una bottiglia piena d'acqua, meglio se prelevata da sette fonti differenti, che, prima di andare a dormire, ponevano “alla serena” (4) , in modo che vi cadesse la rugiada di S. Giovanni. All’alba del mattino successivo dalle forme composte dall'albume nell'acqua, si traevano le previsioni sul futuro matrimonio. Ognuno, con un po’ di fantasia, poteva scorgervi qualcosa: degli oggetti, degli arnesi, una bella casa, una capanna, una nave o addirittura sembianze umane come, ad esempio, un contadino, un artista (5), un borghese ecc, e trarre previsioni sulla futura condizione sociale e matrimoniale. La ricorrenza di S. Giovanni era anche una buona occasione per rinsaldare i rapporti tra le persone con la “comparanza” , che come tutti sanno, in passato era molto sentita e cementava legami di amicizia, fraternità e solidarietà tra le famiglie. Quando non si poteva diventare padrini o madrine, perché esauriti i consueti modi “canonici”, si sopperiva facendosi cumparo o cummare San Giuvàgni. La sera della vigilia, la famiglia di colui che desiderava “accompararsi” preparava dei dolci (ciammellone, pizza d’ova, biscotti, croccanti, paste di visciole o di mandorle) che sarebbero stati donati l’indomani al futuro compare o comare. Questi ultimi, a loro volta, facevano altrettanto ricambiando il dono nella vicina ricorrenza dei Santi Pietro e Paolo (29 Giugno). Si era diventati così, compari di S. Giovanni.
Un’altra tradizione legata a questo Santo, importata sicuramente dalla Capitale, era quella di mangiare tutti insieme le lumache, in modo da scongiurare futuri litigi ed appianare i dissapori accumulati durante l’anno,soprattutto coniugali. Le lumache sono animali posti sotto la Luna e, secondo la tradizione, le loro corna portano discordia. Mangiandole in abbondanza e seppellendole nello stomaco, la discordia viene scongiurata, così come il rischio di essere traditi dai propri amati. Le osterie, per tradizione, servivano questo piatto ai non pochi gruppi di amici che ivi si recavano per mangiare lumache in abbondanza, tanta era la paura di diventare cornuti. Succedeva però che in alcune annate, particolarmente avare di pioggia, le lumache scarseggiavano e facevano trovare in seria difficoltà gli osti.. Per sopperire al male e presentare i piatti belli pieni, così come richiesti, usavano l’espediente di aggiungervi un bel po’ di lumache vuote, consumate cioè in precedenza. Ovviamente, avevano già pronta la risposta ad eventuali reclami. A conclusione del pasto, non potevano mancare in tavola le prelibate “ ficora S. Giuvàgni”, quelle che conosciamo ancora oggi, e che sono così chiamate perché maturano sempre nella ricorrenza del Santo, a prescindere dal decorso stagionale.
Note 
(1) - Una antica testimonianza scritta ci viene tramandata dai Fasti di Ovidio , scritti in occasione delle celebrazioni delle Palilie. 
(2) - Solstizio: deriva dal latino sol – solis (sole) e sistere (fermarsi) perché sembra che in questo periodo il sole si fermi, sorgendo e tramontando sempre allo stesso punto. 
(3) - Secondo tanti vecchi agricoltori, la rugiada di S. Giovanni preserverebbe meglio il fieno,contrariamente alle altre rugiade che ne sono invece dannose. Il fieno, infatti, va raccolto e ammucchiato nel fienile rigorosamente asciutto, ed ai giorni nostri non si fanno eccezioni, neanche per i Santi. (Meglio non rischiare!).
(4) – “Alla serena” : Sotto il cielo sereno, all’aperto.
(5) – Artista: Sin dalla Sezze medievale identificava l’odierno artigiano


Sezze, 9 giugno 2008

Sicurezza, è allarme anche in campagna

Il problema della sicurezza non riguarda solo la città ma anche le aree rurali dove è necessaria una azione di prevenzione per garantire un quadro di legalità diffusa in un tessuto sociale in rapido cambiamento.

Occorre rafforzare i presidi pubblici e le forze dell’ordine, nella campagna dove l’allarme sicurezza, è accentuato dalla situazione di isolamento in cui vivono cittadini e imprese e dalla circostanza che, per esigenze di produzione, molte cose restano spesso incustodite, soprattutto nelle ore  notturne. Una situazione preoccupante di fronte al moltiplicarsi in agricoltura di furti di trattori, motopompe, irrigatori, attrezzature varie, di estorsioni sotto forma di servizi o di guardiani alle aziende agricole, danneggiamento delle colture, macellazioni clandestine, truffe e tentativi di riciclaggio di utensili e oggetti rubati.  

