AGRICOLTURA DA SALVARE

a cura di Vittorio Del Duca

anno 2007

Salviamo la nostra risorsa principale

Sezze, 17 dicembre 2007

I granai della memoria 

In sei degli ultimi sette anni, il mondo ha consumato più cereali di quanti ne abbia prodotto e i magazzini del mondo sono vuoti.. Le cause vanno ricercate nei cambiamenti climatici e nell’effetto serra che hanno portato a una sensibile diminuzione delle rese delle produzioni oltre alle aumentate richieste di cereali da parte dei Paesi emergenti. Una volta si diceva pericolo di carestia, oggi è un pò diverso.

Se i Cinesi decidessero ad esempio di consumare una sola birra in più a testa all’anno, bisognerebbe produrre 370.000 ton di cereali in più, pari a 80.000 ettari di terreno coltivabile, cioè circa 8 volte l’intera superficie del Comune di Sezze. Non basta!  Se i consumi aumentano, avvicinandosi a quelli dell’Occidente ricco, se cioè le bistecche cominciano a piacere anche in Asia e già oggi i consumatori cinesi da soli spiegano il 35 – 40% del maggior consumo mondiale di carne, il problema diventa serio: si rischia il collasso alimentare, a spese delle popolazioni più povere del pianeta, perché per ogni Kg di bistecca bovina ce ne vogliono sette di cereali, e, pur di far arrivare bistecche ed hamburger a prezzo basso nel mondo del benessere, i grandi Paesi produttori come Stati Uniti, Australia, Sud America, producono mais e mangimi in modo intensivo, spesso transgenico, sottraendo terre alle coltivazioni dei cereali per l’alimentazione umana a favore di quella animale e a scapito del cibo per le popolazioni dei Paesi più poveri.

Tutto questo perché allevamento significa frigorifero, nel senso che dal latte ai formaggi, dalle uova allo yogurt, dal gelato ai salumi, dalla bistecca al dietetico pollo, i due terzi del contenuto del frigorifero del mondo ricco, da New York a Pechino, dipendono dal granturco per l’allevamento animale.

A ciò dobbiamo aggiungere la necessità di colture “no food” per i biocombustibili. La corsa ad utilizzare il granturco per fare l’etanolo  parte dagli USA, che rappresentano il 40% del raccolto mondiale e il 70% delle esportazioni di mais e , mentre lo scorso anno gli agricoltori nord- americani hanno destinato ai biocarburanti solo il 16% del loro granturco, il prossimo anno questa quota salirà al 30%, grazie agli incentivi di Bush, contagiando anche altri grandi Paesi del mondo,alle prese con gravi problemi ambientali.

Essendo la terra coltivabile sempre la stessa, se si produce per le auto e per gli animali, automaticamente diminuisce la produzione alimentare destinata agli uomini.

La FAO calcola  che nei prossimi dieci anni, i Paesi emergenti importeranno il 25% in più di frumento,il 16% in più di mais e soia, il 100% in più di carne bovina, il 70% in più di latte in polvere. Di conseguenza anche i prezzi aumenteranno, con il rischio di affamare ancora di più le popolazioni più povere.

Ma la domanda di fondo resta una: Ce ne sarà per tutti?

La sapienza contadina, attraverso i secoli ha selezionato naturalmente nei più disparati ambienti, decine e decine di varietà di mais, come di altre specie vegetali, addomesticandole ed adattandole alle singole realtà pedoclimatiche.

Le coltivazioni intensive dei cereali hanno però ridotto le produzioni a due o tre varietà, inondando poi il mercato solo di queste specie, quelle su cui si sperimentano gli OGM, quelle per le quali è stato raddoppiato il prezzo e delle quali ora si vogliono brevettare anche i semi, rompendo antichi sistemi di coltivazione, il legame con la terra e distruggendo la cosiddetta “biodiversità”, cioè quelle varietà  che crescevano adattandosi alle terre e ai climi, in grado quindi di sfamare Paesi, Comunità, città intere, perché in armonia con la natura di quei luoghi.

L’armonia con la natura è un fatto importante perché noi stessi ne facciamo parte e non dobbiamo influire su di essa. Un esempio recente: dopo lo tsunami, il mare, ritirandosi, aveva salato tutte le risaie della costa orientale dell’India. Era impossibile coltivarle. I contadini hanno però scoperto che esisteva una varietà di riso resistente al sale, l’hanno piantata ed hanno salvato i raccolti.

Noi, di fronte a un problema come questo pensiamo subito alla scienza, agli OGM, invece la sapienza contadina sapeva che al problema esisteva già il rimedio.

Sono i magazzini della memoria, o meglio i granai della memoria quelli che conoscono la terra e sanno tradizionalmente cos’è la biodiversità, nata proprio per sfamare l’umanità (*).

Ma invece di aumentare, la biodiversità nel mondo diminuisce progressivamente.  In quest’ultimo secolo, secondo Slow Food(**), si sono estinte 300.000 varietà vegetali e continuano a estinguersi, al ritmo di una ogni sei ore. LEuropa ha perso l’80% e gli USA il 93% delle proprie diverse qualità vegetali ed animali, e sulla terra si è già estinto o è in via di estinzione 1/3 delle razze autoctone bovine, ovine e suine e ci si nutre per il 95%  solo con una trentina di varietà vegetali ed animali.

Eppure ancora oggi,  850 milioni di persone soffrono di denutrizione, segno che l’agricoltura intensiva e chimica non ha risolto i problemi dell’umanità, non ha sfamato il pianeta, lo ha inquinato, ha cancellato identità culturali di interi popoli e ha drasticamente ridotto la diversità che comunque rimane un pilastro forte, anche se spesso vilipesa e non tenuta in giusta considerazione. Rafforzarla non significa fare un’economia residuale ma una macroeconomia. Tante economie piccole, con molte persone che partecipano, che lavorano, che spendono il loro tempo, che ci mettono passione, realizzano una macroeconomia di proporzioni straordinarie.

La biodiversità, quindi, oltre ad essere una risorsa per molte comunità del mondo, allarga il numero di vitamine e proteine disponibili, affiancando quelle più diffuse e conosciute, diventando alternativa valida alle coltivazioni intensive dei soliti prodotti alimentari.

Se si salda la biodiversità al recupero delle tradizioni e dei granai della memoria contadina, alla scienza e alla tecnologia rispettosa della natura, ad una più equa distribuzione delle risorse alimentari e perché no, al gusto riscoperto dei prodotti, si potrà salvare il pianeta dalla fame.

NOTE

- (*) – Alcuni esempi locali di biodiversità sono rappresentati dai carciofi e dai broccoletti di Sezze mentre tra le più importanti varietà estinte nel territorio di Sezze si ha memoria del granturco agostano (perché raccolto in agosto) detto anche “Mondraone”, quello delle paludi alte che si raccoglieva in settembre – ottobre  detto“lo spadone” e quello delle paludi basse che si raccoglieva a novembre- dicembre chiamato “la Befana”. Se i nostri antenati non avessero selezionato queste varietà, capaci di adattarsi all’acqua stagnante della palude, sicuramente non avrebbero potuto sfamare le loro famiglie. Quasi sempre il granturco di palude, quello che si prestava, per la gioia dei bambini, anche per fare “le signòre”,( il pop corn sezzese), veniva raccolto e trasportato, cioè  “ricacciato”, con delle speciali imbarcazioni costruite in loco, chiamate “sandali”. Per contrapposizione alle “signòre”,  quella  parte di granella  di mais che al fuoco  non diventava pop- corn, veniva chiamato “i pezzenghi”, cioè pezzenti.

 

- (**)  Slow Food: E’ un’associazione internazionale no profit nata in Italia nel 1986: oggi coinvolge 40.000 persone in Italia e più di

80.000 nel mondo, in 130 Paesi dei cinque continenti. Nata come risposta al dilagare del fast food e alla frenesia della fast life, Slow Food studia, difende e divulga le tradizioni agricole ed enogastronomiche di ogni angolo del mondo, per consegnare il piacere di oggi alle generazioni future. Si batte per i diritti dei popoli alla sovranità alimentare, contro l’omologazione dei sapori, contro l’agricoltura massiva, gli ogm e difende la biodiversità. Collabora con la Col diretti.


Sezze, 10 dicembre 2007

Cambiamenti climatici: Sezze non sfugge a "Trapogne*

I cambiamenti climatici si sono fatti sentire sulle produzioni agricole 2007 con una riduzione record della maggior parte dei raccolti. A Sezze gli ortaggi hanno fatto registrare un calo della superficie investita non inferiore al 25%per cento, imputabile in maniera congiunta sia alla stagione secca che al caro petrolio che ha reso i costi di irrigazione non sostenibili. In campo  nazionale si registrano  flessioni nella produzione di olio di oliva (-17% per cento), del vino (-12 per cento), frutta e agrumi (-5,4 per cento)Queste riduzioni record dei raccolti si sono manifestate dopo che l'inverno scorso e la primavera successiva hanno fatto segnare i rispettivi primati stagionali degli ultimi 200 anni per l'elevata temperatura, mentre l'estate si è classificata, per il caldo, nella top ten dei due secoli sulla base delle analisi preliminari dell'Istituto di Scienze dell'atmosfera e del clima del Cnr (Isac-Cnr). I cambiamenti climatici, quindi, oltre a  provocare una riduzione delle terre coltivate sono responsabili del calo delle rese produttive a fronte di una domanda sempre più crescente di prodotti alimentari a base di latte e carne da parte di paesi emergenti come India e Cina, ma anche nello sviluppo dei biocarburanti ottenuti dalle coltivazioni agricole. (Analisi OCSE). Questa crescente domanda non può che segnare la fine di un epoca di prodotti agroalimentari a buon mercato, e, dopo un lungo periodo con prezzi in continua riduzione, si registrerà da questo momento in poi una inversione di tendenza strutturale.

Gli effetti dei cambiamenti climatici strutturali potranno inoltre provocare una perdita di competitività delle nostre produzioni che fondano buona parte del loro successo sul territorio e sulla buona cucina. L'aumento delle temperature sta provocando infatti anche una migrazione dei prodotti tipici verso nord. L’olivo  è arrivato, ad esempio, quasi a ridosso delle Alpi, dove prima non esisteva, mentre le prime arachidi sono state raccolte nella Pianura Padana dove si coltivano grandi quantità di pomodoro e di grano duro per la pasta. Ma i cambiamenti climatici in corso si manifestano anche con la più elevata frequenza di eventi estremi con sfasamenti stagionali, incendi devastanti, precipitazioni brevi,scarse o insufficienti oppure con una singola precipitazione alluvionale e con un maggiore rischio di gelate tardive. Nella pianura setina è dal mese di Aprile che non cade una pioggia di una certa consistenza e le ripercussioni sulle riserve idriche sono abbastanza evidenti  Il livello dell’ acqua nei pozzi artesiani per uso irriguo è risultato di m.1,73 più basso di quello rilevato nel medesimo periodo del 2005.

