AGRICOLTURA DA SALVARE

          a cura di Vittorio Del Duca

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Salviamo la nostra risorsa principale


Sezze, 16 giugno 2017

Grave pericolo per il patrimonio arboreo dei fichi

Nel paesaggio agricolo del Comune di Sezze e dei Lepini, gli alberi di fico, come gli altri da frutta, sono storicamente presenti in coltura promiscua, consociati ad olivi secolari, vigneti, ciliegi, albicocchi, viscioli, meli ecc.

Tutte le varietà sono ben rappresentate, così abbiamo le “ficora” a buccia nera, dette di S. Pietro, le precocissime a buccia verde della varietà Nana e San Giovanni, la Verdesca, la Monaca, sino alle varietà settembrine del tipo “ficor’onghia”. Sono autoctone e rustiche e non hanno mai avuto bisogno di trattamenti antiparassitari o di cure particolari.

Tuttavia oggi assistiamo ad una preoccupante morìa di vigorosi esemplari, dovuta alla diffusione di un coleottero di origine orientale, il punteruolo nero (Aclees Cribratus).

Morfologicamente è simile al punteruolo rosso delle palme, dal quale differisce per il colore, appartenendo entrambi alla stessa famiglia dei “Curculionidi”. Il parassita, figlio della globalizzazione come quelli che hanno già devastato palme, castagni ed uliveti (Puglia), sembra sia giunto una decina di anni fa dall’Oriente (Cina. Giappone, ecc.) al porto di Genova. con delle piante infette di fico ornamentale.

È responsabile del disastro provocato in Liguria, particolarmente Genova ed Imperia, oltre che in Toscana nelle provincie di Lucca, Pistoia e Firenze. L’attacco più imponente è stato segnalato nel comune di Carmignano (Prato), famoso per la produzione di fichi secchi, ma esistono avvistamenti del pericoloso coleottero anche in altre regioni, come le Marche, la Puglia e persino in Sicilia.

Purtroppo i mezzi di difesa non sono stati ancora approntati e se non si agirà immediatamente il parassita è destinato a diffondersi velocemente, non trovando sul suolo italiano antagonisti capaci di contrastarlo, tanto da far parlare di una vera e propria manifestazione epidemica, capace di attaccare anche i fichi d’India.

Fico D'Ascanio

La morìa delle piante di fichi riscontrata nel territorio del Comune di Sezze, sembra più estesa di quanto in un primo momento si poteva immaginare, tanto che allo stato attuale è raro trovare nelle aree di pianura alberi che non siano ancora stati attaccati dall’insetto, particolarmente nella zona dell’ex “Campo di aviazione” sino alla contrada “Palazzo” e alle “Canalelle” dove finora veniva realizzata una  produzione di eccellenza, che dava luogo ad una discreta economia.

Il fenomeno, già notato negli anni precedenti, si è rivelato in tutta la sua drammaticità quest’anno, alla ripresa vegetativa, con foglie rade e frutti piccoli, privi della consueta consistenza e sapore.

Alcune piante sono disseccate dopo un misero tentativo di ripresa vegetativa dovuta alle sostanze di riserva, altre dopo la dormienza invernale non hanno più ripreso a vegetare.

Il campanello d’allarme, a Sezze non è suonato immediatamente in quanto il fenomeno era stato in un primo momento sottovalutato ed addebitato dai più alle gelate mattutine del mese di aprile, mentre in realtà i fichi possono sopportare, senza particolari danni, temperature ancora più basse e tardive (-10°C.), come quelle del maggio 1957 che devastarono persino i campi di grano prossimi alla maturazione.

