AGRICOLTURA DA SALVARE

          a cura di Vittorio Del Duca

      Tel: 335 62 61 205   mail: agridelduca@libero.it    sito: Azienda agricola Del Duca

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Salviamo la nostra risorsa principale


Sezze, 16 giugno 2019
Il ritorno alla campagna

Tornare a vivere in campagna è il sogno bucolico di tutti, c’è l’aria buona, il contatto con la natura e gli animali, c’è la terra da coltivare oppure un piccolo orto. Magari è l’occasione per mettere a frutto quel pezzettino di terra di famiglia ereditato dai nonni, di utilizzare le nuove conoscenze, i nuovi strumenti digitali per restare a contatto con il mondo e coltivare bio.

I numeri sembrano avallare ed incoraggiare questo indirizzo, il ritorno alla campagna è un dato ormai affermato, è qualcosa di più di un piccolo fenomeno, è una vera tendenza.

Secondo dati Istat e studi di Coldiretti, il Pil agricolo nello scorso anno si è attestato al 3,6%, in netta controtendenza rispetto ad altri settori, ma non è tutto oro quello che luce perché a prosperare sono i grandi, mentre i piccoli faticano, arrancano, boccheggiano e spesso purtroppo si arrendono.

Ogni anno in Italia chiudono 60.000 aziende agricole e a strangolarle non sono i cambiamenti climatici, che pure fanno la loro parte.

A uccidere le piccole aziende e a soffocare la passione di decine di migliaia di piccoli produttori, oltre alla guerra dei prezzi (per cui a volte non conviene nemmeno raccogliere ciò che si è prodotto) è un coacervo di leggi e leggine, spesso in contrasto tra loro, difficili da capire, vessatorie.

Potrei raccontare numerose esperienze, ma preferisco le testimonianze di Susanna Tamaro, riportate nel libro “Noi e lo Stato, siamo ancora sudditi” a cura di Serena Sileoni, dove la famosa scrittrice racconta le esperienze di varie persone a dimostrazione della sconfortante tesi secondo cui noi italiani, in realtà fatichiamo a diventare dei cittadini a tutti gli effetti, perché in realtà siamo ancora sudditi di uno Stato vessatorio.

La Tamaro, dopo il successo del best seller “Va dove ti porta il cuore” si ritirò in campagna per mettere le ali al suo sogno di ritornare alla terra, alla riscoperta dell’autenticità del rapporto con le stagioni e per cucinare i propri prodotti. Cominciò a ristrutturare una cascina che aveva acquistato e pensò, nel pieno rispetto dell’ambiente di dotarla di un impianto fotovoltaico. La scrittrice si è divertita a pesare i documenti che le sono stati necessari per avere tutte le autorizzazioni: ben 2 chili di scartoffie. Ma come, non fanno che ripeterci che l’energia fotovoltaica è l’energia del futuro, che addirittura ci sono sgravi fiscali e invece per arrivare alla meta si deve affrontare un percorso ad ostacoli di questo genere!

Ma perché, per quale motivo, si chiede la scrittrice, un produttore deve fare attenzione che le sue zucchine non siano più lunghe di 13 centimetri, altrimenti sono illegali secondo le normative europee?

Per quale motivo un grappolo di ribes deve avere almeno 12 chicchi, altrimenti non può essere immesso sul mercato secondo le regole comunitarie? Qual è il senso?

Ed i controlli degli ispettori del lavoro e dell’Inps? In generale i controlli sono una garanzia per i consumatori e anche per gli stessi agricoltori, dal momento che li preservano dalla concorrenza sleale e dal lavoro nero, ma spesso, come recita un vecchio proverbio, l’eccesso di cure ammazza il cavallo, e così la selva di norme finisce per strangolare proprio coloro che dovrebbe proteggere.

Susanna Tamaro racconta un po' di storie che la riguardano da vicino, ma chiunque coltiva un fazzoletto di terra ne potrebbe raccontare delle altre.