Le cosiddette piogge australi, che da sempre hanno  caratterizzato il territorio pontino nel periodo autunnale, soprattutto  a Novembre, sembrano un lontano ricordo. Non ci vuole inoltre molto spirito di osservazione a notare come il livello dell’acqua nei fiumi e nei canali sia inusuale per questo periodo. Per rendersene conto basta gettare uno sguardo al fiume Linea, quello che si attraversa al semaforo della Storta mentre andiamo a Latina.

Gli agricoltori si trovano alle prese con l’aumento dell'incidenza di infezioni fungine e dello sviluppo di insetti  “stranieri”, che si sono acclimatati sul nostro territorio ed hanno sviluppato una forte resistenza agli insetticidi, come i ragni rossi, gli eriofidi delle ortive, il punteruolo delle palme, comparso la prima volta a Sabaudia nell’autunno scorso e  allargatosi quest’ anno in tutta la provincia di Latina, in modo evidente a Sezze (vedasi ad esempio al monumento). Si tratta di processi che rappresentano una nuova sfida per l'impresa agricola che deve interpretare il cambiamento e i suoi effetti sui cicli delle colture, sulla gestione delle acque e sulla sicurezza del territorio. Un impegno che va accompagnato  da una maggiore decisione nel raggiungimento degli obiettivi fissati per il nostro paese dal protocollo di Kyoto anche con lo sviluppo di alternative energetiche che l'agricoltura è in grado di offrire, soprattutto con il prezzo di un greggio destinato a superare abbondantemente la soglia dei cento dollari al barile.  

*“Stare a trapogne” è un antico modo di dire, tipico della vallata di Suso, per significare che si sta indugiando, perdendo tempo prezioso e facendo poco o nulla. Stamo trapognenne”: Stiamo solo perdendo tempo.


Sezze, 20 novembre 2007

Inflazione: cala il grano ma non il pane e la pasta

Il prezzo del grano a ottobre si è ridotto almeno del 10 per cento rispetto al mese precedente e non offre quindi alibi a ulteriori rincari del pane e della pasta, che dovrebbero al contrario diminuire. E' quanto stima la Coldiretti in riferimento ai dati sull'andamento dell'inflazione a ottobre che e' salita secondo l'Istat al 2,1 per cento per effetto tra l'altro degli aumenti del pane (+10,3 per cento) e della pasta (+ 6,4 per cento). Un aumento, sul quale stanno indagando Antitrust e Procura di Roma, che ha contribuito a determinare il calo record nei consumi di pane con una riduzione in quantità del 7,4 per cento mentre si riducono sostanzialmente anche quelli di pasta di semola che fanno registrare una riduzione del 4,5 per cento, sulla base delle elaborazioni Coldiretti su dati Ismea Ac Nielsen relativi agli acquisiti domestici degli italiani nei primi otto mesi dell'anno. Una ripresa dei consumi potrebbe essere favorita dal contenimento dei listini anche se l'esperienza del passato dimostra - precisa la Coldiretti - che alla diminuzione delle materie prime agricole non fa seguito una diminuzione dei prezzi al dettaglio che invece, come benzina e gasolio, tendono sempre ad aumentare: negli ultimi venti anni il prezzo del pane è aumentato del 419 per cento a fronte di una sostanziale stabilità del grano. Peraltro il prezzo moltiplica di circa dieci volte nel passaggio dal grano in campagna al pane dal fornaio a dimostrazione del fatto che - continua la Coldiretti - nella forbice dei prezzi tra la produzione e il consumo c'è abbastanza spazio per recuperare diseconomie e garantire una adeguata remunerazione agli agricoltori senza aggravare i bilanci delle famiglie. 

Per superare in futuro le difficoltà di approvvigionamento sollevate dall'industria occorre - sostiene la Coldiretti - abbandonare comportamenti di acquisto speculativi sul mercato internazionale per scegliere la strada della programmazione di filiera, alla quale l'agricoltura italiana può rispondere positivamente grazie alla flessibilità introdotta con la riforma della politica agricola comune. L'andamento divergente tra prezzi alla produzione e quelli al consumo - sottolinea la Coldiretti - riguarda anche altri prodotti come i derivati del maiali cresciuti in Italia per effetto del crollo del 10 per cento del compenso riconosciuto agli allevatori nelle stalle al quale non ha fatto seguito una analoga riduzione dei listini per i consumatori. Il prezzo di 1,2 euro al chilo per il maiale - precisa la Coldiretti - moltiplica per cinque se si acquista la braciola, per dieci se si compra il salame e per oltre venti volte se è il prosciutto a finire nella busta della spesa, con l'effetto che gli acquisti familiari di carne suina e salumi si sono ridotti del 5,1 per cento nel 2007. Una situazione insostenibile per allevatori e consumatori che è alla base della mobilitazione della Coldiretti che Giovedì 15 novembre dalle ore 10.00 in piazza Santo Stefano a Bologna ha promosso “ il giorno del maiale” a Bologna per contrastare il caro prezzi dalla stalla alla tavola e rendere trasparente l'origine di prosciutti, salami e braciole.


Sezze, 1 novembre 2007

Collaborazione Avis - Coldiretti: LIBERI DA OGM

Siamo contrari all’introduzione in Italia di ogm e ci batteremo contro i forti tentativi di quelle multinazionali, che sotto certi aspetti hanno già schiavizzato l’agricoltura e i consumatori in nome della globalizzazione e che vogliono imporci il loro business di ogm a tutti i costi, a danno della salute e dell’ambiente.

Il 70 % dei donatori di sangue ritiene che gli organismi geneticamente modificati (OGM) negli alimenti potrebbe avere conseguenze negative sulla salute mentre per il 55 per cento un'alimentazione con prodotti di qualità e certificati è importante per continuare ad esercitare il nobile gesto della donazione di sangue. E' quanto è emerso da una indagine descrittiva presentata dall'AVIS al Forum internazionale dell'Agricoltura e dell'Alimentazione di Cernobbio organizzato dalla COLDIRETTI nel corso del quale è stato siglata una intesa tra le due piu' grandi associazioni nei rispetti settori, all'insegna dei valori della solidarietà e della difesa della salute.

La collaborazione tra AVIS e COLDIRETTI, inoltre, è rafforzata dalla comune convinzione che un'alimentazione sana e corretta, in cui giochino un ruolo significativo i prodotti di qualità della nostra terra, non possa che far bene alla salute dei donatori di sangue e aumentarne il numero. “Da sempre - commenta il presidente di AVIS Nazionale, Andrea Tieghi - la nostra associazione è attenta a diffondere il messaggio della donazione all'interno delle più diverse categorie professionali. Storicamente, già dagli anni Venti, quando AVIS è stata fondata, i primi nuclei di donatori di sangue appartenevano al mondo dell'agricoltura e dell'industria, ambiti in cui erano fortemente radicati i valori dell'altruismo e della solidarietà”. “Abbiamo aderito - prosegue Tieghi - alla campagna Liberi da OGM, come suggeritoci da Coldiretti, con l'intento di far conoscere meglio ai nostri donatori la problematica degli organismi geneticamente modificati e aprire una seria discussione sui pro e i contro. La nostra principale preoccupazione è infatti garantire la salute dei nostri donatori e per questo desideriamo approfondire una tematica su cui una buona parte di essi (circa il 20 %) dimostra di non avere alcuna conoscenza”.

Esiste un stretto legame tra salute ed alimentazione che l'agricoltura italiana contribuisce a rafforzare grazie ai primati conquistati nella qualità e nella sicurezza che vanno difese dai tentativi di omologazione e di standardizzazione al ribasso.Il significato dell'intesa Avis/Coldiretti sta proprio nell'impegno a sostegno di un bene comune indispensabile per il benessere di tutti i cittadini. La sensibilità verso i bisogni degli altri  è un patrimonio condiviso con gli agricoltori che hanno la responsabilità di custodire nel tempo le ricchezze della natura, dalle quali dipende la vita ed il benessere dell'intera società.


Sezze, 15 ottobre 2007

Farmers Market come Piazza D'Erba a Sezze 

Consumando  un pasto con prodotti locali e di stagione si risparmia energia e si genera la metà delle emissioni di gas ad effetto serra come l'anidride carbonica.  Sulla base dei dati elaborati dalla Coldiretti è emerso che, consumando prodotti locali e di stagione, una famiglia può risparmiare fino a 1000 chili di anidride carbonica l'anno poiché, ad esempio, per trasportare con l'aereo a Roma un chilo di mele dal Cile con una distanza di 13mila km si liberano 18,3 kg di CO2 e si  consumano 5,8 chili di petrolio Il risparmio energetico a tavola è dunque anche una risposta agli effetti dei cambiamenti climatici, che può essere aiutata dalla differenziazione delle formule di vendita e degli stili di consumo, per privilegiare gli alimenti prodotti localmente. C'è un numero crescente di consumatori  che vuole acquistare prodotti freschi, naturali, del territorio, che non devono percorrere grandi distanze con mezzi inquinanti e subire  lunghi tempi di trasporto ,a scapito della bontà e della freschezza, prima di giungere sulle tavole. 

Favorire in città l'apertura di mercati gestiti direttamente dagli imprenditori agricoli delle campagne, i cosiddetti Farmers Market, risponde alla crescente domanda dei consumatori per combattere la moltiplicazione dei prezzi, di assicurarsi prodotti di qualità e di limitare l'inquinamento ambientale.Sulla base di esperienze in altri Paesi, dove i Farmers Market sono ampiamente diffusi, si calcola che anche in Italia  potrebbero raggiungere una quota fino al 15 per cento del mercato alimentare.

Sezze, con la sua Piazza d’Erba, nel passato anticipò gli odierni Farmers Market. I più grandicelli ricorderanno ancora  come  questa piazza fosse gremita, ogni mattina, soprattutto il sabato, di contadine provenienti  dalla vallata di Suso, dagli orti intorno al paese, dalla campagna sottostante oppure dai paesi limitrofi, per vendere ogni genere della loro produzione (carciofi, broccoletti, misticanze,insalate, verdure varie, frutta,polli, uova, conigli,salcicce,ricotte, formaggi, gioncate ecc). Una bella e benefica tradizione che meriterebbe di essere rivitalizzata nel contesto di  un progetto di rilancio di tutto il centro storico.


Sezze, 10 settembre 2007

UNESCO: la dieta mediterranea patrimonio dell'umanità 

Come la laguna di Venezia, i trulli di Alberobello, il Machu Picchu, Notre Dame, la Statua della Libertà  o  la grande barriera corallina, anche la dieta mediterranea sta per entrare nella lista del patrimonio dell'umanità nell'Unesco, per il valore storico che ha assunto questo modello alimentare negli stili di vita e per i benefici per la salute dimostrati scientificamente. Lo rende noto la Coldiretti  nel riferire con soddisfazione l'iniziativa del Governo spagnolo ufficializzata alla Commissione europea che ha appoggiato pienamente la proposta.