Per ora i monitoraggi dell’insetto sono stati da me eseguiti solo su una porzione limitata del territorio di pianura di Sezze, ma segnalazioni che necessitano  di accertamenti giungono anche dalla vallata di Suso, per cui ho ritenuto opportuno segnalare il fenomeno al Servizio Fitosanitario della Regione Lazio e alla Coldiretti provinciale di Latina, evidenziando le caratteristiche degli attacchi. Secondo quanto osservato in pianura, il punteruolo del fico compie due cicli completi all’anno, uno a maggio -giugno e l’altro a settembre - ottobre. Le femmine, usando il lungo rostro, praticano delle gallerie alla base del tronco della pianta dove sul fondo depositano le uova. Secondo le condizioni ambientali, dopo un periodo di 10-20 giorni fuoriescono le larve che si concentrano nella zona del colletto, sotto la superficie del terreno. Si nutrono del legno delle radici e persino dei rami e in questo modo logorano il circuito linfatico portando l'albero alla morte. Le larve possono altresì attaccare i frutti stessi della pianta, svuotandoli all'interno e provocandone la marcescenza. 

Il cuore rosso della Verdesca

Gli adulti del punteruolo, iniziano lo sfarfallamento a metà Settembre per proseguire fino a Novembre. Le uniche soluzioni tuttora percorribili - sono mezzi di lotta preventivi, che si basano sul rapido monitoraggio e la soppressione meccanica dell'insetto. (La morte può essere provocata inserendo nelle gallerie del punteruolo un ferro arroventato, come una volta si faceva con il tarlo). Se la pianta non è totalmente compromessa e si possono disinfettare le ferite con rame e calce, potrebbe essere ancora salvata. Al contrario, va tagliata e bruciata per evitare la diffusione del parassita. Un altro rimedio sarebbe quello della difesa a mezzo pesticidi ma non è una strada al momento percorribile, in quanto i principi attivi che potrebbero avere una certa efficacia, come il clorpirifos (Dursban), il clorpirifos-metile (Reldan 22), la deltametrina (Decis), non sono al momento registrati sul fico dal Ministero della Sanità.

Una soluzione efficace potrebbe essere quella di fare rete tra gli agricoltori, sia per un monitoraggio dello sviluppo del parassita, sia per far leva sulle istituzioni pubbliche, spingendole a prendere a cuore il problema e a portare avanti la ricerca sul punteruolo nero. Sono ancora pochi, purtroppo, i ricercatori che indagano sulle origini e sulle soluzioni da adottare per combattere questo parassita. Questo aiuterebbe lo sviluppo delle ricerche e nel contempo metterebbe le istituzioni pubbliche di fronte alla necessità di risolvere la situazione e prendere provvedimenti in sinergia con il monitoraggio costante da parte degli agricoltori.

"Firoronghia"

Varietà di fichi a Sezze e nei Lepini

Le  “ficora nane”, così chiamate per il loro portamento e non certo per i frutti, sono le più precoci tra le varietà a frutto verde a giungere a maturazione. Maturano prima delle “ficora S. Giovanni” (24 giugno)  e di quelle a frutto nero dette di “San Pietro” (29 giugno).

Le “ficora monache” si distinguono dalle nane per portamento più alto e per il frutto di colore verde chiaro. Sono anche chiamate in gergo “bianche” o “lazze”, come le monache di clausura dell’ex convento di Santa Chiara.

Tutte queste varietà danno un secondo raccolto a Settembre, ma in questo mese i frutti si presentano mediamente con pezzatura più piccola, quindi adatti anche per la produzione di fichi secchi, come le altre varietà settembrine “Verdesche”,”Sauci” e “Figoronghia”. Quest’ultima è chiamata così per i frutti, grandi quanto un’unghia.

Sui singoli alberi è possibile innestare e diversificare più varietà di fichi, anche secondo una scala di precocità, pratica assai frequente in passato, soprattutto nel territorio superiore di Suso, quando si disponeva di poco spazio e si desiderava godere più a lungo della disponibilità dei dolci e deliziosi frutti.