Non esiste una statistica in merito, perché il più delle volte questi crimini non vengono neppure denunciati. Tanta è la sfiducia che si possa recuperare la refurtiva o che si possa comunque ottenere giustizia. A questi fenomeni si aggiungono quelli legati allo smaltimento illecito dei rifiuti. Non di rado si vedono autocarri scaricare nei cassonetti dell’immondizia materiali di ogni genere, a volte pericolosi o nocivi, che andrebbero invece smaltiti diversamente. Lo scempio viene amplificato dal conseguente cumulo delle buste di plastica dei r.s.u. che non  hanno più potuto trovare la loro giusta collocazione nel cassonetto. Ai cani e ai gatti il compito di completare l’opera con il riversamento nella strada e nelle aree circostanti. Non si può accettare che un settore che ha scelto con decisione la strada dell'attenzione alla sicurezza alimentare e ambientale, al servizio del bene comune, sia vittima di inquietanti fenomeni malavitosi che non solo umiliano l’uomo e il suo lavoro, privandolo degli strumenti necessari alla  produzione, ma anche mettono a rischio la sicurezza dei cittadini in termini economici, sanitari e ambientali.


Sezze, 11 aprile 2008

39a Sagra del Carciofo: Calano le superfici ma aumenta il successo ed il carciofo promuove Sezze  

Sono trascorsi ormai quasi quaranta anni dai tempi in cui  “Sagra” si coniugava con “abbondanza”.

C’era allora un  mercato spontaneo, improvvisato lungo le vie dello Scalo e nel piazzale, colorito di  compratori provenienti da ogni parte della Regione e d’Italia e di intermediari o mediatori come Bucalo, Cacazecchino, La Curiozza, Nzinza, Pallottone, Menelik, ecc.

Ogni azienda agricola di Sezze, piccola o grande che fosse, vi confluiva con la propria produzione di carciofi che faceva bella mostra di sè su carretti trainati da muli, su furgoni,  trattori con rimorchi e persino sull’ àpa.

“Co le carciòffele ci si fào le spose” si diceva, per significare che era una coltura da reddito.

Allora però, tranne rare eccezioni, tutta l’ agricoltura setina era un successo, e dopo i carciofi le colture di punta  erano  costituite da fagioli regina (borlotti), meloni, cocomeri, pomodori da industria per la Cirio, insalate, broccoletti ecc. La globalizzazione era ancora lontana e l’azienda agricola media era costituita da due a cinque ettari, in massima parte frazionate in più corpi.

Eppure con queste modestissime aziende, gli agricoltori di Sezze  riuscivano a tirare avanti la famiglia, a far studiare i propri figli, oltre che a “sistemarli” dignitosamente.

Oggi non sarebbe più possibile, ma questo è tutto un altro discorso. Serve però a spiegare lo sfruttamento intensivo dei terreni  e come la caduta a picco delle superfici investite a carciofo sia da addebitare soprattutto a questo. I carciofi infatti impegnano il terreno tutto l’anno, sono una coltura poliannuale e  pertanto di ostacolo a tanti ortaggi  che, al contrario, consentono nello stesso periodo e sullo stesso appezzamento fino a  tre o quattro raccolti l’anno.

Dai 1000 ettari di circa  40 anni fa, i carciofeti a Sezze sono scesi nel 2007 a poco meno di 200 ettari, come attestano i rilevamenti satellitari effettuati per conto di Agecontrol.  

Una superficie sostanzialmente stabile negli ultimi tre anni e sicuramente superiore a quella che  immaginavamo.

Altra concausa del calo della superfici va ricercata nella concorrenza dei carciofi romaneschi del Nord Africa, soprattutto in fatto di precocità, ma non di qualità, quasi sempre spacciati come provenienti da Battipaglia  o addirittura dalla Sicilia o dalla Sardegna. In verità, la produzione di carciofi romaneschi in queste due regioni è veramente molto esigua, mentre  invece forte è, assieme alla Puglia, quella dell’altro tipo di carciofi, i cosiddetti  “carciofi  di ogni mese”, come lo spinoso sardo o il pugliese.