L'iniziativa del Governo Zapatero - si sottolinea alla Coldiretti - ha un valore straordinario per l'Italia che è il Paese simbolo di questo tipo di cucina e dove più radicata è la cultura alimentare fondata sui principi della dieta mediterranea, con primati raggiunti nelle principali produzioni base come la frutta, la verdura e la pasta e con posto d'onore nella UE per vino e olio di oliva, dietro rispettivamente alla Francia e alla Spagna. La dieta mediterranea è infatti basata sul consumo di alimenti ricchi di fibre  come cereali, legumi, frutta e verdura, di olio d'oliva e di pesce ed è unanimemente riconosciuta come dieta sana e nutriente , utile per contrastare l'invecchiamento cellulare e le malattie cardiovascolari. 

Pane, pasta, frutta, verdura,  olio extravergine e il tradizionale bicchiere di vino consumati a tavola in pasti regolari hanno consentito agli italiani di conquistare il record della longevità con una vita media di 77,2 anni per gli uomini e di 82,8 anni per le donne, nettamente superiore alla media europea. Ma non solo. In un'Europa dove l'obesità rischia di diventare una malattia sociale, gli italiani si aggiudicano  il primato dei meno grassi, con la migliore forma fisica tra tutti i cittadini europei grazie proprio a una alimentazione fondata sulla dieta mediterranea che ha garantito il miglior rapporto tra peso e altezza, calcolato in base a un indice di massa corporea comunitario. L'italiano con una altezza di 1,681 metri è inferiore di soli un paio di centimetri alla media europea di 1,699, ma ha un peso di 68,7 chili nettamente inferiore alla media comunitaria di 72,2 chili che garantisce il primato nell'indice di massa corporea (peso/altezza) con 0,408 rispetto a 0,425, secondo l'ultima indagine Eurobarometro sulla salute e l'alimentazione della Commissione Europea.

Se il rispetto dei principi della dieta mediterranea ha salvato gli adulti, problemi sono stati rilevati per le nuove generazioni tanto che  i casi di obesità o sovrappeso riguardano il 36 per cento dei ragazzi attorno ai dieci anni, il valore più alto dell'Unione Europea dove si stima, sempre da fonte Coldiretti, che 400mila ragazzi perdano ogni anno la forma fisica con oltre 14 milioni di giovani considerati soprappeso (dei quali tre milioni obesi). Far entrare la dieta mediterranea nella lista del patrimonio culturale e immateriale dell'umanità all'UNESCO rappresenta dunque anche una opportunità per una sua divulgazione più vasta a vantaggio della salute di tutti i cittadini.

Una opportunità che va accolta difendendo l'identità e le caratteristiche tradizionali dei prodotti base della dieta mediterranea. Per questo occorre rendere obbligatoria l'indicazione dell'origine dei prodotti in etichetta e fermare in Italia il disegno  di ottenere  ulivi, vite, pomodoro, melanzana, fragola, ciliegio, agrumi e kiwi geneticamente modificati (OGM) che peraltro causerebbe danni economici e di immagine irrimediabili al Made in Italy. 
La dieta mediterranea è una parte del patrimonio culturale, storico, sociale, territoriale e ambientale nazionale da molti secoli ed è strettamente legata allo stile di vita dei popoli mediterranei nel corso di tutta la loro storia. I prodotti caratteristici della dieta mediterranea coincidono con i prodotti Made in Italy più emblematici ed il loro peso economico all'interno della produzione agroalimentare nazionale è estremamente elevato.


Sezze, 5 settembre 2007

Prezzi: a settembre rincari al consumo senza alibi 

L'andamento dei prezzi nelle campagne non offre alibi concreti agli aumenti di prezzo registrati per i prodotti alimentari in questo settembre, con incrementi percentuali compresi  tra il 10 e il 20 per cento in piu' per la pasta, tra il 20 e il 30 per cento in piu' per le farine, tra il 10 e il 20 per cento in piu' per il latte a lunga conservazione e oltre il 20 per cento per il burro. Attualmente viene riconosciuto alla stalla un prezzo del latte di 0.33 euro il litro destinato a moltiplicarsi per quattro dalla stalla allo scaffale mentre il costo del grano è lo stesso di venti anni fa, nonostante l'inversione di tendenza dopo anni di continui cali. Dei circa 467 Euro al mese che ogni famiglia destina per gli acquisti di alimenti e bevande solo il il 19 per cento (circa € 88) va alle imprese agricole.Il resto ( 81%) è diviso tra commercio e industrie agroalimentari.

 Importi ancora piu' bassi si registrano per prodotti derivati dai cereali base come pane, pasta fresca e dolci dove il prezzo dal campo al consumo si moltiplica rispettivamente per 15, 20 e 70 secondo una indagine della Coldiretti.  Per ogni euro speso in pasta fresca non più di 5 centesimi servono per pagare il grano prodotto dagli agricoltori a conferma di come sia strumentale imputare ai prodotti agricoli la responsabilità di aumenti così rilevanti al consumo. Vale la pena ricordare che con un chilo di grano dal prezzo di circa 20 centesimi al chilo si riesce a produrre con la trasformazione in farina e con l'aggiunta di acqua, un chilo di pane che viene venduto ai cittadini a valori variabili da 2,5 Euro al chilo per il pane comune a 5 Euro e oltre per i pani più elaborati, con prezzi ancora molto più alti per i dolci. Ma i rincari non trovano giustificazione neanche in una presunta mancanza di prodotto Made in italy in quanto secondo l'ultima rilevazione Ismea  la produzione di frumento duro nel 2007 in Italia è aumentata rispetto allo scorso anno dello 0,9 per cento per 4,13 milioni di tonnellate, mentre per il grano tenero l'aumento è dello 0,6 per cento per una produzione di 3,23 milioni di tonnellate .

 Il rischio è che gli allarmi, oltre a frenare lo sviluppo di energie alternative determinanti per combattere i cambiamenti climatici in atto, servano  a coprire la volontà di aumentare le importazioni dall'estero di prodotti da spacciare come Made in Italy a fini speculativi, in assenza di una adeguata informazione in etichetta. Peraltro in Italia si registrano pesanti ritardi nello sviluppo di energie alternative provenienti dalle coltivazioni agricole nazionali e, ad oggi, non c'è neanche l'ombra di biocarburanti nei distributori nonostante gli obiettivi fissati dalla finanziaria, che prevede che i biocarburanti come il biodiesel o il bietanolo ottenuti dalle coltivazioni agricole debbano essere distribuiti in Italia nel 2007 in una quota minima dell'uno per cento di tutto il carburante (benzina e gasolio) immesso in consumo. Ciò significherebbe la messa a coltura in Italia di 273mila ettari di terreno a colza o girasole a fini energetici. Si tratta di valori da incrementare nel tempo di cinque volte per raggiungere l'obiettivo fissato dall'Unione Europea di utilizzare i biocarburanti per sostituire il 5,75 per cento dei carburanti derivanti dal petrolio necessari per trasporti.

I biocarburanti derivano dalle coltivazioni agricole che l'agricoltura italiana produce in abbondanza, in particolare Il bioetanolo  viene prodotto tramite processi di fermentazione e distillazione di materiali zuccherini, amidacei o sottoprodotti come cereali, barbabietola da zucchero e prodotti della distillazione del vino, mentre il biodiesel deriva dall'esterificazione degli oli vegetali ottenuti da colture come il colza e il girasole. Con il biodiesel  è possibile ridurre dell'80 per cento le emissioni di idrocarburi  policiclici aromatici e del 50 quelli di particolato e polveri sottili mentre con il bioetanolo si riducono le emissioni di idrocarburi aromatici come il benzene del 50 per cento e di oltre il 70 per cento l'anidride solforosa, mentre cali più contenuti si hanno anche per il particolato e per le polveri sottili .

LA MOLTIPLICAZIONE DEI PREZZI DAL CAMPO ALLA TAVOLA

grano duro 0, 20 euro/chilo pane 3 euro/chilo                             aumento di 15 volte

grano duro 0,20 euro/chilo              pasta fresca  4 euro/chilo               aumento di 20 volte

grano duro 0,20 euro/chilo dolci 14 euro/chilo                           aumento di 70 volte


Sezze, 13 luglio 2007

Difendiamo il made in Italy e l'agricoltura italiana

Enorme la partecipazione alla manifestazione della Coldiretti a Bologna

Siamo partiti da Sezze con due pullmann turistici alla volta di Bologna. Non ci aspettavamo qui una presenza  così cospicua tanto da riuscire a stupire  noi stessi e a  mandare in tilt lo staff organizzativo. Siamo giunti in tanti, dal  nord al sud  della penisola, con aerei, navi, treni speciali, pullmann, per dare un segnale chiaro e tangibile dell’inquietudine che regna nelle campagne e della forte voglia di salvare l’ agricoltura.

Abbiamo avuto la riprova, qualora ce ne fosse stato ancora bisogno, della grande  famiglia e della grande  forza che la Col diretti rappresenta ed esprime nel tessuto sociale del Paese,

Bologna,  si è rivelata da subito sin troppo piccola  e Piazza Maggiore troppo stretta per accoglierci tutti.

  Immediati i cambiamenti di programmi dello staff organizzativo, resisi indispensabili perché alla nostra manifestazione  si sono uniti  cittadini consumatori e mamme che condividono le nostre scelte e che, come noi, desiderano per i loro  figli e per se stessi un’alimentazione sana, con cibi sani di cui è certa la provenienza nazionale. Abbiamo chiesto che  l’origine dei prodotti sia ben  specificata in etichetta e che non si permetta che prodotti cinesi di bassa qualità, importati  per pochi spiccioli  dalle industrie trasformatrici, vengano   immessi sul mercato e spacciati a caro prezzo come “made in Italy”, truffando i consumatori e l’agricoltura italiana.

Lo Stato non può e non deve consentire questa “truffa legalizzata”. I consumatori devono essere consapevoli dell’origine del prodotto che intendono acquistare e fare la loro scelta. Abbiamo manifestato, tra gli altri motivi, perché non ci piace la decisione del Ministro per le Politiche Agricole, Paolo Di Castro, di consentire la presenza di Ogm  in molti prodotti base dell’alimentazione nazionale, compreso quelli dell’agricoltura biologica.

Tanti cittadini e tante mamme hanno voluto indossare i nostri cappellini e le nostre magliette gialle, poi insieme a noi hanno sfilato  lungo Via della Indipendenza e Via dei Mille. Insieme abbiamo colorato Bologna, non solo di giallo ma anche di speranze. La manifestazione non  è finita a Bologna. E’ stato solo un punto di partenza, sta continuando a Roma, a Montecitorio, con una sit-in di tre giorni e se si renderà necessario continueremo ancora occupando porti ed altri punti strategici per lo smistamento della merce proveniente dai Paesi emergenti e non conforme alle norme di sanità europee. Da tutto questo auspichiamo che il Ministro per le Politiche Agricole faccia un passo indietro e si renda finalmente conto che continuando su questa strada non cura certo gli interessi dell’agricoltura e dei cittadini consumatori, ma quelli delle multinazionali e dell’industria agro-alimentare.