Dunque, lo scorso anno, la vendemmia di un suo conoscente è stata interrotta dalla visita degli ispettori dell’Inps. Il lavoro degli ispettori è un lavoro encomiabile, nobile se vogliamo, a loro spetta la verifica dell’esistenza di violazione delle norme, che specie nel mondo agricolo possono nascondere la schiavitù del caporalato. In quel caso però nella vigna non c’era niente del genere, c’erano 13 operai al lavoro regolarmente registrati, mancava il quattordicesimo, anch’egli registrato. E’ malato, ha la febbe, sta a casa fu la motivazione dell’azienda. Questa cosa però insospettisce gli ispettori che decidono di fare un accertamento, dunque vendemmia sospesa. Scottato da quella esperienza, il vignaiolo l’anno successivo compra una macchina vendemmiatrice e lascia a casa i quattordici stagionali.

A Susanna Tamaro è stato chiesto, ad esempio, il passaporto per i quattro asini che aveva nella fattoria. Infatti, in questo Paese, c’è stato un periodo in cui veniva chiesto il passaporto per i ronzini, lei non lo sapeva, ne aveva quattro e a tremila euro di multa a capo dovette sborsare ben dodicimila euro. Due anni dopo il ridicolo balzello fu cancellato.

La testimonianza della scrittrice si conclude con una storia capitata ad una sua vicina che aiuta il marito in un’azienda che alleva bovini da carne e produce cereali, con annesso un piccolo agriturismo. Fu proprio mentre puliva una stanza in attesa degli ospiti che le piombano addosso i controllori dell’Inps. A che titolo lei lavora in questa casa, le chiedono ? Veramente sono la proprietaria, risponde la donna.

 - Non è vero, contestano gli ispettori, la casa è intestata a suo marito.

E’ vero, dice la donna, ma siamo sposati da quarant’anni.

Ma lei non ha il contratto di lavoro, ribattono gli ispettori.

Ma sono la moglie! fu la flebile risposta della signora -.

Niente da fare, la scelta era tra pagare 20.000 euro di multa o iscriversi all’Inps, nonostante i sessant’anni di età.

Gabelle, tasse, multe kafkiane, come si fa sostenere l’impresa, a incentivare gli investimenti, se lo stesso Stato che li promuove ci aspetta poi dietro la porta con la mannaia in mano?

Non sarà anche per questo che Marcello Marchesi si chiedeva: “perché denunciare il reddito dopo il bene che vi ha fatto?”


Sezze, 2 aprile 2019
I carciofi e i cambiamenti climatici
Siamo la prima generazione ad avere un’idea chiara dell’impatto dei cambiamenti climatici, avverte il WWF, ma siamo anche l’ultima che può salvare il pianeta. 

I cambiamenti climatici sono già in atto e possono sconvolgere nei prossimi decenni il mondo dell’agricoltura. Lo stiamo toccando con mano con i carciofi della campagna in corso: hanno subito al loro impianto un’estate torrida con temperature oltre le medie del periodo, poi il disastro della tromba d’aria di fine ottobre, quindi i fenomeni estremi delle piogge alluvionali dei mesi successivi che ne hanno gravemente compromesso l’apparato radicale. I geli dell’inizio dell’anno, che pure rientrano nella normalità, hanno fatto il resto, la coltura è in ritardo e la produzione si manterrà scarsa fino a Pasqua, cioè sino al 21 aprile, quando dovrebbe essere quasi ultimata.
Non sono però solo i carciofi a subire le conseguenze dei fenomeni estremi dovuti ai cambiamenti climatici, uno studio commissionato dal WWF avverte che tra cinquant’anni la produzione di grano diminuirà del 20%, la soia del 40% ed il mais sarà addirittura dimezzato. Grave sarà l’impatto sulla produzione del vino che potrebbe diminuire dell’85%. Infatti l’innalzamento delle temperature cambierà i tempi ed i processi di maturazione dell’uva.
L’agricoltura dovrà fronteggiare una serie di sfide, delle quali la prima è quella dell’acqua. Occorrerà imparare ad usarla meglio già da subito, in quanto scarseggerà per lunghi periodi e sarà eccessiva e rovinosa in altre fasi dell’anno. 

Si dovrà tentare di ripescare dall’agrobiodiversità le specie coltivabili che abbiamo perso l’abitudine di coltivare, perché sono più rustiche e resistenti anche se meno produttive, ma che potrebbero affrontare meglio le sfide del cambiamento climatico.