Qualche cifra spiega meglio di qualsiasi argomentazione il calo delle superfici: nei primi anni 70 da un ettaro a carciofo si ricavava una produzione lorda vendibile di circa 8 milioni di lire mentre le spese di produzione a mala pena toccavano il milione. Niente male per un anno di lavoro.

Oggi la produzione lorda vendibile di un ettaro coltivato a carciofi si colloca mediamente intorno ai 4.000 euro, con spese che tallonano i ricavi.

 Per comprendere che cosa si poteva acquistare nel 1972 con 8 milioni di lire, basti pensare che  un auto sportiva di media cilindrata ( tipo Alfa Romeo Gt1600 oppure Fiat 124 sport 1600) costava intorno ai due milioni di lire e che uno stipendio medio era di circa  200 – 250.000 £. mensili

E’ da sottolineare inoltre che con la quasi totale scomparsa dei contadini “sezzesi veraci” è venuta scemando anche tra la popolazione agricola la tradizione e la cultura di questa coltura. Poco o niente è valso il riconoscimento IGP nel 2001 della Comunità Europea.

Anche se la Sagra del Carciofo di Sezze non si identifica più con l’abbondanza, il suo successo non è venuto meno, anzi è notevolmente aumentato negli ultimi anni, perché il legame del carciofo con il suo territorio  è indissolubile e rappresenta un patrimonio culturale di grande valore da tutelare.

La Sagra del Carciofo costituisce un momento di incontro con i cittadini consumatori  e permette non solo di apprezzare le caratteristiche di tutti i prodotti della nostra terra, ma anche di ritrovare il piacere di antichi sapori, di riscoprire i valori della civiltà contadina, di cui è permeata la nostra storia, la nostra cultura e le nostre tradizioni, di riscoprire il nostro territorio con tutte le sue ricchezze naturali, artistiche e culturali.


Sezze, 28 marzo 2008

La "bufala" della mozzarella di bufala campana

Si dice “campana” perché viene prodotta in Campania per circa il 90%, ma la Comunità Europea ha esteso il riconoscimento DOP (Denominazione di Origine Protetta) a un territorio più vasto comprendente il Basso Lazio, dove Sezze è rappresentato con un discreto numero di allevamenti, sino al Foggiano. E’ un prodotto simbolo del Made in Italy alimentare ed occupa il quarto posto, per importanza e consumi, nella graduatoria dei nostri formaggi DOP. Il 16% della produzione viene esportata  nei Paesi Europei ma si sta estendendo in Russia ed in altri  Paesi extra europei come Corea del Sud, Giappone e Taiwan, gli stessi che sembrano aver deciso il blocco o le restrizioni delle importazioni, per la presenza di diossina oltre il limite, in attesa di chiarimenti. Ciò ha provocato un effetto valanga sulle vendite anche in casa nostra , con un calo sino al 60% e con una perdita di oltre 40 milioni di euro. Le barriere commerciali nei confronti della mozzarella di bufala, altro non sono che il primo effetto  dei danni provocati all’agricoltura dall’emergenza rifiuti in Campania. La situazione è, a dir poco, preoccupante e rischia di avere un impatto economico ed occupazionale  ben più rilevante di quello della vendita della compagnia di bandiera Alitalia. Infatti la mozzarella di bufala offre opportunità di lavoro  a circa ventimila persone con una produzione stimata in circa 33.000 tonnellate.

Gli accertamenti effettuati dal Ministero della Salute nei caseifici e nelle aziende agricole della provincia di Latina hanno avuto tutti esito negativo, mentre invece limitate positività sono state riscontrate in Campania dove sono stati sottoposti a sequestro cautelare 25 caseifici dei130 controllati, in attesa di ulteriori accertamenti delle fonti di inquinamento. L’antimafia sta indagando sulle cosche mafiose, proprietarie di allevamenti e caseifici, le stesse che per decenni hanno inquinato il territorio con discariche abusive di rifiuti pericolosi

La situazione sembrerebbe  quindi completamente sotto controllo e, come afferma una nota dell’I.N.R.A.N. (Istituto Nazionale Ricerca Alimenti e Nutrizione)  non esiste alcun pericolo che possano essere immesse sul mercato mozzarelle con diossina oltre i limiti. Nel frattempo,sono circa due milioni le tonnellate di “falsa” mozzarella Made in Italy prodotta nel mondo che rischiano di sostituire sugli scaffali di vendita il prodotto originale danneggiato dalle restrizioni commerciali e dalla psicosi che si sta diffondendo a livello internazionale