Sezze, 6 luglio 2007

"Giù le mani dalla qualità italiana"

Manifestazione dell'11 luglio: a Bologna scendono in piazza gli agricoltori

Appuntamento alle ore 10,00 in Piazza 8 Agosto partenza del corteo per Piazza Maggiore
LA SEZIONE COLDIRETTI DI SEZZE ORGANIZZA DEI PULLMANN PER
RAGGIUNGERE BOLOGNA: PRENOTATEVI IN TEMPO UTILE TELEFONANDO IN SEZIONE AL NUMERO 0773- 88 75 68 (orari di ufficio)

Possono partecipare tutti: cittadini , mamme, giovani, studenti, pensionati. Dobbiamo andare per difendere il made in Italy dall’inquinamento OGM e dalle importazioni selvagge dai Paesi emergenti, esigendo l’obbligo di indicare in etichetta l’origine degli alimenti. La più grande manifestazione promossa dagli agricoltori negli ultimi anni. È stata deliberata dal Consiglio nazionale della Coldiretti, su proposta del presidente Sergio Marini, che ha fissato l’appuntamento a Bologna l’11 luglio a partire dalle ore 10,00 in Piazza 8 Agosto dalla quale si muoverà il corteo per Piazza Maggiore dove sarà allestito un megapalco. Alla manifestazione parteciperanno gli agricoltori della Coldiretti provenienti dalle campagne di ogni regione con auto, pullman, treni speciali, aerei e navi.
Nella capitale dell’agroalimentare italiano gli agricoltori insieme a cittadini, mamme, giovani e studenti manifesteranno contro il tentativo di standardizzare e omologare verso il basso la qualità dell’agricoltura italiana per asservirla ad un modello di sviluppo produttivistico, contrario all’interesse delle imprese, dell’ambiente e dei consumatori. “Ministro, giù le mani dalla qualità italiana” è lo slogan di una manifestazione necessaria per difendere i primati dell’agroalimentare italiano, e con essi la salute dei cittadini, la qualità dell’ambiente e il reddito delle imprese agricole. Il maldestro tentativo di cancellare la legge sull’obbligo di indicare in etichetta l’origine degli alimenti per favorire le importazioni, il via libera all’invecchiamento artificiale del vino con i trucioli e la proposta di sperimentare gli Ogm in prodotti base dell’agroalimentare nazionale, sono solo gli ultimi esempi delle decisioni assunte dal Ministro delle Politiche Agricole Paolo De Castro sul quale gravano anche le pesanti responsabilità dei ritardi nell’attuazione di praticamente tutte le misure previste in finanziaria per il settore. Dal decreto per le nuove società agricole a quello per la gestione assicurativa delle calamità atmosferiche e per le crisi di mercato, dalla vendita diretta degli agricoltori alle intese di filiera fino al mancato sviluppo delle energie pulite dalla campagna necessarie per contrastare i cambiamenti climatici, diversificare le fonti di approvvigionamento e alleggerire il peso delle bollette su tutti i cittadini. Il Ministro deve sapere che noi siamo la nuova agricoltura italiana e che rappresentiamo la parte forte e pulita di questa società. Deve sapere che non siamo soli: ci guardano con sempre maggiore attenzione e simpatia i consumatori, tutti i cittadini che si preoccupano dell’ambiente, le mamme che guardano alla salute e al futuro dei loro figli Possono partecipare tutti: cittadini , mamme, giovani, studenti, pensionati. Dobbiamo andare per difendere il made in Italy dall’inquinamento OGM e dalle importazioni selvagge dai Paesi emergenti, esigendo l’obbligo di indicare in etichetta l’origine degli alimenti. La più grande manifestazione promossa dagli agricoltori negli ultimi anni. È stata deliberata dal Consiglio nazionale della Coldiretti, su proposta del presidente Sergio Marini, che ha fissato l’appuntamento a Bologna l’11 luglio a partire dalle ore 10,00 in Piazza 8 Agosto dalla quale si muoverà il corteo per Piazza Maggiore dove sarà allestito un megapalco. Alla manifestazione parteciperanno gli agricoltori della Coldiretti provenienti dalle campagne di ogni regione con auto, pullman, treni speciali, aerei e navi.
Nella capitale dell’agroalimentare italiano gli agricoltori insieme a cittadini, mamme, giovani e studenti manifesteranno contro il tentativo di standardizzare e omologare verso il basso la qualità dell’agricoltura italiana per asservirla ad un modello di sviluppo produttivistico, contrario all’interesse delle imprese, dell’ambiente e dei consumatori. “Ministro, giù le mani dalla qualità italiana” è lo slogan di una manifestazione necessaria per difendere i primati dell’agroalimentare italiano, e con essi la salute dei cittadini, la qualità dell’ambiente e il reddito delle imprese agricole. Il maldestro tentativo di cancellare la legge sull’obbligo di indicare in etichetta l’origine degli alimenti per favorire le importazioni, il via libera all’invecchiamento artificiale del vino con i trucioli e la proposta di sperimentare gli Ogm in prodotti base dell’agroalimentare nazionale, sono solo gli ultimi esempi delle decisioni assunte dal Ministro delle Politiche Agricole Paolo De Castro sul quale gravano anche le pesanti responsabilità dei ritardi nell’attuazione di praticamente tutte le misure previste in finanziaria per il settore. Dal decreto per le nuove società agricole a quello per la gestione assicurativa delle calamità atmosferiche e per le crisi di mercato, dalla vendita diretta degli agricoltori alle intese di filiera fino al mancato sviluppo delle energie pulite dalla campagna necessarie per contrastare i cambiamenti climatici, diversificare le fonti di approvvigionamento e alleggerire il peso delle bollette su tutti i cittadini. Il Ministro deve sapere che noi siamo la nuova agricoltura italiana e che rappresentiamo la parte forte e pulita di questa società. Deve sapere che non siamo soli: ci guardano con sempre maggiore attenzione e simpatia i consumatori, tutti i cittadini che si preoccupano dell’ambiente, le mamme che guardano alla salute e al futuro dei loro figli


Sezze, 26 giugno 2007

La vendita diretta in azienda

Rafforzare il legame con il territorio fa bene alla salute e all’anima

LAgricoltura sta vivendo una fase di riorientamento delle imprese verso il consumatore finale.

La politica ha seguito questo evolversi della società,cercando di rispondere alle  nuove esigenze con il D.L. 228/2001 per orientare e modernizzare il settore agricolo ( legge di orientamento di ispirazione Coldiretti).

Piccoli ma significativi tessuti di imprese stanno ora scegliendo di scommettere sulla multifunzionalità, sulla genuinità, sulla sicurezza alimentare, sulla qualità dei prodotti, sulla salvaguardia dell’ambiente rurale.

Lo scopo è di riscoprire il rapporto città – campagna, avvicinando il produttore al consumatore, con vantaggi reciproci. I consumatori desiderano, da un lato nutrirsi con prodotti di qualità, di cui sia  chiara la provenienza e la modalità di produzione, dall’altro contenere i prezzi di acquisto. I produttori sono consapevoli della necessità di commercializzare meglio le proprie produzioni, ottimizzando i costi e valorizzando la qualità, la stagionalità, la freschezza, per assicurare un valore aggiunto al proprio bilancio. Sia il mondo della produzione che quello del consumo, a  fronte della globalizzazione e  delle importazioni selvagge dai Paesi emergenti, ricercano sicurezza alimentare, tracciabilità, trasparenza e garanzia di un prodotto che sia legato al territorio, alla propria cultura e alla propria tradizione. Cominciano così ad apparire in questo segmento di mercato,  aziende agricole di eccellenza, che meritano di essere incoraggiate e sostenute.

La vendita diretta in azienda, risponde  anche alla necessità di favorire le importanti ricadute culturali che, questo fenomeno, inevitabilmente comporta. La conoscenza degli agricoltori e del loro lavoro, il legame dei prodotti con il territorio di origine sono infatti degli elementi che si stanno lentamente perdendo e che rappresentano invece un patrimonio culturale di grande valore da tutelare. In questo senso si devono muovere iniziative volte a creare un incontro tra cittadini consumatori e agricoltori, che permetta non solo di apprezzare meglio le caratteristiche dei prodotti, ma anche di ritrovare il piacere di antichi sapori, di riscoprire i valori della civiltà contadina, della tradizione, del territorio con le sue ricchezze naturali, artistiche e culturali.

Acquistare direttamente dal produttore offre l’opportunità di riscoprire cos’è l’agricoltura oggi, quali sono i ritmi naturali, le modalità di coltivazione, portando così a casa, insieme al prodotto acquistato, anche un pezzo di natura e di cultura. Venire in azienda con i propri bambini, riscoprire insieme aspetti del passato, dimenticat,i o forse mai conosciuti, una chioccia che cura i suoi  pulcini proteggendoli teneramente con le sue ali, un’anatra che nuota nel torrente con i suoi paperotti alla ricerca del cibo, la natura nel suo eterno rinnovarsi con il  rifiorire delle stagioni, sono tutte cose che non possono non fare bene. Alla salute e all’anima.


Sezze, 14 giugno 2007

Multifunzionalità dell'agricoltura: un bene Comune

Opportunità integrate di sviluppo del territorio e di rilancio dell’Agricoltura

Un’ Agricoltura moderna che vuole rigenerare sé stessa e il territorio, all’interno del quale opera, contribuendo allo sviluppo locale senza dimenticare le esigenze legate al proprio reddito, non può non fare i conti con quella che oggi viene definita la multifunzionalità dell’impresa agricola. E’ un concetto innovativo e importantissimo che permette la valorizzazione del territorio, delle sue produzioni e  di tutte le sue risorse, fermamente voluto da Coldiretti e recepito dalla Regione Lazio attraverso il Piano di Sviluppo Rurale 2007 – 2013. Le imprese agricole sono oggi abilitate a svolgere in maniera congiunta, oltre la tradizionale funzione economica e produttiva di beni alimentari, anche altre funzioni a carattere ambientale e sociale che producono beni e servizi competitivi sul mercato, in grado di rispondere ai bisogni della società e quindi del cittadino consumatore (vendita diretta dei prodotti, fattorie didattiche, agriturismo ecc). Inoltre, con il termine di multifunzionalità si intende la produzione di beni e servizi “pubblici” (aria buona, bel paesaggio, minore inquinamento, ecc) che normalmente non hanno un mercato e quindi un prezzo e di conseguenza necessitano di una remunerazione adeguata che non può non venire in questi casi dal settore pubblico. Si pensi alla manutenzione dei parchi e dei giardini comunali, alla cura delle siepi e dei bordi  stradali, della collina, del patrimonio boschivo che, grazie alla presenza umana verrebbe tutelato dal flagello degli incendi, alla cura del  patrimonio storico e culturale ( ad es.  gli Archi di S.Lidano, quel che resta dell’antica Via Setina, le Grotte, I Tempi, ecc). tutto deturpato da arbusti  erbacce e detriti. La conclamata realizzazione del Parco dei Lepini e la sua successiva manutenzione può passare attraverso le imprese agricole multifunzionali.