Sezze, 5 aprile 2017

Emergenza cinghiali: Coldiretti convoca a Roma i sindaci del Lazio

All'Assemblea, tenutasi a Roma a Palazzo Rospigliosi, sono intervenuti oltre cento sindaci, o loro delegati, a testimonianza di quanto sia diffusa l'emergenza causata dall’invasione dei cinghiali, che non rappresentano più soltanto una calamità per il mondo della produzione agricola, ma anche un problema di ordine pubblico, visti i continui sconfinamenti nei centri abitati.

Presenti all’Assemblea anche i sindaci o delegati di tutti i Comuni  lepini , tra cui Sezze, rappresentato da Ernesto Carlo Di Pastina.

Presente ai lavori  l’assessore regionale all’Agricoltura Carlo  Hausmann,

L’emergenza cinghiali è un fenomeno in espansione che interessa tutti i Comuni e sono diverse le segnalazioni di danni giunte anche nella sezione Coldiretti di Sezze.

E’ un’ emergenza che ogni anno causa dai 3 ai 5 milioni di euro di danni alle aziende agricole del solo territorio laziale e che non può essere interamente scaricata sulle spalle degli agricoltori.

I cinghiali devastano le coltivazioni, le aziende agricole subiscono perdite non solo per il raccolto distrutto, ma anche per le spese delle risemine.

I mancati interventi di cattura e abbattimento e la parziale applicazione dei piani faunistico-venatori hanno favorito la proliferazione abnorme dei cinghiali. Il fenomeno è fuori controllo e l’inerzia delle pubbliche amministrazioni, aggravata dal caos delle competenze e dalla farraginosità della burocrazia, ha di fatto paralizzato ogni attività di contrasto.

 La storia che tecnici e burocrati debbano decidere tempi, modi e strategie al posto della politica deve finire  - ha detto a chiusura degli interventi Davide Granieri, presidente regionale Coldiretti -  dai sindaci ci aspettiamo un atto di grande coraggio e responsabilità nel firmare le ordinanze comunali che autorizzano la cattura e l’abbattimento dei cinghiali. Un atto uguale per tutte le municipalità, comune a tutto il territorio regionale, per mandare un segnale forte e autorevole a chi deve risolvere il problema nella sua complessità”

L’assessore regionale all’Agricoltura, Carlo Hausmann, ha riconosciuto che il passaggio delle competenze dalle province alla regione ha complicato le ordinarie attività per il contenimento della fauna selvatica. Tuttavia, ha assicurato che ”nel nuovo calendario venatorio il periodo della caccia al cinghiale verrà espanso al massimo” e che è in arrivo un disciplinare pensato per agevolare le attività di caccia. ”Siamo anche pronti - ha aggiunto l’assessore-  a portare in giunta la delibera di approvazione del piano straordinario delle attività e degli interventi necessari alla riduzione della popolazione di cinghiali.


Sezze, 5 aprile 2017

A tre giorni dalla 48a Sagra le considerazioni di Del Duca

De.Co. per fare che? 

A parte tutte le considerazioni già espresse sulla inopportunità di anticipare la Sagra a quindici giorni prima di Pasqua, va sottolineato che durante il suo svolgimento sono state consegnate, ai produttori agricoli partecipanti, le attribuzioni De. Co. ( Denominazione Comunale).

L’utilità di questo marchio è chiara solo all’amministrazione comunale, molto meno agli espositori, che lo hanno considerato come un attestato di partecipazione; in realtà il suo valore non  si discosta di molto.

Le De.Co. sono l’idea di una valorizzazione del territorio che poteva trovare una sua giustificazione prima della globalizzazione dei mercati, quando nacque ad opera di Luigi Veronelli, non ventisette anni dopo.