Sezze, 15 dicembre 2018
"I gobbi"
Quando si parla di gobbi, la letteratura agraria rimanda al cardo (Cynara Cardunculus astilis) una pianta molto simile al carciofo, che a Sezze lo surroga nella produzione di coste, impiegate in cucina con le stesse modalità del cardo.
Il carciofo infatti è una pianta da rizoma che con la crescita sviluppa alla base della pianta madre, piccole altre piante di carciofo, i cardini, che bisogna cavare per evitare competizioni con la pianta madre ed ottenere una buona produzione .
Con questa operazione di scardinatura si ottengono i cardini, che se muniti di radichetta possono essere reimpiantati per ricostituire eventuali fallanze nella carciofaia , oppure utilizzati per fini alimentari allo stesso modo di quelli senza radichetta. In questo caso prendono il nome di gobbi e sono molto ricercati nella cucina tradizionale sezzese.
I gobbi più teneri, si raccolgono alla seconda scardinatura, da Novembre a Gennaio.

Gobbi ottenuti alla base della pianta madre del carciofo di Sezze
Dal punto di vista terapeutico, i gobbi hanno le stesse qualità del carciofo. La cinarina favorisce la secrezione biliare, la diuresi e regolarizza le funzioni intestinali. Vitamina B1, C, ferro, tannino e glicidi completano il quadro, rivelandolo particolarmente indicato per chi soffre di disturbi clorotici, diabetici ed epatici.
Per cucinare i gobbi secondo la tradizione sezzese

Due ricette di Maria Agnese Giordani

Gobbi al forno
Ingredienti per due persone: un fascetto di gobbi (kg. 1,1- 1,2 ca) di carciofi di Sezze; farina dell’Agro Pontino; olio extravergine di oliva e sale q.b.
Procedimento: Lavare le coste una ad una e pulirle dalle foglioline lasciando solo la parte carnosa; se le coste sono troppe lunghe tagliarle a metà; bollire in acqua per circa 5 minuti con aggiunta di sale; una volta raffreddate impastare con farina; disporle in un contenitore ad un solo strato; condire con olio extra vergine di oliva, e cuocere nel forno a 180°C. finchè non sono ben rosolati. 
Gobbi fritti dorati
Ingredienti x 2 pesone: un fascetto di gobbi (kg 1,1 - 1,2 c.a.) di carciofi di Sezze; farina dell’Agro Pontino; 3 uova; olio, meglio se extravergine di oliva, sale q.b.
Procedimento: Prima di ogni cosa occorre preparare una pastella composta da farina, 1-2 uova, sale q.b, lievito di birra e metterla a crescere per circa due ore. Lavare le coste dei gobbi una ad una e pulirle dalle foglioline lasciando solo la parte carnosa; tagliarle a pezzi di circa 7 cm e bollire per 5 minuti. Fate raffreddare e passateli nella pastella, friggeteli fino a farli dorare. Metteteli su carta per togliere l’olio in eccesso e servite caldi….

Raccolta dei gobbi in un campo di carciofi.  Nella foto Salvatore Santucci


Sezze, 13 dicembre 2018
Manovra, serve autorevolezza nel confronto con la Ue

Serve decisione e autorevolezza nel confronto in Europa sulla manovra per non indebolire l’Italia in una fase delicata del futuro dell’Unione Europea con le scelte sul bilancio comunitario dal quale dipenderanno molte delle opportunità di sviluppo per il Paese fino al 2027. Un nuovo protagonismo in Europa è necessario per cambiare una situazione in cui l’ultima relazione della Corte dei Conti ha evidenziato come l’Italia sia contributore netto del bilancio Ue con un disavanzo di 4,4 miliardi nel 2016, che diventano 37,7 miliardi di euro se si prende in esame il periodo 2010-2016. In sostanza l’Italia paga 15,7 miliardi l’anno ma ne riceve indietro solo il 72%.Il nostro Paese si deve battere contro ulteriori tagli nel nuovo bilancio europeo a carico della Politica agricola comune (Pac) che aggraverebbe la condizione di pagatore netto. 