Multifunzionalità significa anche produzione di Bioenergie ( ricavate dal mais, girasole, soia ecc) con innegabili positività su territorio e ambiente, mirate al raggiungimento degli obiettivi del protocollo di Kyoto ed al pareggio del bilancio di anidride carbonica, basato sul principio che il quantitativo di CO2  emesso con la combustione vegetale equivale al quantitativo che verrà poi riassorbito dalle piante stesse. Probabilmente non tutte le imprese agricole,oggi, sono in grado da sole di produrre bioenergie: un aiuto può allora venire dalla partnership con il Comune, che sfruttando i contributi comunitari a fondo perduto,  può incentivare la diffusione e la produzione di biocarburanti, biocombustibili e biomasse,  attraverso l’utlizzazione di materie di origine agricola .(Un futuro sviluppo della SPL, ad  esempio, potrebbe passare attraverso questo percorso). Un esempio operativo è quello del Comune di Roma, con l’accordo di programma su “Biodiesel per il trasporto pubblico a Roma e nel Lazio” che consentirà, entro due anni, di viaggiare a Roma e nel Lazio su autobus alimentati a Biodiesel. Hanno sottoscritto l’accordo, voluto da Comune di Roma e Regione Lazio, il mondo della produzione agricola (Coldiretti, Cia, ecc) quello della trasformazione (Ama e Enel) e quello degli utilizzatori finali ((Trambus e Atac) permettendo così di entrare nel “ vivo” della fase di realizzazione della filiera dei biocarburanti, dove produttori e consumatori stabiliranno quali colture avviare, come trasformarle utilizzando sia gli oli derivanti da colture oleaginose, sia oli esausti di uso domestico provenienti dalla raccolta differenziata.

 Gli Archi di San Lidano: Agri Archeo Cultura      (foto di Vittorio Del Duca)

Tutto ciò si traduce in opportunità di reddito per l’agricoltura, riduzione dell’inquinamento nel territorio e alternativa alle inquinanti Centrali Turbogas che, al contrario, bruciano migliaia di tonnellate di carburanti di origine fossile, eruttando nell’atmosfera particolato finissimo ed invisibile, dagli effetti dirompenti tanto per la salute dell’uomo quanto per quella degli animali e per l’ambiente. Il ventaglio di possibilità offerte dalla multifunzionalità dell’Agricoltura deve trovare però una risposta e uno strumento moderno e concreto che consenta alle imprese di trasformare tutto ciò in opportunità di reddito aggiuntivo e, nel contempo, che permetta al territorio ed alla sua comunità, di realizzare una progettualità di sviluppo locale e territoriale in grado di produrre crescita e qualità della vita, partendo dal presupposto che un territorio “ ferito”non porta reddito alle imprese né giovamento ad alcuno. Per questi obiettivi è necessario che il Comune istituisca un “Registro delle Imprese Multifunzionali” (RIM), una sorta di albo che raccolga  tutti gli imprenditori che hanno abbracciato il concetto di multifunzionalità ed in tale direzione abbiano organizzato le loro imprese (Vendita diretta, agriturismo, fattorie didattiche, servizi, manutenzione del territorio, energie verdi, altre specializzazioni).

L’obiettivo è quello di avvicinare il mondo agricolo alle esigenze del cittadini e dei consumatori e di uno strumento per l’amministrazione comunale per avere una mappa delle imprese a cui attingere per la fornitura di servizi e prodotti e per una visione globale delle specificità multifunzionali delle imprese per la realizzazione di piani di sviluppo territoriali. Se sul territorio già esistono realtà imprenditoriali multifunzionali, compito dell’amministrazione sarà quello di valorizzare l’esistente, diversamente sarà quello di creare i presupposti per avviarle, oltre a prevedere fondi in bilancio per l’affidamento della manutenzione del territorio ad imprese agricole. La diffusione di un RIM nelComune o in unioni di Comuni potrebbe rappresentare realmente un opportunità di sviluppo per il territorio e di valore aggiunto per le imprese agricole che divengono così ambasciatrici del territorio per far conoscere ed apprezzare i prodotti, la cultura ed i valori del mondo rurale e della civiltà contadina. Coldiretti intende lavorare e confrontarsi per promuovere questo progetto, per dare forza al territorio con uno sviluppo ecocompatibile e per dare più valore all’impresa agricola. Un progetto che fin d’ora potremmo chiamare “la multifunzionalità dell’Agricoltura: un bene COMUNE”.


Sezze, 1 giugno 2007

La Coldiretti saluta il nuovo Sindaco  

Ill.mo Sig. Sindaco del Comune di Sezze

Dott. Andrea Campoli

In qualità di Presidente della Sezione Coldiretti di Sezze sono ad esprimerLe, anche per conto della Federazione Provinciale di Latina, le più sincere, amichevoli ed affettuose felicitazioni per la Sua bella ed imponente affermazione alla carica di Sindaco del Comune di Sezze. Le auguro buon lavoro, ma soprattutto la serenità necessaria per poter onorare il mandato di Primo Cittadino con rigore, professionalità ed umanità, doti che possiede e che sono state determinanti per la raccolta dei consensi nella recente tornata elettorale.

Con la certezza che saprà dare un contributo importante e proficuo anche per l’affermazione di idee e progetti nuovi nell’interesse dell’economia agricola setina.

Cordiali saluti

 Vittorio Del Duca

 (Presidente della Sezione Coldiretti di Sezze)


Sezze, 25 maggio 2007

Le speranze dell'Agricoltura da queste elezioni

Assodato che l’Agricoltura costituisca ancora la principale risorsa del paese, non esiste candidato di queste elezioni che non se ne occupi, magari scaricando notizie da internet o rispolverando dalla soffitta programmi elettorali stantii che mal si adattano ad un’agricoltura in continua evoluzione. Così, pseudoacculturati, eccoli alla conquista dei voti “agricoli” tentando di surclassare in materia  persino le organizzazioni  professionali del settore, proponendo ricette che per l’agricoltura sono come i “cavoli a merenda”.  Più o meno come gli assessori ai Settori Produttivi recenti e meno recenti e, speriamo non futuri, che hanno occupato, retribuiti,  le poltrone comunali. Riecco allora che spunta la Centrale Ortofrutticola e, per di più, nel dismesso sito della ex Monte Amiata. A parte alcune considerazioni economiche e funzionali che farebbero preferire un altro sito (bonifica amianto / acquisizione dall’Arsial / recupero edilizio) c’è soprattutto da chiedersi se oggi l’Agricoltura ne avesse  davvero  bisogno o se invece, con le poche risorse a disposizione, non fosse il caso di dare priorità a progetti più innovativi ed in sintonia con gli indirizzi di politica comunitaria e nazionale. La smobilitazione delle industrie di trasformazione nel territorio pontino e altrove, unitamente alla  chiusura degli allevamenti bovini e ovini hanno spinto i produttori ad investire nell’unica via percorribile, quella delle colture ortive per il mercato del fresco, con il risultato di ingolfare i mercati e produrre eccedenze, a tutto danno dei loro bilanci. A questo aggiungiamo le importazioni di ortaggi che giungono trasformati, a prezzi stracciati, dai Paesi emergenti, ed il quadro è delineato.

Esiste quindi un’assoluta necessità  sul territorio di far  regredire la superficie investita indiscriminatamente ad ortaggi, orientando le aziende verso la multifunzionalità, la tipicità e specificità dei prodotti e nello stesso tempo ricondurre l’Agricoltura a diversificare le produzioni. Come?

C’è una grandissima richiesta mondiale di energia, soprattutto non inquinante. Gli orientamenti comunitari, che hanno dato vita ai Piani di Sviluppo Rurali regionali, sono chiari e  improntati in massima parte allo sviluppo delle Bioenergie, cioè alle colture no-food e alle misure agro-ambientali. Oltre a quelle destinate all’imprenditoria, in particolare quella giovanile, di assoluto rilievo sono le misure dell’asse 3 e 4 sui piani integrati territoriali, che prevedono per gli Enti, come i Comuni, la possibilità di società di partnariato con l’agricoltura anche per la produzione  delle  Bioenergie, cui sono destinate ingenti quote di finanziamenti comunitari. Sono senza dubbio valide alternative alle  inquinanti centrali turbogas di cui tanto si discute.

Inoltre, mezzo chilo di mais e un chilo di olio di girasole sono sufficienti per produrre 100 sacchetti di bioplastica non inquinante. Non è fantascienza ma è  realtà operativa. A Terni, infatti, esiste già la prima bioraffineria italiana, grazie alla tecnologia Novamont, alla collaborazione con Coldiretti e a prodotti dell’Agricoltura nazionale privi di ogm. Le bioplastiche rappresentano un’opportunità che l’Agricoltura offre allo sviluppo sostenibile. In Italia vengono consumate annualmente 300 mila tonnellate di plastica tradizionale per sacchi e sacchetti di ogni genere ottenuti con il consumo di 200 mila tonnellate di petrolio che potrebbero essere sostituiti da prodotti biodegradabili, mettendo a coltivazione 200 mila ettari di terreno, con una riduzione dell’emissione di 400 mila tonnellate di anidride carbonica in meno. Un dato che giustifica anche la differenza di costo di soli 3 cent in più per il sacchetto biodegradabile. Esiste spazio anche per Sezze.

Queste sono solo alcune delle opportunità offerte per il rilancio dell’Agricoltura ma per realizzarle occorre soddisfare alcune condizioni, prima fra tutte la volontà politica e, in secondo luogo, ma non per questo meno importante, le capacità degli uomini a gestire tali processi. L’Agricoltura è molto importante per Sezze e  la  specificità del suo carattere meriterebbe qualche considerazione in più, a partire dalla istituzione di un Assessorato alle politiche agricole e di uffici competenti per lo sviluppo di tali politiche, sollevando dall’impegno il generico e tuttofare Ufficio dei settori produttivi.                         (nella foto braccianti anni '70)


Sezze, 10 maggio 2007

I carciofi di Sezze nella cucina d'elite giapponese

Una delegazione giapponese di chef, guidati dalla Dott.ssa Nagamoto, direttrice del giornale nipponico di cucina italiana  “Il Cesto”, è giunta in visita nel nostro Comune, presso l’Azienda agricola Del Duca Vittorio di Via Fontana  Acquavviva, per conoscere il luogo di produzione dei carciofi Romaneschi di Sezze, già apprezzati  a Tokio, da diversi anni,  nella cucina d’elìte.

 

La delegazione, giunta in Italia alla ricerca di piatti tipici , si è mostrata particolarmente attenta ai prodotti regionali del Lazio, ai quali  è loro intenzione  dedicare diverse pagine del  giornale.

Nella cornice del giardino dell’Azienda agricola Del Duca, la Dott.ssa. Nagamoto e i suoi collaboratori, hanno potuto così degustare i carciofi di Sezze, cucinati  secondo la tradizione sezzese nelle sue diverse ricette. Oltre ai carciofi  e carciofini sott’olio sono stati presentati ai visitatori altri prodotti tipici locali tra i quali, apprezzatissimo il pane e i dolci di Sezze, fatti  con il grano prodotto nella stessa Azienda agricola

La Sigra Del Duca ha illustrato con dimostrazioni pratiche e fatto esguire agli chef nipponici, la cucina  dei carciofi romaneschi secondo la tradizione setina.