Oggi, senza un controllo preventivo alla fonte, del quale i Comuni sono incapaci, le De.Co. produrranno più danni che utili, poiché verrà a legittimare come produzioni locali anche quelle di dubbia provenienza, attualmente spacciate sul territorio, favorendo di fatto le agromafie, i furti di identità, le falsificazioni e gli inganni verso i consumatori e i produttori. Tutti crimini contro i quali Coldiretti si sta battendo da anni, anche con presidi sul territorio, rappresentati da Mercati, Punti vendita e Botteghe di Campagna Amica.

Forse l’Amministrazione comunale starà in buona fede e magari, non disponendo di personale qualificato, pensa davvero di riuscire a tutelare con questo marchio le eccellenze territoriali che rischiano di scomparire dalla nostra tavola, tuttavia non riusciamo a comprendere le ragioni per le quali ha sempre rifiutato l’apporto costruttivo offerto da professionisti del settore, in particolare da Coldiretti, che si è sempre dimostrata disponibile e propositiva, avendo a cuore lo sviluppo del territorio e dell’agricoltura.

Così, con questa forma di gestione autocratica del territorio, il carciofo, che costituiva una grande risorsa economica per il paese, è diventato il ritratto decadente di un’agricoltura che non c’è più.

Anche quest’anno ha fatto registrare una ulteriore e significativa contrazione delle superfici, passando dai circa 60 ettari della campagna precedente, a qualcosa come 40 ettari; briciole rispetto ai 1500 ettari di cui disponeva nel 1970, anno della prima Sagra.

Ma, in sintesi, cosa sono le DeCo ?  

Innanzitutto va sgombrato il campo da equivoci: non sono un marchio di qualità, quindi nessun produttore si aspetti da tale attribuzione di spuntare sul mercato qualche centesimo in più dai suoi prodotti.

Il fenomeno delle De.Co. nacque a seguito della legge dell’8 giugno 1990 n. 142 che consentì ai Comuni la facoltà di disciplinare, nell’ambito del decentramento amministrativo, la valorizzazione delle attività agro-alimentari ed “artigianali” presenti nelle diverse realtà territoriali. Il suo percorso, sostenuto da una proposta di legge dell’ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani) non è mai stato lineare e tranquillo, ma fu contrastato da giuristi ed opinion leader, soprattutto nella parte che riguarda l’opportunità per i Comuni di legiferare in tema di valorizzazione dei prodotti.

Si arrivò persino ad uno scontro frontale con il Ministero delle Politiche Agricole che la ritenne foriera di equivoci e di confusione ed ancora oggi è incompatibile con i marchi europei di qualità e tipicità DOC, IGP, DOP, di cui anche Sezze gode. 

Laddove esistono questi marchi europei, le De.Co. sono passibili di sanzioni ai sensi della normativa che espressamente tutela le indicazioni geografiche.

Vi furono lunghe diatribe, persino se si doveva chiamarsi De.C.O. con tre puntini (Denominazione Comunale di Origine) oppure De.CO. con due puntini, (Denominazione Comunale) ma si arrivò all’acronimo finale De.Co. che non è un marchio di qualità, ma un’attestazione o delibera con cui una determinata amministrazione comunale censisce e registra un prodotto, un piatto, un sapere o una tradizione, che identifica la Comunità di appartenenza.

Oggi, a 27 anni dalla nascita, le De.CO. hanno avuto un discreto successo solamente in una decina di Comuni italiani, mentre sono diverse centinaia le delibere comunali De.Co. rimaste sulla carta, come magnifiche idee di valorizzazione teorica del territorio che non si tradurranno mai in un vero marchio comunale.

Qui sotto viene riportato il chiarimento del Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali riguardo alla incompatibilità di De.Co. con i marchi europei (IGP -Dop- ecc).