A pagare il conto della Brexit non deve essere l’agricoltura che è un settore chiave per vincere le nuove sfide che l’Unione deve affrontare, dai cambiamenti climatici all’immigrazione, alla sicurezza. C’è l’esigenza di “riequilibrare” invece la spesa facendo in modo che la Pac possa recuperare con forza anche il suo antico ruolo di sostegno ai redditi e all’occupazione agricola per salvaguardare un settore strategico per la sicurezza e la sovranità alimentare e per contribuire alla crescita dell’intera economia europea.Per sostenere le imprese occorre anche metter mano ai ritardi strutturali del nostro Paese che frenano la competitività e per questo servono trasporti merci efficienti, considerato che oggi ben l’86% avviene su gomma rispetto alla media europea del 76%, con effetti sui costi, sull’inquinamento ambientale e sul consumo di suolo che ha raggiunto livelli insostenibili di 2 metri quadrati al secondo nel 2017. L’Italia ha bisogno pero’ anche e soprattutto di reti immateriali valorizzando l’impegno sul piano economico di sostegno alle esportazioni Made in Italy delle Ambasciate italiane all’estero in sinergia con l’Ice.
Il rapporto con l’Europa nell’agroalimentare si gioca anche sul piano della trasparenza delle informazioni ai consumatori con un atteggiamento incerto e contradditorio dell’Unione Europea che obbliga a indicare l’origine in etichetta per le uova ma non per gli ovoprodotti, per la carne fresca ma non per i salumi, per la frutta fresca ma non per i succhi e le marmellate, per il miele ma non per lo zucchero. In questo contesto l’Italia che è leader europeo nella sicurezza alimentare ha la responsabilità di svolgere un ruolo di leader nelle politiche comunitarie a tutela della qualità a difesa dei produttori e dei consumatori. Una necessità per sostenere la crescita del Made in Italy agroalimentare sulle tavole straniere, dove nel 2018 si è registrato il record storico con un aumento del 3% dopo il valore di 41,03 miliardi del 2017. Ma a crescere è purtroppo è anche il falso made in italy agroalimentare, che vale 100 miliardi di euro in forte aumento rispetto ai 60 miliardi di cinque anni fa, anche sotto la spinta degli accordi di libero scambio come il Ceta tra Unione Europea e Canada, che ha di fatto legittimato il falso Made in Italy e che giustamente il Governo ha scelto di non ratificare.


Sezze, 23 settembre 2018
Arriva il Villaggio
Coldiretti

Arriva il villaggio degli agricoltori Coldiretti: un'occasione unica per vivere da vicino, nel cuore della città, la grande bellezza delle nostre campagne. Un’occasione per grandi e piccini, per vivere in città un giorno da contadino, nella stalla con gli animali della fattoria, sui trattori, nell’agriasilo, nell’orto con le verdure di stagione, ma anche per arrivare a scoprire i trucchi di bellezza delle nonne con l’agricosmetica, gustare le ricette tradizionali dei cuochi contadini o acquistare direttamente dagli agricoltori esclusivi souvenir. E se tutto questo non bastasse è inoltre l’unico posto al mondo dove tutti possono fare un’esperienza da veri gourmet con il miglior cibo italiano grazie agli appetitosi menù preparati dagli agrichef Campagna Amica.


Sezze, 5 giugno 2018
Cibi del passato...

Mi viene da dire che la lettura di questa nota dovrebbe essere riservata ad un pubblico adulto, tanta è la repulsione di chi non ha superato da un bel pezzo gli “anta”e non ha avuto modo di conoscere ed apprezzare alcune tipicità della nostra cucina! 
Ma se pensiamo che dall’inizio di quest’anno giungono dall’oriente, nei banchi dei supermercati, confezioni di vermi e scarafaggi pronti all’uso, in confezioni famiglia da friggere in padella, ecco che raccontare di quelle “schifezze” nostrane, diventa molto più facile. Ma non si dica però che questi insetti sono il cibo del futuro o un ingrediente esotico, perché a Sezze c’è ancora chi ricorda quando nei granai si ponevano a stagionare le forme di pecorino sotto il grano, con lo scopo di favorirne i vermi, che trasformavano il formaggio in una sorta di crema dal sapore leggermente piccante.
Ogni popolo della Terra ha quindi avuto nel passato una propria alimentazione, strettamente legata alle risorse disponibili nel proprio territorio. Anche il palato ha dovuto adattarsi alle diverse realtà territoriali e a preferire alcuni sapori piuttosto che altri; infatti il gusto del buono e del cattivo non sono una caratteristica innata nell’uomo ma si è sviluppato secondo le risorse disponibili.
Così, mentre inorridiamo al solo pensiero che alcuni popoli si possano alimentare con carne di serpente o di cane, oppure di insetti e scarafaggi, per questi invece è del tutto normale considerare il proprio cibo delle autentiche prelibatezze, da proporre sul mercato globale al resto del mondo.
Uno dei piatti tipici della cucina di Sezze, che però non possiamo più proporre, erano i ranocchi (rane), cotti al forno a legna alla “stagnarola” impastati con farina e con passata di pomodoro, allo stesso modo di alcuni pesci. 