E’ nostra intenzione -  ha dichiarato soddisfatta  la Dott.ssa Nagamoto-  craare dei percorsi enogastronomici  in Italia, attraverso i quali indirizzare la nostra clientela, perché molti vostri prodotti, come i  carciofi e il pane di Sezze, sono unici e rappresentano per noi prelibatissime eccellenze che vogliamo importare e diffondere maggiormente nella nostra Nazione.


Sezze, 10 aprile 2007

Il carciofo romanesco di Sezze (Cynara Carduncolus S.)

Un’ eccellenza sulle nostre tavole e un patrimonio di cultura, storia e tradizioni che occorre valorizzare e rilanciare.

Correva l’anno Domini 1050 nell’abbazia di S. Cecilia , sita a 32 stadi (1) dall’antica Setia e fondata qualche anno prima dal monaco cassinese Lidano d’Antena, divenuto in prosieguo nostro Santo  Patrono,  primo bonificatore di quella parte del territorio Pontino (circostante l’abbazia) che andrà poi con il nome di Quarto S.Lidano (2). Erano carciofi quelli apparsi nell’orto dell’abbazia, tra piante di fave, broccoletti e farzarape? (3)  Chi li aveva portati sino qui ?  C’erano sempre stati? Permane il dubbio che la verità non si trovi addirittura nella leggenda, per cui Giove, in uno scatto d’ira, tramutò  la sfortunata Cynara in carciofo, per la sola colpa di non essersi concessa al re degli dei!

L’origine del carciofo, come per tutto ciò che è nobile, è avvolta in un alone di mistero che le ricerche non sono riuscite ancora  del tutto a dissolvere. Alcuni autori farebbero risalire l’inizio della coltivazione del carciofo nel Lazio al tempo degli Etruschi. Secondo il prof. Giuliano Montelucci (4) (cfr  Pignatti S.) (5), il carciofo sarebbe originario del bacino occidentale del Mediterraneo, essendo sconosciuto ad Egizi ed Ebrei mentre fu noto agli Etruschi in quanto, in alcune tombe della necropoli  di Tarquinia, sono state trovate raffigurazioni di foglie di carciofo, dipinte sulle pareti. Tale autore, attribuisce l’opera di addomesticamento della specie, proprio agli Etruschi. Le imponenti coltivazioni tra Civitavecchia e Tolfa sino alle vicinanze di Cerveteri con le estreme propaggini sino a Sezze e Priverno, avvalorerebbero tali ipotesi.

Le prime notizie della coltivazione a Sezze risalirebbero all’epoca romana, quando l’antica Setia fu trasformata in avamposto dai Romani. Descritti nell’antichità da Teofrasto (Historia plantarum), da Plinio il Vecchio (Naturalis Historia) e Columella (De rustica), i carciofi sembrano poi scomparsi, nessuna notizia certa sino al 1466, quando da Napoli furono portati a Firenze da  Filippo Strozzi e da allora il XV secolo è ritenuto quello della rinascita del carciofo, che, in pochi decenni, divenne una presenza abituale negli orti di molte regioni d’Italia, deliziando i palati dei fortunati commensali.

A Sezze li ritroviamo nel periodo della Bonifica di Pio VI, con l’escavo del Canale Linea (la cosiddetta Linea Pio), attraverso il quale, venivano trasportati da Foro Appio sino a Terracina, a mezzo di speciali barche, chiamate sandali (6), trainate a riva da cavalli o muli (7).

La coltivazione del carciofo a Sezze, ebbe il periodo di massima diffusione nell’immediato dopoguerra, raggiungendo quota 1500 ettari. Un detto setino recitava “ Coi carciofi ci si fanno le spose”, ad indicare la sua buona redditività. La produzione scese a poco meno di 1000 ettari nel 1973 e a 400 ettari nel 1984. Da allora la superficie è andata progressivamente scemando, in linea con la scomparsa del mercato spontaneo dello Scalo, sostituito dalle Cooperative, non sempre gradite a larga parte dei produttori, che avrebbero preferito, invece, la vendita diretta sul mercato.. Nel 2001, il carciofo romanesco del Lazio, viene riconosciuto dall’Unione Europea come specie protetta,  con il marchio IGP e va a collocarsi  tra le 153 eccellenze italiane. Un grande patrimonio di cultura, storia e tradizioni che il comitato organizzativo di questa 38° Sagra del carciofo di Sezze si prefigge di valorizzare e rilanciare.

(1) – Unità di misura greca corrispondente a 600 piedi, cioè circa  200 metri.

(2) – Sac. Costantino Aiuti – VITA DI S.LIDANO – Tip. nell’Orf. Di S.Maria degli Angeli – Roma 1907

(3) – La descrizione dell’orto è immaginaria, ma non per questo inverosimile perché la regola Benedettina imponeva  pasti frugali a    base di zuppe con verdure, proibendo del tutto, salvo casi eccezionali, le carni

(4) – Il prof. Montelucci, deceduto nel 1983, fu mio professore di Geobotanica  presso l’Università “La Sapienza” di Roma, oltre che Presidente fondatore della Sezione Laziale della Società Botanica Italiana.

(5)- Pignatti Sandro -1982 Flora d’Italia- Ed agricole, Bologna

(6) – I sandali adoperati erano dello stesso tipo di quelli comunemente in uso per la raccolta del granturco,  quando la palude,sopravanzando a causa delle piogge autunnali precoci, sommergeva le piantagioni  

(7) – Tradizione orale        


Sezze, 17 marzo 2007

L'agricoltura è "una questione banale" !!?
Il senatore Udc Francesco D'Onofrio, intervenendo al Senato sul voto di fiducia posto dal Governo Prodi, ha dichiarato tra l'altro, applaudito da tutta la Cdl, che il Governo di centro sinistra ha subito due sconfitte decisive sulla politica estera;  ". non questioni banali,non cavolfiori, non la coltivazione delle barbabietole, sulle quali il Governo può anche perdere il voto di maggioranza, ma questioni decisive della politica estera italiana: il rapporto con gli Usa, con l'Unione Europea e con l'Onu." Come cittadino e agricoltore non posso non sentirmi indignato di fronte a questa visione spenta sui problemi della società e del Paese, che  vuole relegare un settore vitale dell'economia, qual è l'agricoltura, ad un ghetto, definendola "una questione banale".
Il senatore D'Onofrio, oltretutto, ci sembra lontano dalla tradizione del suo partito, che ha radici in quella DC, che all'agricoltura ci teneva sino al punto da litigare con la Spagna per "un cespo d'insalata". Se avessero continuato a farlo anche gli altri, credo che non saremmo arrivati alla crisi agricola odierna, ed il Paese iberico non ci avrebbe certo sorpassato per dinamismo ed export agroalimentare. L'Italia ha subito un forte ridimensionamento della bieticoltura con la chiusura di 14 stabilimenti da 19 che erano (il primato assoluto nell'U.E.), e chi coltiva cavolfiori, non ha di certo dormito sogni tranquilli, sia perché il quadro climatico ha sconvolto le date di raccolta degli ortaggi, della frutta e i relativi consumi, sia perché non si può battere la concorrenza delle importazioni dai Paesi emergenti, dove la gente muore di fame e lavora da mattina a sera per il corrispettivo di un tozzo di pane.
Tutto ciò ha causato un disastro economico, sociale ed occupazionale ma per l'On D'Onofrio sono soltanto " questionì banali", come forse lo sono le aspettative dei tanti agricoltori che continuano a guardare avanti nel futuro dell'agricoltura italiana, investendovi capitali , passione e rinunce.


Sezze, 1 marzo 2007

Antichi contratti a Sezze

Se ne è quasi perduta la memoria, l’avevo sentito raccontare tanti anni fa, da un mio anziano zio.  Per caso mi sono trovato a parlarne con Toto (Salvatore Santucci), mio prezioso consigliere, nonché saggio collaboratore nella produzione dei carciofi romaneschi della mia azienda, quelli col marchio IGP, per intenderci. Anche lui, in gioventù, ne ha sentito parlare dai più anziani. Si tratta di contratti verbali  chiamati in vernacolo, Metastazzio e Patrattauo. Sappiamo che fino a tutto l’800, ma anche per parte del 900, il grado di alfabetizzazione della popolazione, non solo di Sezze, era molto modesto. Questa condizione costituiva un fattore limitante della forma scritta dei contratti, a vantaggio di quelli verbali che venivano ufficializzati con la classica stretta di mano e l’assistenza di testimoni. Con il termine metastazzio si intendeva un contratto verbale tra le parti, con la pattuizione del prezzo e delle condizioni, che si concludeva , in piazza o altrove, alla presenza di due o più testimoni. Oggetto del contratto poteva essere l’affitto di un terreno, la compravendita  di bestiame,  una partita di foraggi, la commissione di un lavoro agricolo da effettuarsi con i buoi, ecc. I più anziani raccontavano di una espressione in dialetto, che si era soliti dire allorché si incrociava un gruppo di persone che si dilungavano attorno ad un problema e che è la seguente:” Ueeh, ma che state a fà i metastazzio??”   Più singolare, oltre che curioso era invece i patrattauo o patrattavo. Non sappiamo se fosse un contratto vero e proprio, fatto sta che riguardava i canoni di affitto dovuti alle parrocchie per i  terreni affittati e avvenivano in chiesa sotto forma di …..messa cantata,  per ricordare ai contadini, quasi tutti analfabeti, gli impegni assunti o da assumere.

I contadini venivano convocati in chiesa e dovevano recitare cantando, ad esempio, così:  I tengo nà cèsa di S.Angelo alla Giariccia e ci tencheta dà quattro scodelle di grano agli annoooo!!!. Non è certo se si rispondesse anche Amen.  I canoni dei contratti, infatti venivano pagati quasi sempre in natura, ovvero con una parte del raccolto, e “ una scodella” corrispondeva a circa  2,5 Kg. La scodella era un recipiente in legno levigato di forma ovale, mentre le “cese”, dal latino coedere, erano appezzamenti di terreno di modesta entità, concessi ai contadini dalle Parrocchie o dalle Confraternite, dietro corrispettivo di un canone.