Sezze, 11 marzo 2017

Sagra del Carciofo in programma per il 2 aprile

Una primizia anzitempo 

Lo stadio medio dei carciofi di Sezze a 20 giorni dalla Sagra (Az. Agricola Del Duca)

La Sagra del Carciofo, è stata sempre storicamente organizzata dopo Pasqua, con due sole eccezioni, quest’anno e nel 2011. Allora la festività cadde il 24 aprile e la sagra nella settimana successiva sarebbe stata troppo tardiva. Ma quest’anno perchè la Sagra è stata così tanto anticipata, nonostante i geli di gennaio abbiano ritardato la produzione ? Forse chi organizza la Sagra, ha pensato che la produzione locale ha perso di importanza e se ne può fare a meno?
La verità è che la settimana dopo Pasqua, la maggioranza che governa Sezze ha tutt’altro da fare ed è impegnata al Santuario di Lourdes, non per un improvviso quanto inaspettato fervore religioso, ma per magnificare se stessa e l’Associazione della Passione di Cristo, ancor non paghe delle riprese in Mondovisione del venerdì santo. 
Senza voler aprire un altro capitolo, seppure significativo di come certe esteriori e costose performance, stiano più a cuore rispetto agli interessi generali della collettività, non è affatto vero che la Sagra si può fare quando fa comodo.
Esiste una stretta correlazione tra l’arrivo della primavera (quindi dei carciofi) e le festività pasquali, che sta a sottolineare come tutto l’universo obbedisca a delle leggi universali che la dimensione culturale umana non può né ignorare né modificare, che la primavera non arriva con l’equinozio del 20 marzo, bensì al compimento di alcuni cicli lunari che si concludono a Pasqua, determinandone il giorno la domenica. Anche la saggezza popolare “Il meglio ciòcco, riposalo per Pasqua” sta a suffragare questa eterna realtà.
La natura e le piante hanno dei ritmi propri ed immodificabili rispetto alle attività umane e l’agricoltura, ha da sempre dovuto fare i conti con il tempo immutato delle stagioni, con lo spazio fisico della terra, con l’energia libera del sole e della luna. Forse per questo ha saputo custodire, meglio che altrove, quei geni preziosi, che il mito transgenico della globalizzazione senza regole e del “tutto, subito e ovunque”, ha fatto perdere ai più, causando prodotti tutti uguali ed omologati, come le ciliegie a Natale, i carciofi a gennaio, i cocomeri a Pasqua e svuotando di significato valori come stagionalità, territorialità e specificità dei prodotti.
La Sagra del Carciofo, oltre ad essere una festa paesana, dovrebbe proprio rammentare e trasmettere questi valori, che noi di Coldiretti stiamo portando avanti con forza anche qui a Sezze, con i Mercati di Campagna Amica. 
Se qualcuno pensa che per fare la Sagra non è più indispensabile che i carciofi crescano a Sezze, a questo qualcuno è bene ricordare che se la gente viene nel nostro paese non è solo per dilettarsi con una festa paesana, in un folklore che degenera nella musica rock , ma per riscoprire sapori autentici, profondamente legati al territorio che li ha generati, alla cultura che li ha prodotti, all’ambiente che li ha alimentati.
Sono questi i valori primari che occorre tutelare e difendere se veramente sta a cuore Sezze, la sua agricoltura e la sua economia, in un mondo che è sempre più artificiale, in cui anche i carciofi sono cambiati perché ne è stato manipolato l’aspetto e il sapore: ibridi da trenta capolini a pianta, tutti uguali, tutti viola, tutti belli, ma tutti sciaguratamente insipidi.


Sezze, 21 gennaio 2017

Trasferito l'ufficio ex UMA di Sezze Scalo

Gli agricoltori protestano per la scelta infelice di effettuare il trasloco nel periodo di inizio anno, quando è maggiore l’affluenza dell’utenza.
Per i non addetti ai lavori, l’ex Uma di Sezze è l’ufficio comunale, capofila anche per i Comuni di Bassiano e Sermoneta, che si interessa dell’assegnazione dei carburanti agevolati alle aziende agricole, oltre che delle certificazioni per la piccola proprietà contadina e rilascio delle autorizzazioni per i vivai. Anche se era da diverso tempo nell’aria, la scelta di trasferire l’ufficio dal Centro Sociale di Sezze Scalo ai locali dell’ ex Colonia Agricola Pontina, cade nel periodo peggiore, quando lunghe code di agricoltori sono giornalmente in fila per le assegnazioni carburanti del nuovo anno, senza le quali non è possibile fare i rifornimenti. 
È di oggi la notizia che, a causa del trasferimento, l’ufficio resterà chiuso per una settimana. Tanto è il tempo stimato per il trasloco e la sistemazione di scaffalature e fascicoli. 