I ranocchi erano un piatto estivo perché, per rispettarne la riproduzione, non dovevano essere assolutamente pescati nei mesi con la “r” (febbraio, marzo, aprile, settembre, ecc.) nonostante la palude ne fornisse in quantità pressoché illimitata.
E come contorno? Approfittando del forno acceso, niente di meglio di una stagna di pomodori, cipolle o patate novelle, tutto naturalmente di produzione propria, a chilometri zero, al massimo dalle regioni limitrofe. Bei tempi, quando non c’era bisogno dell’etichetta di origine! La globalizzazione dei mercati era ancora lontana, ed i furti di identità dei prodotti agricoli inesistenti. 
C’era poi il brodino di rana, alimento delicato e altamente digeribile, raccomandato ai bambini e agli adulti che avevano necessità di mangiare “leggero”. 
Oggi le rane, quelle che San Lidano miracolosamente azzittiva nei canali attigui al Monastero di S. Cecilia, quelle che a Foro Appio, secondo il racconto di Orazio, impedivano il sonno ai viandanti romani e davano luogo nella palude ad una fiorente economia, insieme a pesci e cacciagione, sono una specie protetta in via di estinzione e non si odono più gracidare nei canali come in un concerto. Di essi resta oggi solo qualche sparuto solista.
Ma nella civiltà contadina, cui tutti affondiamo le radici, non si sprecava nulla. Il sangue della macellazione del pollame, dei suini, degli ovi-caprini e dei bovini, che oggi ha dei costi per lo smaltimento, per millenni è stato invece utilizzato nell’alimentazione umana e considerato una benedizione di Dio, come il pane.
Il sangue dei polli o delle anatre, essendo di quantità modesta si consumava subito, a pranzo o a cena fritto al tegame, allo stesso modo delle uova, con un po' di olio, un po’ di sale e pezzettini di cipolla.
Con il sangue del maiale si facevano i sanguinacci, una vera golosità. Il sangue si raccoglieva in un sinnolòne (grosso catino di coccio smaltato) e mescolato prima che si rapprendesse, a zucchero, uva passa, qualche candìto di bucce di arancia o di limone, quindi versato nelle budella più grandi dell’animale, allo stesso modo degli altri insaccati. Le budella più piccole erano riservate alle salcicce e se non erano sufficienti bastava recarsi nelle botteghe di generi alimentari ed acquistare quelle sottosale. 
Il sanguinaccio, così preparato, si portava ad ebollizione in un pentolone e poi a completa cottura a fuoco lento e si poteva consumare subito, a fette, con un pò di pane come tutti gli altri insaccati. Il più delle volte veniva riposto nell’arcone e consumato entro una decina di giorni, fritto al tegame con un po' di olio. Diventava una vera golosità da pasticceria, molto gradita ai ragazzi.
Il sangue degli altri animali, ovini e bovini, opportunamente lavorato con sale ed altre spezie veniva fatto rapprendere in forme, come il formaggio, quindi bollito. Si conservava per diversi giorni e si consumava dopo averlo fatto friggere a piccole fette nel tegame, sempre accompagnato dalla immancabile cipolla.
La tradizione è scomparsa con la fine della civiltà contadina, da quando cioè gli animali non scorazzano più nell’aia. Allora venivano mattati con metodi barbari, il maiale, ad esempio, si portava fuori dal recinto (mandriglio) non con un guinzaglio come un cagnolino, ma con un gancio alla gola e poi trafitto al cuore con un grosso coltello, Oggi i tempi sono cambiati: si allevano a centinaia in batteria, reclusi in pochissimo spazio, come macchine da carne, secondo le norme europee del “ benessere animale”. Escono solo per essere avviati alla macellazione in centri specializzati ed attrezzati con tutti gli accorgimenti igienici, sempre secondo quelle norme europee costruite per il loro “benessere”. 
La pietà umana, ha fatto si che alcuni diventassero vegani. Ma fino a quando? Osservando quanto avviene in natura, nessuno può mettere in dubbio che si compone da prede e da predatori e che il pesce grande mangia quello più piccolo. L’uomo non fa eccezione, oltretutto il suo organismo per stare bene, ha bisogno di proteine di origine animale. Dura lex sed lex …anche in natura.