Sezze, 23 febbraio 2007

Agricoltura: le cause della crisi

Potrà sembrare strano, quasi al limite dell'inverosimile, ma il settore agricolo, quello da cui traiamo i frutti  della nostra sopravvivenza, e che in virtù di questo, dovrebbe essere  privilegiato dalle Istituzioni, poichè  investito  di sacralità, in quanto sacro è il  nostro cibo,  è stato da sempre barattato e svenduto per altri interessi, che quasi mai hanno coinciso con quelli agricoli. Così è successo sin dall'ingresso dell'Italia nella CE, abbagliatì dai miraggi di una politica industriale  e così succede  ora, nell'era della globalizzazione e della liberalizzazione dei mercati, con gli accordi sul commercio mondiale Wto (World Trade Organization),  che hanno portato all'abbattimento delle barriere doganali, anche per le derrate agro- alimentari. Indubbiamente questo apre nuovi scenari e grandi opportunità di profitto per le multinazionali, anche italiane, chiamate ad investire in Cina e di recente  anche in India, da  dove, sfruttando un costo del lavoro bassissimo,  aggrediscono  i mercati europei, ma tutto ciò, per l'agricoltura italiana si è tradotto in un grosso danno, perché queste " nuove colonie" non hanno nulla da scambiare se non prodotti agricoli.
- Così giungono in Italia dalla Cina petroliere riempite di concentrato di pomodoro ed altri ortaggi  trasformati,  destinati  alle nostre industrie di trasformazione, che lo confezionano con una modica aggiunta di prodotto nazionale (3%) e lo commercializzano come Made in Italy.
- Allo stesso modo, dal nord Africa, ci giungono cocomeri, meloni, carciofi, olive, grano, ecc. che sono stati prodotti e raccolti con costi di manodopera dieci volte inferiore alla nostra.
- Una famosa multinazionale italiana, produttrice di tortellini ,ma non solo questa, importa dall'Argentina tutta la materia prima (farine, carni, spinaci etc) che occorre per le sue produzioni e riesporta in tutto il mondo il suo "made in Italy".
- Il prezzo mondiale dello zucchero, che per  tre quarti è derivato dalla canna da zucchero, è addirittura inferiore al costo di produzione degli zuccherifici europei che trasformano la barbabietola, tant'è che in Italia ben 14 zuccherifici hanno chiuso i battenti e non faranno la campagna 2007.
- Dagli Stati Uniti  si importano cereali a prezzi vili,  e poco importa se la loro qualità è peggiore del nostro peggior frumento.
Di questo stato di fatto,  il consumatore non ne trae alcun vantaggio, anzi, il più delle volte, paga più del loro valore commerciale  prodotti di  bassa qualità, non di rado posti in commercio da marchi prestigiosi.
Poco male se, almeno, si riuscisse a controllare tutte le partite importate, in modo da evitare infiltrazioni di ogm (non consentite in Italia) o residui di pesticidi che da noi sono stati banditi da diversi decenni, perché ritenuti cancerogeni, oltre che dannosi  per l'ambiente. Purtroppo avvengono anche triangolazioni non permesse dalle norme comunitarie.
I consumatori sono disposti a spendere anche qualche cosa in più, ma vogliono poter riconoscere, anche nei supermercati, il prodotto nazionale, che è di gran lunga superiore per qualità, bontà e salubrità.
Siamo il Paese del sole, i nostri prodotti sono delle vere eccellenze, la nostra dieta mediterranea ci viene invidiata in tutto il mondo e lo dimostrano le imitazioni o piraterie agro-alimentari che avvengono a nostro danno in tutti i continenti della terra, eppure dobbiamo importare quello che potremmo  produrre a casa nostra in maniera più sana e con maggiori benefici,  non solo per la nostra salute, ma per  tutta l'economia nazionale.
Tutte queste importazioni, unitamente alla  smobilitazione delle industrie di trasformazione nel nostro territorio, come la Cirio di Sezze e la Sagit (Findus) di Cisterna, la chiusura della quasi totalità degli zuccherifici italiani, oltre che di molti piccoli allevamenti zootecnici, soprattutto bovini ed ovini, hanno di fatto impedito all'agricoltura quella diversificazione di prodotto, consolidata negli anni, ed indotto gli agricoltori a investire sul mercato del fresco (insalate, spinaci, broccoletti, ecc) squilibrandolo a loro danno con un imponente offerta di ortaggi, notevolmente superiore alla domanda, già contratta a causa  delle importazioni dai Paesi emergenti e causando una grave crisi di mercato. Ciò ha comportato, nel comprensorio Pontino, la distruzione di migliaia di ettari di ortaggi e la richiesta, di Coldiretti alla Provincia di Latina, dell'attivazione dello stato di grave crisi di mercato. Queste misure, se andranno a buon fine, non saranno risolutorie ma allevierebbero senz'altro la grave crisi economica, che la totalità delle imprese agricole stanno vivendo. Per far uscire l'agricoltura dalla crisi non esiste oggi altra via perseguibile se non quella di ritornare a diversificare le produzioni, coniugandole con le multifunzionalità che possono assumere le aziende agricole anche nella produzione di bioenergie.

Indicazione d’origine in etichetta, per ora vince il no dell’Europa

Fonte: L’informatore Agrario n.7 del 22/2/2007

Un altro duro colpo per l'agricoltura italiana viene inferto dalla UE, che ha sempre sollevato eccezioni riguardo alla legge 204/2004,che rendeva obbligatorie per tutte le produzioni agroalimentari l'origine del prodotto. Questa legge, fortemente voluta dalla Coldiretti e reclamata con petizioni popolari, attraverso la raccolta di firme, avrebbe consentito al consumatore una corretta informazione sull'origine dei prodotti e,sicuramente, favorito la produzione agricola nazionale.

Il disegno di legge comunitaria 2007 ha accolto i rilievi della Commissione europea e abroga gli articoli della legge n. 204/2004 contestati, tra i quali vi è quello relativo all’indicazione obbligatoria nell’etichettatura dell’origine dei prodotti alimentari.

L’Unione Europea non ne vuol sapere delle disposizioni italiane in materia di indicazione dell’origine della materia prima agricola utilizzata nelle produzioni alimentari e ora la legge n. 204/2004 deve essere modificata, sopprimendo le parti dove erano per l’appunto introdotte tali norme.
Fin dal primo momento, la Commissione aveva espresso dubbi e perplessità sulla decisione italiana di prevedere in maniera generalizzata (per tutte le produzioni agroalimentari) l’obbligo di inserire nelle etichette l’origine della materia prima agricola, invocando argomentazioni forti legate alla compatibilità con il Trattato Ue e con le specifiche norme comunitarie in materia di etichettatura.
Poi, nel mese di ottobre 2006, la Commissione si è decisa a inviare una formale nota allo Stato italiano, con la quale ha dato un mese di tempo per una risposta soddisfacente e definitiva.
La legge comunitaria 2007
Le competenti autorità nazionali hanno fornito secondo i tempi indicati le necessarie rassicurazioni e ora non resta che compiere l’ultimo atto ufficiale di questa vicenda: l’abrogazione degli articoli della legge nazionale contestati da Bruxelles.
Il Governo vi ha provveduto in questi giorni con la presentazione del disegno di legge contenente le disposizioni per gli adempimenti degli obblighi derivanti dall’appartenenza dell’Italia alla Comunità europea: la cosiddetta legge comunitaria relativa all’anno 2007.
L’articolo 7 di questo provvedimento, che ha appena iniziato l’iter parlamentare, modifica la legge 204 del 3-8-2004 e dispone le seguenti abrogazioni:
• l’articolo 1, comma 3-bis, relativo all’utilizzo della denominazione vitello;
• l’articolo 1-bis, relativo all’indicazione obbligatoria nell’etichettatura dell’origine dei prodotti alimentari. In pratica, la disposizione di legge in via di abrogazione prevedeva che nei successivi sei mesi alla promulgazione della stessa i Ministeri competenti (politiche agricole e attività produttive) avrebbero dovuto emanare dei provvedimenti per dettare le modalità di attuazione. Tale attività non si è mai concretizzata, perché si è deciso di soprassedere, alla luce delle contestazioni da subito formulate dalla Commissione europea;
• l’articolo 1-ter, specifico per l’etichettatura degli oli di oliva, che sancisce l’obbligo di indicare il luogo di coltivazione e di molitura delle olive nelle etichette che accompagnano gli oli vergini ed extravergini. Anche in questo caso, la concreta applicazione della norma è subordinata alla definizione di provvedimenti di attuazione che non sono mai stati emanati per le stesse motivazioni indicate al punto precedente.
In definitiva, che la questione dell’obbligo dell’origine fosse controversa era emerso chiaramente fin dalle settimane successive all’approvazione delle legge, tanto che una prima dettagliata reazione della Commissione, contenente delle contestazioni alle disposizioni nazionali, è stata trasmessa il 26 -10- 2004, sia alle autorità italiane sia a Federalimentare, la quale, come noto, ha esercitato una forte opposizione al provvedimento sull’origine e ha investito direttamente l’Esecutivo comunitario, proprio con l’intenzione di bloccare l’iniziativa, giudicata contraria agli interessi delle imprese industriali. I rilievi dei servizi comunitari sono riconducibili essenzialmente alla mancata notifica preventiva dell’iniziativa legislativa italiana ai servizi della Commissione, per le valutazioni di rito circa la compatibilità con le norme tecniche vigenti a livello comunitario e alla contraddizione delle disposizioni italiane con il diritto comunitario in vigore, in particolare con l’articolo 28 del Trattato e alla direttiva 2000/13/Ce in materia di etichettatura dei prodotti alimentari. La regola base europea a tale riguardo è che l’indicazione obbligatoria e generalizzata, del luogo di origine o di provenienza della materia prima agricola, incita il consumatore a preferire i prodotti nazionali. In base alle disposizioni europee vigenti, la specificazione dell’origine può essere apposta sull’etichetta soltanto qualora il consumatore possa essere indotto in errore circa l’origine o la provenienza effettiva del prodotto.
Alternative difficili
Cosa succede adesso?
Intanto, c’è da seguire con attenzione il percorso parlamentare che porterà alla definitiva approvazione della legge comunitaria 2007.
Non ci sono alternative a quanto è stato proposto nel disegno di legge governativo, ma non dev’essere trascurato il fatto che i parlamentari italiani non sono certo contenti di soccombere senza opporre qualche resistenza, anche perché la legge 204/2004 era stata voluta in maniera trasversale da tutti gli schieramenti politici.
Una soluzione alternativa deve essere necessariamente trovata, non fosse altro perché ci sono settori dove è assolutamente necessaria una maggiore trasparenza (si veda tra tutti l’olio di oliva) e la strada dell’origine è sicuramente coerente con due obiettivi fondamentali: la valorizzazione della produzione agricola nazionale e la corretta informazione del consumatore.


Sezze, 14 febbraio 2007

Intervento sulla centrale turbogas

Sono il Presidente della Sezione Coltivatori Diretti Di Sezze.
Condivido pienamente le paure sui danni all'ambiente, all'agricoltura e alla salute dell'uomo che certamente deriveranno dalla costruzione di una centrale turbogas.
Penso che al fabbisogno di energia, oggi, può venire incontro l'agricoltura, nel pieno rispetto dell'ambiente, della salute dell'uomo oltre che degli animali. Basta accantonare i forti interessi che possono gravitare intorno ad una centrale turbogas e sostituirla con una ecologica CENTRALE di BIOGAS alimentata da trinciato di mais. La CO2 prodotta dalla combustione del metano ricavato da questa centrale a Biogas permette quasi di pareggiare il bilancio dell'anidride carbonica emessa in atmosfera: la CO2 emessa dal biogas è la stessa CO2 fissata dalle piante (o assunta dagli animali in maniera indiretta tramite le piante), al contrario di quanto avviene per la CO2 emessa ex-novo dalla combustione dei carburanti fossili. Si darebbe inoltre una forte spinta all'agricoltura in crisi e una buona opportunità ai tanti agricoltori che oggi sono allo sbando e non sanno più cosa coltivare. Inoltre cosa non da poco si possono usufruire dei contributi Ce a fondo perduto, previsti nel Piano di sviluppo regionale, per la produzione di energie pulite. Vogliate prendere in considerazione tale proposta e farmi sapere cosa ne pensate, in modo tale da poter prendere iniziative di comune interesse.
In attesa porgo cordiali saluti.