A nulla sono valsi i tentativi di Coldiretti Latina e della Sezione di Sezze per ottenere una proroga di qualche mese, le autorità comunali non hanno nemmeno risposto alla richiesta di un incontro per definire il caso. Così, un gruppo di politici nostrani, per favorire i canti e le danze delle cicale del centro sociale, in cambio di qualche voto alle prossime elezioni, hanno avuto la meglio sulle laboriose formiche dell’agricoltura, che da circa venti anni occupavano una piccola stanza dell’immenso stabile di via Puglie, senza arrecare disturbo alcuno. 
Sono false le notizie apparse sui giornali, secondo le quali le aziende agricole si sono dichiarate per il trasferimento, mentre è invece forte la preoccupazione per la qualità del servizio che verrà fornito nella nuova sede. 
Sotto accusa i collegamenti internet, indispensabili all’espletamento delle pratiche, in quanto nei nuovi locali non esiste la linea fissa ma solo collegamenti wi fi con antenna collegata con il Comune. Non di meno il timore di ladri e vandali, notoriamente in agguato in tutti i luoghi isolati. Tutti fattori che fanno temere rallentamenti del servizio ad una utenza che invece ha l’esigenza di muoversi con rapidità, perché i tempi dell’agricoltura mal si conciliano con i rallentamenti e gli intoppi burocratici. 


Sezze, 12 gennaio 2017

Una volta al mercato delle "carcioffole"

Il giorno di Pasquetta era l’occasione per una scampagnata al campo di carciofi con la famiglia e gli amici

Il mercato stagionale dei carciofi era anche la piazza dove i nostri padri si scambiavano informazioni ed opinioni. Una volta, non ricordo bene se nel 1991 o 1992, mentre il mercato dei carciofi languiva in un piazzale brecciato dello Scalo, si parlava del consolidamento del processo di libero scambio del Mercato Comune Europeo, voluto dal trattato di Mastrich, che sarebbe dovuto gradualmente entrare in vigore da lì a qualche anno. I contadini di Sezze, già provati dai precedenti delle quote comunitarie, che imponevano all’Italia di non produrre generi alimentari per consumare le eccedenze prodotte dagli altri Stati, erano tutti concordi nel dire  “ Mò sémo finito di campà “.

A distanza di venticinque anni, come dargli torto!  E’ a tutti noto infatti, che i politici che abbiamo mandato al Parlamento europeo hanno svenduto l’Agricoltura italiana per interessi industriali o per altri che non erano certamente i nostri. 

Oggi ci ritroviamo senza Agricoltura e senza Industria e con un marea incontenibile di disoccupati, ai quali dobbiamo aggiungere i migranti.

L'economia di Sezze, che da sempre si è basata sull’Agricoltura, è arretrata, ed il mercato globale sta facendo il resto. Può durare tutto questo? 

Come sarebbe oggi un’ Italia senza l’Europa? La risposta sta solo nelle ipotesi, mentre resta il fatto che per inseguire gli interessi di pochi, abbiamo commesso l’errore madornale di trascurare le nostre risorse storiche: l’Agricoltura, le sue eccellenze, il paesaggio, i beni artistici e monumentali.

Non è mai troppo tardi, ma a tutt’oggi non si vede ancora un’inversione di tendenza. Errare è umano ma perseverare è diabolico.

anno 2017