Sezze, 20 maggio 2018
Sovranità alimentare ed etichetta d’origine, ecco il contratto Lega-M5S

Sovranità alimentare per l'agricoltura, etichettatura di origine obbligatoria, riforma della Pac, nuovo approccio nei trattati di libero scambio, voucher e stop sanzioni Russia. Sono i punti chiave della “parte agricola” della bozza di Contratto gialloverde, l’accordo programmatico che dovrebbe fungere da base per il nuovo Governo a guida Lega-M5S, divulgato dall'Huffington post.

Nel documento si ricorda che il settore primario è “uno dei più promettenti dell’economia” anche se è da tempo “impegnato a sopravvivere alla competizione globale dei mercati”. L’obiettivo è dunque “una nuova presenza a Bruxelles per riformare la Pac”, integrando le “misure di sostegno, specie quelle dello sviluppo rurale con interventi per realizzare obiettivi di interesse generale quali la tutela del paesaggio, la difesa degli assetti idrogeologici, la sicurezza alimentare”.

Il contratto gialloverde impegna dunque a “difendere la sovranità alimentare dell’Italia e tutelare le eccellenze del made in Italy” condizionando le scelte all’interno della prossima riforma della Politica agricola comune, anche mettendo in campo strumenti per garantire trasparenza ed efficienza nell'erogazione dei fondi Pac da parte delle Regioni.

E’ inoltre prioritario, per Lega-M5S adottare un sistema di etichettatura d’origine corretto e trasparente che garantisca una maggiore tutela dei consumatori.

Altro punto forte del contratto è un “nuovo approccio europeo nei trattati di libero scambio con i paesi terzi”, che dovranno essere ratificati dagli Stati membri ed esaminati dai parlamenti nazionali.

Ma un pilastro dell’azione del prossimo governo sarà anche “la riforma dell’Agenzia nazionale per le erogazioni in agricoltura (Agea) e del Siam il Sistema informativo unificato di servizi”. Ma il contratto gialloverde prevede altri temi di interesse agricolo, a partire dal capitolo sul ritiro delle sanzioni alla Russia, che hanno causato l’embargo di Putin sui prodotto agroalimentari europei, compresi quelli italiani.

In agenda anche il ritorno dei voucher lavoro, nati per il settore agricolo, la cui cancellazione “ha creato non pochi disagi ai tanti settori per i quali questo mezzo di pagamento rappresenta uno strumento indispensabile”.


Sezze, 21 gennaio 2018

Questa non è l'Europa che sognavamo

Dopo il Ceta arriva il Mercosur e l’agricoltura italiana torna ad essere merce di scambio per accordi internazionali che danneggeranno gravemente le imprese agricole e le produzioni Made in Italy. A denunciarlo è la Coldiretti in riferimento al negoziato commerciale che l’Unione Europea ha intrapreso con i Paesi del mercato comune dell'America meridionale di cui fanno parte Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay, oltre al Venezuela (che non rientra però nel patto). 

Lintenzione sarebbe di chiudere l’intesa entro il prossimo mese di marzo ma sono diversi i dubbi sull’impatto del trattato su alcuni settori cardine dell’agroalimentare tricolore. Non a caso Coldiretti ha chiesto alle ultime riunioni sui tavoli dei Ministeri delle Politiche agricole e dello Svilupo economico di evitare accelerazioni repentine su posizioni non condivise, visti i tanti aspetti che rimangono da chiarire.