Sezze, 13 febbraio 2007

La tradizione setina del carnevale

La consuetudine di festeggiare il carnevale a Sezze si rifà a tradizioni popolari antichissime:  si ipotizza derivi dalle feste greche in onore di Dioniso o quanto meno dai Saturnali romani. La seconda ipotesi è sicuramente la più plausibile per  la presenza a Sezze dei resti del  tempio di Saturno che testimonia così la pratica del  suo culto.

Saturno era il dio della seminagione,della prosperità dei frutteti e delle vigne e, in generale, era considerato il fondatore dell’agricoltura nell’Italia dell’epoca romana e Sezze ancora oggi si può considerare una città agricola.

Sezze, a differenza di altri paesi privi di radici storiche che danno linfa ad un carnevale originale, ha proprie maschere: PEPPALACCHIO e PEPPA.

Peppalacchio è un fantoccio di paglia, uno spaventapasseri, simbolo della cultura contadina, che si ricollega ai remoti riti propiziatori greci e romani,( nel momento del cambio della stagione), relativi ai futuri raccolti agricoli.

Peppalacchio veniva costruito incrociando due canne robuste (il modo più semplice ed antico di costruire una figura umana) cui si dava forma con la paglia. Gli anziani ricordano che esso veniva vestito con indumenti umani ormai consunti e da gettare via:camicia, giacca, calzoni e cappello.

Ovviamente, in altri periodi storici, gli abiti utilizzati cambiavano secondo i costumi del tempo.

Alle braccia di Peppalacchio venivano appese, con dei fili di canapa, (che si coltivava in loco), delle grandi “saraghe”, cioè delle aringhe affumicate che emanavano una puzza forte e insopportabile.

Peppa, invece, pur essendo sempre uno spaventapasseri fatto con canne e paglia, veniva elegantemente vestita con un abito da sposa bianco con un lungo velo e, ancor prima che nascesse il vestito bianco (primi anni del novecento) con una vecchia “dragona”, cioè il vestito da sposa e della festa tipico delle donne antiche di Sezze, con corpetto, zinale e grande fazzoletto adagiato a coprire petto e spalle.

La tradizione vuole che al momento del matrimonio  Peppa fosse in stato di gravidanza, sì da prestarsi di più agli sberleffi della folla.

Il giovedì grasso  i personaggi venivano sposati. Si issavano su un carretto trainato da cavalli, muli o buoi . Sullo stesso carro, che rappresentava la testa del corteo nuziale, veniva posta una botte piena di vino per offrire da bere gratuitamente, ai partecipanti, nei momenti di sosta.

 Peppalaccho e Peppa venivano condotti per le vie del paese sino in piazza, tra libagioni, suoni,canti,balli e scherzi, accompagnati  da gruppi mascherati  e da due personaggi anch’essi mascherati : il prete e il sindaco che, durante tutto il tragitto si contendevano il diritto di chi avrebbe dovuto sposarli per primo, lanciandosi a vicenda sproloqui di ogni genere e suscitando così le risate ed il divertimento dei presenti.

Il martedì  era l’ultimo giorno di carnevale, e come il giovedì grasso tutti lasciavano il lavoro a mezzogiorno, per il pranzo di carnevale e ci s’attrippaua  rispettando il carattere di sfrenata ingordigia tipico della festa. In questa evenienza si mangiava molta carne e ciò rappresentava un caratteristica propria del carnevale (carnem levare in latino) e dei suoi giorni grassi. Il prenzo terminava con dei dolci tipici “ gli struffoli”.

Dopo il pranzo si dava inizio alla carnevalata.

Si riprendevano Peppalacchio e Peppa,  si riportavano in giro per il paese seguiti dagli stessi gruppi del giovedì.

Il martedì si mascheravano però più persone e partecipavano alla sfilata anche altri carretti addobbati. La sfilata  non era unica, ma ogni gruppo, con i suoi carretti e quadri carnevaleschi, sfilava autonomamente per le vie della città non seguendo un itinerario prestabilito. Alla fine della serata, però,tutti i cortei  confluivano in piazza (Piazza dei leoni). Qui, Peppalacchio, sdraiato su una  barella di legno e paglia (un letto funerario fatto con una struttura a forma di tavolo su cui si adagiava il fantoccio) veniva sistemato sul rogo. Si accendeva così un grande falò e mentre Peppalacchio bruciava, tutta la gente confluita in piazza, mascherata e non, assisteva con manifestazione di gioia, dolore, canti collettivi, il tutto condito con musiche e frastuoni. Era tradizione che il Comune pagasse una donna per “piangere il morto”. Tale donna impersonava la vedova Peppa, che, disperata intonava un canto funebre. Mentre alcune donne a lutto (uomini mascherati) cercavano di consolare Peppa ( ovviamente cercando di causare le risate della gente), gli altri gruppi facevano festa suonando, cantando e ballando intorno al fuoco.

La popolazione assisteva al bruciare del rogo, con grande partecipazione e cercava di trarne presagi per i raccolti della nuova stagione. Più le fiamme sarebbero state alte e Peppalacchio bruciato in fretta, più si prevedevano abbondanti i futuri raccolti nei campi. Quando il fuoco si era totalmente consumato, si tornava a casa stanchi, ma felici della festa: il carnevale era terminato.

C’è da sottolineare che anche in caso di tempo cattivo il matrimonio tra Peppalacchio e Peppa (giovedì grasso) ed il rogo di Peppalacchio (martedì) venivano effettuati lo stesso.

Ciò perchè si credeva che senza il matrimonio non potesse iniziare il carnevale e che, se non si bruciava il fantoccio, il fatto sarebbe stato di cattivo presagio per la nuova stagione. Questa tradizione bellissima oggi non viene più effettuata. E’ stata rispolverata negli anni 80 a cura di una ludoteca di Sezze “ Orso Rosso” (oggi , mi pare, non più esistente)  ma non è stata accolta con il favore e l’entusiasmo necessario, specie dei più giovani, che hanno cercato invece un carnevale dalle forme più consumistiche. Che peccato! Forse Peppalacchio e Peppa avrebbero dovuto essere presentati in una forma più “modernizzata” e al passo con i tempi.

Oggi “il carnevale setino” esiste ancora, ma il carro  di Peppalacchio e Peppa  non c’è più.

 E’stato sostituito da un carnevale consumistico, con carri allegorici e  fantocci di personaggi locali, nazionali e internazionali che hanno fatto più discutere durante l’anno.

Queste notizie sono state da me tratte e ridotte dal libro “Il Carnevale di Sezze – Origini mitologiche di Peppalacchio” di Rosolino Trabona e Umberto De Angelis (chiamato in paese Farza) edito dal Consorzio delle Biblioteche dei Monti Lepini, Cori (Latina) e finito di stampare 1l 16/2/1990

Caro Ignazio
Voglio complimentarmi ancora una volta per la completezza e la cura che poni nel tuo sito, che, come sai, apprezzo moltissimo e consiglio sempre a chi mostra di interessarsi al nostro paese. Recentemente, ad esempio, l'ho consigliato ad una ricercatrice di Modena che, avendo visitato il mio sito, mi chiedeva se a Sezze esistesse o era esistito un carnevale con delle maschere caratteristiche. La tradizione contadina ci ha tramandato Peppalacchio e Peppa, ma  nel carnevale setino di oggi, sicuramente più consumistico, non mi sembra ci sia traccia del passato, che qualche decennio fa, invece, il compianto Rosolino Trabona  e  De Angelis Umberto detto Farza riportarono di attualità, anche attraverso una loro pubblicazione, che ho ridotto ad uso della ricercatrice e che ti invio in allegato. Sicuramente saprai che l'agricoltura, oggi, sta vivendo un momento di grave crisi, dalla quale certamente non si risolleverà mai più, senza provvedimenti adeguati. Le cause sono molteplici e vanno dalla chiusura di molte industrie di trasformazione (Zuccherifici, Conservifici ecc) alla importazione di derrate agricole da paesi lontani (Cina,  Brasile, Argentina, Marocco , Egitto ecc) in virtù del mercato globale e degli accordi accordi Wtho. Vi sono poi concause imputabili al calo dei consumi, alle mutate abitudini alimentari degli italiani, oltre a quelle legate al tempo meteorologico, senza parlare poi della chiusura di molti allevamenti bovini e ovini. Gli agricoltori non potendo più  diversificare le produzioni, come avvenuto sinora, si sono rifugiati tutti negli ortaggi ed hanno così squilibrato il mercato del fresco con l'immissione di questa massiccia offerta di prodotti e, quindi,danneggiandosi ulteriormente. Sezze è ancora un paese ad economia agricola e gli effetti si stanno facendo sentire. La Coldiretti, per tutelare l'agricoltura e i consumatori si sta battendo per l'etichettatura dei prodotti agricoli e quindi per la loro origine, nella consapevolezza che i nostri sono i migliori del mondo. In questi giorni, ad esempio,sui mercati c'è un invasione di carciofi provenienti dall'Egitto, ancor prima che arrivino i nostri.  Stiamo chiedendo controlli rigorosi, soprattutto per quando riguarda eventuali residui di pesticidi, poiché sappiamo, ad esempio, che in molti Stati ancora viene usato il famigerato ddt che da noi, invece, è stato bandito da  più di quarant'anni. Oggi una buona opportunità per l'agricoltura è offerta dalla crescita della domanda di energia e quindi dalle colture no-food a scopo energetico.Gli orientamenti comunitari vanno in questo senso.
In questo contesto, la Coldiretti di Sezze si  dichiara contro la centrale Turbogas di Pontinia, proponendo come  valida alternativa  le Centrali a Biogas, funzionanti con trinciato di mais. Di tale proposta abbiamo interessato il Presidente del comitato Noturbogas, Paolo Cima, per delle azioni comuni. (Ti invio la mail in allegato)
Come vedi, i problemi sono tanti!  Proprio per questo, vorrei suggerirti, per il tuo sito un angolo dell'agricoltura in cui rappresentare un po di tutto: dalle tradizioni contadine, ai sapori, dalle iniziative per informare i consumatori, alla tutela dell'ambiente ecc.  Va da sé, che se sarai d'accordo con questo  suggerimento,  mi attiverò per offrirti  il materiale e la  massima collaborazione.                                            
Cordialmente ti saluto,Vittorio Del Duca

anno 2007