Molti ricorderanno  la nube tossica di diossina, sprigionatasi nel 1976 da un reattore dello stabilimento ICMESA di Severo e i danni devastanti provocati agli uomini e all’ambiente, con effetti da “day after ” ancora oggi tangibili. Quindi questa dichiarata presenza di “diossina entro i limiti” potrebbe allarmare i più, alla quale certamente  preferirebbero  una “diossina assente”, ma occorre purtroppo dire che siamo costretti a subirla, seppure in quantità infinitesimali, quindi innocua, in quasi tutti i nostri alimenti e nell’aria che respiriamo. La diossina è la sostanza chimica con il più alto contenuto tossico, creata dall'uomo come sottoprodotto dannoso di alcune reazioni chimiche. Si dovrebbe cercare di minimizzarne l'emissione a livelli molto bassi, ma la “diossina assente”  è una pura utopia. Se dovessimo intenderla veramente assente, si dovrebbe eliminare qualsiasi forma di riscaldamento con combustibile fossile, interrompere la circolazione delle auto, chiudere tutte le fabbriche, perché generano tutte delle quantità, anche se infinitesimali, di diossina e tracce di altre sostanze nocive che vengono diffuse nell'atmosfera, nel suolo, sulle colture,  sino a raggiungere le falde acquifere. E, per ultima cosa, ma non per questo meno importante, si dovrebbe fermare la natura, perché la natura stessa produce diossina dalla combustione naturale e dal legno.


Sezze, 7 febbraio 2008

Giovani e obesi: salute e longevità a rischio

Il crollo del 20 per cento nei consumi familiari di frutta e verdura avvenuto negli ultimi cinque anni mette a rischio la salute degli italiani ed occorre intervenire soprattutto nelle giovani generazioni per promuovere adeguati stili di vita alimentari. E' quanto è emerso in occasione dell'edizione 2008 dell'iniziativa “Le arance della salute”, promossa dall'Associazione italiana  per la Ricerca sul Cancro, con la distribuzione in 2700 piazze italiane di arance per raccogliere fondi per la ricerca. Pane, pasta, frutta, verdura, olio extravergine e il tradizionale bicchiere di vino consumati a tavola in pasti regolari hanno consentito agli italiani  di conquistare fino ad ora il record della longevità con una vita media di 77,2 anni per gli uomini e di 82,8 anni per le donne, nettamente superiore alla media europea.

Un successo che è messo a rischio dai comportamenti alimentari delle giovani generazioni dove, parallelamente al minor consumo di ortofrutta, aumenta quello di merendine e bibite gassate con elevato contenuto di grassi, zuccheri, sale e calorie che fanno aumentare i casi di obesità giovanile ed i rischi per la salute. Oggi in Italia si stima, da  studi della Coldiretti, che un ragazzo su tre abbia problemi di sovrappeso o obesità con una percentuale che è tra le piu' elevate in Europa. Secondo quanto emerso dall'ultimo Congresso Internazionale sull'Obesità cè il rischio concreto che i ragazzi delle nuove generazioni, per la prima volta nella storia, potrebbero essere i primi ad avere una vita più breve dei propri genitori per colpa delle malattie causate dall'obesità e dal soprappeso che sono un importante fattore di rischio per molte malattie come i problemi cardiocircolatori, il diabete, l'ipertensione, l'infarto e certi tipi di tumori.

Occorre intervenire  nelle case e nelle scuole con una maggiore attenzione ai menu', anche delle mense, dove deve essere garantita la presenza di cibi sani come i prodotti tradizionali e la frutta e verdura locale che troppo spesso mancano dalle tavole delle giovani generazioni. Un obiettivo che può  essere incentivato anche con l'aiuto dei nuovi distributori automatici di frutta e verdura snac, che negli ultimi tempi si stanno diffondendo un po’ ovunque e dove è possibile acquistare frutta fresca, disidratata o spremute senza aggiunte di zuccheri o grassi come alimento rompi-digiuno per una merenda sana alternativa al “cibo spazzatura”. Una iniziativa che la Coldiretti intende sostenere anche nelle scuole, dove si riscontra un crescente interesse tra studenti e professori.

anno 2008