A preoccupare è, tra i vari punti, l’apertura all’arrivo a dazio zero in Europa di grandi quantitativi di carne bovina dai paesi sudamericani. Si parla di un contingente di 70mila tonnellate che potrebbe aumentare a 100/130mila tonnellate. Ciò implica una concorrenza sleale nei confronti degli allevatori italiani e un abbassamento della qualità per i consumatori, considerato che l’86% della carne importata dall’Ue già proviene dalla Paesi Mercosur che non rispettano gli standard produttivi e di tracciabilità oggi vigenti in Italia e nel Vecchio Continente.

Lo stesso discorso vale per il riso, dove il contingente tariffario sarebbe di 45mila tonnellate, ma anche gli agrumi, specie considerando le problematiche fitosanitarie dei prodotti provenienti da Paesi Mercosur contaminati da Black-spot o Macchia nera.

Ma preoccupa anche il discorso della protezione delle indicazioni geografiche e della lotta al fenomeno dell’italian sounding in paesi come quelli sudamericani, in cui la produzione di cibo che richiama all’Italia o ne storpia le principali specialità è particolarmente fiorente.

Decisamente più ridotti i vantaggi per l’export agroalimentare Made in Italy. La liberalizzazione riguarderebbe vini, sughi, marmellate, conserve di frutta, olio d’oliva ma non pasta, formaggi, aceti, pomodori preparati. E anche laddove c’è il semaforo verde, come nel caso del vino, il potenziale dell’export resterebbe in ogni caso limitato a causa di un accordo interno dei Paesi Mercosur che favorisce i prodotti di Cile ed Argentina.


Sezze, 20 ottobre 2017

Ritorna a Sezze il mercato di Campagna Amica

La nuova Amministrazione comunale, nel segno della continuità  con il passato, ha firmato la delibera che autorizza il Mercato di Campagna Amica di Coldiretti alla vendita dei propri prodotti presso la rotatoria di viale Marconi – Piagge Marine. Il primo appuntamento è fissato per giovedì 26 ottobre. L’accordo Comune- Coldiretti prevede un incontro mensile sperimentale nel Centro storico, a P.za Regina Margherita (San Pietro) anziché in viale Marconi, con lo scopo di rivitalizzare il centro.  E’ prevista, in aggiunta, una graduale estensione del Mercato alle periferie (Sezze – Scalo, Colli, ecc) e la partecipazione ad importanti eventi del paese. Coldiretti, dal canto suo, sta  lavorando per ampliare la gamma dei prodotti offerti in vendita, con l’obiettivo minimo di raddoppiare il numero dei gazebi.

Attaverso la Fondazione Campagna Amica, Coldiretti promuove una vera e propria rivoluzione culturale, cambiando il modo di fare la spesa e, conseguentemente,  il rapporto con il cibo di tutti quei cittadini che hanno scelto di acquistare regolarmente dagli agricoltori, privilegiando i concetti di stagionalità, sicurezza, legame con il territorio, riscoprendo valori forti quali la fiducia, le relazioni umane, la conoscenza e finanche il gesto di un semplice sorriso o una stretta di mano.

Un’operazione la cui riuscita era tutt’altro che scontata, tanto più in un periodo di  crisi e di calo dei consumi, ma che ha portato oggi il brand Campagna Amica a diventare per il consumatore sinonimo di buon cibo italiano, sano e di qualità. Un valore immateriale prezioso che le nostre aziende accreditate possono spendere sul mercato con legittimo orgoglio. 
E’ un nuovo protagonismo agricolo in quelle filiere produttive che da troppe stagioni sono finite in mani sbagliate, spesso con gravi danni di immagine per il made in Italy a tavola. Queste filiere le stiamo riportando nelle mani giuste. Le nostre!

Gli agricoltori di Campagna Amica attendono quindi tutti i cittadini consumatori all’appuntamento di giovedì 26 Ottobre per offrire il meglio delle produzioni locali: cibi freschi e genuini a Km zero, che fanno bene alla salute e all’ambiente, ottimi prodotti di stagione rigorosamente in filiera corta. 

I mercati di Campagna Amica non sono solo l’appuntamento per una spesa di qualità ma  anche un modo  per sensibilizzare la cittadinanza sull’importanza di un’alimentazione sana e di uno stile di vita corretto e consapevole. 

 

anno 2018